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Wednesday, March 10, 2010

Giallo sulle due versioni e Pd nella trappola Di Pietro

La versione ricostruita dal Tar del Lazio nell'ordinanza in cui respinge la richiesta di sospensiva avanzata dal Pdl contro la sua esclusione, di cui riporto questo passaggio (fonte: Ansa)...
«... al momento della scadenza delle ore 12, e della conseguente delimitazione dell'area di attesa, erano presenti per consegnare la documentazione prescritta solo quattro delegati di lista, tra i quali non figurava alcun delegato di parte ricorrente, e che solo dopo più di mezz'ora un delegato di parte ricorrente cercava di accedere alla predetta area, al fine di poter consegnare la lista e solo dopo le ore 12:30 veniva individuato all'interno dell'area di attesa un plico incustodito...»
... e la versione del Pdl, secondo la ricostruzione minuto per minuto degli eventi resa da Berlusconi in persona nella conferenza stampa di stamattina. Sull'inapplicabilità, secondo il Tar, del decreto interpretativo del governo mi sono già soffermato (mi pare quanto meno dubbia). Non sapremo probabilmente mai cosa è davvero successo negli uffici del tribunale di Roma intorno alle 12 di quel maledetto sabato, mentre è certo che non poteva essere impedito ai delegati del Pdl di presentare la loro lista anche con quaranta minuti di ritardo, pur verbalizzando l'avvenuta consegna oltre i termini della documentazione. Ciò ha impedito al Pdl di fare ricorso contro l'eventuale esclusione per presentazione oltre i termini. In quel caso, avrebbero dovuto giustificare il loro ritardo, mentre adesso devono dimostrare lo scatolone che avevano con sé conteneva tutta la documentazione necessaria. Il che rende la questione molto complicata.

Un passaggio interessante della ricostruzione di Berlusconi è il seguente (fonte: il Velino):
«Ore 14,15: convinto dell'arbitrarietà dell'intimazione Abrignani insisteste vigorosamente, ma viene chiamato dal Prefetto di Roma che lo invita a desistere da ogni azione di forza tesa ad ottenere comunque l'ingresso in cancelleria. Il prefetto asserisce di aver avuto dal presidente dell'ufficio centrale circoscrizionale dottor Durante precisa assicurazione che tutto sarebbe stato sanato a seguito di un ricorso, che consigliava di presentare tempestivamente allo stesso ufficio».
Alla luce dell'ordinanza del Tar, e delle ultime sentenze del Consiglio di Stato (in cui si parla in effetti di presenza nell'edificio e non nella fila, né di strisce), qualcosa mi dice che c'è ancora possibilità che il Consiglio di Stato riammetta la lista del Pdl per la provincia di Roma... Nel frattempo, Berlusconi ha fatto benissimo - era ora - a mettere in secondo piano i ricorsi e a tornare alla politica, alla campagna elettorale, confermando per il 20 marzo una manifestazione nazionale «non di protesta ma di proposta». Non dovrebbe quindi riguardare il diritto di voto, se non marginalmente, ma un patto dei 13 candidati governatori con i cittadini.

E' una «trappola» invece, come osserva Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, quella in cui si è infilato il Pd con la manifestazione di sabato. Il Pd avrebbe potuto approfittare dell'autogol del Pdl e dire «accertato che i nostri avversari sono dei pasticcioni, noi che abbiamo a cuore la sorte della democrazia e che non possiamo accettare che una competizione democratica venga svuotata di significato per assenza del nostro principale antagonista, sosterremo le scelte che farà il presidente della Repubblica per sanare questa anomala situazione». Invece, essendo un partito che si fa dettare l'agenda politica dai «giornali di riferimento» e da Antonio Di Pietro, sabato assisteremo al «pasticcio politico» del Pd, «summa e specchio di tutte le sue debolezze».

Il rischio che dalla manifestazione di sabato si levi una contestazione anche nei confronti del capo dello Stato, per la firma al decreto interpretativo del governo sul caos liste, e persino nei confronti del Pd, non è affatto scongiurato. Anzi, a sentire Antonio Di Pietro («parlerò eccome, ci mancherebbe» e «ribadirò che l'arbitro ha sbagliato»), c'è da aspettarselo. La reazione del Pd «ha già consentito al centrodestra, responsabile del pasticcio, di fare la vittima e di ergersi a difensore del presidente della Repubblica». E sabato concederà a Di Pietro una vetrina da «leader morale dell'opposizione».

E' il presidente Peres che parla al presidente Obama

Su L'Opinione:

Se il Consiglio di sicurezza dell'Onu per le sue divisioni interne non riesce ad adottare sanzioni risolute per fermare la corsa all'atomica di Teheran, figuriamoci quanto possa essere realistica l'ipotesi di sbattere fuori dalle Nazioni Unite la Repubblica islamica dell'Iran, su cui dovrebbe pronunciarsi l'Assemblea generale, dove senza il veto americano il sentimento anti-israeliano è spesso prevalente. La richiesta di espellere l'Iran dall’Onu non è però la boutade o la provocazione di un qualche ministro o deputato israeliano di secondo piano. No, giunge dal presidente della Repubblica israeliana, e premio Nobel per la pace, Shimon Peres, e anche per questo assume un evidente rilievo politico-diplomatico e simbolico, ma rappresenta un auspicio di cui bisogna cogliere il significato, piuttosto che una proposta concreta...

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Tuesday, March 09, 2010

La storia comincia a vendicare Bush

La notizia è che la democrazia, o almeno qualcosa che ci si avvicina il più possibile dato il contesto di quel Paese, è stata "esportata". Ed usiamo consapevolmente in modo provocatorio questo termine anche se non è il più appropriato. Già alle scorse elezioni in realtà gli iracheni avevano dimostrato di saper mettere la sordina alle esplosioni degli attentati terroristici con i loro voti, di non esserne intimiditi. Nel 2005, in piena era Bush e quando il Paese sembrava allo sbando, in preda agli insorti e ad al Qaeda, alle prime elezioni dopo la caduta della dittatura votò il 13 per cento in più degli iracheni rispetto al 62,4 per cento di questa volta, che è comunque oltre il 10 per cento in più delle provinciali dell'anno scorso.

Insomma, anche se i mainstream media sembrano essersene accorti solo ora, è dalla fine di Saddam che gli iracheni rispondono alle bombe a suon di voti. Solo che prima c'era Bush, non Obama, e non bisognava trasmettere all'opinione pubblica la speranza - almeno quella - di un Iraq democratico, ma l'immagine di un Paese sprofondato a causa dell'intervento americano in un girone infernale di violenza senza fine e senza voglia di riscatto. Ma alle elezioni di domenica scorsa è accaduto qualcosa in più, hanno votato per la prima volta in massa gli iracheni delle province sunnite, segno che la riconciliazione è davvero partita e il Paese si sta abituando al compromesso politico come prassi.

Anche se a Obama va dato il merito di non aver assunto decisioni irresponsabili sull'Iraq, nonostante la sua contrarietà alla guerra, oggi un discorso intellettualmente onesto non può prescindere dal riconoscere i meriti di George W. Bush, senz'altro superiori agli errori commessi (e poi rimediati con il coraggioso "surge"), e di quanti hanno sempre sostenuto la politica del regime change, anche per via militare, come possibilità di espansione - certo non automatica e irreversibile - della lbertà e della democrazia anche nel mondo arabo.

Oggi non manca nel campo dei realisti doc chi, come Richard Haass del Council on Foreign Relations, in ragione del fallimento della politica di engagement nei confronti di Teheran, comincia a prendere in considerazione il regime change anche per l'Iran, seppure ovviamente da perseguire dall'interno. Né manca chi, come Fareed Zakaria di Newsweek, comincia davvero a credere che l'esempio iracheno possa ridisegnare il Medio Oriente.

E oggi, sentito dal Corriere della Sera, l'editorialista del più famoso quotidiano liberal, Thomas Friedman, ricorda che l'Iraq è «riuscito a tenere due libere elezioni in cinque anni, sicuramente macchiate da violenze, ma sempre libere elezioni», e ammonisce che «non dobbiamo mai e poi mai sottovalutare l'importanza di questo fatto, nel contesto della storia del Paese e della regione. È un fatto enorme, fisicamente e simbolicamente». E inoltre, aggiunge, «non ci dobbiamo illudere neppure per un secondo che ciò che sta accadendo in Iraq non sia importante» per l'Iran. «Gli sciiti persiani dell'Iran guardano con senso di superiorità» ai loro vicini, ma ora «vedono gli sciiti iracheni tenere libere elezioni, mentre loro hanno dovuto scegliere da una lista predigerita di candidati. È un esempio dall'impatto potenziale immenso. Che siamo stati pro o contro la guerra in Iraq, credo sia tempo di concentrarsi su ciò che conta».

Le elezioni democratiche in Iraq si svolgono mentre Hollywood premia con sei oscar un film, come The Hurt Locker, che come ha scritto giustamente Maurizio Molinari, su La Stampa, «riconcilia l'America con gli eroi delle guerre del nuovo secolo». E premia «la volontà di informare sulla guerra rispetto al giudizio sulla guerra stessa». Una riconciliazione paragonabile, seppure in scala minore, a quella sul Vietnam con i film Il Cacciatore, di Michael Cimino, e Vittime di Guerra, di Brian De Palma. «Loro sono lì per noi. E noi siamo qui per loro», sono state le parole rivolte nella sua dedica dalla regista Kathryn Bigelow ai soldati in Iraq e Afghanistan, mostrando di essere consapevole di quanto vale il fronte interno («noi siamo qui per loro»). Una vittoria - e parole - impensabili qualche anno fa sul palcoscenico degli Oscar.

E con la sconfitta di Avatar, inoltre, osserva Il Foglio, a perdere sono anche un ecologismo e un pacifismo tanto ingenui al punto di apparire disumani, con il loro pregiudizio secondo cui a scatenare le guerre sono sempre gli americani – o gli occidentali – per sottrarre le ricchezze a popoli pacifici che vorrebbero solo vivere in armonia con la natura. Più umana la guerra rappresentata dalla Bigelow: un affare sporco e confuso, a volte necessaria e persino eroica.

Passare alla riduzione del danno

Come ho avuto modo di scrivere fin dall'inizio, la questione del Pdl laziale è molto più complicata rispetto al "listino" Formigoni e forse andava lasciata al suo destino. Governo e maggioranza dovrebbero a questo punto incassare con pragmatismo la decisione del Tar del Lazio, anche se desta più di qualche dubbio. Al massimo, se a breve, attendere il Consiglio di Stato. Il caos, il tira e molla di questi giorni, l'impressione che il decreto interpretativo sia stato superfluo per Formigoni e inutile per il Pdl nel Lazio, stanno demolendo l'immagine efficientista della coalizione di governo (incapace due volte: prima a presentare le liste, poi a risolvere il problema per decreto), il che rischia di tradursi in una emorragia di consensi. Passano i giorni, e la situazione rischia di aggravarsi fino ai limiti della irrecuperabilità. Quindi, è nel loro interesse chiudere al più presto in un modo o nell'altro, perché la campagna, la strategia comunicativa di Berlusconi, che potrebbero limitare il danno, non possono partire in questa incertezza. L'idea che siano state modificate le regole del gioco in corsa disturba anche gli elettori di centrodestra più moderati, ma non aver potuto salvare la lista del Pdl a Roma, se non altro, è un argomento in più, decisivo, per sostenere che il decreto non cambiava le regole, era davvero solo interpretativo.

Certo, la sentenza del Tar solleva dubbi inquietanti. Nel respingere la richiesta di sospensiva che avrebbe ammesso la lista del Pdl per la provincia di Roma, i giudici amministrativi fanno notare che il decreto interpretativo varato venerdì scorso dal governo «non può trovare applicazione perché la Regione Lazio ha dettato proprie disposizioni in tema elettorale esercitando le competenze date dalla Costituzione. A seguito dell'esercizio della potestà legislativa regionale, la potestà statale non può trovare applicazione nel presente giudizio». Sorge il dubbio però che ormai la questione sia solo politica. E' vero che la Costituzione attribuisce la legislazione elettorale di valenza regionale alle regioni, ma la norma chiamata in causa dal Tar del Lazio, l'articolo 2 della legge regionale del Lazio n. 2 del 20 gennaio 2005, dispone che «per quanto non espressamente previsto, sono recepite la legge 17 febbraio 1968, n. 108 (Norme per la elezione dei Consigli regionali delle Regioni a statuto normale) e la legge 23 febbraio 1995, n. 43 (Nuove norme per la elezione dei consigli delle regioni a statuto ordinario), e successive modifiche e integrazioni». Per tutto quello non espressamente previsto quindi la Regione Lazio si rimette alla normativa nazionale, che lo Stato ha tutto il diritto di interpretare.

E «successive modifiche e integrazioni», spiega il costituzionalista Ciro Sbailò a il Velino, significa che siamo di fronte a «un caso classico di "rinvio dinamico" che vincola la legge a un'altra legge. Quando, infatti, il rinvio è "statico", "le eventuali variazioni apportate all'atto cui si rinvia sono indifferenti". Nel caso di rinvio dinamico, invece, l'ordinamento "si adegua automaticamente a tutte le modifiche che nell'altro ordinamento si producono" (G. Pitruzzella). In altre parole - sostiene il professor Sbailò - con quel riferimento dinamico, il legislatore regionale ha aperto una strada che poi non può decidere di chiudere quando gli pare... Insomma, siamo di fronte a un atteggiamento a dir poco "creativo" dei giudici amministrativi».

Se alla discutibile decisione del Tar del Lazio aggiungiamo le magagne che stanno venendo fuori in Lombardia e in Piemonte, allora - posto che a questo punto, elettoralmente parlando, al centrodestra converrebbe forse non insistere - il problema diventa un altro, quello di una «dissidenza» di parte della magistratura nei confronti delle istituzioni democratiche tutte, come descritto da Il Foglio oggi:
«Quei magistrati, in sostanza, spingono il loro diritto a interpretare le leggi fino al limite di capovolgerle e non osservarle. I cavilli procedurali ai quali si sono appellati, il gioco di sponda formalistico con la Corte costituzionale, il derisorio rinvio della decisione definitiva a dopo lo svolgimento delle elezioni, sono lampanti esempi di una arrogante volontà di far prevalere le formalità sulla sostanza, il giurisdizionalismo sulla democrazia. L’intervento autorevole e sofferto di Giorgio Napolitano, che puntava a superare una contrapposizione lacerante con un preciso e coraggioso senso istituzionale, non solo non è stato accolto ma è stato frettolosamente archiviato. Il problema dunque, non è più quello dei pasticci combinati da qualcuno, dei tentativi di porvi rimedio, della validità delle scelte compiute dal governo, è invece quello di una sostanziale dissidenza giudiziaria, di un ordine che vuole prevalere sulle istituzioni elettive, dal Parlamento, al governo, al Quirinale. Il formalismo è l’aspetto esteriore di questa dissidenza».

Monday, March 08, 2010

Se l'Academy fa le cose per bene

Avatar è giustamente il grande bocciato dall'Academy. Ha perso tutti gli oscar più "pesanti", in palio per le categorie strutturali, quelle che "fanno" il film. Nessuna nomination per la recitazione, visto che le capacità degli attori - se ce n'erano - sono state troppo coperte dal digitale, mentre ha vinto gli unici oscar che indubbiamente meritava: effetti speciali, fotografia (dell'"italiano" Mauro Fiore) e scenografia. Ma è stato surclassato dal mozzafiato The Hurt Locker di Kathryn Bigelow, che oltre a miglior film si è portato a casa miglior regia (prima volta a una donna), miglior sceneggiatura, miglior montaggio e i due oscar per i suoni. Il bravo e semi-sconosciuto protagonista era in corsa per migliore attore, ma ha dovuto cedere di fronte al monumentale Jeff Bridges. Ancora una volta grande in Crazy Heart, ma indubbiamente premiato anche per una carriera da "diesel" (L'ultimo spettacolo, La leggenda del re pescatore, L'amore ha due facce, Il grande Lebowski, sono i miei preferiti).

Finisce 6 a 3 il particolare derby tra James Cameron e l'ex moglie Kathryn Bigelow. Lei per chi non lo ricordasse è la regista degli splendidi Point Break e Strange Days, che già di per sé valevano l'oscar. Non sempre condivido le scelte dell'Academy, ma stavolta bisogna riconoscere che ha avuto il coraggio di bocciare il filmone pluri-milionario Avatar, premiato nelle sale più dal 3D che non dalla qualità del film in sé, e riconoscere invece il valore di un film uscito in sordina, con difficoltà nella distribuzione e dagli incassi modesti. E non manca nella più scintillante manifestazione di Hollywood il riconoscimento al cinema indipendente (il "prezioso" e toccante Precious ha vinto due oscar, attrice non protagonista e sceneggiatura non originale) e persino all'animazione (due oscar - colonna sonora, ad un altro italoamericano, e miglior film d'animazione - anche allo splendido e "profondo" Up).

Più perplesso per l'atteso e sospirato oscar per migliore attrice protagonista a Sandra Bullock per The Blind Side. Premetto però di non aver visto il film e il mio "pregiudizio" potrebbe non essere obiettivo visto che la Bullock non mi appassiona, non mi scalda. Esce con un bottino forse troppo magro Tarantino con Bastardi senza gloria (una sola statuetta, miglior attore non protagonista a Christoph Waltz). Che il regista di Pulp Fiction e Kill Bill non abbia ancora vinto come miglior film o migliore regia comincia a scandalizzare. Meritatissimi gli oscar ai due italoamericani (la fotografia di Avatar e la colonna sonora di Up): molta Italia nel loro sangue, poca nelle loro carriere, purtroppo.

Sunday, March 07, 2010

Napolitano ci ha messo la faccia, gli altri l'hanno persa

Tutti dovrebbero fare i conti con questa realtà. Nella spiegazione che ha fornito della sua firma al decreto "interpretativo" sul caos liste, il presidente della Repubblica non solo chiarisce che il testo presentatogli «non ha presentato a mio avviso evidenti vizi di incostituzionalità», ma mostra di condividerne il merito, o quanto meno di aver condiviso con il governo l'esigenza di un intervento legislativo, laddove spiega che si trattava di «garantire che si andasse dovunque alle elezioni regionali con la piena partecipazione dei diversi schieramenti politici» e sottolinea che «non era sostenibile che potessero non parteciparvi nella più grande regione italiana il candidato presidente e la lista del maggior partito politico di governo». Non era sostenibile. Diversamente dalle opposizioni Napolitano ha ritenuto opportuno un intervento, ha riconosciuto che in gioco c'era «il diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi». Dunque, se non il merito, almeno l'opportunità del decreto l'ha condivisa.

Per il capo dello Stato inoltre la soluzione avallata tutela entrambi gli interessi o beni coinvolti («il rispetto delle norme e delle procedure previste dalla legge e il diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi»), e «non si può negare che si tratti di beni egualmente preziosi», sottolinea. Ha chiarito inoltre che qualsiasi soluzione avrebbe «pur sempre dovuto tradursi in soluzione normativa», e che dati i tempi ristretti «quel provvedimento non poteva che essere un decreto legge». Rispetto alle ipotesi riapertura dei termini, o rinvio, prospettategli giovedì sera da Berlusconi, quelle sì a forte rischio incostituzionalità, Napolitano ha insistito per un intervento che non cambiasse le regole in corsa. E l'ha ottenuto.

Nel messaggio si è poi voluto togliere due sassolini, uno dalla scarpa sinistra e una da quella destra. Laddove scrive che «certo sarebbe stato opportuno» un accordo bipartisan, ma fa notare quanto ciò sia difficile «ancor più in clima elettorale», non si può non vedere una frecciatina al Pd, che ad un confronto con il governo e con il Colle su una questione delicatissima, di fair play e correttezza del voto, ha preferito la propaganda, non resistendo alla tentazione di provare a "vincere facile". Laddove scrive che «un effettivo senso di responsabilità dovrebbe consigliare a tutti i soggetti politici e istituzionali di non rivolgersi al Capo dello Stato con aspettative e pretese improprie, e a chi governa di rispettarne costantemente le funzioni e i poteri» ce l'ha con Di Pietro e ovviamente con Berlusconi, per il «teso incontro» di giovedì sera. Ma il fatto che nonostante il duro scontro di giovedì, ai limiti della rottura, con Berlusconi, Napolitano abbia comunque firmato un decreto che aiuta a risolvere il problema liste, ciò la dice lunga da un lato sull'onestà intellettuale e la correttezza del presidente, dall'altro sulla necessità e urgenza dell'intervento. Evidentemente Napolitano ha ritenuto davvero in pericolo il diritto di voto di milioni di cittadini e non gli è importato nulla né dell'arroganza di Berlusconi né della contrarietà della sinistra.

Il Pd non può quindi trincerarsi, per distinguersi dalla reazione di Di Pietro contro Napolitano, dietro il fatto che firmando il presidente si limita a un primo controllo di costituzionalità e non è politicamente responsabile nel merito del decreto. Ciò è senz'altro vero, ma indubbiamente Napolitano ci ha messo la faccia, e con la sua spiegazione lo rivendica con un coraggio e una trasparenza di cui gli va dato merito. Davvero si è dimostrato presidente di tutti. O il decreto è incostituzionale, un "golpe", e allora di una gravità inaudita che coinvolge anche Napolitano, come sostiene Di Pietro, oppure non lo è. In ogni caso emerge tutta la contraddittorietà della posizione del Pd, che da una parte fa ricorso alla piazza e alza le barricate, pronuncia parole e mette in atto iniziative da allarme democratico, come si farebbe per contrastare l'instaurazione di un regime; dall'altra pretende di lasciar fuori da tutto questo Napolitano.

Ancor più insostenibile, se possibile, la posizione dei radicali. Da una parte pretendono di denunciare l'illegalità generalizzata, sistematica e strutturale, di queste elezioni, fino a chiederne il totale annullamento, dall'altra scendono in piazza e si candidano con chi è convinto che il caos liste è tutta colpa dell'incapacità del Pdl a raccogliere le firme. Insomma, di questo "regime" partitocratico sono corresponsabili e coautori centrodestra e centrosinistra, come hanno sempre sostenuto loro, oppure il problema è il "dittatore" Berlusconi, come sostiene Di Pietro? La candidatura della Bonino soffre di questa contraddizione. Da candidata ha il dovere di contrapporsi a Berlusconi e al centrodestra, di gioire ed avvantaggiarsi dell'esclusione delle liste avversarie, ma come radicale non può che denunciare un'illegalità che riguarda tutti. Ha mai chiesto a Bersani se fosse d'accordo con l'annullamento delle elezioni per poter sanare le illegalità e cambiare le regole? Bersani avrebbe chiamato il premier per proporgli questa soluzione? Un rinvio, nella versione proposta da Berlusconi a Napolitano, o l'annullamento versione radicale, sarebbero stati ancor più contrastati dalla sinistra, e forse a questo punto quelli sì incostituzionali. Non prendiamoci in giro. I radicali hanno piegato la loro battaglia di legalità agli interessi di una parte; al di là delle intenzioni l'hanno resa uno strumento di lotta politica a danno di uno solo dei due schieramenti, e in tutto questo la loro lettura della realtà italiana va a farsi friggere.

E veniamo al centrodestra. Che pagherà un prezzo politico pesante per il disgusto suscitato, anche nei suoi elettori, prima dalla sciatteria e dall'inefficienza dimostrata dal Pdl, poi dalla sensazione che per rimediare ai suoi errori sia stato determinante un "aiutino" calato dall'alto e in corsa. Anche se l'"aiutino" non è stato necessario per la riammissione del "listino" Formigoni. Il Tar della Lombardia infatti ha deciso a prescindere dal decreto, gettando un'ombra sinistra sull'operato della commissione elettorale della Corte d'Appello di Milano, che una volta ammessa la lista non doveva più pronunciarsi su di essa, non aveva più alcun potere di intervento, e quindi non doveva neanche accogliere le pretese accampate contro le liste ammesse nel ricorso dei radicali, titolati a ricorrere solo contro la loro esclusione. Tecnicamente non si tratta neanche di una riammissione. Per il Tar Formigoni è sempre stato in corsa, dato che l'autorità che l'ha escluso non poteva farlo. Perché allora il governo ha voluto fare il decreto interpretativo prima della pronuncia del Tar lombardo? Salvare il Pdl a Roma, la cui riammissione è molto più difficile, era questo il vero scopo. Una volta riammesso Formigoni e la coalizione in Lombardia, infatti, la Lega non avrebbe più sostenuto la necessità di un intervento, e riguardando l'esclusione di una sola lista - sia pure maggioritaria - e non un intero schieramento e un candidato presidente, non sarebbe apparsa tale neanche a Napolitano.

Il prezzo per salvare il Pdl romano, sempre che il decreto basti, sarà alto. Di quanto potrà essere attenuato dipenderà dalla decisione del Tar laziale lunedì e dalla capacità di Berlusconi di spiegare ai cittadini cosa è successo. Accanto alla dabbenaggine dei dirigenti del Pdl locale, infatti, è anche vero che c'è stato un abuso di potere. Doveva essere consentita infatti la presentazione della lista anche fuori dai termini. La mancata presentazione ha impedito al Pdl di esercitare un diritto: quello di far valere nelle sedi competenti i motivi del suo ritardo. Mentre più emergono particolari sul caso Formigoni (fin dall'inizio avevo scritto che mi "puzzava"), più viene fuori non solo l'illegittimità dell'esclusione, come sancito dal Tar, ma anche la parzialità ai suoi danni della condotta della commissione elettorale della Corte d'Appello di Milano. Altro che inefficienza, nel caso Formigoni!

Friday, March 05, 2010

Ci vuole sangue freddo

UPDATE ore 21:41
Dunque, alla fine Berlusconi sembra essere riuscito a varare un decreto, sia pure «interpretativo» delle norme esistenti, e a ottenere il via libera del Quirinale, coinvolto attivamente nella stesura del testo perché rimanesse in ambiti interpretativi. Napolitano non avrebbe firmato riaperture dei termini, o rinvii delle elezioni per decreto. In un articolo per L'Occidentale Calderisi spiega bene come il "pasticcio" si sia determinato per «un'applicazione formalistica e irragionevole» delle norme da parte delle Corti d'Appello di Milano e Roma, fino a negare sostanza e finalità della legge stessa. Vedremo se quanto previsto nel decreto sarà davvero solo "interpretativo", e se basterà a ottenere dai Tar della Lombardia e del Lazio la riammissione del "listino" Formigoni e della lista del Pdl per la provincia di Roma. Certo è che rimane la macchia dell'"aiutino" dall'alto, e in corsa, per sanare due situazioni che molto probabilmente in Lombardia, molto più difficilmente nel Lazio, si sarebbero potute risolvere comunque con la riammissione, quindi con una vittoria piena e con tutt'altro capitale politico da spendere in campagna elettorale.
Era facile prevederlo, eppure Berlusconi ci sta ricadendo. Ancora una volta il suo slancio rischia di scontrarsi con un muro che è là, immobile, e non da oggi. A prescindere dal merito e dall'opportunità di provarci, e di provarci adesso, non capisco quale mal riposto ottimismo abbia fatto pensare a Berlusconi che Napolitano potesse dare via libera a un decreto per risolvere le esclusioni del "listino" Formigoni dalle elezioni in Lombardia e della lista del Pdl dalla provincia di Roma. Senza il consenso dell'opposizione, e Bersani aveva espresso chiaramente il suo netto rifiuto, Napolitano un decreto così non lo firma. E forse ha pure ragione.

Il problema è che Berlusconi si mette spesso in condizioni simili: appare come quello che vuole fare qualcosa di scorretto, o quanto meno impulsivo, forzare la situazione, e che viene fermato dal saggio presidente. Ma perché infognarsi in questo modo? Perché andare a sbattere subito, compromettendo davvero una possibile "soluzione politica"? Perché, per esempio - a maggior ragione dopo la riammissione del "listino" Polverini - non aspettare l'esito del ricorso al Tar lombardo. Una possibile via d'uscita indolore che - su questo ha ragione Bersani, i cui calcoli sono altri ovviamente - conviene attendere anche al centrodestra, che potrebbe ritrovarsi, all'indomani di una eventuale riammissione, con una vittoria piena, non macchiata da un intervento dall'alto e in corsa discutibile, e con un capitale politico da spendere in campagna elettorale.

Il gioco vale la candela: una volta ottenuta la riammissione di Formigoni dal Tar della Lombardia, infatti, ipotesi non improbabile, senza che il governo sia accorso a togliere le castagne dal fuoco, si potrebbe sì gridare al tentato "sabotaggio", a una manovra volta a colpire il solo centrodestra sulla base di cavilli procedurali pretestuosi e infondati. A quel punto non sarebbe più il Pdl "inefficiente", sarebbero i radicali e il centrosinistra a fare la figura di quelli che hanno giocato "sporco", provato a "vincere facile", escludendo gli avversari dalle elezioni illegittimamente.

Certo, la situazione della lista del Pdl per la provincia di Roma è più complessa, la vedo difficilmente recuperabile. Ed è giusto che sia così, perché qui l'errore e l'ingenuità, frutto di arroganza, sono davvero intollerabili. E' quindi un prezzo che si può pagare. Se il Tar riammette Formigoni, il governo dovrebbe rinunciare a qualsiasi intervento per salvare il Pdl nel Lazio. Su queste basi vedrete che Bersani sarà disposto ad accettare un intervento se invece Formigoni dovesse restare escluso.

Bonino tra battaglia di legalità e ambizione di governo

Su il Velino:

A fronte dei suoi compagni di partito, il segretario Staderini e l'ex europarlamentare Marco Cappato, che ieri chiedevano a gran voce l'annullamento delle elezioni in tutte le regioni, le dichiarazioni di Emma Bonino lasciano intravedere una candidata tutta proiettata verso il voto, in pieno "flirt" con una possibile vittoria a tavolino. «Dura lex, sed lex», è la risposta pronta alle recriminazioni della sua avversaria. È comprensibile la difficoltà della Bonino, stretta tra una "battaglia di legalità" che portata alle estreme conseguenze, come fanno i dirigenti del suo partito, non può che condurre ad una autodenuncia dell'intero sistema politico, e quindi all'annullamento delle elezioni, e una campagna elettorale che se non altro per rispetto della coalizione che sostiene la sua candidatura va portata avanti, nonostante quanto sta accadendo e magari puntando l'indice sulla sciatteria e l'incapacità dei propri avversari.

Già l'iniziativa dello sciopero della fame e della sete aveva messo in luce le contraddizioni. «Assolutamente no», gli elettori del Lazio «non possono avere la certezza di poter votare Emma», avvertiva Pannella a la Repubblica, adombrando un possibile ritiro, coerente dal suo punto di vista con la totale mancanza di legalità, ma suscitando allarme e disappunto nelle file del centrosinistra. La stessa Bonino è dovuta intervenire, smentendo il suo leader, per rassicurare Bersani ricordandogli di essere «persona leale» («se prendo un impegno lo porto a termine»).

L'analisi che fanno i Radicali della realtà del nostro Paese, e quindi la loro linea politica, l'intransigenza della loro denuncia dell'illegalità, fino all'ultimo timbro, e della non-democrazia italiana, è difficilmente compatibile con la traiettoria della carriera politica di Emma Bonino, oggi arrivata ad un punto particolarmente stridente: commissaria europea con Berlusconi, ministro del governo Prodi, ora vicepresidente del Senato e candidata del centrosinistra alla presidenza della regione Lazio. Difficile ottenere tutto ciò in un "regime". Che non sia un "regime"? Non si spiega come Emma Bonino possa starsene tranquillamente a fare campagna elettorale in un Paese da cui Pannella minaccia di fuggire in esilio restituendo il passaporto. C'è qualcosa di stonato e l'iniziativa dello sciopero della sete non può bastare alla Bonino per conciliare l'anima di lotta "partigiana" (così la definisce Pannella) e l'ambizione di governo.

Una contraddizione che infatti riemerge anche in queste ore...
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Thursday, March 04, 2010

Giustizia alla rovescia

Capovolti ormai i più elementari principi del diritto. Leggete qua cosa riesce a scrivere la Corte di Cassazione. Per spiegare perché ha confermato la prescrizione del reato di appropriazione indebita nei confronti di Marcello Dell'Utri nell'ambito della vicenda dei fondi neri di Publitalia tra gli anni 1991-1994, respingendo quindi la richiesta di assoluzione piena avanzata dall'imputato, scrive che come già la sentenza di primo grado aveva dichiarato manca «la prova dell'evidenza dell'innocenza», perché «non è affatto evidente che le appropriazioni rientrassero secondo la tesi difensiva in elargizioni rientranti nell'ambito dei rapporti amicali intercorrenti tra i vari protagonisti della vicenda processuale». Capito bene? Dev'essere evidente l'innocenza per assolvere, non basta che non sia evidente la colpevolezza.

Ma ciò che segue è ancora più inquietante: «I motivi con i quali il ricorrente tenta di dimostrare l'evidenza della sua innocenza, censurando la sentenza di contraddittorietà ed illogicità, non possono avere ingresso, per la semplice ragione che, quand'anche si volesse convenire con le critiche che il ricorrente muove alla sentenza sotto questo profilo, resterebbe pur sempre, alla luce della motivazione addotta dalla Corte territoriale, un quadro probatorio che, quanto meno, si dovrebbe ritenere contraddittorio o insufficiente, e quindi tale da non giustificare una sentenza di assoluzione». Siamo all'assurdo: la Cassazione ammette che la sentenza impugnata può essere «contraddittoria ed illogica» e sostiene che un quadro probatorio «contraddittorio o insufficiente» non giustifica una sentenza di assoluzione!

Wednesday, March 03, 2010

Aspettate a cantare vittoria

Sono in attesa di altre illustri esclusioni dalla competizione elettorale, ma sembra che tardino ad arrivare. Come mai? Come mai, se l'illegalità è così sistematica e generalizzata come denunciano i radicali, per ora sono stati esclusi solo i "listini" di Formigoni in Lombardia e Polverini nel Lazio? Dove sono gli altri "casi Formigoni"? Che fine hanno fatto i «controlli in tutta Italia»? In Emilia e in Toscana... in Campania e in Basilicata, tutto regolare?

Radicali e centrosinistra dovrebbero aspettare prima di cantare vittoria. Innanzitutto, i problemi di Roma e Milano sono molto diversi tra di loro. Come ho già scritto, a Roma sono stati determinanti il dilettantismo e la stupidità dei dirigenti locali del Pdl, mentre i radicali e la farraginosità della legge hanno giocato solo il ruolo delle comparse nella vicenda. E' ovvio infatti che per quanto le regole per la presentazione e l'ammissione delle liste di candidati possano essere semplici e chiare, le migliori possibili, un termine di scadenza ci sarà sempre, e se uno è tanto idiota da non rispettarlo, non ci sono complotti politici o assurdità burocratiche che lo giustifichino. Per questa ragione la situazione della lista del Pdl nella provincia di Roma è più complessa, direi quasi irrecuperabile. Ha a che fare invece con la legge, e con quanto i radicali hanno sempre, da anni, denunciato (la sua inapplicabilità e, dunque, l'illegalità della raccolta delle firme), la situazione in Lombardia. Ma lì le irregolarità appaiono "tecniche" e quindi - ma lo sapremo con certezza solo nelle prossime ore - più superabili.

In particolare i radicali, se si aspettano di uscire da questa vicenda come i vincitori, quelli che avevano ragione loro e lo avevano sempre detto, rischiano di rimanere delusi. Posto che quanto accaduto a Roma non ha nulla a che fare con la loro storica battaglia di legalità sulla raccolta delle firme, come mai a seguito delle loro denunce è stato "pizzicato" solo Formigoni in Lombardia? Delle tre l'una: o perché non è vero, come dicono, che hanno presentato denunce nelle altre regioni; o perché Formigoni è stato l'unico caso in cui ci sono state irregolarità, mentre altrove tutti sono riusciti a presentare regolarmente le proprie liste; o perché la Corte d'Appello di Milano ha avuto uno strano occhio di riguardo nei confronti del governatore lombardo, che altre Corti d'Appello, per esempio in Toscana o in Emilia Romagna, non hanno avuto.

In tutte e tre le ipotesi emerge che non siamo affatto in presenza di una illegalità tanto generalizzata e sistematica da gridare a elezioni non democratiche e alla mancanza di stato di diritto, come da anni denunciano i radicali. Al massimo un caso, seppure clamoroso perché riguarda uno schieramento che mobilita in Lombardia circa il 60% del consenso, ma pur sempre un solo caso. Se fosse vera la terza ipotesi, inoltre, la loro battaglia di legalità si trasformerebbe nello strumento dell'arbitrarietà dei tribunali, nel migliore dei casi, se non della solita persecuzione giudiziaria ad opera dei magistrati milanesi.

Se poi dovessero essere accolti i ricorsi del centrodestra in Lombardia, i radicali dovrebbero ammettere di avere da sempre sbagliato con la loro interpretazione letterale della legge, di aver rinunciato per formalità giudicate irrilevanti a presentare le loro liste in svariate tornate elettorali e di aver speso inutilmente i loro soldi in tutti questi anni. Non solo. Se adesso il Pdl è indubbiamente in difficoltà e tramortito, nel caso in cui i "listini" di Formigoni e Polverini vengano riammessi, potrà efficacemente gridare al "sabotaggio", accusando gli avversari politici di aver giocato "sporco", di aver tentato di "vincere facile", di escluderlo dalla competizione sulla base di presunte irregolarità che si sarebbero poi dimostrate meri cavilli procedurali.

Il danno d'immagine recato al Pdl dai suoi stessi delegati per la mancata presentazione della lista nella provincia di Roma rimane, ma a quel punto, dimostrata la pretestuosità della denuncia contro il "listino" di Formigoni, i pronunciamenti di riammissione diventerebbero un 'boomerang' per i radicali e il centrosinistra, che certo non uscirebbero da questa vicenda come campioni di democrazia e legalità agli occhi dei cittadini.

L'editoriale fantasma

Esce oggi l'editoriale di Ernesto Galli Della Loggia che probabilmente il direttore e gli editori del Corriere non avrebbero mai voluto mandare in stampa, almeno non nella versione che hanno alla fine dovuto pubblicare. E' probabile che nella notte tra lunedì e martedì non siano riusciti a bloccare in tempo la stampa dell'editoriale, che quindi compariva sul giornale di ieri ma solo su alcune copie, destinate ad alcune città estere e ai voli, o alle rassegne notturne delle prime pagine, come quella di SkyTg24. Ormai "sputtanato", l'editoriale non poteva che essere pubblicato nella versione ormai sfuggita.

Quali possono essere stati i motivi che hanno indotto il direttore, e probabilmente anche gli editori, a bloccarne la pubblicazione? E' noto che Galli Della Loggia, pur essendo culturalmente di destra, non è un fan di Berlusconi. Nell'editoriale l'attacco al premier (e al Pdl) è molto duro, più del solito, ma forse il passaggio che ha provocato tanto allarme è laddove Galli Della Loggia scrive che è «dalla famigerata notte di Casoria, che le maggiori insidie vengono a Berlusconi e al suo governo non già dall'opposizione ma proprio dalla sua stessa parte, se non addirittura dalle stesse cerchie a lui più vicine».

Una versione sui mandanti dei furiosi attacchi gossipari e mediatico-giudiziari di quest'ultimo anno - che andrebbero cercati all'interno della più stretta «cerchia» del premier - che evidentemente a Via Solferino non si vuole accreditare. Delle due l'una: o perché si ritiene questa versione del tutto infondata; oppure perché, essendo fondata, il Corriere ha interesse a che non sia rivelata. Decidete voi quale delle due ipotesi vi convince di più, o se ce n'è una terza.

Tuesday, March 02, 2010

Dopo il danno, nessun pudore

Quante volte nelle nostre città capita di imbattersi in manifesti palesemente ingannevoli o deliranti, di ogni parte politica? Soprattutto in campagna elettorale, dove la bieca propaganda prevale su tutto, è fisiologico. Eppure, a tutto c'è un limite. La Polverini e il Pdl romano sembrano averlo superato. «Non vogliono farti votare», recitano i manifesti con cui hanno tappezzato la città per protestare contro l'esclusione della lista del Pdl nella provincia di Roma. Puro terrorismo ingannevole. Di tutta evidenza infatti il problema non è che qualcuno il 28 e 29 marzo non potrà votare, ma che qualcuno - guarda caso gli autori dei manifesti - non potrà candidarsi. Pensano davvero che i cittadini romani siano così stupidi e non abbiano capito come stanno le cose?

Il danno d'immagine provocato "dar pasticciaccio" al partito, anche a livello nazionale, non è trascurabile: in tutta Italia la mancata presentazione della lista romana trasmette l'idea di un partito di «polli», come li ha chiamati oggi Belpietro su Libero, e di incompetenti. E' ragionevole pensare che gli elettori meno schierati, più incerti, a questo punto ci pensino almeno due volte prima di affidare il governo delle loro regioni a un partito che ha dato prova di tale imperizia e disorganizzazione. La campagna in corso, come se fosse stato conculcato chissà quale diritto e ci fosse chissà quale complotto dietro, rischia di coprire il tutto e tutti ancora di più di ridicolo. Purtroppo la reazione scomposta della Polverini in primis all'intera vicenda è una conferma della sua mediocrità, della sua indole da sindacalista evidentemente abituata a considerare una inutile formalità dichiarare il numero reale degli iscritti al proprio sindacato.

La devono smettere. Qualcuno dall'alto dovrebbe farglielo capire, perché ormai la gente ha capito che la mancata presentazione della lista del Pdl è dovuta principalmente a un loro banalissimo errore (non c'erano alla scadenza dei termini, e questo conta, come sanno tutti i cittadini che lo provano sulla loro pelle, sia che abbiano a che fare con la pubblica amministrazione, o con banche, assicurazioni, eccetera, sia che debbano pagare bollette), e così facendo rischiano soltanto di provocare ancora più danni. Facciano i loro ricorsi, se credono, ma con la coda tra le gambe, quasi nascondendosi almeno per un minimo senso del pudore. E, semmai, valutino sin d'ora la possibilità di recuperare il simbolo del Pdl sulla scheda sostituendolo a quello del listino Polverini, come suggerivo ieri.

Passato Bush si può dire: "Mission accomplished"

Su Il Foglio, in prima pagina, la copertina dell'ultimo numero di Newsweek uscito ieri negli Stati Uniti:
«Il settimanale simbolo della cultura liberal americana, che dal 2003 si è opposto con tutte le sue forze all'intervento armato contro Saddam Hussein riconosce che alla fine aveva ragione George W. Bush. Ha vinto il presidente repubblicano con il suo piano di esportazione della democrazia in Iraq - ma Newsweek sceglie di uscire con questa copertina celebratoria soltanto ora, molto oltre la fine del suo doppio mandato. "Mission accomplished", missione compiuta, era lo slogan prematuro che campeggiava sulla portaerei alle spalle di Bush durante il discorso di ringraziamento alle truppe nel maggio 2003 e che gli è stato rinfacciato fino alla fine della sua amministrazione. Ma oggi in copertina finisce quello e non l'altro, quello che spiccava alla testa delle marce pacifiste: "No blood for oil", che nessuno cita più semplicemente perché si trattava di una bufala: gli Stati Uniti non hanno cavato una goccia di petrolio in più dalla guerra in Iraq... Newsweek concede la vittoria americana in Iraq ora perché domenica si elegge il nuovo Parlamento di Baghdad: "Ci saranno 6.100 candidati appartenenti a tutte le grandi tradizioni religiose del paese e a molti partiti differenti. I candidati hanno interessi e ambizioni che contrastano selvaggiamente tra loro. Ma negli ultimi due anni questi politici hanno cominciato a considerarsi come parte dello stesso club, dove la politica dura ha rimpiazzato la guerra civile e le leggi sono forgiate anche se con lentezza e difficoltà attraverso compromessi - non per decreto dittatoriale o, per quel che può contare, per ingiunzione degli occupanti americani. Anche se protetta, incoraggiata e talvolta consigliata da Washington, la classe politica irachena sta dando forma al proprio sistema politico"».

Da un trionfo alla farsa

Ineccepibile la ricostruzione di Franco Bechis, oggi su Libero, delle ultime settimane di follia e tafazzismo del centrodestra: i contrasti tra ex An ed ex FI, e con la Lega, i tira e molla con l'Udc, gli errori nelle candidature (come in Puglia) e il caos Campania, e ora i "pasticciacci" delle firme in Lazio e Lombardia, «il partito più amato dagli italiani è riuscito fin qui soprattutto a picconare un patrimonio che sembrava impossibile da dilapidare. C'è ancora un mese di campagna elettorale. Per finire il pasticcio o recuperare quel che si può».

Monday, March 01, 2010

Bertolaso temuto dalla cricca

Dalle intercettazioni - per quanto ne so inedite - pubblicate poche ore fa da Franco Bechis sul suo blog emerge che era temutissima dagli appartenenti alla cricca degli appalti la reazione di Bertolaso alle richieste di far lievitare i costi per il G8 alla Maddalena (quello «ci si incula»; «mo' gli dico altri 100 di qua... e lui mi dice... "ma vattene a fare in culo!!"») e che Balducci e Anemone, per mezzo di Piscicelli, riescono a organizzare per Carlo Malinconico, segretario generale di Palazzo Chigi durante il governo Prodi, ponti, week end e vacanze estive in un lussuosissimo albergo all'Argentario (roba da 20-25 mila euro). Malinconico per la verità ha già dichiarato di aver sempre pagato per i soggiorni al "Pellicano".

Dilettanti allo sbaraglio (e una possibile riduzione del danno)

La mancata presentazione della lista del Pdl nella provincia di Roma, e la quasi certezza di non trovarla sulla scheda il 28 e 29 marzo, ha dell'incredibile. E' evidentemente frutto del dilettantismo delle classi dirigenti locali del Pdl, e di per sé questo rappresenta un grande danno d'immagine sia per il partito sia per la Polverini. Sono in grado di governare una regione se non sono in grado di governare se stessi né di presentare una lista? Nessuna dietrologia, la rivalità tra ex FI ed ex An e i contrasti tra Berlusconi e Fini possono aver pesato solo nei termini di una disorganizzazione generale e di una cattiva selezione del personale politico (a cominciare dalla Polverini, che in queste ore con le sue risibili accuse e sconclusionati appelli sta rivelando tutta la sua mediocrità), ma dubito che qualche vendetta sia potuta arrivare al punto di causare un danno così devastante. Ma quanto accaduto è anche il sintomo - e lo dico da romano - di una certa cialtroneria "romanesca" (e daje, famo, annamo), per cui scadenze e formalità sono essenzialmente roba da malati.

Ormai i contorni "der pasticciaccio" sembrano chiari. Anche il delegato del Pdl ammette di essere uscito dagli uffici e di avervi fatto ritorno fuori tempo massimo. Mi chiedo: ma se proprio avessero dovuto apportare modifiche dell'ultimo minuto alla lista, non poteva mandare qualcun altro a prendere le carte necessarie? Accusare gli altri della propria stupidità oltre che vergognoso è ridicolo e patetico. Chi è causa del suo male, pianga se stesso. Fuori luogo anche gli appelli a Napolitano. Per tentare di rimediare in extremis Berlusconi e Fini dovrebbero prima di tutto azzerare i vertici romani. Poi, da parte di tutti, tanta, tanta umiltà, scuse agli elettori, e agli altri partiti per la reazione scomposta. Nel senso che sarebbe interesse del Pdl non incendiare il clima, bensì rasserenarlo per creare le condizioni necessarie alla ricerca di una soluzione bipartisan, ampiamente condivisa, sperando che ci possa essere una qualche - anche se al momento oscura - scappatoia giuridica.

L'unico lato oscuro della faccenda - questo sì strano e a quanto mi risulta senza precedenti nei casi di presentazione di liste - è perché non sia stato consentito l'accesso agli uffici per la presentazione della lista, sia pure in ritardo. Verbalizzando correttamente l'orario di presentazione della lista, che eventualmente non sarebbe stata ammessa per mancato rispetto dei termini. Il semplice cittadino che giunga in ritardo nel presentare una domanda o un documento all'amministrazione incorre nelle conseguenze stabilite dalla legge per il suo ritardo, ma non mi risulta che gli venga impedito l'accesso agli uffici per presentarla. In questo caso, infatti, siamo di fronte a una mancata presentazione, non ad una presentazione in ritardo (come in effetti era a detta di tutti i testimoni). Dal punto di vista giuridico non mi pare un particolare indifferente. Posso sbagliarmi, magari è solo un cavillo, ma ora la difficoltà è individuare un soggetto titolato a presentare ricorso, giacché non c'è il delegato di una lista presentata in ritardo che fa ricorso contro la mancata ammissione, ma dei perfetti estranei, dal momento che non c'è alcuna lista. E' questo eventualmente il danno causato da chi ha fisicamente impedito al delegato del Pdl di accedere agli uffici e presentare la lista, anche se in ritardo.

Detto questo, mi pare di scorgere una sola "riduzione del danno" praticabile a questo punto. Candidature, e voti di preferenza ad esse connesse, non sono recuperabili, ma forse la presenza sulla scheda del simbolo del Pdl - solo di quello - sì. Credo infatti - ma anche qui posso sbagliarmi - che la presentazione grafica dei simboli può avvenire anche in un secondo momento rispetto alla presentazione ufficiale della lista. Se così fosse, il simbolo della lista civica per Polverini potrebbe essere sostituito con quello del Pdl. Almeno gli elettori non si troverebbero del tutto smarriti.

Friday, February 26, 2010

Occhi puntati su Fini

Il Corriere dà Gianfranco Fini «impegnato nel lanciare la "fase due" del suo percorso politico». Dopo essersi differenziato dalla destra tradizionalista e dal partito di cui è cofondatore, cui rimprovera di essere rimasto indietro nella riflessione politica, su temi quali la bioetica, l'immigrazione e la cittadinanza, la legalità, vorrebbe aggiungere ad essi anche l'economia. Sono curioso di vedere quindi come si comporterà domani alla tavola rotonda organizzata da Benedetto Della Vedova, dall'emblematico titolo "Placata la bufera, torniano al libero mercato".

Se anche in economia vorrà distanziarsi dall'attuale linea del governo, Fini non potrà che convergere sulle posizioni liberiste dellavedoviane. Il che lo porrebbe in competizione con un altro personaggio politico che, come lui, mira alla successione di Berlusconi: il ministro Giulio Tremonti. I presupposti, insomma, per una svolta "liberista" di Fini, sembrerebbero esserci tutti e aspettiamo con ansia l'evento.

Ma se così fosse, sarebbe ancora più clamorosa di quelle sulla bioetica e l'immigrazione, visto che solo pochi mesi fa - non anni - Fini sposava l'anti-mercatismo viscerale del ministro dell'Economia, superandolo anzi in rigore. E d'un colpo contraddirebbe i freni statalisti posti per anni, da leader di An, al governo Berlusconi. E' passato per lo più inosservato, ma al convegno di Gubbio Fini ha definito «geniale» l'intuizione della «lotta al mercatismo». E passi, fin qui siamo al ministro Tremonti, ma poi è andato oltre, accusandolo di non fare abbastanza: «Bisogna tradurla» la lotta al mercatismo e «non credo che l'ultima Finanziaria sia stata un esempio di lotta alle degenerazioni del mercato», ha aggiunto. E sembrava proprio Bersani quando ha accusato il governo di negare la crisi, o quando ha lamentato che «nell'ultima Finanziaria c'è ben poco di politiche autenticamente di solidarietà sociale».

Thursday, February 25, 2010

Rischio nuovi cedimenti

Le iniziative giudiziarie delle ultime settimane, unite alla solita ondata di limacciose intercettazioni - quelle che hanno coinvolto Balducci (figura trasversale degli appalti pubblici), Bertolaso e Verdini (su cui gli elementi emersi sono debolissimi), poi Scaglia (per il quale sembra valere il teorema "non poteva non sapere") e il senatore Di Girolamo (semi-sconosciuto e già scaricato dal Pdl), ma anche amministratori locali di diverso colore politico - non sembrano di per sé prefigurare una nuova Tangentopoli, né minacciare il consenso del governo e di Berlusconi. Eppure, la politica è sulla difensiva, c'è la corsa a farsi vedere dalla parte dei "moralizzatori". La questione morale, confinata fino ad oggi nell'Italia dei Valori, nella sinistra radicale e solo in parte nel Pd, viene ripresa anche a destra. E fa breccia, persino nel berlusconismo, il tema dell'incandidabilità. Un clima - in questo sì simile a quello di Tangentopoli - che rischia di produrre nuovi cedimenti della politica nei confronti della magistratura.

Si stabilisca per legge l'incandidabilità dei condannati in via definitiva, si sente invocare da più parti [va ricordato che già oggi le sentenze di condanna per i reati di corruzione possono includere - e nella maggior parte dei casi la includono - la pena accessoria dell'esclusione dall'elettorato passivo. E' il giudice a stabilirlo]. D'Alema ha provato ad andare oltre, chiedendosi se sia davvero necessario aspettare sentenze passate in giudicato. Lo stesso Berlusconi, e Fini, ritengono di "buon senso" che obbedendo a una sorta di codice etico interno i partiti si impegnino a non candidare indagati o rinviati a giudizio.

Dovrebbe essere quasi scontato in un Paese normale, ma non dimentichiamoci che il problema della magistratura politicizzata non si è improvvisamente dissolto. E il paradosso è che mentre si discute di riforme in grado di riequilibrare i rapporti tra politica e giustizia, saltati dall'abolizione dell'immunità parlamentare sull'onda di Tangentopoli, il rischio è di fare passi nella direzione opposta, concedendo spazi di manovra ancora più ampi ai magistrati politicizzati. Basti l'esempio dell'approvazione in prima lettura alla Camera di una legge che prevede il carcere per il candidato che si avvalga della propaganda di un "sorvegliato speciale" e di "voti mafiosi". Una legge molto scivolosa, come spiega Pecorella.

Si pone certamente un problema di selezione e reclutamento della classe politica, ma non va risolto a colpi di leggi-manifesto e di campagne moralizzatrici. Riguardo l'opacità delle relazioni fra gruppi di affari e personale politico, Angelo Panebianco fa notare, oggi sul Corriere della Sera, che «le lobbies, in tutte le democrazie, sono una costante. Imporre la trasparenza necessaria per contrastare le attività illecite richiede, come contropartita, la piena accettazione pubblica delle attività lobbistiche». E comunque l'architrave del "sistema gelatinoso" è «l'economia parassitaria» (che cioè vive di distribuzione di risorse pubbliche) nel Sud del Paese, ma non solo.

Un altro esempio di reazione schizofrenica della politica è quando si denunciano clientelismi e sostegni mafiosi e poi si sostiene il ritorno alle preferenze. Meglio il collegio uninominale, che non è del tutto al riparo dai quei fenomeni, ma quanto meno consente alla stampa e all'opinione pubblica di esercitare uno "screening" più accurato sui candidati, essendo questi ridotti a due (massimo tre) per collegio.

Il rischio è che tutto si riduca a nuovi esiziali cedimenti della politica alla magistratura politicizzata. L'impegno da parte dei partiti a non candidare indagati o rinviati a giudizio, o una legge che sancisca l'incandidabiltà dei condannati, possono alimentare l'appetito di protagonismo di certi magistrati dal grilletto facile, mettersi nelle mani di certe procure, concedergli un vero e proprio diritto al vaglio delle candidature, un po' come il controllo esercitato sui candidati dal Consiglio dei guardiani in Iran. Attenzione.

Wednesday, February 24, 2010

L'errore madornale di Bonino è un dazio a Pannella

Con l'intervista di oggi a la Repubblica Pannella ha gelato il Pd: «Assolutamente no», gli elettori del Lazio «non possono avere la certezza di poter votare Emma. Quello che faremo non lo sappiamo noi e non lo può sapere nessun altro». La Bonino, dunque, potrebbe ancora decidere di ritirarsi dalla partita a causa delle illegalità nelle procedure elettorali denunciate dai radicali. Bersani, che porta la responsabilità di aver convinto il suo partito a sostenere la candidatura della leader radicale, ovviamente non può far altro che negare che ci sia un "caso Bonino", sostenere i radicali in una battaglia per la legalità «che merita ascolto», e garantire l'impegno degli amministratori locali del Pd per l'autenticazione delle firme a sostegno delle loro liste. Ma a questo punto esige una conferma della candidatura e la Bonino, pur non rinunciando al suo sciopero (per potersi guardare allo specchio e dire di aver «fatto di tutto per i diritti dei cittadini»), sembra volerlo rassicurare, dicendosi «persona leale» («se prendo un impegno lo porto a termine»). Parole che sembrano smentire l'ipotesi ritiro evocata (o forse minacciata) da Pannella.

Sabato, alla scadenza della presentazione delle liste, sarà tutto finito. Ma bisognerà vedere con quali strascichi nei rapporti con il Pd e quantificare i danni sulla campagna elettorale. Nel Pd infatti c'è chi ritiene che la battaglia legalitaria come tratto più riconoscibile della campagna possa risultare efficace nel momento in cui s'impongono fragorosamente all'attenzione dell'opinione pubblica nazionale inchieste su corruzione e riciclaggio. Ho sempre creduto invece che insistere sul profilo radicale della Bonino, già piuttosto marcato, avrebbe considerevolmente ridotto la sua capacità di mobilitazione dell'elettorato di centrosinistra e di attrazione di quello di centrodestra, in un modo che potrebbe risultare determinante, visto il testa a testa che risulta dagli ultimi sondaggi.

C'è da dire che la Bonino non è mai stata realmente in vantaggio. Se nelle prime settimane risultava dai sondaggi sopra alla sua avversaria di qualche punto era perché la Polverini era ancora poco nota. Ma quando gli elettori hanno cominciato a capire che era lei la candidata del centrodestra, l'illusione è finita e i margini tra le due candidate si sono avvicinati a quelli che dividono le due coalizioni. La mia personale previsione è che la Polverini vincerà di 4-5 punti (a meno di clamorosi autogol).

Ho fin dall'inizio sostenuto che la principale difficoltà della Bonino in questa campagna sarebbe stata quella di ottenere il totale e convinto appoggio da parte di tutto il Pd e dei partiti di sinistra, riuscire a mobilitare tutte le forze interne, e che per questo non avrebbe avuto alcun bisogno di insistere sul suo "brand" d'origine, già sufficientemente noto, perché se lo avesse fatto sarebbe emersa quella "diversità radicale" che rischia anzi di alimentare i malumori nei confronti della sua candidatura e alienarle sia i voti moderati che quelli di sinistra. «Non credo che commetterà questo errore», scrivevo alcune settimane fa. Mai avrei pensato che potesse caderci, eppure eccoci qua, sia pure per far piacere a Pannella, mosso evidentemente dall'invidia ma in difficoltà anche per una linea che traballa sempre di più.

Rivelatore un passaggio della sua intervista di oggi a la Repubblica: «Sia chiaro: la Bonino è la Bonino, non è mica una di loro. E' solo un'alleata che testimonia, con la sua candidatura, una virata positiva del Partito democratico». La Bonino è la candidata di tutto il centrosinistra, voluta dal Pd, e quale miglior modo, per rimarcare la sua identità radicale, se non farle mettere in gioco la sua campagna pur di prendere parte all'ennesima battaglia nonviolenta e legalitaria dei suoi compagni e di aiutare il suo partitino nella dura lotta delle liste minori in cerca di visibilità? La denuncia del "regime" e della non-democrazia italiana - almeno nei termini assunti negli ultimi anni, che portano Pannella a minacciare addirittura di restituire il passaporto e di andare in esilio all'estero - stenta a sembrare credibile al cospetto della carriera della Bonino: commissaria europea con Berlusconi, ministro del governo Prodi, ora vicepresidente del Senato e candidata del centrosinistra alla presidenza del Lazio. E' questa stonatura a preoccupare Pannella e lo sciopero della sete è un dazio che Emma (e il Pd) deve pagare per attenuarla.

Friday, February 19, 2010

Dov'è l'imbroglio

Il «sottobosco paraistituzionale», come lo definisce oggi Massimo Franco sul Corriere, o il sistema «gelatinoso», espressione coniata dall'architetto Paolo Desideri e raccolta in una intercettazione del 2007, esiste, a prescindere dal consumarsi o meno di fatti penalmente rilevanti. Si tratta di comportamenti politicamente disdicevoli, che però sono quasi sempre trasversali, come provano le stesse figure di Balducci & soci, funzionari apprezzati da governi e amministrazioni locali in modo bipartisan.

E' un contesto tipico italiano, quello delle commistioni tra politica e affari quando ci sono "torte" da spartire. La politica "maneggia" e crea "vie gelatinose", corsie privilegiate per permettere alle imprese "amiche" di aggiudicarsi succulenti appalti. Non è detto che in tutto questo si violino in modo dimostrabile le procedure o si prendano delle mazzette, perché il compenso reciproco di una rete clientelare va ben oltre qualche migliaio di euro, che al contrario sarebbe una pistola fumante pericolosamente vistosa.

Dov'è allora il problema? Che per colpire politicamente Berlusconi, finora rivelatosi immune agli attacchi frontali diretti contro la sua persona, si prendono di mira i suoi più stretti collaboratori, non si esita a sfregiare due innegabili successi della sua "politica del fare" - ma in realtà, per una volta, successi dello Stato - facendo credere alla gente che questo sistema «gelatinoso» può essere circoscritto alle emergenze gestite dalla Protezione civile - o può addirittura esserne il frutto - e non riguarda, invece, anche la normalità degli appalti pubblici in Italia. Un'operazione o ingenua, a voler pensar bene, o in malafede. Almeno per dovere di cronaca, ogni volta che si scrive o si parla di sistema «gelatinoso» bisognerebbe ricordare che si fa riferimento a un'espressione nata durante le conversazioni intercettate tra alcuni architetti e imprenditori convinti di aver partecipato a gare d'appalto pilotate da Veltroni e Rutelli. Non dico che ciò sia vero, dico solo che giornalisticamente è lì che nasce quel termine e andrebbe ricordato ogni volta che si pretende di associarlo a Bertolaso.

Credo che difficilmente si troveranno mazzette, ma il sistema esiste e chi vive e lavora a Roma sa bene come, *grazie a chi*, si lavora nell'ambito delle commesse pubbliche o dell'edilizia. E questo nella normalità, non nelle emergenze o nei cosiddetti "Grandi Eventi". Quindi, finiamola, per colpire Bertolaso - e tramite lui Berlusconi - di dire che la "gelatina" la producono le norme e procedure eccezionali di protezione civile, o il superego del suo capo.

Laddove si gestiscono torte enormi di denaro pubblico, guarda un po', si riescono a far lavorare le ditte amiche. In modi legali o ai limiti della legalità. Lo sanno tutti, facciamocene una ragione. Come tutelare la cittadinanza? Bisogna riconoscere - laicamente - che c'è un solo modo. Che non è quello di appesantire le procedure, nell'illusione che fatta la legge più severa non si trovi l'inganno. Anzi, più sono astruse e farraginose, più garantiscono ai malintenzionati spazi di manovra coperti. E rimane il problema di chi è chiamato da noi cittadini a "fare", a farle per davvero le cose utilizzando i soldi pubblici.

Si potrebbe cominciare intanto per diminuire drasticamente l'enorme torta che mettiamo nelle mani dello Stato, la spesa pubblica. E poi, semplificare prima, per concentrare più risorse ed energie a controllare - e a punire - successivamente. L'interesse pubblico è che l'opera sia effettivamente realizzata, in tempi e costi ragionevoli. Ma che sia realizzata, che ci sia qualcosa di tangibile. Quindi, si *deve* poter fare, rispettando poche e semplici regole, responsabilizzanti. Perché in questo modo, non appesantendo di costi il processo, possiamo investire più soldi in controlli a tappeto e più efficaci.

Thursday, February 18, 2010

E' la "green economy", bellezza

La notizia che l'amministrazione Obama ha deciso di investire oltre 8 miliardi di dollari per la costruzione di due nuove centrali nucleari dopo 30 anni sembra essere passata quasi inosservata nel nostro Paese, tutto impantanato nel fango dei processi mediatici. Uno stanziamento che parrebbe destinato addirittura a triplicarsi, secondo il Wall Street Journal, che riferisce di fondi per 54 miliardi pronti ad entrare nel prossimo Bilancio federale. E' la "green economy", bellezza. E chi è consapevole che non basta "green", ci vuole anche "economy", cioè sviluppo, sa che il nucleare non può mancare tra i pilastri dell'"economia verde". Quando pensa all'energia pulita, in grado cioè per lo meno di non aggravare l'inquinamento atmosferico e l'effetto serra, e per chi ci crede il surriscaldamento globale, il presidente Usa ha in mente anche il nucleare, al contrario dei nostri ambientalisti da strapazzo ma anche della nostra sinistra che si proclama "di governo".

«E' un problema bipartisan, non riguarda una parte o l'altra, ma il futuro di un Paese in termini di sviluppo, occupazione e ambiente», spiega il segretario per l'Energia Usa, Steve Chu, al Financial Times. «Non possiamo permettere che le divergenze frenino il progresso», osserva Obama: «Su un tema che condiziona la nostra economia, la nostra sicurezza e il futuro del pianeta non possiamo restare bloccati dall'annoso dibattito tra destra e sinistra, imprenditori e ambientalisti».

Prevale invece da noi un ambientalismo irresponsabile, anticapitalista e antimodernista, direi reazionario e superstizioso. La scelta di Obama metterà senz'altro in imbarazzo il Pd, che ha appena deciso di puntare sul "no" al nucleare in questa campagna per le regionali. In imbarazzo quindi tutti i candidati presidente, come Emma Bonino, chiamati a conciliare il loro tabù antinuclearista con l'ammirazione per Obama. Difficile però che i loro avversari di centrodestra riescano ad approfittarne appieno, visto l'imbarazzo con cui a loro volta hanno accolto i primi decisi passi del governo sulla via del ritorno al nucleare.

Nel Pd il dibattito interno si svolge su tutto tranne che su temi, come il nucleare, su cui dovrebbe svolgersi, quindi è inutile aspettarsi ripercussioni. E' più facile che la sinistra cominci a ripudiare Obama piuttosto che cambi idea sul nucleare.

Pazzo per la Corea del Nord

Enzo Reale ha pubblicato sul suo blog, 1972, la quarta e ultima puntata della sua intervista ad Alejandro Cao de Benós, catalano e ad oggi l'unico funzionario occidentale nel governo della super blindata Corea del Nord. Prendetevi un po' di tempo per la lettura integrale dell'intervista, ne vale la pena. Qui la prima, la seconda e la terza parte.

Tuesday, February 16, 2010

Uno tsunami di mistificazioni

Par condicio, «sistema gelatinoso», Protezione civile Spa, una mistificazione al giorno e centrodestra all'angolo

Più o meno mi pare sia andata così: un'inchiesta nata a Firenze tre anni fa su magagne fiorentine, versante Pd, di intercettazione in intercettazione (con il solito, discutibile metodo dello "strascico" o "a cascata", per cui finiscono intercettati i conoscenti dei conoscenti dei conoscenti, e così via, dell'intercettato iniziale) arriva a sfiorare Bertolaso, a torto o a ragione l'eroe, il simbolo di quel "governo del fare" tanto caro a Berlusconi, che può vantare tra i pochi successi fino ad ora interamente o quasi a lui ascrivibili le pronte risposte alle emergenze dell'Aquila e dei rifiuti in Campania, proprio grazie a Bertolaso. Visto che con il premier le hanno tentate tutte, senza scalfire il consenso di cui gode, provano a macchiare l'immagine di Bertolaso e della Protezione civile, "monumenti" viventi della "politica del fare" e del decisionismo di matrice berlusconiana.

Sui quattro arrestati in effetti c'è qualche indizio pesante, ma la sensazione è che Bertolaso sia stato tirato in mezzo letteralmente per i capelli, per dare in pasto all'opinione pubblica una figura di spicco, così da colpire il governo alla vigilia delle elezioni regionali, perché da soli gli arresti di Balducci e De Santis, uomini di Rutelli o al più trasversali, sarebbero passati quasi inosservati.

Tanto ci siamo assuefatti a questa giustizia politica e ad orologeria che un paio di particolari rischiano di sfuggirci. Prima di tutto, rimango convinto che non sia normale, e comunque non rassicurante sotto il profilo delle garanzie, che una procura proceda con arresti e avvisi di garanzia pur sapendo di essere territorialmente incompetente, tanto che il giorno dopo trasmette gli atti ad un'altra. Non so - e neanche il diretto interessato pare saperlo - se la parte di inchiesta riguardante Bertolaso rimarrà a Firenze o andrà a Perugia. Mentre lor signori si decidono, una conseguenza certa è che passerà del tempo - prezioso sia politicamente che personalmente - prima che Bertolaso possa vedere un giudice per provare a scrollarsi un po' di fango di dosso, come implora in questi giorni («Voglio essere sentito al più presto dai magistrati per chiarire e dimostrare la mia estraneità alle accuse. Il problema, però, è che ancora non si sa qual è la procura competente»).

Incredibile inoltre come i magistrati di Firenze, in collaborazione con i soliti gruppi editoriali e l'accoppiata Pd-IdV, il gatto e la volpe, siano riusciti a mettere in conto a Bertolaso e alla Protezione civile espressioni-chiave dell'inchiesta, come «sistema gelatinoso» e «cricca», che abbiamo letto sui giornali e sentito in tv a ripetizione in questi giorni. Ebbene, quanti sanno che tali espressioni emergono per la prima volta nelle intercettazioni a disposizione della procura di Firenze dal 2007, e che non si riferiscono a Bertolaso, né alla Protezione civile, ma a Veltroni e a Rutelli? Magari gli intercettati vaneggiavano, ma perché la «ripassata» con Francesca e il bikini di Monica escono subito sui giornali, e le intercettazioni in cui si parla degli appalti acchittati da Veltroni e Rutelli rimangono sepolte per quasi tre anni? E perché, quando escono, il «sistema gelatinoso» e la «cricca» diventano quelli di Bertolaso?

L'impressione è che anche stavolta l'ondata mediatico-giudiziaria si ritorcerà contro chi l'ha aizzata e cavalcata. Certo, forse riusciranno a mobilitare il popolo arrabbiato e frustrato della sinistra, ma otterranno anche l'effetto uguale e contrario, cioè di mobilitare il ben più compassato popolo di centrodestra, che com'è noto è solito snobbare le elezioni regionali e amministrative, a meno di una forte politicizzazione nazionale e una polarizzazione su Berlusconi.

Un altro effetto, più immediato, dell'attacco a Bertolaso è lo stralcio dal decreto emergenze della "Protezione civile servizi Spa", su cui governo e maggioranza hanno ceduto principalmente per le divisioni emerse al loro interno. Ma anche qui è andata in scena una gigantesca mistificazione che il centrodestra non ha saputo arginare sul piano della comunicazione. C'è voluto lo stesso Bertolaso, infatti, per spiegare che non si trattava di "privatizzare" la Protezione civile, come in malafede sostenevano le opposizioni e la solita stampa (di qualche ora fa l'ennesimo sondaggio), ma di affiancarle una struttura «aggiuntiva», «di servizio» appunto, «per rendere la Protezione civile, quella vera, più agile, più funzionale e più concentrata sulle vere attività di propria competenza».

Anzi, dirò di più. Proprio alla luce del rischio corruzione, che molti hanno evocato anche nella maggioranza per affondare la Spa, una società privata di servizi di cui la Protezione civile avrebbe potuto avvalersi come "general contractor" avrebbe offerto maggiori garanzie. Più agevole, infatti, tenere sotto controllo i costi avendo a che fare con un unico interlocutore e non con una miriade di gare pubbliche e ditte appaltatrici. Ma la possibilità di un dibattito nel merito è stata del tutto travolta dall'inchiesta e dalla malafede del circo politico-mediatico-giudiziario, esattamente come avvenuto sul regolamento della Vigilanza che ha esteso la par condicio ai talk show politici, e non li ha soppressi, come invece è stato ripetuto per giorni a reti unificate. Ma di questo ho già parlato.

Abbiamo assistito quindi, in questi giorni, oltre che alla solita giustizia politicizzata, al trionfo dell'ipocrisia e dell'arroganza: prima sulla par condicio; poi sulla Protezione civile. Si è approfittato dell'inchiesta che con tempismo perfetto ha coinvolto Bertolaso, e si è fatto leva demagogicamente su singoli episodi di corruzione, per scaricare la propria invidia politica contro quel poco che bene o male ha funzionato. Pur di ergersi a campioni di moralità pubblica quali non si è, ci si tiene aggrappati a procedure burocratiche a danno dell'efficienza e della rapidità d'azione (e in definitiva anche della trasparenza) che pure all'occasione si esigono eccome dalla Protezione civile e dal governo. D'altronde, per esempio, trattare come emergenze i "Grandi Eventi", per consentire alla Protezione civile di realizzare opere in tempi brevi, è stata una politica anche del governo Prodi, e dell'allora ministro Bersani, che oggi si finge scandalizzato.

Monday, February 15, 2010

Il piano B (se c'è) stenta a prendere forma

Sia Parigi che Mosca, e Washington probabilmente seguirà a momenti, hanno smentito Teheran riguardo una nuova proposta da parte occidentale sul trasferimento dell'uranio all'estero per l'arricchimento al 20%. Evidentemente, una mossa da parte degli iraniani volta a far credere che non sono isolati e che l'Occidente non si è alzato dal tavolo nonostante i "cazzotti" subiti. Propaganda, insomma, resa però verosimile dall'approccio morbido e accondiscendente fin qui seguito. Non si può del tutto escludere in effetti che una trattativa prosegua sotto banco.

Il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, da Doha denuncia che la Repubblica islamica si sta avviando «verso una dittatura militare», con le imprese controllate dai pasdaran che «soppiantano» le istituzioni governative. Un'evoluzione già in atto da tempo e che probabilmente ha giocato un ruolo nel convincere pezzi di establishment a contestare l'autorità di Ahmadinejad e Khamenei.

Nel frattempo, l'Occidente potrebbe finalmente aver deciso di giocare in pressing anche sui diritti umani. All'inutile Consiglio Onu per i diritti umani, infatti, i rappresentanti di Stati Uniti, Francia, Italia e altri Paesi hanno messo l'Iran sul banco degli imputati per la violenta repressione dell'opposizione. In particolare, l'ambasciatrice italiana si è schierata contro la candidatura di Teheran a far parte del Consiglio per il periodo 2010-2013, in quanto «non coerente» per la sua situazione interna. Tramite il suo rappresentante, l'Iran, difeso anche da Cuba e Nicaragua, ha bollato tutto come pressioni strumentali sul dossier nucleare. Non ha torto, ma c'è da augurarsi che sia solo un primo passo.

Se migliaia di persone rischiano di beccarsi una pallottola in corpo pur di manifestare contro il regime nel suo giorno più simbolico, quando le misure di sicurezza sono ai massimi livelli e gli squadristi mobilitati in massa, allora siamo davvero in presenza di una situazione potenzialmente rivoluzionaria che dovrebbe far riflettere l'Occidente, Stati Uniti in testa, anche in relazione alla sua strategia sul nucleare. Le proteste della scorsa settimana hanno avuto luogo non solo a Teheran, ma anche in altre importanti città (Tabriz, Shiraz e Isfahan). Dalle poche notizie giunte, anche perché il regime ha bloccato Internet, anche stavolta la repressione ha colpito molto duramente, con cariche, arresti e morti. Aggredite anche le figure più in vista dell'opposizione, come Karroubi e Khatami, e i loro parenti. Ma tutto questo sembra non fiaccare la determinazione del movimento.

Nei giorni scorsi, all'avvio dell'arricchimento dell'uranio al 20% da parte di Teheran, l'amministrazione Obama ha voluto dare un segnale, adottando sanzioni unilaterali nei confronti di quattro compagnie e un generale legati ai pasdaran. A prescindere dal processo per nuove sanzioni Onu, che purtroppo è ancora agli stadi iniziali. Obama sta infatti tentando di incassare almeno il premio di consolazione della fallita strategia dell'engagement, cioè l'aver dimostrato al mondo che è l'Iran, e non sono gli Stati Uniti, a non volere il dialogo. Il che dovrebbe aiutarlo a convincere i Paesi più scettici, come Russia e Cina, a seguire l'Occidente sulla via delle sanzioni. La comunità internazionale «ha fatto i salti mortali» per portare l'Iran a un «dialogo costruttivo», ha sottolineato Obama, ribadendo che «non è accettabile» che l'Iran si doti di armi atomiche. In poche settimane quindi, intima, deve scattare «un significativo regime di sanzioni». «Questa Casa Bianca ha fatto più di ogni altra amministrazione» per tendere la mano a Teheran, gli ha fatto eco il segretario alla Difesa, Robert Gates, spiegando anche lui che gli Usa premono per arrivare a nuove sanzioni «nell'arco di settimane, non di mesi».

Ma le discussioni sulle nuove sanzioni sono ancora «in una fase molto iniziale», ammettono fonti dell'amministrazione Usa. Fallito l'engagement, se il piano "B" di Obama sono le sanzioni, per ora non si vede come possa convincere Pechino, né quale sia l'obiettivo ultimo. E se l'Occidente fosse per la prima volta nella posizione di mettere il regime, grazie alla sua instabilità, con le spalle al muro: resa sul nucleare o muerte alla rivoluzione?

Tutti a scuola... di residui ideologici

Ecco la paccottiglia ideologica che finisce nelle mani degli studenti nelle nostre scuole pubbliche, mentre continua l'inganno del «pluralismo educativo».

Su il Velino:

Il testo di studio per le scuole superiori "Geografia dei continenti extraeuropei", a cura di Gianni e Francesca Sofri, è farcito di errori e omissioni tali da lasciare sbigottiti. Questo libro edito da Zanichelli, che annovera tra le sue firme anche autori come Lucia Annunziata ed Enrico Deaglio, in ossequio all'interdisciplinarità degli studi non si occupa solo di geografia, ma è corredato da ampie dissertazioni storiche sui Paesi di cui si occupa. Purtroppo, proprio in questa parte storica si trovano gravissimi errori, oltre a omissioni e inesattezze tali da porre il dubbio che talvolta intenda indirizzare gli studenti a favore di un certo credo ideologico. Ad esempio...
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Friday, February 12, 2010

Diavolo d'un riscaldamento globale

Questa mattina a Roma ci siamo svegliati sotto un'abbondante e intensa nevicata. Fiocchi giganti che dopo circa tre ore cominciano ad attecchire sui tetti, sulle tende di giornalai e negozi, e sulle vie pedonali del centro. Sono passato per Piazza Venezia e Via del Corso che sembrava una bufera. Paesaggio spettacolare volgendo lo sguardo verso Colosseo, Piazza Montecitorio e Quirinale. Nei bar e sui mezzi pubblici non si parla d'altro, eccitazione delle scolaresche. Era dal 1986 che non nevicava così a Roma, un evento eccezionale che corona un inverno tra i più piovosi e rigidi degli ultimi anni.

Dev'essere senz'altro colpa di questo surriscaldamento globale di cui tanto si parla. A parte Roma, ictu oculi è stato uno degli inverni più rigidi e nevosi in tutta Europa, nel Nord America, fino in Cina. Ci spiegheranno che non inverte la tendenza al riscaldamento del pianeta, ma intanto lo registriamo. Se è per ridurre le emissioni di CO2 nelle nostre città, siamo d'accordo, non può farci che bene, ma ancora non ce la beviamo quella che rischia di passare alla storia come la più grande balla del secolo.

Thursday, February 11, 2010

"Par condicio" tranne che nei talk amici

L'arroganza del Pd e dei superpagati anchormen politici Rai (da Vespa a Santoro passando per Floris), che si comportano come fossero a casa propria, non conosce limiti. Questa storia del regolamento approvato dalla Commissione di Vigilanza per la campagna elettorale che sospenderebbe a loro dire le trasmissioni di approfondimento politico è emblematica. Una premessa indispensabile: per me la par condicio è una legge stupida, demenziale. Una trasmissione, che sia talk show o una tribuna, in cui debbano essere presenti, e con lo stesso spazio, i rappresentanti di tutti i partiti, fino all'ultimo partitino dell'1%, non soddisfa affatto il diritto dei cittadini a essere informati, bensì crea solo confusione e realizza l'opposto dell'idea del "conoscere per deliberare".

Mi sembra sbagliata anche la vecchia idea di Berlusconi secondo cui il tempo a disposizione delle forze politiche debba essere suddiviso proporzionalmente alla loro percentuale elettorale (cosicché il Pdl avrebbe il 38 e il Pd il 26%). Per essere efficace l'informazione politica in tv, si dovrebbe tener conto delle specificità del mezzo televisivo e arrivare a una sintesi delle posizioni politiche più rilevanti nella società, concedendo eguale spazio e tempo - adesso sì - in duelli testa-a-testa a quei candidati e coalizioni politiche (due e in qualche caso tre) che si contendono effettivamente il governo e il controllo degli organi legislativi delle istituzioni per le quali si vota. Assurdo, poi, che siano vietati gli spot televisivi, dando vita così allo scempio dei manifesti che vediamo nelle nostre città. Al contrario, io abolirei i manifesti.

Detto questo, però, non si può non sottolineare che proprio il centrosinistra ha imposto la par condicio e dimostra davvero un'incredibile faccia tosta ora ad opporsi all'estensione di quelle stesse regole anche ai talk show politici, che finora hanno goduto di una deroga in ragione di una capziosissima distinzione tra "comunicazione" e "informazione" politica. Eventualmente la par condicio si può cambiare, ma va applicata a tutti. Ha ragione Beltrandi quando fa notare che la rivolta del Pd e degli anchormen dimostra che la grande maggioranza di questi talk è condotta da giornalisti di sinistra.

E' falso inoltre che il regolamento impone alla Rai di sospendere queste trasmissioni nei 30 giorni prima del voto. In realtà, lascia aperte ai conduttori tre opzioni: rispettare le regole della par condicio; ospitare al proprio interno uno spazio di tribuna; spostarsi nel palinsesto lasciando per un mese il "prime time" alle tribune. Nulla di così tremendo, a meno che non pretendano di avere loro stessi uno spazio autogestito in piena campagna elettorale per attaccare i loro nemici politici. Falso anche che il regolamento sia un favore a Mediaset. Per prassi infatti l'Agcom applica, nello stabilire le regole elettorali per le tv commerciali, il modello fissato dalla Vigilanza per la Rai.

Wednesday, February 10, 2010

Svolta filorussa in Ucraina. Ora Mosca vorrà stravincere?

L'ormai acquisita vittoria del filorusso Yanukovich alle presidenziali in Ucraina significa che la rivoluzione arancione è stata definitivamente sconfitta e che non è servita a nulla? E' innegabile che molte delle aspettative che di allora sono rimaste disattese. Non ho mai creduto però che i successi e l'eredità della rivoluzione arancione fossero legati alla sorte politica dei due leader che si trovarono alla sua guida. Quindi, la fine della presidenza Yushenko e la sconfitta della Timoshenko non segnano sic et simpliciter la sconfitta della rivoluzione arancione.

Ad anni di distanza resta una tappa importante, forse decisiva e irreversibile, nel cammino dell'Ucraina verso la democrazia e una piena autodeterminazione. Un processo di tutta evidenza non ancora concluso e che non si può meccanicamente misurare con l'avvicinamento del Paese all'Occidente o alla Russia. Non tutto è andato perso. Sembra, infatti, stando agli osservatori dell'Ocse, che le elezioni questa volta siano state sostanzialmente corrette, che non ci siano stati brogli rilevanti. E forse un altro effetto positivo di quella "rivoluzione" è aver costretto Yanukovich ad assumere un profilo più moderato, più "ucraino" e filoeuropeo, e ad attenuare, sia pure solo in superficie, il suo legame con la Russia.

Yanukovich terrà il Paese lontano dalla Nato. Ma perché, la Nato ha forse dimostrato di volere diversamente? Il nuovo presidente però sembra aver abbandonato la sua intransigenza filorussa e la concezione dell'Ucraina come stato satellite di Mosca, e aver sposato una linea pragmatica rispetto al posizionamento del suo Paese tra Occidente e Russia, riconoscendo l'importanza di una riconciliazione nazionale tra le due parti del Paese, quella che si sente "europea" e quella che si sente "russa", sulla base del compromesso "Ue sì, Nato no". Si rende conto infatti dei vantaggi di una futura integrazione dell'Ucraina nell'Ue, e sembra intenzionato ad andare avanti su quella strada, senza compromettere i rapporti con Mosca, che in questi termini sembra disposta a dar sfogo alla vocazione filoeuropea e occidentale che rimane forte almeno in una metà degli ucraini.

Difficile distinguere le colpe del mancato definitivo posizionamento dell'Ucraina nella sfera occidentale, a totale scapito dell'influenza russa. Mi pare evidente che Yushenko e Timoshenko abbiano entrambi fallito alla prova della leadership, soprattutto nel dare stabilità al nuovo assetto politico che si era creato all'indomani della rivoluzione arancione. E' anche vero, come loro attenuante, che Mosca ce l'ha messa tutta per destabilizzarlo e c'è riuscita, complice l'indifferenza e la passività europea e, ultimamente, anche americana. La responsabilità dell'Occidente - e dell'Europa in particolare - è senz'altro quella di aver evocato una prospettiva, senza aver avuto il coraggio di perseguirla coerentemente e concretizzarla, sfidando l'ira di Mosca.

Trascorsi i giorni ed evaporato l'entusiasmo della rivoluzione arancione, Ue e Usa hanno buttato al vento l'occasione, non offrendo sponde concrete alle aspirazioni filoeuropee e occidentali della parte di Ucraina uscita in quel momento vittoriosa. A sancire il disimpegno la decisione in sede Nato di non mettere in agenda l'adesione di Kiev all'alleanza. Rimane una domanda: sarà un disimpegno bilaterale quello nei confronti dell'Ucraina, cioè sia occidentale che russo? Staremo a vedere, ma ne dubito.

Tuesday, February 09, 2010

Le attenzioni dei Basiji ci onorano

Finalmente l'Italia sul regime iraniano ha una posizione chiara ed ecco che riceviamo lo stesso trattamento riservato agli altri grandi Paesi europei. Oggi infatti, anche la nostra ambasciata a Teheran, come quella francese, la tedesca e l'olandese, ma spesso anche quella britannica, ha subito l'avvertimento mafioso del regime. Al grido «morte all'Italia, morte a Berlusconi», come ha riferito questo pomeriggio alle commissioni esteri il ministro Frattini, le milizie Basiji hanno tentato di assalire la nostra ambasciata a Teheran a colpi di pietre. A disperdere i miliziani, travestiti da civili, è stata la polizia iraniana. Ma è sempre il regime, che con una mano aggredisce e con l'altra fa vedere di voler mantenere una parvenza di legalità, che decide se e quando fermare i miliziani. Oggi ci ha mafiosamente ricordato di poter aggredire quando vuole la nostra ambasciata, facendoci capire di non aver voluto affondare il colpo.

Che siano state le parole nette pronunciate da Berlusconi durante la sua visita in Israele, o la nota congiunta Usa-Ue di ieri sulle violazioni dei diritti umani in Iran, o la tensione crescente sul programma nucleare a innescare la reazione delle squadracce del regime contro la nostra ambasciata, poco importa. C'è da salutare con orgoglio, come una novità e persino un salto di qualità della nostra politica estera, il fatto che finalmente non ci vengono risparmiate le violenze di un regime terrorista come quello iraniano solo in ragione della nostra ben nota ambiguità, come accadeva con i palestinesi e fino ad oggi anche con l'Iran.

L'Iran tira il suo cazzotto, l'Occidente all'angolo

Ci sarebbe da ridere se la situazione non volgesse al drammatico, ripensando a come media e ministri degli Esteri avevano accolto la settimana scorsa l'ennesima finta «apertura» di Ahmadinejad sul nucleare. Il balletto continua e pochi giorni dopo Teheran ha deciso di assestare il «cazzotto». Ahmadinejad l'aveva preannunciato nei giorni scorsi, e dopo la notifica formale di ieri all'Aiea, ecco l'annuncio ufficiale dell'avvio del processo di arricchimento dell'uranio al 20%, mentre Khamenei nel frattempo torna a minacciare l'Occidente e l'opposizione al regime.

L'Iran dunque rinnova la sua sfida e la comunità internazionale - l'Occidente - a questo punto è di fronte a un test di credibilità. Non procedere in tempi brevi a nuove sanzioni sarebbe un segnale deleterio. Tuttavia, se la Russia sembra ormai disponibile, evidentemente appagata dalla rinuncia Usa allo scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca, rimane l'ostacolo della Cina. Può essere anche l'irremovibilità cinese sulla questione iraniana ad aver indotto Washington ad alzare la tensione con Pechino nelle ultime settimane. Ma sono proprio curioso di vedere come l'auspicio espresso oggi (sanzioni «entro qualche settimana, non mesi») dal segretario alla Difesa Usa, Robert Gates, possa coniugarsi con il veto cinese.

Teheran potrebbe aver deciso di forzare la situazione vedendo l'Occidente all'angolo, nell'impossibilità di imporre sanzioni efficaci a causa della copertura cinese, e comunque molto lontano persino dal considerare l'opzione militare. Insomma, almeno per ora agli occhi iraniani la minaccia non è credibile e a Teheran devono essersi convinti che una volta avviato l'arricchimento al 20 per cento del loro uranio al 3,5, dai 5+1 arriverà un'offerta migliore per ottenerne la sospensione.

Intanto, Usa e Ue, per la prima volta congiuntamente e così esplicitamente, condannano le violazioni dei diritti umani in Iran. Una nota formale, che suona però come un avvertimento al regime. Le potenze occidentali potrebbero davvero schierarsi attivamente - almeno a parole, ma sarebbe già qualcosa - al fianco degli oppositori. E' vero, la strategia dell'engagement ha reso evidente il fatto che sia l'Iran a non voler collaborare. Ma ora? Dopo mesi di controproposte più simili a provocazioni, segnali contraddittori, aperture e chiusure, sarebbe ora di svegliarsi e di dimostrare a Teheran risolutezza. Un fardello che pesa interamente sulle spalle di Obama, mentre si rafforza il sospetto che alla fine si voglia addossare a Israele l'onere di compiere il lavoro "sporco".

Monday, February 08, 2010

Avatar, banalità in 3D

Ieri ho visto un film in cui il protagonista è riuscito a volare di nuovo sul grande uccello di nonno. Ironia a parte, ho trovato Avatar un'esperienza unica per il 3D e gli effetti speciali, per i paesaggi e i combattimenti spettacolari. Ma la storia e i dialoghi insopportabilmente sciatti. Un'accozzaglia di triti e ritriti miti ecologisti, banalità ambientaliste, pacifiste e anticapitaliste. Evidenti le forzature per arrivare a un esito scontato. Macchiette, più che personaggi, prive di qualsiasi complessità. Nessuno sforzo di immaginazione nelle forme di vita intelligente extraterrestri, il popolo dei Naavi, dalle reazioni e i tic umanissimi al limite della parodia. Sconfortante poi, come a Hollywood non si siano ancora liberati del fantasma di George W. Bush, a tal punto da dover richiamare le sue nefandezze nella memoria dello spettatore, inserendo qui e là qualche riferimento, implicito ma inequivocabile. Dovessi dargli un voto darei 5 (un punto in più per il 3D e gli effetti speciali).

Friday, February 05, 2010

L'errore più grave di Obama

Assolutamente condivisibile quanto scrive oggi Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera, di Obama, sottolineando che «la distratta negligenza con cui il presidente ha trattato gli storici alleati europei dell'America nel suo primo anno di governo è stata forse uno dei suoi più gravi errori politici». Certo, gli europei continuano a mancare della «coesione necessaria per parlare al mondo con una sola voce» e «di nerbo quando si tratta di concorrere con l'America a fronteggiare le minacce». E' pur sempre la "vecchia Europa", e pesano senz'altro i no tedeschi e francesi alla richiesta di un maggiore impegno in Afghanistan.

«Nonostante i suoi continui omaggi al multilateralismo, Obama è stato fin qui altrettanto "unilateralista" del suo predecessore Bush. Ha pensato che i vecchi alleati democratici fossero solo un ingombro, non un punto di forza» per l'America. Con la differenza che nonostante il suo "unilateralismo", Bush di amici sinceri in Europa ne aveva molti, anche se non a Parigi, Berlino e Bruxelles.

Perso nella sua visione irenica, inebriato dall'esaltazione che da subito ha avuto intorno, santificato ancor prima di fare miracoli, si è illuso che bastasse la potenza evocativa della sua elezione, il suo ampio sorriso e una mano tesa, come dopo una partita di baseball, non solo per risolvere i motivi di tensione con avversari e nemici degli Usa, ma persino per costituire un nuovo ordine mondiale in cui risultassero annullate le differenze tra sistemi politici diversi tra di loro. Dunque, mentre vagheggiava di stabilire un rapporto privilegiato con la Cina, di "resettare" i rapporti con la Russia, di risolvere con le buone la questione nucleare con Teheran, Obama ha allentato il legame transatlantico, ha inquietato le altre democrazie alleate dell'America nel mondo, soprattutto nel sudest asiatico.

Panebianco cita Robert Kagan, che in un recente articolo ha criticato la visione di Obama, «che, volendo liquidare l'eredità wilsoniana (la tradizione di interventismo democratico che si fa risalire al presidente Woodrow Wilson) in tutte le varianti, assume l'alleanza e il rapporto privilegiato con le democrazie (europee, ma non solo) come non più vitale per gli interessi dell'America». Obama invece ha cercato intese "realistiche", dimostratesi irrealistiche, «con chiunque (persino all'Iran è stata tesa la mano, ed è stata ritirata solo perché gli iraniani l'hanno morsa) sulla base dell'irenico, e sbagliato, presupposto che sia sempre possibile mettersi d'accordo, trovare comunque una convergenza su interessi comuni. Gli esiti non sono stati fin qui brillanti».

E dimostrano che la natura dei regimi è un fattore imprescindibile di cui tenere conto nelle relazioni tra gli stati, che pesa in modo decisivo sulle possibilità di trovare quella convergenza di interessi, e persino un equilibrio per una coesistenza pacifica. La lezione che americani ed europei dovrebbero trarre da questo primo anno dell'"era" Obama è che per raggiungere certi obiettivi - diciamo di fondo e di lungo periodo - devono ricominciare a muoversi sulla scena mondiale come comunità, una comunità di democrazie.

Ci affidiamo quindi alla conclusione di Panebianco:
«La grande forza dell'America, dopo la seconda guerra mondiale, è sempre consistita nel fatto che, pur trattando e negoziando con le tirannie, essa non perdeva di vista l'importanza del suo rapporto privilegiato con le altre democrazie, europee in primo luogo. L'Amministrazione Obama sembra non averlo capito. Per giunta, e nonostante le tante magagne dell'Europa, quale altro vero alleato l'America potrebbe mai trovare per contrastare la minaccia del terrorismo islamico?... Forse il declino della potenza americana è inarrestabile, come molti ritengono, a causa del deterioramento della forza economica che la sosteneva e dell'emergere di altre potenze. Forse, come pensano altri, non c'è nulla di già scritto, di predeterminato, in queste faccende. E' però plausibile aspettarsi un'accelerazione del declino se la dirigenza americana penserà di poter fare a meno di quel rapporto con l'Europa che per tanto tempo ha contribuito ad assicurare a noi la libertà e agli Stati Uniti il primato».