Monday, February 28, 2005

Libano. La rivoluzione dei cedri

I libanesi in piazzaA Tbilisi e Kiev lo potevamo immaginare, ma che una rivoluzione nonviolenta avvenisse nel cuore violento del Medio Oriente, questa sì che è una notizia-bomba. Bush dall'ufficio ovale si gode l'inizio del "domino democratico". Forse qui in Europa, ma gli autocrati arabi di certo non guardano al "sogno" di Bush come a un'ingenua illusione

Omar Karami, il capo del governo libanese filo-siriano, si è dimesso. Durante il dibattito in Parlamento sull'assassinio, due settimane fa, dell'ex premier Hariri, migliaia di manifestanti hanno occupato la piazza antistante chiedendo libertà, sovranità e indipendenza dalla Siria, che occupa il Libano con migliaia di soldati e con la mano pesante dei servizi segreti, i «Syrial Killer». Il commento di Damasco alle dimissioni (definite «un affare interno») è già una vittoria per i dimostranti. «Il governo avrebbe superato il voto di fiducia, non era quello che temevano - spiega Jihad al Khazen, professore di Scienze politiche all'American University di Beirut - ma hanno perso la fiducia nelle strade, quello è l'imbarazzo. Hanno perso la legittimità e la credibilità». Le prospettive che si aprono ora, con la Siria che sembra non reagire, sono estremamente favorevoli. Un nuovo governo che goda della fiducia delle opposizioni guiderà il Paese alle urne, e questo fa sperare che saranno elezioni democratiche dalle quali potrà scaturire un Libano libero, sovrano e democratico (ai confini con Israele!).

Nel frattempo, gli Stati Uniti non perderanno l'occasione per esigere dalla Siria un ritiro completo. Questo si aspetta la Casa Bianca: un'occasione perché i libanesi si dotino di un nuovo governo che rispecchi le diversità nel Paese e organizzi elezioni «libere ed eque» e prive «di qualsiasi ingerenza straniera». La pressione di Washington su Damasco in questi giorni è fortissima, perché cessi di appoggiare il terrorismo internazionale e di fomentare, dal suo territorio, quello in Iraq, e perché ritiri le proprie truppe dal Libano, in esecuzione della risoluzione 1559 del Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Nel frattempo, Bush dall'ufficio ovale si gode l'"effetto domino" innescato in Medio Oriente dalla guerra contro il terrorismo. Le tessere non fanno che cadere: dopo le elezioni in Afghanistan, in Palestina e in Iraq, ora Libano ed Egitto preparano il loro futuro democratico.

L'evidenza delle armi nonviolente. Ma la vera sorpresa dei fatti di ieri è che all'occidente è bastato sostenere politicamente il popolo libanese per ottenere un risultato insperato. Ciò che può un popolo che reclama la propria libertà non possono anni di appeasement e guerre. Sempre tenendo bene a mente che senza la guerra a Saddam tutto questo non sarebbe mai stato possibile e che probabilmente quella guerra ne eviterà un'altra, contro il regime siriano di Assad. Come non ricordare la fede incrollabile espressa dal presidente Bush, solo poche settimane fa, nella forza dell'universale desiderio di libertà di tutti i popoli? Come non accorgersi che la politica estera di questa amministrazione è antimperialista e anticolonialista? Ancora più sorprendente è il fatto che finora la «rivoluzione dei cedri» abbia assunto i connotati della nonviolenza, sebbene sia difficile ipotizzare un'influenza diretta del "modello" georgiano-ucraino.

Ai soldati che vigilavano la piazza di fronte al Parlamento, e che non hanno impedito l'ingresso ai manifestanti, sono stati donati fasci di rose. I leader dell'opposizione hanno fatto appello alla mobilitazione perpetua. Con al collo una sciarpa rossa e bianca (i colori nazionali già divenuti simbolo della rivoluzione) i libanesi cantavano, gridavano, fissavano le tende per la notte. Elias Atallah, dirigente di "Sinistra democratica", ha annunciato: «Resteremo qui fino al ritiro completo e immediato dell'esercito e dei servizi segreati siriani». «E' solo il primo passo verso la libertà, la sovranità e l'indipendenza», si è sgolato dal palco il deputato di opposizione Ahmed Fat-Fat, membro del gruppo parlamentare dello scomparso Hariri: «I prossimi tre mesi saranno cruciali, dovete essere molto vigilanti, gli agenti dei servizi segreti sono già tra di voi in questa piazza, che non dovrà rimanere mai vuota».

I pre-commenti illustri. In Medio Oriente oggi, secondo quanto scriveva domenica Thomas Friedman sul New York Times, «stiamo assistendo a tre momenti di svolta». Le elezioni irachene hanno trasformato quella storia nella storia di un popolo che lotta per un futuro democratico, con l'aiuto americano, contro i fascisti baathisti e i jihadisti. L'attentato per mano siriana che a Beirut ha ucciso l'ex primo ministro Rafik Hariri ha trasformato quella del Libano nella storia di un'ampia maggioranza di libanesi, cristiani, musulmani, drusi, che grida forte alla Siria e ai suoi fantocci "go home!". La storia per i palestinesi non è più una questione di resistenza all'occupazione, ma di riuscire a costruire un proprio Stato. Bisogna però lavorare, e sperare, perché questi tre «punti di svolta» diventino «irreversibili». Sarebbe «incredibile».

L'ormai ex premier Ayad Allawi scrive sul Wall Street Journal che ora ciò di cui ha bisogno l'Iraq è l'aiuto dei media affinché il dibattito sulla nuova Costituzione sia il più pubblico possibile, in Iraq e nell'intero mondo arabo.
«The whole of Iraqi society needs to be engaged in both the debate and the reconciliation which it should bring. This places a big responsibility on the new, free media in Iraq. But the pan-Arab media has a big role to play as well - something it already appeared to relish during the election campaign. Arabic satellite TV stations such as Al Arabiya were obviously excited and inspired by the sight of real democracy in the heart of the Arab world. By reporting fairly on the elections, they in turn inspired their Arab audience across the Middle East and beyond. Iraqis were proud to see their country dominating the region's airwaves, and indeed the media of the world, for reasons not of war or conflict, but for the fascinating sight of real democracy at work. Leggi tutto
Sul neocon Weekly Standard è intervenuto il direttore-editore Bill Kristol. Mentre molti opinionisti, anche in Europa e a New York, si stanno chiedendo se forse Bush e i neocon non abbiano ragione, non è questo il momento di fermarsi a incassare, ma di andare avanti. E ricorda le parole del leader dell'opposizione libanese Walid Jumblatt, non certo filoamericano, al Washington Post:
«It's strange for me to say it, but this process of change has started because of the American invasion of Iraq. I was cynical about Iraq. But when I saw the Iraqi people voting three weeks ago, 8 million of them, it was the start of a new Arab world... The Syrian people, the Egyptian people, all say that something is changing. The Berlin Wall has fallen. We can see it».
«Se Bush sarà capace di riuscire in Iraq, cacciare la Siria dal Libano, minare il regime dei mullah in Iran, allora gli storici diranno: Bush aveva voluto combattere - e Bush ha avuto ragione... Nella nuova era nella quale viviamo, il 30 gennaio scorso potrebbe essere un momento chiave - forse il momento chiave finora - nel giustificare la dottrina Bush come la giusta risposta all'11 settembre. E ora c'è la prospettiva di un progresso ulteriore e in accelerazione».
L'editoriale di Jackson Diehl sul Washington Post è anche emblematico:
«Come migliaia di arabi hanno manifestato per la libertà e la democrazia a Beirut e al Cairo la scorsa settimana, e i dittatori disperati di Siria ed Egitto si sono dimenati sotto le pressioni interne e internazionali, è difficile non credere che quella trasformazione regionale, che l'amministrazione Bush sperava che si avviasse dall'invasione dell'Iraq, sia cominciata».
Da 40 o 50 anni questi due regimi, Siria ed Egitto, vivevano indisturbati, mentre ora, dopo le elezioni irachene tremano e non possono neanche osare la via della repressione, che avrebbe il solo risultato di accelerare la loro caduta. Come se lo spiegano quanti hanno gridato alla catastrofe imminente per la guerra in Iraq o considerato folle l'idea di democratizzare il Medio Oriente? Quei regimi «potrebbero ancora sopravvivere, ma chiaramente, gli autocrati arabi non guardano al sogno di Bush del domino democratico come un'illusione».

Sunday, February 27, 2005

«Vladimir, non sei il benvenuto»

«Gli Stati Uniti ed i nostri alleati europei dovrebbero cominciare col dire "Vladimir, non sei il benvenuto alla prossima conferenza del G8"».
L'ha ripetuto oggi su Fox News il senatore repubblicano John McCain, autore col democratico Joe Lieberman di una risoluzione al Senato Usa in cui si chiede al G8 di sospendere la partecipazione della Russia, proprio a causa della sua involuzione autoritaria, e da oggi, anche per l'accordo concluso con l'Iran che ha spianato agli ayatollah la via alla centrale nucleare di Bushehr, sulla costa del Golfo Persico.

La questione nucleare iraniana domani sarà all'ordine del giorno della riunione del Board dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Nucleare (Aiea), a Vienna. «Teheran non deve avere armi nucleari... e con mia grande soddisfazione, nel colloquio col presidente Bush, ho potuto constatare che noi vogliamo usare lo stesso mezzo, vale a dire il negoziato», ha dichiarato oggi Schroeder. Rispondendo a una domanda in una conferenza stampa a Bruxelles, nel suo viaggio in Europa, Bush aveva definito «ridicole» la accuse di voler attaccare l'Iran, pur precisando che «tutte le opzioni rimangono sul tavolo».

Con L'accordo russo-iraniano, firmato dal vicepresidente Gholamreza Aghzadeh e dal presidente dell'agenzia atomica russa Alexander Rumyantsev, nonostante Bush a Bratislava avesse premuto Putin per bloccarlo, Mosca legittima le aspirazioni nucleari iraniane insistendo a definirle esclusivamente civili. Usa ed Europa temono che si tratti di un atteggiamento di facciata, che nasconde una politica di potenza che Mosca intende tornare ad attuare in Medio Oriente e nel Golfo persico. Secondo il Washington Post, l'Iran ha già avuto assistenza nel 1987 dal padre dell'atomica pakistana Abdul Qadeer Khan. Un incontro segreto a Dubai tra responsabili di Teheran ed emissari di Khan sarebbe la più forte indicazione, a oggi, che l'Iran possiede un programma di armi nucleari.

La prima centrale atomica iraniana diventerà operativa nella seconda metà del 2006. La Russia si è impegnata a fornire il materiale fissile per alimentare l'impianto. La prima consegna è prevista sei mesi prima della data prevista per l'entrata in funzione, quindi fra un anno. Condizione essenziale alla quale l'Iran si è dovuto impegnare per arrivare alla firma dell'accordo è la restituzione del materiale fissile una volta utilizzato, una garanzia secondo Mosca sufficiente che esso non potrà essere utilizzato per ricavarne plutonio da impiegare per la costruzione di armi atomiche. Inoltre la Russia godrà della priorità per la costruzione di nuove centrali in Iran. Oltre all'impianto di Bushehr, costato 800 milioni di dollari e con una potenza di 1.000 megawatt, la Repubblica islamica ha in programma di realizzare altre centrali per arrivare a una capacità produttiva di 7.000 megawatt entro il 2020.

Kirghizistan al voto. Quanto può attendere la democrazia?

Chiusi i seggi in Kirghizistan per le elezioni parlamentari (75 membri della Jogorku Kenesh, l'assemblea legislativa monocamerale), un test importante a otto mesi dalle presidenziali. L'opposizione denuncia brogli e irregolarità. «Questa non è un'elezione libera, corretta e trasparente», denuncia l'ex ministro degli Esteri, Rosa Otunbayeva, che ha parlato di violazioni della legge elettorale «ovunque nel paese». «Corruzione, contraffazione e minacce si stanno verificando in tutto il Paese oggi», denuncia anche Muratbek Imanaliyev, un altro ex ministro degli Esteri, in una conferenza stampa improvvisata di fronte al Parlamento. In migliaia sono scesi in piazza nei giorni scorsi per protestare contro l'esclusione di alcuni candidati esponenti dell'opposizione. L'affluenza sarebbe sotto il 50 per cento, ma i risultati preliminari dovrebbero essere diffusi domani.

Queste elezioni metteranno alla prova la reale volontà del presidente Askar Akayev di rispettare gli impegni a proseguire sulla via della democrazia. Secondo quanto prevede la Costituzione, non dovrebbe poter concorrere a un terzo mandato. Tuttavia, l'opposizione teme che dalle elezioni odierne esca un Parlamento prono nei confronti del presidente, che cambi la Costituzione permettendogli di ricandidarsi. «Non ho mai avuto, e non ho intenzione di cambiare la Costituzione», ha negato oggi il presidente kirghiso.

Una delle organizzazioni non governative coinvolte nel monitoraggio delle elezioni, la Coalizione per la democrazia e per la società civile, ha confermato che i suoi osservatori hanno rilevato diverse irregolarità nei seggi. L'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), che ha dispiegato nel paese 200 osservatori, fornirà un rapporto domani a mezzogiorno (ora italiana).

Akayev ha accusato l'opposizione di mirare a una rivoluzione con l'aiuto di forze straniere. Una posizione simile a quella russa, tenuta dal Cremlino in occasione della "rivoluzone delle rose" in Georgia e di quella arancione in Ucraina. Il Kirghizistan potrebbe divenire infatti una nuova tessera di quel domino democratico messo in moto da Tbilisi e Kiev. Forse non in questa occasione, ma a ottobre in occasione delle elezioni presidenziali. Non sembra che la mobilitazione popolare e l'attenzione internazionale abbiano ancora raggiunto la massa critica necessaria.

Una domanda tormenta Vladimir Putin: la orange revolution di Kiev si diffonderà ai Paesi vicini, Russia compresa? Con i suoi uomini, Putin è convinto di sì, scrive Michael Meyer su Newsweek International. Gli stessi analisti russi ipotizzano uno scenario-Kiev nello spazio ex sovietico (Bielorussia, Moldova, Asia centrale) e Grigory Yavlinsky, leader del partito liberale moscovita Yabloko, prevede che l'"effetto domino" potrebbe presto raggiungere la Russia. Dopo la Georgia, l'Ucraina, e la Romania, anche Kirghizistan, Bielorussia, Moldova, Azerbaigian e Kazakhstan manifestano cenni di disagio a essere trattate come "ex", e aspirano a un'autodeterminazione piena, fatta sì di buoni rapporti con l'immenso vicino, ma anche di società libere prive di pressioni esterne (lo speciale di RadioRadicale.it: Putin teme l'effetto domino della rivoluzione ucraina)

Se la "rivoluzione delle rose" guidata da Mikhail Saakashvili a Tbilisi, alla fine del 2003, poteva sembrare un caso isolato, i fatti di Kiev hanno reso chiaro che in gioco non c'è il semplice interesse nazionale, ma popoli di una regione intera che hanno deciso per il cambiamento e la libertà. In questi Paesi sono sorti in pochi mesi movimenti, per lo più di giovani attivisti, che si ispirano alla orange revolution ucraina e alle campagne nonviolente. Infatti, le "rivoluzioni" in Ucraina e Georgia non sono state guidate dai tradizionali partiti politici di opposizione, o non solo, quanto piuttosto da grandi gruppi ben organizzati di giovani che hanno occupato le strade e che hanno fatto di internet il principale strumento informativo, organizzativo e persino di aggregazione, aggirando i divieti.

In una recente intervista l'ambasciatore Usa Stephen Young ha avvertito che eventuali intoppi al processo democratico kirghiso potrebbero far peggiorare le relazioni bilaterali. Il Ministero degli Esteri kirghiso ha replicato bollando l'intervista come «un tentativo di interferire negli affari interni del Paese». Il Kirghizistan ospita un'importante base aerea Usa, cruciale per le operazioni in Afghanistan, e una base russa.

Migliaia di manifestanti hanno bloccato per molti giorni la scorsa settimana due importanti autostrade per protestare per l'esclusione di alcuni candidati. I blocchi sono stati rimossi ieri, ma i candidati esclusi hanno annunciato che avrebbero chiesto agli elettori di esprimere la loro insoddisfazione votando contro tutti i candidati. In Kirghizistan, come in altri paesi dell'ex Urss, è permesso il voto contro tutti i candidati. Se la maggioranza in un particolare collegio opta per questa scelta, si deve convocare una nuova elezione.
Fonti: Reuters, Apcom, RadioRadicale.it

Spira un vento nuovo nel mondo arabo

Nel suo editoriale di oggi Magdi Allam spiega qual è la realtà egiziana e quali potrebbero essere gli sviluppi dell'annuncio fatto ieri da Mubarak. Una cosa è certa:
«La decisione di Mubarak è un indubbio cedimento all'energica e risoluta volontà di Bush di diffondere la democrazia nel mondo arabo... E' questo il vero cambiamento. E che si innesta sull'onda lunga della rivoluzione democratica in Iraq. Piaccia o meno, ma il Medio Oriente sta cambiando in meglio, grazie all'America di Bush».
«In tutto il mondo arabo ora spira un vento nuovo», dice Emma Bonino in un'intervista al Corriere:
«Le pressioni interne sono state molteplici: dal movimento Kifaia! ("Basta!") alla nascita del nuovo partito liberale Al Ghad ("Il Domani"), guidato appunto da Nour; dalle critiche dei media e delle donne. Pressioni che si son fatte molto più coraggiose in concomitanza con le richieste americane, molto esplicite, ed europee, più timide, di maggiore democrazia. E credo che sarebbe bene che anche gli europei smettessero di demonizzare pregiudizialmente gli americani, esaltando ad esempio i "resistenti" iracheni, e imparassero a decifrare meglio l'antiamericanismo di regime che ci viene spesso propinato... Tutto ha contribuito a creare nell'area una situazione in cui il puro status quo non era più sostenibile».
Sempre questo giornale, tornato grande con Paolo Mieli, riporta una petizione firmata da 200 intellettuali siriani. «Via dal Libano», scrivono al presidente Bashar Al Assad:
«Ritirare immediatamente le truppe dal Libano e adottare una nuova linea politica che tenga contro degli sviluppi seguiti all'assassinio di Raflk Hariri, per instaurare una relazione sana ed egualitaria con il Paese confinante».
Dagli altri quotidiani vi segnalo l'onestà de il manifesto (Egitto, la "svolta" di Mubarak) e i soliti paraocchi di la Repubblica (Egitto, elezioni presidenziali. Mubarak cambia le regole, solo a pagina 9, mentre in prima Eugenio Scalfari: L'Europa di fronte all'America imperiale).

Onesto il cammino intellettuale di Giuliano Amato, dai ripostigli della Fed (non si è fatto vivo neanche per i Radicali il ciarlatano) al Sole24Ore. «Bush riconosce l'Europa. Ora diamoci una politica» è il titolo. «Positivo», scrive, il gesto di Bush «di venire da noi, rendendo omaggio all'Unione europea e riallacciando rapporti», ma ora dobbiamo (noi europei) affrontare due questioni:
«La prima è come vediamo il mondo, perché lo vediamo in modo ancora diverso; la seconda è come e in quali sedi cercare di comporre le nostre visioni e di impostare il lavoro comune.
(...)
Almeno dai tempi di Wilson l'America si sente investita di una funzione nel mondo, che è quella di diffondervi la libertà e la democrazia e di farlo senza tanti riguardi per lo status quo. Per converso l'Europa, almeno l'Europa uscita dalla seconda guerra mondiale, sente talmente il peso dei conflitti che i suoi Paesi hanno scatenato nella storia passata, del sangue che hanno fatto versare, degli effetti non sempre controllabili della promozione dell'instabilità, da coltivare piu la prudenza che il rischio, più la gradualità che la rottura, più la persuasione che l'aggressione. Si tratta dunque di virtù, ma anche qui non è detto che i risultati siano sempre virtuosi...»
«Non possiamo non accorgerci», conclude Amato che questi atteggiamenti «sono tanto complementari da renderci in qualche modo necessari gli uni agli altri». Volesse il cielo che decidesse di trasformare in politica le sue riflessioni accademiche.

Lo speaker della Right Nation

Straordinario documento, ancora una volta, sul Corriere della Sera: Che terrore un mondo senza Dio. E' un vero e proprio programma politico, anzi una vision, dell'ex speaker repubblicano alla Camera dei Rappresentanti Usa, Newt Gingrich. Proprio ciò che manca ai Democratici. Mi convince sulla politica estera, devo ammettere che non sono così informato sulla politica interna, ma i passaggi su Dio al centro della vita pubblica americana sono inquietanti. Ovvero possono significare il bene o il peggio. Bisogna vedere se quelle parole, tradotte in politiche concrete, conducono al filone tradizionale della forte religiosità americana o preludono a una deviazione integralista.

Gingrich individua 5 minacce...
«che i terroristi islamici e le dittature canaglia entrino in possesso di armi nucleari o biologiche e che le impieghino; che Dio venga allontanato dalla vita pubblica americana e ci riduca alla civiltà della noia che adesso caratterizza un'Europa in declino; che l'America perda il senso patriottico grazie al quale vede se stessa come una civiltà unica; che la supremazia dell'economia americana ceda di fronte alla Cina e all'India a causa del fallimento delle scuole e dell'indebolimento della leadership scientifica e tecnologica; che gli oneri imposti da un'America che invecchia sulla previdenza sociale, sulla sanità e sui relativi programmi governativi facciano fallire l'intero sistema».
... Sono 5 anche le soluzioni:
«Difenderemo l'America e i nostri alleati da coloro che ci distruggerebbero. Per ottenere la sicurezza, svilupperemo i sistemi e le risorse di intelligence, diplomazia, informatica e difesa nazionale... trasformeremo la previdenza sociale in un sistema di conti di risparmio personali che permetteranno a ciascun lavoratore di avere un reddito pensionistico più alto dal loro lavoro... ricentreremo l'America sul Creatore da cui hanno origine tutte le nostre libertà. Insisteremo per avere una magistratura che capisca la centralità di Dio nella storia americana e riaffermi la legittimità di riconoscere il Creatore nella vita pubblica; istituiremo un'istruzione patriottica per i nostri figli e per i nuovi americani... i principi della cittadinanza americana... sulla conoscenza dei padri fondatori e dei valori essenziali della civiltà americana... affronteremo le tre sfide dell'economia, l'esplosione del sapere scientifico e tecnologico, un mercato mondiale sempre più competitivo e l'ascesa della Cina e dell'India, realizzando...» Leggi tutto

L'ulivismo, il grande inganno

Riporto dall'editoriale di William Longhi sul suo sito.
«L'Unione è politicamente strozzata dal movimentismo antioccidentale e anticapitalista di Rifondazione e correntone Ds in politica estera, dal tradizionalismo cattolico, che ama sovradimensionare il proprio ruolo, sulle libertà civili, e dal cattolicesimo sociale sulle scelte di politica economica.
(...)
L'Unione trova il suo cemento in un mix degradante di antiberlusconismo militante e pregiudiziale e di clericalismo intransigente e bigotto. entrambi trovano negli eredi della sinistra democristiana un pilastro indistruttibile che sottopone il resto del centrosinistra ad una forma di ricatto identitario.
(...)
il riformismo deve caratterizzarsi definitivamente come forma di liberalismo progressista che riconosce il mercato come prioritario interesse pubblico, o muore di inutile giddensismo.
(...)
Il riformismo, è liberale e laico, non corrisponde di certo a questo miscuglio di antiberlusconismo e clericalismo che trova nel personalismo solidale, tanto sbandierato da Parisi e prodiani sparsi, la sua presunta declinazione filosofica.
(...)
Blair si definisce in Gran Bretagna un radicale di centro, e il neolaburismo ha saputo affermarsi superando il socialismo statalista e facendosi scavalcare a sinistra dai liberaldemocratici. Finché i Ds non riescono a ritrovare una proprio autonomo percorso di sviluppo dell'idea di socialismo liberale e libertario, finché non prenderanno atto che esistono molti più punti di contatti con i radicali che non con Mastella, Cossutta, Bertinotti e Castagnetti, non riusciranno ad uscire dalla loro palude. Il riscatto è possibile... riflettendo sull'opportunità di trasformarsi in una specie di partito radicale di massa». Leggi tutto

Saturday, February 26, 2005

Perché non sanno quello che fanno...

«... l'offesa inferta alla carità cristiana dal veto al nome di Luca Coscioni costerà ai suoi autori più di un referendum perduto».
E' la Piccola Posta di oggi a cura di Adriano Sofri su Il Foglio: da leggere tutta

Per quanto mi riguarda, sul rifiuto di Prodi all'"ospitalità" dei Radicali, che ritengo purtroppo questione chiusa, ho già scritto un lungo post, che sintetizzo così:
«La gigantesca nave da guerra dell'Unione - una decina di partiti, milioni di elettori, grandi leader, storie "gloriose" - ha avuto paura di annacquare la sua identità ospitando un movimento minuscolo, di poche decine di persone, e guidato da un infermo malato di sclerosi laterale amiotrofica??? Quante deboli e misere le idee di questa grande Unione devono essere, e quanto forti e grandiose le idee dei radicali! Da nonviolenti, nel farsi deboli hanno dimostrato la loro forza. La vera anomalia politica in Italia è la sinistra...»
Inoltre, Andrea - Siena ci ricorda queste frasi contenute nel Vangelo secondo Luca, versetti 45 e 52 del capitolo 11.
"Guai a voi, dottori della legge, che avete tolto la chiave della scienza. Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l'avete impedito".

"Guai a voi, dottori della legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito"
Sull'argomento offensiva del Vaticano, contro l'"ospitalità" ai Radicali, e in generale nei confronti della politica italiana, tornerò presto. Intanto, mi basta osservare che in questi giorni è venuto alla luce con estrema limpidezza e spontaneità sulla stampa un fenomeno carsico insospettabile. Sono sempre stato perplesso su alcune "esagerazioni" e dietrologie circa l'ingerenza delle gerarchie ecclesiastiche, ma oggi... loro stessi non sanno quello che fanno, né i vescovi, né la sinistra. segue (non so quando)

La democrazia si fa largo a spallate in Medio Oriente

Il presidente egiziano MubarakAnche in Egitto si vota. Tutta "colpa" di Bush, perdonatelo. Ha convinto Mubarak, ma non Schroeder e Chirac (e neanche Prodi)

La democrazia si fa largo a spallate in Medio Oriente. L'annuncio di oggi, in un discorso televisivo alla nazione, del presidente egiziano Hosni Mubarak è arrivato a sorpresa, ma dopo settimane di mobilitazioni popolari per le riforme democratiche. Il presidente ha investito il Parlamento di emendare la Costituzione per consentire l'elezione diretta del capo dello Stato, riconoscere a tutti i cittadini il diritto di candidarsi e garantire loro la segretezza del voto. Un'iniziativa «di portata storica» per «aprire una nuova era di riforme», proprio come aveva chiesto a più riprese Bush. Solo poche settimane fa il presidente americano, nel discorso inaugurale del secondo mandato in cui esponeva la sua "dottrina della libertà", aveva "invitato" per la prima volta due dei Paesi fino a oggi "amici" degli Stati Uniti in Medio Oriente, Egitto e Arabia Saudita, a procedere con determinazione verso la democrazia.

«Una modifica appropriata per essere in linea con questa fase della storia del nostro Paese», l'ha definita Mubarak. Finora, in Egitto, le presidenziali consistevano in un referendum in cui gli elettori erano chiamati a votare "sì" o "no" per un unico canditato approvato dal Parlamento. «L'elezione del presidente avverrà attraverso uno scrutinio diretto e segreto, per dare la possibilità ai partiti politici di candidarsi e garantire la presenza di più di un candidato, perché il popolo possa scegliere secondo la sua volontà» ha annunciato Mubarak oggi, dicendosi convinto «della necessità di consolidare gli sforzi per più libertà e democrazia».

Il presidente Mubarak, 76 anni, è al potere da 23 anni, dall'assassinio del presidente Anwar Sadat nell'ottobre 1981. E avrebbe l'intenzione di intraprendere un quinto mandato di sei anni alla guida dell'Egitto, anche se non ha ancora annunciato ufficialmente la sua candidatura. Il "Movimento popolare per il cambiamento", che rappresenta un ampio universo di soggetti politici e sigle, ha organizzato numerose manifestazioni dallo scorso dicembre, con lo slogan "Kefaya" (Ora Basta!), per chiedere a Mubarak di rinunciare a un nuovo mandato ed emendare la costituzione, con l'obiettivo di aprire le elezioni a più candidati. Già prima dell'annuncio di Mubarak, in tre si sono candidati per le future presidenziali: l'ex deputato Farid Hassanein, l'ex dissidente Ibrahim Saad Eddine e la femminista Nawal Saadawi.

«L'annuncio a sorpresa, una risposta ai critici che invocano riforme politiche, giunge poco dopo le storiche elezioni in Iraq e nei Territori palestinesi, consultazioni che hanno portato un gusto per la democrazia nella regione. Giunge anche nel mezzo di una controversia con gli Stati Uniti sull'arresto da parte egiziana di uno dei più forti promotori di elezioni pluraliste». (New York Times)
Ayman Nour, Al-Ghad, è stato arrestato il 29 gennaio dopo aver raccolto circa 2 mila firme per assicurare una licenza al suo partito. Un arresto politico, denunciano i gruppi per i diritti civili. Arresto fortemente criticato dal segretario di Stato Condoleezza Rice, la cui decisione di cancellare la sua visita in Medio Oriente per la prossima settimana potrebbe essere legata anche alla detenzione di Nour.

Prima della cacciata di Saddam Hussein, e senza la strategia americana di democratizzazione in Medio Oriente, rispetto alle quali l'Europa franco-tedesca e prodiana si era messa di traverso, tutto questo era inimmaginabile. Nei Paesi arabi oggi, dopo le elezioni in Iraq e Palestina, la gente si chiede "Perché qui non si può?".
«La gente in Europa dell'Est ha guardato la gente in Europa occidentale e si è chiesta, Perché non qui? La gente in Ucraina ha guardato la gente in Georgia e si è chiesta, Perché non qui? La gente nel mondo arabo guarda agli elettori in Iraq e si chiede, Perché non qui?... if there is one soft-power gift America does possess, it is this tendency to imagine new worlds».
L'agenda Bush sta dominando il globo, sottolinea David Brooks sul New York Times:
«When Bush meets with Putin, democratization is the center of discussion. When politicians gather in Ramallah, democratization is a central theme. When there's an atrocity in Beirut, the possibility of freedom leaps to people's minds. Not all weeks will be as happy as this one. Despite the suicide bombings in Israel and Iraq, the thought contagion is spreading. Why not here?». Da leggere assolutamente
Camillo segnala questo articolo del New York Times, il ravvedimento sui neocon, ai quali la storia sta riservando i legittimi risarcimenti dopo tutte le menzogne dette su di loro:
«Non sono più fascisti, non sono più ex troskisti, non sono più guerrafondai, non sono più fondamentalisti religiosi, non sono più ebrei del Likud, non sono più avidi affaristi, non sono più perfidi seguaci di Leo Strauss: sono antifascisti churchilliani».
Primi commenti favorevoli, anche se molto ancora resta da fare. «L'annuncio del presidente Mubarak per la riforma è una buona cosa ma non è sufficiente», dichiara Hussein Abdul Razzak, segretario del partito "Raggruppamento Progressista Unionista" alla tv satellitare araba al Jazeera. Ora l'abolizione della legge sullo stato di emergenza, che di fatto, «nega il principio di pari opportunità tra i candidati». Commento identico quello di Emma Bonino.
«Uno sviluppo positivo, un passo fondamentale verso la trasformazione democratica in Egitto. «Certo molto rimane da fare dall'abolizione delle leggi di emergenza ad un riesame anche di altri articoli della Costituzione in particolare quello relativo al limite dei mandati presidenziali possibili, limite attualmente inesistente. Ma non vi è dubbio che oggi è un giorno importante per l'Egitto e dimostra come il mondo arabo stia affrontando una stagioni di cambiamenti, impensabile fino a qualche tempo fa. Non sarà strada facile né lineare: lo dimostra per esempio il persistere della detenzione del deputato Ayman Nur, presidente del nuovo partito liberale al Ghad, l'alfiere più deciso e popolare di questa richiesta di modifica costituzionale, ostinatamente negata dall'establishment egiziano fino ad oggi».

Prodi/versione Giuda Maccablog

Prodi è inadeguato a guidare la politica estera italiana. Oltre a piegare analisi e scelte alle esigenze di "tenuta" della sua coalizione, dimostra una preoccupante propensione a "deviare" dalla realtà

Avete letto ieri questo patetico, penoso, imbarazzante intervento di Romano Prodi sul Corriere della Sera riguardo la Sua politica estera? Beh, siccome è piuttosto un pistolotto democristiano, leggetevi la parodia di Giuda Maccablog, vi assicuro che il senso è quello:
«Saluti al Direttore, anche se il mio precedente articolo era per Repubblica voglio bene anche a voi. Siete tanto bravi e mi fate riflettere molto. (Mille battute circa)
Mi avete fatto due domande, che mi hanno fatto riflettere a lungo - ve l'avevo già detto? - queste domande sono: Perché ho detto a Bush benvenuto, mentre a giugno dell'anno scorso gli avevo mandato a dire vaffanculo brutto cowboy guerrafondaio? E il fatto che dica oggi a Bush benvenuto significa forse che ho cambiato idea? Per rispondere a questa domanda ci vorrebbe una linea di politica estera dell'Unione, ma non c'è, quindi potrei dirvi di rifarmi la domanda quando e se ne avremo concordata una e di non romper l'anima, che sono così impegnato che non riesco nemmeno ad aggiornare il blog. Ma siccome sono stato il capo dell'Europa per cinque anni - ve l'ho mai detto? - e adesso sono il capo dell'Unione me ne fotto che non ci sia una linea di politica estera e vi dico la mia. (Millesettecento battute)
Non ho cambiato idea, Bush è un puzzone e non doveva fare la guerra, le elezioni sono state carine ma ci vuole l'Onu. Se non mando più Bush a quel paese è solo perché adesso è stato carino con l'Europa. E poi la democrazia non si esporta con le armi, ha visto Bush come siamo stati bravi in Europa a vincere la guerra fredda e far diventare democratico tutto l'est europeo e parte dell'Africa? - dei turchi non parlo che l'ultima volta ho fatto una gaffe - così bisogna fare. (Duemilaquattrocento battute)
In Iraq il vuoto di potere ha creato il terrorismo, per sistemare tutto ci vuole l'Onu. (Duemiladuecentocinquanta battute)
La politica estera dell'Unione è la pace. La guerra non si fa. La Costituzione dice che non si fa la guerra. La politica estera dell'Unione è l'articolo undici della Costituzione. (Duemilatrecento battute)
La guerra la può autorizzare solo l'Onu, in tutti i casi tranne uno. Tranne cioè che non sia fatta da un governo di centrosinistra e da un presidente americano democratico, in questo caso non si chiama guerra ma "intervento armato". (Duemilaottocento battute)
Prima che i riformisti si incazzino, questa non è la linea ufficiale dell'Unione, quella non c'è, questo è solo il contributo del capo, che sarei io.
Saluti. (Cinquecentosessanta battute)»
Per Prodi pace e stabilità hanno sempre la precedenza sulla libertà. Angelo Panebianco oggi risponde. Anch'egli fatica a rimanere calmo, si sente preso in giro, ma decide di prenderlo sul serio ed entra nel merito. La visione di Prodi affonda le sue radici nel "cattolicesimo democratico".
«Aggiorna una concezione che fu non della Dc degasperiana (per la quale l'atlantismo ebbe sempre pari peso rispetto all'europeismo) ma della sinistra Dc... perfettamente armonizzabile con la visione gollista di Chirac e gli umori pacifisti della Germania... Il vero elemento coagulante di cose così diverse come l'irenismo cattolico, il gollismo e il pacifismo tedesco, ciò che le rende (provvisoriamente?) compatibili è la comune avversione per le scelte di fondo degli Usa».
Prodi però non sa cos'è la parola "libertà", né si ricorda dell'11 settembre e si preoccupa del terrorismo. Non una parola su questo.
«Ci sono, nel testo di Prodi, due "omissioni" rivelatrici: riguardano la "libertà" e "l'11 settembre". Le riscontriamo anche nei discorsi di Chirac o di Schröder e mostrano quanto grande sia ormai la distanza fra l'Europa franco-tedesca (e Prodi) e gli Stati Uniti. Prodi non cita mai, neanche una volta, la "libertà", chiarendo così di non credere nel fatto che Europa e Usa possano essere ancora accomunati da una missione di libertà nel mondo... Il fatto che Prodi parli di pace come obiettivo di fondo e Bush di libertà già definisce i termini delle future rotte di collisione fra un'eventuale Italia guidata da Prodi, in sintonia con l'Europa franco-tedesca, e l'America. È evidente che il rifiuto del regime change in qualunque situazione è totale se pace e stabilità hanno sempre la precedenza sulla libertà».
Inoltre Prodi «sopravaluta i meriti dell'Europa e tace sui suoi limiti».
«Il merito dell'Europa è che è un'area di stabilizzazione e di stimolo alla democratizzazione dei territori adiacenti. Prodi fa bene a ricordare il ruolo dell'Europa nell'allargamento (anche se omette che esso è stato svolto avendo alle spalle il potere politico e militare americano)».
Ma poi segue una lunga lista di analisi e scelte politiche sbagliate da parte dell'Europa:
«Sull'Iraq la sua vera "proposta" era di lasciare al potere Saddam. Nel conflitto israeliano-palestinese ha saputo solo appoggiare fino all'ultimo quel campione del doppio gioco che era Arafat. Sull'embargo alla Cina ha una posizione "irresponsabile", nel senso che vuole rompere l'embargo senza preoccuparsi del fatto che in Asia sono gli americani (e non gli europei) ad avere tutto l'onere della difesa dello status quo a fronte delle minacce alla pace mondiale (Taiwan, Corea del Nord). Nemmeno nel giudizio sull'involuzione autoritaria della Russia sembra esserci vera consonanza fra America e Europa».
Camillo ieri aveva già inferto tre colpi mortali alla lettera di Prodi. La nostra Costituzione, vi si legge, costituisce «un rifiuto fermo e assoluto» alla guerra. Non è vero. "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli", recita la Costituzione.
«Le dittature, va da sé, offendono la libertà dei popoli. Fare una guerra a una dittatura significa difendere la libertà di quei popoli oppressi, non offenderla. E' ovvio, no? Ed è anche scritto in italiano. Essendo stati liberati da un intervento armato, ovviamente i costituenti non avrebbero mai potuto escludere le ragioni di una guerra contro una dittatura».
Prodi ha anche scritto che «l'Onu è, nella quasi generalità dei casi, l'unica istituzione dalla quale può legittimamente derivare l'approvazione della comunità internazionale».
«La "quasi generalità" è un modo di dire per escludere la guerra che il governo dell'Ulivo fece alla Serbia per evitare, preventivamente, che si consumasse un genocidio in Kosovo».
L'Europa ha esportato la democrazia nei Paesi dell'est europeo? Ma vaaa... «allora lo schieramento che oggi sostiene Prodi stava coscientemente, o di fatto, con quelli che volevano esportare la dittatura, non la democrazia».

Anche l'editoriale su il Riformista di oggi rimprovera Prodi e si chiede: «C'è qualche traccia della lotta alla minaccia jihadista, nell'intervento prodiano?»
«... Quando però si tratta di trarne le conseguenze sull'Iraq di oggi, non ci siamo ancora. Non c'è traccia di giustificazione oggi possibile della missione italiana, e si continua a chiedere un calendario già fissato dalle risoluzioni Onu».

Friday, February 25, 2005

Bush-Putin. Cosa c'è dietro un colloquio «franco»

Un colloquio definito "franco" in termini diplomatici è in realtà stato sicuramente franco ma anche, e proprio per questo, teso. Alla fine però, nonostante la reazione irritata alle parole di Bush pronunciate pubblicamente a Bruxelles, Putin ha accettato di parlare della democrazia in Russia (che non c'è).

Nella conferenza stampa che è seguita, Bush lo ha lasciato intendere: «Ho voluto condividere le mie attenzioni circa l'impegno della Russia nel soddisfare questi principi universali. L'ho fatto in modo costruttivo e amichevole». Un avvio soft per non pregiudicare la «scelta occidentale» che ci si aspetta da Mosca. Putin ha risposto cordialmente: prenderà in considerazione alcune idee, altre non le commenta. E' un primo risultato quello di aver costretto Putin a ribadire pubblicamente il suo pieno sostegno alla democrazia in Russia, e che non intende tornare indietro. Il clima è stato comunque "riscaldato" dall'annuncio di tre importanti accordi bilaterali: su commercio, energia e contro la proliferazione nucleare.

A Bratislava infine, davanti a una folla di 10 mila persone, Bush, citando la voglia di democrazia dei popoli moldavo e bielorusso, sembra intimare a Putin di non interferire nelle scelte politiche dei suoi vicini come ha fatto con Kiev. il presidente americano ha parlato di rivoluzioni democratiche a partire da quella di velluto del 1989. Per un commento e un update sullo stato dei raporti Bush-Putin sul tema «democrazia in Russia (che non c'è)», vi rimando all'articolo di Christian Rocca oggi su Il Foglio, al quale non sento bisogno di aggiungere nulla.
«Attenzione, i crescenti rimbrotti bushiani all'amico Vladimir Putin per lo stato della democrazia nel suo paese, e per l'influenza nefasta sulle nazioni vicine, non sono affatto estemporanei, piuttosto nascono da una approfondita analisi dei formidabili centri studi di Washington...». Da leggere tutto
Anche il retroscena in prima pagina sul duello Rice-Primakov è imperdibile.

Thursday, February 24, 2005

Errare è umano, perseverare è... di sinistra/6

Prodi ha detto no a Luca CoscioniL'uomo dell'Ulivo ha detto NO. Cade un mito: Pannella dimostra agli italiani che non è lui a non saper scegliere, ma i Poli a temere i radicali. La gigantesca nave da guerra dell'Unione - una decina di partiti, milioni di elettori, grandi leader, storie "gloriose" - ha avuto paura di annacquare la sua identità ospitando un movimento minuscolo, di poche decine di persone, e guidato da un infermo malato di sclerosi laterale amiotrofica??? Quante deboli e misere le idee di questa grande Unione devono essere, e quanto forti e grandiose le idee dei radicali! Da nonviolenti, nel farsi deboli hanno dimostrato la loro forza. La vera anomalia è la sinistra

Mi ero preparato tutt'altro post per ieri sera, pensando che l'"ospitalità" dei Radicali nell'Unione potesse andare in porto. Mi ero illuso. Chi mi legge sa cosa penso della sinistra italiana e della richiesta di "ospitalità", ma avrò modo di tornarci. Quella iniziale indifferenza di alcuni dei leader, poi i diktat e gli alibi, infine i pretesti. Pannella fin dall'inizio sapeva in cuor suo, e ne nutriva l'amarezza, che sarebbe andata a finire così, perché è la storia degli ultimi 40 anni fra radicali e sinistra a parlare a chi vuole ascoltare.

Come finì in farsa. Quei presunti 2/3 fra i Radicali che mai avrebbero voluto andare con Berlusconi (ma in questi ultimi giorni l'un terzo si è fatto sentire eccome) hanno chiesto a Pannella di fare sul serio e Marco ha fatto dannatamente sul serio. Il popolo della sinistra ha chiesto ai suoi leader altrettanto e ha ricevuto ciò che da sempre riceve: bluff. Ma stavolta il bluff non è riuscito perché Marco ed Emma sono andati a vedere le carte e vi hanno trovato una "misera coppia" (fate voi chi).

Le richieste dei Radicali erano ovvie: le firme per la presentazione delle liste e la possibilità (concordando gli spazi televisivi e l'invio di lettere agli elettori) di far sapere le ragioni dell'accordo. In cambio, la probabile vittoria dell'Unione in Piemonte e nel Lazio, Berlusca al tappeto. Nessuna discussione su un programma che peraltro il centrosinistra non ha. Nessuna implicazione sui principi. A ciascuno la propria identità. Marco ed Emma hanno tolto di mezzo ogni inganno, ogni alibi.

Il pretesto peggiore. La risposta? I Radicali dovevano unirsi al rito della demonizzazione di Berlusconi, l'unico grande pericolo per la democrazia italiana. Un insulto per i radicali, non certo da oggi impegnati in difesa della democrazia e della legalità, ma non prendiamoci in giro: Berlusconi, ha risposto Pannella, è solo "l'ultimo di voi". Ma poi: "Ora battiamolo insieme". Niente da fare. Giungono le chiamate dei vescovi («Ma come, l'Udc riesce a tenere i radicali fuori dalla porta del centrodestra e voi no?». cose che non mi invento io, sono riportate sui quotidiani) e il problema diventa Luca Coscioni, uno con una terribile malattia che non muove più neanche un capello. Il suo nome per la lista radicale richiama i referendum sulla fecondazione assistita e le cose non vanno mischiate. Un pretesto subdolo, vergognoso, sprezzante. Almeno, dopo tanti misteri, sappiamo come la pensa il leader dell'Unione, Romano Prodi, sui referendum, e intuiamo oggi come mai non avesse le palle per dirlo apertamente. In questo lo ha aiutato Pannella. La colpa dei radicali non è di essere poco antiberlusconiani, ma di volere i referendum.
Il Riformista trova conferma alle ricostruzioni fatte giorni fa:
«La Cei ha, nei modi discreti ma efficaci che le sono propri, compiuto un vero e proprio take over su tutte e due le coalizioni per quanto riguarda i referendum... Su tutto litigano i due schieramenti, tranne che sul feticcio della libertà di coscienza in materia referendaria. Se la lista Coscioni fosse accolta in uno schieramento spezzerebbe questa stupefacente cappa di piombo che l'Italia non ha conosciuto neanche ai tempi della Dc imperante, e sotto cui vive invece oggi, a causa di un sistema politico incerto e timoroso, costantemente bisognoso di protezione da parte di qualche potere forte, in doppiopetto o in tonaca poco importa.
(...)
Sembra che il nome di Luca Coscioni non possa stare in un simbolo elettorale, né nella casa delle libertà né nell'altra casa. Perché evoca battaglie per la libertà della ricerca scientifica, attraverso il corpo di un uomo martoriato dalla malattia, che ha deciso di continuare a sperare in quella cosa che una volta era il faro della cultura occidentale, di destra o di sinistra che fosse, e che si chiama progresso, scoperta».
Altro che Berlusconi, è questa la vera e pesante anomalia nella politica italiana, è il centrosinistra. Dai conservatori ci si aspetta certe posizioni sui temi di coscienza, della vita e della famiglia, sui diritti civili, ma l'Italia è l'unico paese occidentale dove la sinistra è una seconda destra. Filippo Ceccarelli su la Repubblica scrive però che la Margherita e L'unione si sono cacciati in un brutto guaio, o che sono caduti nella trappola dei Radicali.
«... un pezzo di centrosinistra non vuole Luca Coscioni, quel ragazzo in carrozzella che è costretto a parlare con un sintetizzatore elettronico e si batte per la libertà di ricerca scientifica: e già questo rifiuto appare un modo davvero poco simpatico per farsi dire di no... sono andati a sfruculiare i radicali e alla fine li hanno sfidati proprio là dove questi sono da sempre imbattibili: nell'agganciare un tema specifico, possibilmente grave e abbandonato da tutti, e una persona che è anche una bandiera, non solo referendaria, un emblema vivente, un corpo... è nel diritto della Margherita di segnalarsi ai vescovi o di preoccuparsi dei listini invece che delle cellule staminali, della donazione terapeutica o di altri temi che sconquassano la coscienza del paese». Leggi tutto
Radicali forza prorompente. E così la gigantesca nave da guerra dell'Unione - una decina di partiti, milioni di elettori, grandi leader, storie "gloriose" - ha avuto paura di annacquare la sua identità ospitando un movimento minuscolo, di poche decine di persone, e guidato da un infermo malato di sclerosi laterale amiotrofica??? Quanto deboli, misere e perdenti le idee di questa grande Unione devono essere, e quanto forti, grandiose, e vincenti le idee radicali! Proprio da nonviolenti, nel farsi deboli hanno dimostrato la loro forza. A emergere dietro i veti alla richiesta di "ospitalità", avvertì per primo Oscar Giannino su il Riformista, «è solo la mancanza di sicurezza politica di chi guida le coalizioni, la sua debolezza e non sua forza, la sua incertezza programmatica e non la sua pretesa irriducibilità ai programmi di Pannella».
Se «ciascuno resta distinto, chi guida da forte un polo non dovrebbe certo temere annacquamenti o ibridazioni quanto più i programmi restano distinti... Tale offerta dovrebbe essere più agevolmente accolta quanto più l'identità dei potenziali alleati aggiunti vi sia spiccata, come nel caso dei radicali... I falsi "listini" e la Mussolini non vengono considerati una cosa seria, e dunque li si può imbarcare. Mentre a iniziative politiche serie si finisce per dire no in nome dell'incertezza di se stessi, non dell'impresentabilità di coloro che si rifiuta».
I meriti. L'operazione politica dell'"ospitalità", portata avanti in modo perfetto dai Radicali, ha comunque un merito. Se tutti i nemici "storici" dei radicali, in entrambi i poli, hanno lottato in campo aperto con identici obiettivi e motivazioni, per impedirgli la possibilità di rientrare nelle istituzioni, ciò significa che l'iniziativa dell'"ospitalità" mirava all'obiettivo giusto nel modo giusto per il movimento, e che la simmetria perfetta delle due coalizioni era tale da giustificare un'"ospitalità" in qualunque delle due l'avesse accettata. E' dimostrato nei fatti ciò che l'Unione vorrebbe far negare a Pannella: che i due Poli sono perfettamente simmetrici nel rappresentare entrambi un unico regime partitocratico, nei suoi connotati di illegalità, clericalismo, degrado politico e di governo. Le più classiche delle due facce della stessa medaglia. Non ci sono al di qua i "perbene" e al di là il "male assoluto", Berlusconi. Questa è da oggi in poi una lettura smentita dai fatti, almeno per chi vuole vederli.

Uno che li ha visti è Carlo Taormina, su Libero:
«Proponendosi come "alleati" indifferentemente della "destra" o della "sinistra" i Radicali vogliono dire agli Italiani che sono preda di un bipolarismo falso... una autentica ridicolizzazione dello scenario della politica attuale. Nei due schieramenti della politica italiana esistono forze che agiscono all'insegna della più retriva logica partitocratica. Non si può parlare formalmente di un ritorno al consociativismo, ma dal punto di vista della sostanza, l'esercizio della politica, la scelta degli obiettivi, la determinazione dei bisogni sociali da soddisfare, non presentano differenze da "destra" o da "sinistra". E in questa logica, per i Radicali, non fa differenza essere "ospitati" da una parte o dall'altra, essendo importante incanalarne una, con inevitabile riflesso nell'altra, nel condotto dei diritti civili, della laicità dello Stato, della moralizzazione di una economia diversamente destinata ad assistere imperturbabile».
Quanto mi divide da Furio Colombo, eppure aveva colto nel segno scrivendo che l'"ospitalità" ai radicali avrebbe «segnato il grado alto di libertà e di istinto democratico, rischi e benefici inclusi, di quella delle due parti che lo accetta». Quel grado è fermo a zero. Angelo Panebianco scriveva sul Corriere della Sera del «blasone di Pannella»:
«... nei due poli l'alleanza con i radicali è voluta soprattutto da coloro che aspirano a connotare in senso più "liberale" il proprio schieramento. I radicali possono far perdere voti ma anche farne guadagnare. Hanno un blasone temuto e ambito. Proprio di chi, nella sua ormai lunga storia, ha dato lezioni di libertà a tanti senza mai bisogno di prenderne da nessuno».
Simile l'analisi di Piero Ostellino:
«Una sana iniezione di cultura liberale farebbe bene a entrambi i poli. Ma, forse, è proprio questa la ragione per la quale entrambi guardano a tale prospettiva con tanta diffidenza».
Più recentemente Guido Ceronetti su La Stampa: i Radicali?
«Sono un cavallino di Troia, sia di qua che di là: lo hanno percepito ex democristiani, leghisti, ex comunisti, e meno, stranamente, i comunisti di etichetta vigente».

Wednesday, February 23, 2005

Wind of change

Ok, è un po' troppo ottimista Gianni Riotta sul Corriere della Sera, circa la reale volontà di alcuni di voltare pagina. Alcuni "cambiamenti" sono stati forzati dai fatti più che dall'onestà intellettuale dei protagonisti. Ma ve bene così, i fatti importano, di coscienza ciascuno ha la propria:
«Com'è cambiato il mondo in soli 365 giorni! Bush era un guerrafondaio ed è il seminatore della democrazia in Iraq, partner diplomatico di Chirac. Sharon era un criminale di guerra e interloquisce con la sinistra, dal settimanale New Republic in America a Furio Colombo, che sveglia gli ultimi settari con la sua intervista al Corriere. I palestinesi sembravano ipnotizzati dall'impotenza di Arafat e rientrano in diplomazia con Mahmoud Abbas. Putin era l'amicone dell'Occidente e si ritrova oligarca da tenere a bada, forte solo del petrolio siberiano. I nuovi problemi si chiamano Cina (può l'Europa vendere armi a un colosso mercantile senza democrazia?), Corea del Nord e Iran (fino a che punto tollerarne la corsa al nucleare?).
(...)
«Siamo in una repubblica piena di guai, fra tutti il declino economico e demografico, il conflitto di interessi del primo ministro e il conformismo dell'informazione, non in un regime totalitario. Berlusconi porterà la sua coalizione al voto, fiero di avere fatto la sua parte in Iraq e sbaglia la sinistra a sottovalutare il fascino progressista del messaggio. Fassino cambia tono al congresso Ds, Prodi nella sua lettera a Repubblica su Bush, ma è ora di dire sì allo sforzo italiano a Nassiriya. Bertinotti non farà storie, ha letto Marx e sa quando si cambia pagina. E l'Onu? Sembrava taumaturgica e conta invece gli scandali, stupri in Africa, mazzette in Iraq, molestie sessuali, dirigenti scacciati».
Il Foglio poi quando c'è da essere ottimisti non si tira indietro e individua due «focolai amici», uno a est, l'altro in Medio Oriente.

Ah, l'ultima cosa, oggi JimMomo è su L'opinione, con questo articolo, preso da questo post.

Tuesday, February 22, 2005

E Bush cita Camus: «La libertà è una maratona»

«Non a caso, nel discorso sulle relazioni transatlantiche tenuto ieri pomeriggio al Concert Noble di Bruxelles, un discorso volto a recuperare il sostegno dell'Europa e incentrato sul Medio Oriente, George W. Bush ha citato una frase tratta da "La caduta" di Albert Camus...

Il riferimento allo scrittore francese appare quanto mai indovinato... segue >>

Vi segnalo inoltre l'approfondimento «America chiama Europa» che ho realizzato oggi sulla visita di Bush in Europa. La pagina offre un'interessante raccolta di documenti audiovideo sui rapporti transatlantici. Su RadioRadicale.it.

People Power. In Libano come in Ucraina

E' la prospettiva ipotizzata in questo articolo di Amir Taheri, sul New York Post.
«Did Damascus see Hariri as the only politician capable of uniting the Lebanese opposition against Syria's continued domination of virtually all aspects of Lebanon's life? If so, it was correct — but only in the context of Lebanon's elite-dominated politics. Yet Hariri's murder has ended elite politics by bringing into the picture a new element. That element is people power, the same force that swept away the totalitarian regimes of Central and Eastern Europe in the 1990s and, more recently, led Ukraine into a second liberation... The genie of people power has come out of the bottle and no amount of political chicanery will send it back in».
A proposito di Medio Oriente, JimMomo non può che aderire alla giornata internazionale di mobilitazione per la liberazione dei blogger iraniani Arash Sigarchi e Mojtaba Saminejad.

Bush in Europa/L'agenda Vladimir

Bush (s)piega a Putin...
«Il futuro della Russia è all'interno della famiglia europea e della comunità transatlantica. L'America sostiene la membership della Russia nel WTO... ma per fare progressi come Nazione europea, il governo russo deve rinnovare l'impegno verso la democrazia e lo stato di diritto. Sappiamo che la riforma non avviene in una notte. Dobbiamo sempre, tuttavia, ricordare alla Russia che la nostra alleanza si fonda su una libera stampa, un'opposizione vitale, la condivisione del potere, e lo stato di diritto - e gli Stati Uniti e tutti i Paesi europei dovrebbero porre la riforma democratica al cuore del loro dialogo con la Russia».
Il presidente americano George W. Bush ha pronunciato queste frasi ieri a Bruxelles, dinanzi ai suoi alleati europei, e incontrerà il presidente russo giovedì a Bratislava.

«Se il presupposto al dialogo è la messa sotto accusa della nostra democrazia, a Bratislava il dialogo non ci sarà». Questa la reazione irritata di Putin secondo fonti russe riprese da la Repubblica. Queste prime schermaglie fanno ipotizzare che mentre Bush potrebbe accontentarsi di queste prime parole, non ritornando sull'argomento democrazia in Russia giovedì, almeno non pubblicamente, Putin si prepara a reagire e chiederà a Bush - anticipa una fonte - di non intromettersi nelle vicende interne alla Russia, di non occuparsi del caso Yukos, di non proseguire sulla strade delle rivoluzioni democratiche finanziando l'esportazione dei casi georgiani e ucraini in Moldavia, Bieolorussia e nell'Asia Centrale.

L'orso è tornato è il titolo dell'analisi di Ilan Berman, su National Review, che fa riferimento alla nuova politica "aggressiva" del Cremlino in Medio Oriente. Sotto la presidenza Putin, soprattutto nell'ultimo anno, il Cremlino ha moltiplicato gli sforzi per ristabilire un proprio ruolo regionale in Medio Oriente a spese della strategia americana. E ovviamente non nella direzione della stabilizzazione democratica, anzi dando ossigeno ai regimi nel mirino di Washington.

Diplomazia "attiva" in Siria (cooperazione e sostegno economico per riequilibrare la debolezza del regime di Assad nella regione), in Palestina (ripresa del ruolo di mediazione), Arabia Saudita (vendita di armi) e Iran (legittimazione internazionale e aiuto per il nucleare). I legami tra Mosca e Teheran si stanno rafforzando. Alla base della cooperazione nucleare russo-iraniana, c'è il reattore di plutonio di 1000 megawatt nella città sudoccidentale di Bushehr, che è stato ufficialmente completato nell'ottobre 2004. I negoziati finali riguardano ora le forniture di carburante per l'impianto, che si teme possa produrre plutonio adatto per armamenti e il know-how necessario per accelerare la corsa iraniana all'atomica. I russi, tuttavia, sono andati oltre, alludendo pubblicamente all'intenzione di costruire una serie di reattori nucleari per la Repubblica islamica e difendendo Teheran dalle accuse di mirare a un uso militare delle tecnologie nucleari.

Proprio la Russia di Putin, fanno presente James M. Goldgeier e Michael McFaul sul Weekly Standard, costituisce il primo test per la dottrina della libertà esposta dal presidente Bush nel suo secondo discorso inaugurale. Le parole da sole non sono mai sufficienti, ma contano: «Gli autocrati nel mondo ascoltano e si innervosiscono. I democratici nel mondo ascoltano e traggono ispirazione». Putin ha conquistato il controllo delle televisioni, imprigionato o esiliato oppositori, rinazionalizzato le più grandi compagnie petrolifere del Paese, abolito l'elezione dei governatori, e minacciato i suoi vicini. Nell'incontro bilaterale con Putin a Bratislava, se Bush fallisse nel chiedere conto di tutto questo a Putin, minerebbe la credibilità della sua dottrina, che pone la libertà al centro della politica estera americana, e dei principi a cui si ispira. E dire di aver parlato in privato di queste cose con Putin non sarà sufficiente agli occhi delle opinioni pubbliche.

D'altra parte, quando si hanno così le "mani in pasta" in Medio Oriente, enfatizzare la situazione interna russa potrebbe danneggiare altre importanti priorità nei rapporti con Mosca: la recente massiccia penetrazione diplomatica in Medio Oriente, di cui la cooperazione con l'Iran sul nucleare è solo il più clamoroso esempio. Nonostante le preoccupazioni di Washington, Putin non rinuncerà a concludere a breve con gli iraniani e non si asterrà dal proposito di vendere armi alla Siria.

Durante il suo primo mandato i consiglieri "realisti" di Bush consideravano le relazioni con la Russia troppo importanti per la guerra al terrorismo da poter discutere con il presidente russo anche della democrazia nel suo Paese. E' ora di ragionare diversamente, osservano i due neocon:
«Solo una Russia democratica sarà un partner credibile per i policymakers americani e gli affari. Solo una Russia democratica sarà in grado di edificare uno Stato legittimo e capace di combattere il terrorismo sul suolo russo e ovunque contribuire alla guerra globale contro il terrorismo. Solo una Russia democratica cesserà di minacciare le giovani democrazie a lei vicine come l'Ucraina e la Georgia».
Il presidente americano dovrà quindi ribadire anche a Putin il suo impegno per la libertà, o avrà dimostrato che le sue parole non contano. I passi indietro compiuti dalla democrazia in Russia sono in controtendenza con il processo iniziato in Europa a partire dal Portogallo nel 1974. Si tratta dell'unico grande paese in cui si è registrata una tale involuzione autoritaria durante la presidenza Bush. Questo fatto non può essere ignorato e a Bratislava va fatto presente.

Campagne bipartisan. Di una campagna bipartisan sulla democrazia in Russia, in vista dell'incontro tra Bush e Putin di giovedì a Bratislavia, in Slovacchia, ha scritto oggi Christian Rocca su Il Foglio. Due iniziative che sembrano già aver avuto «effetto» sul presidente americano. La prima nasce degli ambienti di Freedom House ed esorta il ritorno al pluralismo politico e dell'informazione in Russia, denunciando non solo l'involuzione autoritaria interna, ma anche le minacce ai Paesi vicini.
«Le chiediamo di sfidare pubblicamente il corso autoritario del presidente Putin. Le chiediamo di fare dei diritti umani, delle pratiche democratiche e dello Stato di diritto gli elementi essenziali del dialogo con Mosca e la precondizione per il rafforzamento dei legami bilaterali». Firmatari bipartisan: i neocon Max Boot, James Woolsey (ex capo della Cia, oggi presidente di Freedom House), Michael Ledeen, Joshua Muravchik, i sorosiani della Democracy Coalition, Zbigniew Brzezinski, liberal come Timothy Garton Ash e Ronald Asmus, conservatori come Newt Gingrich, due italiani, i radicali Daniele Capezzone e Matteo Mecacci.
Contemporaneamente i senatori John McCain, repubblicano, e Joe Lieberman, democratico, hanno presentato una risoluzione al Senato con cui chiedono al G8 di sospendere la partecipazione della Russia, proprio a causa della sua involuzione autoritaria. Pressioni verso l'amministrazione, al cui interno si confrontano due linee, una morbida e una più radicale nei confronti di Putin, sono giunte anche dai senatori Biden, democratico, e Lugar, repubblicano.

Democracy in Russia è un'analisi a firma Bruce P. Jackson e pubblicata sul Weekly Standard basata su una testimonianza fornita di fronte alla Commissione Affari Esteri del Senato americano.

Semplice: Bush ha ragione, l'Europa franco-tedesca torto

E' semplice capirlo, più complicato ammetterlo, ma stamani Angelo Panebianco sul Corriere della Sera chiarisce cme stanno le cose, tira le somme, ciascuno dovrebbe fare i suoi conti.

La democrazia è la strategia giusta, non la stabilità:
«La democrazia è ora l'ossessione dei terroristi islamici. La individuano, giustamente, come l'arma più pericolosa degli occidentali, il pesticida che potrebbe annientarli. Mettendo in guardia l'Islam contro la democrazia, paradossalmente, Al Zawahiri dà ragione a Bush e alla sua strategia».
Bush è forte, l'Europa debole perché ha commesso troppi errori:
«Il presidente, con il suo secondo mandato e con il successo delle elezioni irachene, è più forte di prima, mentre l'Europa che gli si oppose è debole, avendo fatto troppi errori. Aveva scommesso sul fallimento americano in Iraq ma otto milioni e passa di iracheni hanno fatto una diversa scommessa. Le perentorie affermazioni del tipo "la democrazia non si esporta con la guerra" non sono più di moda... secondo, clamoroso errore degli europei. Appoggiarono il leader palestinese Arafat fino all'ultimo contro Sharon e Bush, e ora sono costretti a lodare il premier israeliano e a riconoscere che la morte del loro protetto ha sbloccato i rapporti fra i due popoli e consentito libere elezioni in Palestina».
Oggi ci sono nuovi capitoli: si può far finta di niente e perseverare negli errori, o riconoscere il valore della strategia di Bush e rilanciare la partnership transatlantica.
«Si può levare l'embargo sulle forniture militari a una Cina che ha abbracciato il capitalismo ma è rimasta tirannica? La natura del suo regime politico è o no una minaccia per la pace mondiale? Gli europei, francesi in testa, interessati al business, rispondono no. Gli americani dicono sì. Stessa cosa per quanto riguarda l'Iran. Si può bloccarne l'acquisizione dell'arma nucleare solo "trattando", solo con la carota, oppure la natura di quel regime è tale che, per dare credibilità alle trattative, occorre non privarsi della minaccia del bastone? E che fare se l'asse Siria-Iran si consolida dispiegando tutto il suo potenziale destabilizzante? Gli europei sembrano dire: poco o nulla. Gli americani non ci stanno».
Poi c'è l'editoriale di Giuliano Ferrara su Il Foglio: «Il realismo delle libertà e dell'internazionalismo democratico» è sbarcato in Europa mettendo in imbarazzo i «nani dell'europeismo» come Prodi, Chirac e Schroeder. Dietro i sorrisi la «sostanza è semplice».
«C'è una sola strategia per affrontare il disordine mondiale ed è l'espansione della democrazia, e un'Europa forte e rispettata è chiamata a collaborare dopo la stagione delle neghittosità».
Su uno sfondo in fermento, dove il contagio democratico non sembra più solo un sogno in Medio Oriente,
«Bush ha posto sia la questione del nucleare iraniano sia quella della salvezza della democrazia in Russia con quella moral clarity che gli viene rimproverata come difetto idealista o patologia fanatica, ed è invece il più efficace atto di realismo nel mondo uscito dalla fine della guerra fredda ed entrato con l'11 settembre nella guerra contro il terrorismo internazionale».
Al di là delle smancerie diplomatiche, «l'America non si muove di un millimetro, letteralmente non si schioda, mentre l'Europa esita e tentenna ma sa di non avere alternative». Infine, ci sarebbe, da sinistra, l'analisi di Giuliano Amato, onesta e ragionevole. Ve la segnalo (Il Foglio), ma non la cito perché mi sono stufato: o fa il professorino, o fa politica e allora le cose sensate che dice deve trasformarle in atti "politici" nella sua coalizione.
Il discorso di Bush a Bruxelles

Monday, February 21, 2005

Prodi ha una sua politica estera: il «social-gollismo»

Realtà allarmante: altro che succube di Bertinotti, intende l'Europa come «antagonista dell'America» ed è «disposto a giocare la carta chiracchiana del nuovo multipolarismo»

Secondo Paolo Franchi, l'intervento di Romano Prodi sui rapporti tra l'Europa e gli Stati Uniti ospitato ieri dal quotidiano la Repubblica rappresenta un «cambiamento, e comunque il senso di un'apertura», scrive oggi sul Corriere della Sera.
«Prodi sembra muoversi sulla stessa falsariga, anche se, a differenza da D'Alema, non sembra avvertire né il "fascino avventuroso dell"ideologia neoconservatrice" né la preoccupazione per un'Europa che rischia di farsi paladina del mantenimento dello status quo, fino ad assumere, di fronte ai problemi della democrazia e dei diritti umani nel mondo, "i panni di un continente vecchio, cinico, bottegaio e moralmente pigro". In ogni caso, a leggere le sue parole tenendo a mente le questioni della cucina politica italiana, è chiaro che Prodi non ha alcun interesse a lasciar schiacciare la propria leadership (come vuole la propaganda avversa, ma come temono anche molti moderati del centrosinistra) sull'immagine, tendenzialmente perdente, del "Prodinotti"».
Ma no, Prodi non è succube di Bertinotti in politica estera, come dice la «vulgata giornalistica», ma ne ha una sua: il «social-gollismo». A spiegarlo è Antonio Polito su il Riformista di oggi. Prodi ha preso la decisione finale sul voto contrario alla missione italiana in Iraq e lo ha fatto per «convinzione» oltre che per motivi tattici. «La politica estera è uno dei contenuti più definiti del prodismo». Intende dire esattamente quel che dice quando parla di «riportare l'Italia in Europa», ma per lui l'Europa ha tre capitali: Bruxelles (il governo), Parigi (la spada, e quindi la potenza) e Berlino (la moneta).
«Per compiere il miracolo alchemico di una nuova statualità sovra-nazionale, c'è bisogno però di avere una ragion d'essere nel mondo: e questa non può che essere una rivalità, seppure cooperante, con gli Stati Uniti... che invece rivendicano e praticano con disinvoltura il ruolo di unica superpotenza... Prodi non è antiamericano... ma che Prodi intenda l'Europa come antagonista dell'America, e non come deuteragonista, nella rappresentazione globale, è fuor di dubbio. Per farlo è disposto a giocare la carta chiracchiana del nuovo multipolarismo».
Tenendo presenti questi obiettivi, Prodi ha convinto Putin ad aderire al Trattato di Kyoto, ha stretto i rapporti con la Cina, «condivide le due maggiori riserve europee sulla lotta al terrorismo»: non crede che si possa sconfiggerlo senza estirparne le cause, e tra esse non c'è la mancanza di democrazia, ma la povertà e gli «errori di arroganza americani. Non è solo un dissidio sui messi: la diplomazia piuttosto della guerra. E' una divergenza sui fini».

Niente del programma di Prodi è alternativo a quello di Berlusconi come la politica estera, che Polito definisce «social-gollismo». Il direttore non va oltre a degli accenni nello spiegare le sue profonde riserve per questa politica, e si limita a sottolineare che nelle elezioni politiche del 2006 il tema della politica estera sarà per la prima volta centrale e dirimente tra le due coalizioni.
L'analisi di Polito mi convince non poco, e bisogna ammettere che questa ipotesi è ben più allarmante di quella del Prodinottismo.

In breve. Dall'agenda europea di George W.

1) Iraq: ringraziare i "volenterosi", spingere per un ruolo maggiore della Nato, e per il coinvolgimento di Francia e Germania. Ma senza forzare, ci sono altri dossier meno compromessi sui quali ottenere il consenso europeo.
2) Iran: gli europei devono accettare il ricorso sia al Consiglio di Sicurezza, sia a sanzioni economiche, sia, come ultima opzione, all'uso della forza.
Bush sosterrà esplicitamente e sinceramente gli sforzi diplomatici di Gran Bretagna, Francia e Germania, a patto però che gli europei accettino i vari step che seguiranno come conseguenza del fallimento dei loro tentativi di far abbandonare a Teheran i propri programmi nucleari. Denuncia al Consiglio di Sicurezza dell'Onu, applicazione di sanzioni economiche, senza escludere, in ultima ipotesi, l'uso della forza per impedire al regime degli ayatollah di dotarsi dell'atomica.

Al contrario di come si ostina a titolare qualche quotidiano italiano, la notizia è che per il caso Iran l'azione militare non è la prima opzione, anche se, ha avvertito Bush, «un presidente non dovrebbe mai dire mai». A un canale televisivo belga, Vrt, Bush ha risposto chiaramente che «prima di tutto, tutti voi non volete un presidente che dice "mai", ma l'azione militare non è certamente, non è mai la prima scelta di un presidente. La diplomazia è sempre la prima scelta di un presidente, o almeno è la mia e abbiamo un obiettivo comune: che l'Iran non abbia armi nucleari. Penso che se continueremo a parlare con una solo voce e non ci lasceremo dividere mantenendo la pressione, raggiungeremo l'obiettivo».
3) La revoca dell'embargo di armi alla Cina: si rischia una grave crisi nei rapporti transatlantici. Farlo presente energicamente, sondare per compromesso.
Helle Dale, della Heritage Foundation, fa notare che su questo tema l'Europa si prepara ad agire in modo unilaterale. Tutto sommato Stati Uniti ed Europa sono ancora alleati militari nella Nato. La vendita di armi a una potenza potenzialmente ostile va discussa insieme. Non è un mistero che per la Francia l'embargo non corrisponde alla nuova realtà della partnership strategica euro-cinese in concorrenza all'influenza americana. Approfondimento
4) Nato: mantenere sua centralità nei rapporti transatlantici, ma riforma e rafforzamento.
5) Costituzione Ue: sostenere integrazione ed Europa forte "a una sola voce".
Un nodo difficile da sciogliere: Bush offre all'Europa una nuova alleanza. Ultimo treno per la storia
6) Special Relationship con GB: sottolineare ed enfatizzare.

Bush offre all'Europa una nuova alleanza. Ultimo treno per la storia

Bush e ChiracBush si presenta in Europa con la magnanimità di chi ha avuto ragione. Ma Chirac e Schroeder non sono disposti a riconoscergliela. Nuovo capitolo della grande contesa tra "stabilità" e "democrazia", tra il Congresso di Vienna e la Conferenza di Terranova che diede vita alla Carta Atlantica

La contraddizione che Washington nutre al suo interno nei confronti degli "amici" europei dominerà, oltre ai singoli capitoli dell'agenda globale, la visita di Bush in Europa. Da una parte gli Stati Uniti vogliono fortemente l'Europa come l'Europa aspira ad essere: un effettivo attore globale capace di colmare l'attuale gap di forza militare, proiezione di potere e fermezza diplomatica. Dall'altra temono che favorendo questo processo prevalga la visione franco-tedesca dell'Europa unita che eserciti, in un sistema internazionale multipolare, un ruolo di contrappeso, e non di partner, nei confronti dell'America.

Bush mostrerà di avere fiducia, darà credito all'Europa unita, ma non senza condizioni. Sosterrà l'idea di un'Europa forte, potenza economica e politica, perché l'America ha bisogno di un'Europa forte come partner di eguale dignità, saluterà quindi la sua Costituzione e la politica estera comune. Ma, c'è un ma: questa partnership tra "eguali" interessa all'America solo se ha un obiettivo sul quale il presidente non è disposto a transigere: un duro lavoro per l'avanzamento della libertà nel mondo. Questa è la condizione: la libertà, non lo status quo, come missione e patto della nuova alleanza.

L'obiettivo del presidente americano sembra essere quello di sondare quale sia la direzione che questa Europa unita ha intenzione di intraprendere. Sorrisi e pacche sulle spalle serviranno a sciogliere il ghiaccio di questi quattro anni e a cercare di convincere i leader europei a rinnovare la partnership transatlantica. Bush offrirà la propria disponibilità a un dialogo sinceramente multilaterale, dotato anche di rinnovati, o nuovi, strumenti istituzionali. Ma - ed è la vera incognita - gli europei dovranno accettare che l'impegno per la promozione di libertà e democrazia, contro la proliferazione nucleare e il terrorismo (se necessario con l'uso della forza militare), e non il mantenimento dello status quo, della stabilità, sarà alla base della nuova alleanza. Se mi si concede la semplificazione, a confrontarsi sono due concezioni delle relazioni internazionali: quella tipica centroeuropea, alla ricerca dell'equilibrio tra potenze, che trova la sua massima espressione nel Congresso di Vienna (1812), e quella soprattutto americana, alla ricerca di un ordine mondiale basato sui principi, come quello tracciato da Roosevelt e Churchill alla Conferenza di Terranova che diede vita alla Carta Atlantica (1941).

Al di là dell'Atlantico non è possibile separare facilmente in due schieramenti definiti e contrapposti quanti tendono all'ottimismo e quanti sono vinti dalla preoccupazione rispetto al futuro ruolo dell'Europa. Commentatori e analisti si dividono spesso a prescindere dall'area culturale di appartenenza. Persino Robert Kagan, il teorico della diversità tra gli Stati Uniti (Marte) e l'Ue (Venere), avverte un cambiamento di clima, e sollecita la destra «a seppellire una volta per tutte l'assurda paura che l'Ue divenga una superpotenza ostile».

Il conservatore Joe Cimbalo, su Foreign Affairs, ritiene invece che «l'integrazione politica dell'Ue è la massima sfida all'influenza dell'America in Europa dalla seconda guerra mondiale». Due ex segretari di Stato, realisti, Henry Kissinger e George Shultz, esortano il presidente a formare un «Gruppo di contatto» sull'Iraq, sul modello di quello sui Balcani, e invitano gli europei a ricambiare: «Non devono svergognare l'alleanza rifiutando di prendere parte al processo politico iracheno».

Il presidente Bush non deve cedere alla pressione di francesi e tedeschi, sostenendo la Costituzione europea e l'idea di una politica estera e di sicurezza comune. Vi è, in questa raccomandazione di Nile Gardiner e John Hulsman, della Heritage Foundation, la preoccupazione di una leadership franco-tedesca, rafforzata da istituzioni più forti, e guidata da una concezione dell'UE di contropotere globale rispetto agli Usa.

Dall'area clintoniana sembrerebbe giungere il sostegno più esplicito all'approccio con il quale il presidente Bush si prepara ad affrontare il tour europeo. Ivo H. Daalder e Charles A. Kupchan, sul Los Angeles Times, si iscrivono tra gli ottimisti: invece di «lavorare a dividere la Gran Bretagna, l'Italia e la Polonia dall'asse franco-tedesco, l'amministrazione dovrebbe salutare positivamente un'Europa unita» con una singola voce in politica estera che lavora a rafforzare la sua capacità militare.

Ma neanche i due clintoniani si nascondono i pericoli: «Se l'identità e le politiche europee saranno lasciate alla Francia - avvertono - l'Unione potrebbe rivolgere il suo potere economico e militare contro gli Stati Uniti». Ma se prevarranno i sostenitori di una forte alleanza transatlantica, gli interessi europei saranno «paralleli» a quelli americani. Bush, riconoscono, «potrebbe essere il nostro prossimo gradito ambasciatore per politiche da cui trarranno benefici sia gli Stati Uniti che l'Europa». L'Europa non ha più bisogno di un «guardiano strategico» della sua sicurezza. Bush deve sostenere le attuali aspirazioni verso un'Europa unita per guadagnarsi la simpatia e il sostegno degli europei. Ma, concludono, dovrà comunque portare a casa un'agenda concreta di cooperazionze Usa-Ue per il Medio Oriente.

A sottolineare le profonde differenze strategiche tra Stati Uniti ed Europa è Mark Steyn, sul Sunday Telegraph. Al di là di possibili convergenze, o divergenze, su singoli capitoli, le differenze tra Europa e Stati Uniti non sono tattiche, ma di natura concettuale. Lo si vede nei diversi linguaggi utilizzati: la parola chiave del vocabolario di Bush - "libertà" - sembra non esistere affatto in quello di Chirac e Schroeder, che preferiscono parlare di "stabilità". Un esempio? Il discorso del Cancelliere alla recente conferenza di Monaco. Jim Hoagland ha scritto sul Washington Post che gli europei «non sono pronti». Le «crescenti speranze» su entrambe le sponde dell'Atlantico che Europa e America possano «rapidamente» costruire un nuovo consenso su una strategia globale porteranno «rapidamente a nuove delusioni. Tenere sotto controllo retorica e aspettative», è il suo consiglio.

La posizione neocon è affidata all'analisi di Gerard Baker, sul Weekly Standard. Il principale messaggio di Bush all'Europa sarà: "We care". L'intenzione è quella di tornare ad "abbracciare", dopo quattro anni di freddezza, gli alleati europei, consapevole che un'Europa ostile non serve agli interessi americani. Per guadagnare alleati nella lotta globale per la libertà, l'amministrazione si è decisa a fare di tutto per «superare gli steccati, senza mettere in discussione le sue priorità».

In questo obiettivo del viaggio europeo di Bush, nel mostrare «la parte meno marziana e più venusiana» dell'America, c'è un pericolo. Può cioè finire per appoggiare una visione di Europa che è all'opposto degli obiettivi di lungo termine americani. E' saggio cercare una cooperazione, ma sarebbe una sorta di «terribile ironia se con i suoi lodevoli sforzi per raggiungere gli europei, gli Stati Uniti spingessero l'Europa precisamente nella direzione sbagliata», contraria alle speranze di coloro che nel mondo aspirano alla libertà.

Gli ultimi eventi (elezioni in Iraq, morte di Arafat, elezioni in Ucraina) hanno tirato fuori il lato migliore di ciascuna delle due sponde dell'Atlantico. Poi ci sono l'Iran, dove gli europei vedono solo l'approccio della "carota"; la revoca dell'embargo di armi alla Cina, e quanto gli europei si sforzano di giustificare una decisione senza senso dimostra la loro determinazione; e l'Iraq con la trasformazione democratica del Medio Oriente, che rimane il punto di maggiore controversia. Non piccoli inconvenienti tattici, ma una profonda diversità di visioni. Bush rimane impegnato per un cambiamento rivoluzionario del mondo, convinto come Reagan che la sicurezza dell'America è legata all'avanzamento della libertà. Gli europei sono più orientati verso la difesa dello status quo: stabilità, non libertà, è l'obiettivo.

Le differenze sono note, ma di nuovo c'è il crescente impegno dei leader europei per migliorare una strategia globale capace di bloccare gli Stati Uniti nel perseguimento dell'obiettivo di combattere le tirannie. L'Unione europea è guidata dai suoi principali architetti (Chirac soprattutto) verso un ruolo globale di controbilanciamento del potere americano: nel 2005 i temi più controversi nelle relazioni transatlantiche derivano da iniziative europee: con l'Iran e la Cina. Con la Cina è in corso il tentativo condotto dalla Francia di porre le basi per una forte relationship tra Bruxelles e Pechino, per assicurarsi reciproci benefici come poli in contrapposizione agli Stati Uniti.

I fautori di questo progetto di sistema multipolare, sostiene Baker, utilizzano il processo di integrazione europea e l'idea di una politica estera e di difesa comune per "silenziare" le posizioni dei singoli Stati filoatlantici. Un altro strumento è quello di indebolire l'istituzione atlantica in cui Usa e alleati europei hanno maggiore peso: la Nato. Rendendo la Nato un «pezzo da museo» e sostituendola con una partnership strategica di "eguali" (un dialogo al posto di un'alleanza) si rafforzerebbe la capacità europea di contrappeso rispetto al potere americano.

E' sbagliato sottovalutare l'Europa, ritenere che sia una potenza destinata all'irrilevanza globale, per motivi economici, demografici e militari. L'Europa mantiene la capacità di sabotare gli obiettivi americani: «Come le strategie su Iran e Cina dimostrano, anche una debole e divisa Europa, come i lillipuziani con Gulliver, può complicare la libertà di manovra americana». Un'Europa unita potrebbe solo peggiorare questi intenti. Se nessuno vuole che si ripetano questi quattro anni di freddezza, sarebbe però un errore per gli Stati Uniti incoraggiare una visione di Europa come contrappeso, e non partner, dell'America. Se Bush non può persuadere le istituzioni europee ad impegnarsi per diffondere la democrazia, può persuadere gli europei, l'opinione pubblica, e sostenere i suoi tanti amici nel continente che non vogliono un'Europa che sia di ostacolo all'America.

Sunday, February 20, 2005

Call it the "Baghdad Spring"

Il solito, eccezionale, editoriale domenicale di Thomas Friedman sul New York Times: buone e cattive notizie ancora una volta dal Medio Oriente.
«The good news is that what you are witnessing in the Arab world is the fall of its Berlin Wall. The old autocratic order is starting to crumble. The bad news is that unlike the Berlin Wall in central Europe, the one in the Arab world is going to fall one bloody brick at a time, and, unfortunately, Vaclav Havel, Lech Walesa and the Solidarity trade union are not waiting to jump into our arms on the other side».
Qualcosa si sta davvero muovendo sulle provebiali "Arab street", anche se non sembra esserci aria di rivoluzioni di velluto.
«Yes, the Iraq invasion probably brought more anti-American terrorists to the surface. But it also certainly brought more pro-democracy advocates to the surface.
(...)
The old order in this part of the world will not go quietly into this good night. You put a flower in the barrel of their gun and they'll blow your hand and your head right off». Da leggere assolutamente

Un disperato bisogno di una retorica pro-democrazia

In America, i liberal, osserva Peter Beinart su New Republic, hanno bisogno di confrontarsi con la retorica pro-democracy del presidente Bush.
«Is George W. Bush the new champion of the liberal foreign policy tradition? Ever since the president's lofty second inaugural, in which he pledged the United States to promote freedom across the globe, conservatives have been emphatically saying "yes" - comparing him to such liberal giants as Woodrow Wilson, Harry S Truman, and John F. Kennedy. Liberals have been saying "yes, but" - acknowledging the moral power of Bush's words, but claiming that his policies contradict them».
In termini di politiche avviate, Beinart sostiene che hanno ragione i liberal, ma è ingeneroso con Bush, prendendo in considerazione le involuzioni autoritarie in Russia, Uzbekistan e Guinea equatoriale, o la mancanza di società libere basate su un'istruzione secolare in Medio Oriente. Bush però sfida i liberal sul terreno della retorica. Tutto qui il problema per Beinart, un deficit di retorica democratica sarebbe quello che manca ai liberal, e Kerry aveva un'agenda anche più credibile per la democratizzazione. Io vedo invece il semplice prevalere tra i Democratici americani dell'area radicale, ma non per questo credo che i suggerimenti di Beinart non abbiano ragioni, e molte.

I liberal dovrebbero dotarsi di una retorica che torni a fondere «idealismo e umiltà». Come l'ammissione che fece Kennedy nel '61 davanti ai Paesi latinoamericani, così oggi gli Stati Uniti dovrebbero riconoscere davanti ai popoli musulmani, i quali lo sanno bene, che gli Stati Uniti nei loro Paesi non hanno quasi mai rappresentato una forza per la democrazia. Il rifiuto di Bush a riconoscere queste verità storiche lo renderebbe «ipocrita e arrogante» agli occhi dei musulmani. E' il mito della propria infallibilità a danneggiare l'immagine degli Stati Uniti.

Ai Democratici non rimane che una doppia scelta, fra un linguaggio realista-isolazionista che non guarda agli Stati Uniti come un promotore globale di democrazia, e un idealismo senza illusioni che riconosce che l'America ha mancato spesso, nella sua storia, di promuovere la libertà globale. Per i liberal, che hanno disperato bisogno di riappropriarsi di un linguaggio pro-democracy, è un buon momento per allacciarvi il "discorso dell'umiltà" mancato a Bush. Leggi tutto l'articolo

Gli sciiti non sono tutti uguali

Furono i liberal, da Carter in poi (che invitò ad abbandonare un'irrazionale «paura del comunismo che ci ha portati a sostenere ogni dittatore che si sia unito a quella nostra paura»), scrive Robert Kagan sul Washington Post di venerdì scorso, a criticare le politiche della Guerra Fredda che consideravano l'universo comunista come un monolite con il quale evitare ogni forma di apertura di dialogo e di credito. Un'intuizione che se indebolì le difese ideali americane nei confronti di regimi comunisti e nazionalisti non strettamente riconducibili all'orbita sovietica, tuttavia permise all'America di avvantaggiarsi delle divisioni interne all'avversario e diede la possibilità di sviluppare positivi rapporti con altri fenomeni della sinistra globale: socialdemocrazia, euro-comunismo, sindacati, teorici della "terza via". Sarebbe stato un errore etichettarli tutti come "comunisti".

Ora però - questa è la contraddizione - quelle stesse opinioni liberal, basta leggere il New York Times, o ascoltare CNN, non riescono a distinguere alcuna differenza nell'universo sciita e sostengono che la vittoria della coalizione sciita di Al Sistani nelle elezioni irachene porterà alla costituzione di una Repubblica islamica in Iraq, come quella degli ayatollah in Iran e quindi l'amministrazione Bush si sarà procurata con le sue stesse mani un nuovo nemico. Così come durante la Guerra Fredda con i comunisti, trasformare il mondo sciita in uno stereotipo non aiuta gli Stati Uniti nel perseguimento dei propri interessi. Leggi tutto l'articolo

Saturday, February 19, 2005

Psicoanalizzare la sinistra

L'egemonia culturale e la pretesa superiorità morale sono alla base della perseveranza nell'errore della sinistra italiana. Il libertarismo come lezione necessaria. Il risveglio culturale delle destre

Nel primo della serie di post intitolati «Errare è umano, ma perseverare è... di sinistra» segnalavo un articolo nel quale Ernesto Galli della Loggia contava, dal 1948 al 1991, ben 14 errori, nelle analisi e nelle scelte politiche, del PCI, spiegando cosa, a sinistra, «ha favorito e favorisce questa duplice fenomenologia dell'abbaglio culturale prima e del rifiuto a riconoscerlo poi». L'impunità, politica e culturale, garantita dall'egemonia esercitata da decenni sui centri mediatici, accademici e culturali del Paese, ha avuto sui vertici comunisti un effetto deresponsabilizzante che li ha portati a perseverare nell'errore, che è connotato ormai irriducibile della sinistra italiana. Se la storia gli dà torto, non importa, hanno conquistato la potenza di fuoco, culturale e mediatica, per riscriverla a loro vantaggio. I «"treccartari" della memoria» li ho anche chiamati, quelli che i fatti gli danno torto ma hanno il potere di raccontarteli come vogliono.

Uno dei casi più emblematici è senz'altro quello del craxismo. La «contraddizione irrisolta» l'ha definita Stefano Folli sul Corriere della Sera. «Si riabilita Craxi, si riconosce che avevano ragione coloro che la pensavano diversamente (ieri sulla Nato e il mercato comune, oggi sull'Iraq), ma il gruppo dirigente resta immutabile e impermeabile». Un caso emblematico, scriveva ieri Massimo Teodori su il Giornale, «di quanto siano stati fittizi i tentativi degli eredi del comunismo italiano – non di quello moscovita – di presentarsi come i veri riformisti».

Il punto è che, con malcelati fastidi e rancori, le riabilitazioni ci sono state, anche le "svolte" (troppe). E passi pure il fatto che la nomenklatura sia la stessa, è grave che siano mancati fatti, scelte politiche coraggiose, di rottura totale con il passato. Se Enrico Berlinguer vedeva nel craxismo «la personificazione stessa del nemico reazionario» e se, come scrive Teodori, non tollerava che esistesse a sinistra una politica autonoma dal Pci che portasse in Italia quel socialismo di stampo liberale (quello di Blair per intenderci), «un'evoluzione anche rispetto alla classica socialdemocrazia centro-europea», bisogna concludere che un socialismo liberale - pensiero e azione politica - è sempre stato avvertito «non come adiacente, ma contrapposto a quello comunista». Insomma, puzza di traditori.

Diritti civili, diritti "borghesi". Per averne una conferma, basti pensare alle lotte per i diritti civili in Italia. Oggi questa storia, quando non è censurata - nel senso che non se ne parla come "gli anni dei diritti civili" - è comunque riscritta e le giovani generazioni sono portate a pensare che sì, furono gli antenati politici dei Fassino e dei D'Alema ad aver conquistato il divorzio, l'aborto, l'obiezione di coscienza. Queste lotte sono state combattute dal piccolo Partito Radicale e altri movimenti, che hanno mobilitato il popolo della sinistra ma anche maggioranze cattoliche intorno alle domande di rinnovamento della società e del costume che venivano dal basso.

Solo quando già praticamente vinte, i vertici del PCI (malvolentieri) si sono dovuti far trascinare in quelle ondate inarrestabili, non hanno potuto resistervi, ponendo però su quelle vittorie un sigillo politico ex post, abusivo, dal quale è partita l'opera egemonica di "riscrittura" storica. In realtà, l'intera cultura libertaria o era ignota o era disprezzata e rigettata dalla sinistra comunista italiana. Allora la rivendicazione di quei diritti era percepita come una deviazione dall'obiettivo della lotta contro lo Stato capitalista, e i diritti civili erano bollati come diritti di natura borghese. Anche oggi la sinistra sembra ignorare che la libertà dell'individuo dai poteri coercitivi dello Stato dovrebbe rappresentare la motivazione ideale e l'obiettivo concreto di una forza di sinistra democratica. Se persino il liberalismo viene percepito come nemico filosofico, incompatibile con le visioni egualitarie (ridotte a conformismo buonista) e dirompente della convivenza civile, figuriamoci il libertarismo.

Il "continuismo". Il problema dunque, scrive Teodori, è il cosiddetto "continuismo", cioè la volontà di salvaguardare quale ricchezza collettiva - e non invece come un cumulo di errori - la storia e la tradizione teorica e politica del comunismo. Non si comprende del resto la necessità di così tante svolte, se non con il fatto che di svolte di mera facciata si è trattato. Sempre nuovi impegni per il riformismo purché non implicassero atti effettivi che, rompendo con l'area massimalista e pacifista, mettessero in discussione il tabù dell'unità della sinistra costruendo sulle sue ceneri.

Ecco spiegato il perché di un dibattito pubblico vissuto sempre in retroguardia, con gli avversari politici della destra che si stanno sempre più attrezzando per dare battaglia sul piano culturale e per contestare quella pretesa superiorità morale dalla quale la sinistra impartisce le sue lezioni politiche quasi sempre smentite dai fatti.