Monday, June 30, 2008

Il governo con il guaio Alitalia, il Pd si è inguaiato da solo

Anche grazie all'ottimo lavoro dei due migliori elementi del Pd, il sindaco Chiamparino e la presidente Bresso, nel fine settimana il governo ha potuto incassare l'accordo siglato con i comuni della Val Susa interessati dalla Tav. Sbloccare questa importante opera pubblica sarebbe un risultato non scontato e non di poco conto per il governo.

Dall'altra parte si profila un primo e annunciatissimo fallimento. Invece di passare di mano la patata bollente, Berlusconi ha voluto usare la vicenda Alitalia in campagna elettorale, impegnandosi a far fallire - complici i sindacati - la trattativa con Air France. Il risultato è che di sbocchi e di partner industriali esteri nemmeno l'ombra e che il piano allo studio dell'advisor nominato dal governo, Banca Intesa, prevederebbe oltre 4 mila esuberi (il doppio di quanto prevedeva il piano di Air France respinto dai sindacati), una legge ad hoc che permetta il commissariamento della società senza comprometterne l'attività e un partner industriale fragilissimo come AirOne, che sancirebbe definitivamente il carattere regionale, se non nazionale (e monopolista nella tratta Milano-Roma) della compagnia.

Sul fronte dell'opposizione, proprio il tema che più di ogni altro avrebbe dovuto segnare il passaggio ad una «nuova stagione» di reciproco riconoscimento con l'attuale maggioranza, cioè la giustizia e i guai giudiziari che investono il premier, diventa invece il terreno del ritorno al passato di Veltroni, sancito e proclamato dalle colonne di Repubblica. Il Pd si trova costretto a inseguire Di Pietro, sciaguratamente imbarcato come alleato, e a offrire di nuovo sponde politiche alla magistratura politicizzata.

Per Veltroni la giustizia italiana non è un'anomalia che ha avvelenato il clima politico degli ultimi 15 anni, ma un'«urgenza» personale del solo Berlusconi che vuole sottrarsi ai processi. Dunque, ecco servito il ritorno al passato: l'anomalia è Berlusconi. Pretendere che l'immunità per le alte cariche dello Stato debba «scattare dalla prossima legislatura» vuol dire che non deve riguardare Berlusconi e, quindi, offrire una sponda politica a quei giudici che vogliono scalzare il premier da Palazzo Chigi per via giudiziaria.

I sondaggi danno ragione a Di Pietro (l'IdV a giugno passerebbe dal 4,4% al 7,4%), perché tra gli elettori di sinistra gli antiberlusconiani e i giustizialisti sono pur sempre quantificabili in un 10/15% dell'elettorato. Ma quella giustizialista, su cui il Pd pare si stia facendo schiacciare, rimane una linea minoritaria nel Paese, quindi dannosa per un partito che si dice a «vocazione maggioritaria». Purtroppo, ancora nessun leader del Pd ha finora voluto combattere una battaglia culturale per estirpare il giustizialismo dalla cultura politica della sinistra.

C'è ancora, nel Pd, la voce di qualche liberale, come quella di Antonio Polito, che dopo aver dato lezione di diritto pubblico comparato a Scalfari-Barbapapà, conclude così il suo editoriale di oggi:
«Il nostro stato di diritto non deve stare tanto male se l'uomo più potente d'Italia è già stato sottoposto a sedici procedimenti. E il pericolo maggiore per la democrazia italiana è piuttosto questa maledizione per cui da quindici anni votiamo, cambiamo sempre governo, e non cambia mai niente. Aspettate che gli italiani si convincano che il loro voto è inutile, e allora sì che ne vedremo delle belle. Scalfari pensa che Berlusconi sia il problema della democrazia italiana. Io penso che sia un problema, irrisolvibile se prima non se ne risolvono molti altri. Primo dei quali è garantire al paese il diritto di essere governato, bene o male, secondo il mandato elettorale; cosa che il centrosinistra non è riuscito a fare e unica ragione per cui è tornato l'odiato Caimano. Solo il voto popolare toglierà Berlusconi dal cielo della vita pubblica italiana. Smettetela di illudere i vostri lettori e i vostri elettori che possa farlo un qualsiasi pm, solo perché voi ne siete incapaci».

Mugabe potrebbe fare scuola in Africa

Per una Corea del Nord che viene riaccolta nella "comunità delle nazioni" - non perché non sia più un gigantesco gulag a cielo aperto, ma perché, come osserva 1972, «come tutti i presidenti a cui manca poco, Bush si è fatto inghiottire dall'ossessione di portare a casa un risultato diplomatico ad ogni costo» - c'è uno Zimbabwe che da quella comunità sembra uscire definitivamente, dopo che persino il segretario dell'Onu Ban Ki Moon ha dichiarato «illegittimo» il risultato delle elezioni farsa "vinte" da Mugabe. Una voce l'Onu la emette, quando si tratta dell'insignificante Zimbabwe...

Solo che dalla Corea del Nord alla Birmania, dal Darfur allo Zimbabwe, le dittature continuano indisturbate a mietere vittime e l'assenza di un concreto intervento esterno rimane la costante. Le democrazie occidentali mostrano di non aver ancora capito che permettendo che certe situazioni degenerino, per quanto distanti possano apparire, prima o poi, direttamente o indirettamente, mettono a repentaglio la loro stessa sicurezza e i loro stessi interessi, oltre che sacrificare la vita di milioni di essere umani.

Tra l'altro, farla passare liscia a Mugabe potrebbe essere di esempio negativo per gli altri stati africani. Nel senso che altri leader potrebbero essere tentati di rimanere al potere, o di conquistarlo, ricorrendo a metodi autoritari e alla violenza, sicuri di rimanere impuniti. Di subire al massimo qualche reprimenda, ma senza che né l'Onu, né l'Unione africana, né l'Ue, né gli Stati Uniti siano veramente intenzionati a fermarli. Ciò indebolirebbe le già poche e fragili "democrazie liberali" presenti in Africa.

Velino Radio on line

Da oggi, dalle 9 di stamattina, sono iniziate le trasmissioni di Velino Radio, nuova emittente su web nata per iniziativa del Velino, la prima agenzia di stampa nazionale a voler offrire i propri servizi agli utenti sfruttando fino in fondo le potenzialità del web.

E' possibile ascoltarla in diretta (oppure in podcast) dal sito ilvelino.it, dove si trovano anche tutte le indicazioni sul palinsesto: per molte ore al giorno, una programmazione all-news, con notiziari ogni ora, con approfondimenti tematici, con eventi politici ed economici in diretta, e le versioni radiofoniche dei prodotti storici del Velino, insieme a tanta buona musica.

E' presente anche una rubrichina del sottoscritto, a chi interessasse. In onda ogni lunedì alle 10:30: Think Global. Tra le altre rubriche di approfondimento, vi segnalo Nonsolocina (Enzo Reale - venerdì ore 16:30), All'Ombra del Cremlino (Valerio Fabbri - mercoledì ore 16:30). E poi Paganini non ripete (Pietro Paganini), Governo Ombra (Enrico Gagliardi), Libridinet (Adriano Angelini), Anima Blues (Salvatore Ferraro).

Espana, Olé

Una bellissima Spagna si aggiudica meritatamente gli Europei 2008. L'Italia è stata l'unica squadra contro la quale gli spagnoli non sono riusciti a vincere e se la Federazione non avesse tempestivamente richiamato Lippi c'è da scommettere che Donadoni avrebbe usato anche questo argomento per negare la brutta figura che ci ha fatto rimediare. Secondo questa logica, l'Olanda, che ha battuto tre a zero l'unica squadra che non ha perso contro la Spagna, potrebbe autoproclamarsi vincitore morale.

Ma parliamo della Spagna, una nazionale che spesso in queste competizioni parte a razzo nel girone per poi sciogliersi ai primi scontri a eliminazione diretta. Gran possesso palla, ma il difetto degli spagnoli (simile a quello dei portoghesi) è che "si piacciono" troppo nel palleggio. Quest'anno gli è bastato aggiungere un pizzico di concretezza per diventare una squadra estremamente competitiva. Hanno sbagliato molte occasioni per chiudere la partita, ieri sera, e i tenaci tedeschi avrebbero potuto castigarli, ma la differenza tecnica in campo è apparsa evidente.

In generale è stato un torneo da cui è emerso che nel calcio di oggi per vincere devi saper giocare (dal punto di vista tecnico) e giocartela (dal punto di vista tattico), che le fiammate estemporanee o il "catenaccio" possono risolverti una partita, ma non farti arrivare fino in fondo. E non sempre è stato così.

Ballack ha confermato di essere un giocatore molto sopravvalutato, mentre gli spagnoli hanno dimostrato di essere un gruppo molto giovane ma affiatato, dotato tecnicamente, e ora con una discreta esperienza di alto livello. La mia impressione è che questa squadra possa fare molto bene anche ai prossimi Mondiali e possa aprirsi un ciclo. Su tutti, confesso di avere un debole per Fabregas, letteralmente sontuoso (ha solo 21 anni e già alle spalle splendide annate nell'Arsenal).

Una nota la merita la Semifinale giocata contro i russi. Chi ha visto la partita si sarà chiesto dove fosse finita la Russia dei supplementari con l'Olanda e se le isole Far Oer avessero preso il suo posto. Intendiamoci: ci sta di sbagliare una partita, di non riuscire a ripetere le belle giocate fatte vedere nei Quarti, ma un tale calo fisico non può che accentuare certi sospetti che avevo avuto, anche perché gli spagnoli venivano da un Quarto di finale finito ai rigori e con un giorno in meno di riposo. I russi erano totalmente fermi, ma particolarmente deludente, assente dal gioco, è stato il talento Arshavin, che contro l'Olanda al 120° minuto era ancora capace di scatti brucianti. Il passaggio in Semifinale avrà comunque fatto schizzare in alto la sua valutazione...

Friday, June 27, 2008

Il toro per le corna, banco di prova per il Pd

Il governo ha deciso di afferrare il toro per le corna e ha presentato, con l'obiettivo di farlo approvare a luglio, il disegno di legge per la sospensione dei processi alle più alte cariche dello Stato per la durata dei loro mandati. A questo punto, sarebbe saggio da parte della maggioranza ritirare l'emendamento Vizzini-Berselli. Non per rinunciare al principio che quella norma rappresenta, cioè il superamento dell'obbligatorietà dell'azione penale, ma per definirlo nel modo migliore e inattaccabile, in una legge di riforma organica.

Sconcertante è però l'atteggiamento del Pd, che ormai sembra non avere la forza di resistere alla tentazione di lanciarsi all'inseguimento di Di Pietro sul piano che è più congeniale all'ex pm. Se appare ragionevole che la Finocchiaro chieda il ritiro della sospendi-processi, pretendere che l'immunità sia fatta valere solo dalla prossima legislatura significa essere ancora nella vecchia stagione. Come ho avuto già modo di spiegare, il Pd non inaugurerà nessuna «nuova stagione» se non capirà che l'anomalia, l'"emergenza democratica", è nella magistratura, non in Berlusconi; finché non ammetterà di aver sbagliato, avendo persino offerto sponde e copertura alla magistratura politicizzata, che ormai ha acquisito tanto potere di condizionamento sulla politica intera (non più sul solo Berlusconi) da essere incontrollabile, persino dal presidente Napolitano.

«Altrimenti - si giustifica la Finocchiaro - avremo un sistema in cui si legifera ancora una volta nell'interesse personale del presidente del Consiglio». Altrimenti - è il discorso che ci saremmo aspettati di sentire dopo questi 15 anni - avremo un sistema in cui si fanno i processi per delegittimare e far cadere i governi democraticamente eletti. La capogruppo del Pd chiede a Berlusconi di «affrontare serenamente un processo di primo grado» che lo vedrà certamente condannato da un giudice non imparziale per un'accusa ridicola. In sostanza, la Finocchiaro sta chiedendo a Berlusconi di dimettersi.

Il Pd è ovviamente libero di esercitare il suo ruolo di opposizione come meglio crede, ma se la maggiorenza ritirerà la sospendi-processi e si concentrerà sull'immunità per le alte cariche avrà certamente il sostegno del presidente della Repubblica e per i garantisti nel Pd sarà davvero l'«ultimo giro di giostra».

Oggi, Piero Ostellino, sul Corriere della Sera, cita le parole di Violante per spiegare l'anomalia della giustizia italiana. «In Italia, l'azione penale è obbligatoria solo formalmente ma, in realtà, è lasciata alla discrezionalità dei singoli magistrati». «I magistrati perseguono selettivamente chi vogliono, secondo criteri soggettivi che rischiano di tracimare nell'arbitrio», traduce Ostellino.

Il Csm rappresenta l'altra grave anomalia: «Non c'è un solo articolo della Costituzione che attribuisca al Csm un preventivo controllo di costituzionalità sugli atti parlamentari».

Secondo Ostellino, Berlusconi ha sbagliato a parlare dei «suoi problemi personali» all'assemblea della Confesercenti. Li distingue dai «rapporti fra il capo del governo - chiunque-egli-sia - e l'ordine giudiziario», che invece «riguardano lo Stato». Ma è una distinzione astratta. Parlando dei suoi problemi giudiziari, Berlusconi ha parlato anche di un governo sotto il ricatto della magistratura.

«Le accuse a Berlusconi derivano da un sincero desiderio di giustizia o dal tentativo di una parte dell'elite italiana di capovolgere una scelta elettorale che non accetta?». E' a partire dalla risposta a questa domanda - che ponevo in un post di qualche giorno fa e che Ostellino cita dall'editoriale di Caldwell sul FT - che i problemi giudiziari di Berlusconi finiscono per combaciare con la crisi nei rapporti fra potere esecutivo e ordine giudiziario.

Anche Antonio Polito mostra di rendersi conto di quale sia l'anomalia di partenza:
«Parliamo tutti con giusto sdegno del fatto che si vogliono sospendere per legge processi relativi a reati compiuti prima del 30 giugno del 2002. Ma dov'è lo sdegno per il fatto che reati commessi più di sei anni fa siano ancora sottoposti a processo? Non è che quei processi, o almeno molti di loro, sono già di fatto sospesi, e stancamente tenuti invita inattesa dell'inevitabile prescrizione come in una vera e propria "amnistia occulta"?»
L'impressione è che l'unico processo - tra questi prossimi alla prescrizione e sospesi "di fatto" - che stranamente procede a ritmi serrati, sia quello contro Berlusconi. Nella sospendi-processi c'è un embrione di politica giudiziaria, perché sospende alcuni processi (quelli prossimi alla prescrizione - e il processo Mills ricade tra questi - o sotto indulto) per accelerarne altri, che ancora hanno la possibilità di essere celebrati in tempo. Ci si può anche indignare per la "porcheria" della sospendi-processi, ma rimanendo consapevoli che è una pagliuzza rispetto alla trave che incombe.
«Un altro esempio: è normale in uno stato di diritto - che si fonda sulla terzietà e indipendenza del giudice - che il magistrato chiamato a giudicare Berlusconi abbia partecipato ad attività pubbliche contro di lui e la sua produzione legislativa? Terzo e ultimo esempio: fa parte dello stato di diritto pubblicare intercettazioni o loro riassunti, talvolta corredati anche della versione audio, con i processi ancora in corso, o anche nemmeno iniziati, e spesso relative a persone per le quali gli stessi pm hanno escluso ogni ipotesi di reato?»
In Europa è «uno scandalo» semplicemente che un deputato sia intercettato. Così, mentre la Finocchiaro vorrebbe che l'immunità non valesse per Berlusconi, Polito ha talmente afferrato la radice del problema da spingersi fino a chiedere «un salvacondotto giudiziario» per il solo Berlusconi. «Troppo tardi, ora che il tono morale dell'opposizione è dettato da Di Pietro».

Thursday, June 26, 2008

All'osso della democrazia, l'ultimo scontro tra poteri

Dopo la column di Caldwell dell'altro giorno, forse al Financial Times si sono preoccupati di apparire troppo berlusconiani e si sono sbrigati a sfornare un editoriale al veleno contro Berlusconi: «Oh no, di nuovo», riferendosi alla sua tendenza ad occuparsi più dei suoi problemi giudiziari che delle riforme di cui l'Italia avrebbe bisogno.

Innanzitutto una noticina. Sorprende che uno dei più autorevoli quotidiani finanziari al mondo attribuisca l'aumento fino al 2,5% del rapporto deficit/Pil nel 2008 alla manovra triennale (2009-2011) appena varata dal governo.
«The Berlusconi government last week introduced a budget that will see the public deficit rising from 1.9 per cent of gross domestic product in 2007 to 2.5 per cent in 2008».
La scure di Tremonti si abbatte sui conti pubblici, titola la Repubblica, ma il FT non vede «alcun segno che questo governo is maintaining a tight grip on public spending».

Detto questo, è certamente vero che la preoccupazione di Berlusconi per i suoi processi sottrae energie, tempo e risorse che Governo e Parlamento potrebbero impiegare per risolvere i problemi economici che affliggono il nostro Paese. E' uno degli aspetti negativi di una politica incapace di liberarsi dal ricatto della magistratura. Mi rendo conto, e sono il primo ad ammettere, che è avvilente assistere «again» a uno scontro tra Berlusconi e i pm politicizzati, che ormai va avanti da 15 anni. E' forte la sensazione di disgusto di fronte al ripetersi di un brutto film già visto, ma non possiamo esimerci. Non possiamo cedere all'assuefazione, abituarci a considerare normale il potere di ricatto che l'ordine giudiziario esercita sul potere esecutivo e sul legislativo.

Quanto sia grave la situazione si intuisce dalla sfuriata del vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, ai consiglieri, carpita ieri dai giornalisti e riportata oggi sui quotidiani. Aveva appena finito, la mattina stessa, di pronunciare all'indirizzo dei consiglieri un forte e chiaro appello alla riservatezza, che già nel pomeriggio diveniva carta straccia, con la divulgazione della bozza di parere sulla norma sospendi-processi. Singoli membri del Csm mettevano il timbro dell'intero organismo su un parere che per il momento era solo il loro, individuale e non collegiale, umiliando il vicepresidente Mancino.

Possiamo ritenere inelegante da parte del premier cercare di sottrarsi al processo; noiosi e stucchevoli i soliti attacchi ai pm. Ma considerare quelli di Berlusconi con la giustizia «problemi suoi» e non del Paese, significa cominciare a ragionare secondo lo schema giustizialista. La domanda a cui bisogna rispondere è sempre la stessa: è Berlusconi l'anomalia che causa tutte le altre anomalie italiane, oppure lui e le sue leggi ad personam sono anomalie prodotte da un'anomalia più generale, quella magistratura che da 15 anni tiene sotto ricatto la politica intera (non più solo Berlusconi)?

Gli attacchi di Berlusconi sembrano eccessivi anche a Gianni Letta, che dice agli alleati che «Silvio sbaglia», che «ci vorrebbe meno aggressività », che «non è questo il metodo giusto», ma intanto, nel silenzio dei loro uffici, i pm continuano a tramare condanne e a divulgare intercettazioni diffamanti senza alcun rilievo penale, com'è successo anche stamattina. Con toni discutibili Berlusconi ripete un discorso che non fa una piega: la nostra è una «democrazia in libertà vigilata, tenuta sotto il tacco da giudici politicizzati, ma i cittadini hanno il diritto a esser governati da chi scelgono democraticamente: non posso accettare che un ordine dello Stato voglia cambiare chi è al governo, con accuse fallaci».

In 15 anni, con 789 pm contro, mai una condanna, ma al Paese è costato caro: governi democraticamente eletti sotto il costante ricatto di una magistratura irresponsabile e quindi limitati nelle risposte di governo che giustamente i cittadini si aspettano da loro. Napoli e Milano sono le procure pronte a colpire il premier con nuove accuse ridicole. Tra il primo e il 18 luglio i suoi avvocati dovranno partecipare a otto udienze tra Milano e Napoli e se il premier dovesse parteciparvi ciò andrebbe a discapito dell'attività di governo.

Il punto è che sia il "caso Saccà", per il quale potrebbe essere rinviato a giudizio a Napoli, sia il processo Mills (leggere, per credere, la minuziosa ricostruzione di Filippo Facci), si basano su accuse ridicole, che non porteranno mai a una condanna definitiva. Ormai, dopo questi 15 anni, tra assoluzioni e prescrizioni, sono rimaste solo quelle in mano ai magistrati. Puntano a un rinvio a giudizio o ad una condanna in primo grado. Pazienza, se non si trasformeranno mai in condanne definitive. Ma quando saremo di nuovo qui a constatarlo, il loro obiettivo politico l'avranno già raggiunto, proprio come nel caso dell'arresto della moglie di Mastella. E' stato dichiarato illegittimo, ma intanto lui si è dovuto dimettere e il governo Prodi è caduto. Se Berlusconi fosse condannato a 6 anni, un istante dopo sarebbe obbligato a dimettersi e tanti saluti non solo alle risposte ai tanti problemi del Paese, ma anche all'ultimo straccio di democrazia.

Non ho perdonato a Berlusconi di non avere compiuto la "rivoluzione liberale" che aveva promesso nel 2001-2006 e può darsi che deluderà ancora le aspettative di quanti lo hanno votato anche questa volta, ma ora è in gioco qualcosa di "pre-politico", qualcosa che deve per forza venire prima dell'azione di governo: tenersi stretto il mandato a governare che gli hanno democraticamente affidato gli italiani ma che gli potrebbe essere tolto con un colpo di mano giudiziario.

E' una lotta contro il tempo, in cui vince chi colpisce per primo. La sentenza prima del "lodo Schifani", o il "lodo Schifani" prima della sentenza? Certo, la sospendi-processi è una norma rozza, brutta, «impensabile in altri Paesi occidentali», dove però è anche impensabile una magistratura totalmente fuori controllo, ma rivela tutto il carattere di eccezionalità e di emergenzialità in cui sono precipitati i rapporti tra politica e magistratura. E' una guerra tra poteri che in quanto condotta al di fuori delle regole costituzionali precede la democrazia stessa. Siamo arrivati all'osso della democrazia, non c'è più nulla da rosicchiare. Occorre esserne consapevoli, mettere da parte tutte le considerazioni sulle "buone maniere" istituzionali, decidere da che parte stare e assumersene la responsabilità.

Wednesday, June 25, 2008

Il Csm in soccorso del processo Mills

E' finalmente arrivato il tanto atteso parere del Csm sulla norma sospendi-processi contenuta nel pacchetto sicurezza. «Incostituzionale», ovviamente, sentenzia la bozza presentata oggi alla Sesta Commissione dai relatori, Livio Pepino e Fabio Roia. Entrambi sono firmatari della stessa lettera/appello contro Berlusconi firmata anche dal giudice Gandus, nei cui confronti per questo motivo è stata avanzata richiesta di ricusazione nel processo Mills. Sono i soliti che continuano a condurre la loro lotta politica avvalendosi degli uffici giudiziari che ricoprono.

Tentano di bloccare quella norma perché eviterebbe a Berlusconi una condanna già scritta. Sanno benissimo che il processo Mills è già di fatto prescritto in appello, ma vogliono comunque colpire Berlusconi in primo grado, adesso che il giudice non è imparziale. Basterebbe e avanzerebbe come delegittimazione politica.

La norma, dicono, violerebbe l'articolo 111 della Costituzione, cioè il principio della ragionevole durata del processo. Ma già ad oggi la durata di un enorme numero di processi è irragionevole. Quell'articolo viene quotidianamente violato. Ma mentre l'eccessiva durata oggi colpisce random, la norma rappresenta un tentativo di stabilire dei criteri di priorità, cioè di scegliere pragmaticamente a quali processi dare la precedenza e garantire una ragionevole durata.

Con che coraggio, poi, si parla di «amnistia occulta», quando già oggi molti processi rischiano la prescrizione, cioè di venire non solo sospesi, ma cancellati de facto, con l'unica differenza che ciò avverrebbe senza alcun criterio, secondo il capriccio del caso o la discrezionalità birichina dei magistrati. La norma vuole sospendere quei procedimenti già oggi vicini alla prescrizione (alla cui sentenza non si arriverebbe comunque), o che ricadono sotto l'indulto (per cui la sentenza non verrebbe mai eseguita), proprio per dare modo ai tribunali di evitare che facciano la stessa fine altri processi, per i reati più gravi, che invece potrebbero essere celebrati per tempo. E' una norma sospendi-alcuni-processi-per-accelerarne-altri.

Fece la stessa cosa - con una circolare, non con una legge - il procuratore di Torino Maddalena, mettendo in coda i processi che sarebbero ricaduti nell'indulto, ma il Csm non sentì il bisogno di parlare di «amnistia occulta».

Il paradosso è che gli stessi Pepino e Roia, più Fresa, decideranno anche sull'istanza di ricusazione presentata da Berlusconi nei confronti della Gandus, pur essendo tutti co-firmatari dell'appello anti-Berlusconi sottoscritto da quella stessa giudice e addotto come motivo della richiesta di ricusazione.

Salvare lo Zimbabwe

Mica adesso verranno a dirci che Mugabe è come Saddam Hussein? Che dispone del più forte esercito dell'area e che attaccarlo sarebbe una catastrofe?

La comunità internazionale - termine troppo vago - diciamo le democrazie, dovrebbero raccogliere il grido d'aiuto lanciato oggi in una conferenza stampa da Morgan Tsvangirai, leader del Movement for Democratic Change e rivale del dittatore Mugabe, rifugiato da domenica all'interno dell'ambasciata olandese per timore di essere arrestato o addirittura assassinato. «Occorre un contingente di pace per salvare il mio Paese. Devono agire al più presto le Nazioni Unite e la Sadc (South Africa Development Community, n.d.r.)», cioè la comunità economica dei Paesi dell'Africa australe.

Laddove per «contingente di pace» intende probabilmente un intervento militare capace di porre fine al potere dell'affamatore Mugabe. «Subito dopo l'arrivo delle forze di pace le Nazioni Unite e l'Unione africana devono mandare osservatori elettorali per preparare nuove elezioni presidenziali – ha scritto ieri il capo dell'opposizione sul quotidiano britannico Guardian - La battaglia che si sta combattendo in Zimbabwe è tra democrazia e dittatura, giustizia e ingiustizia, giusto e sbagliato. La comunità internazionale deve diventare qualcosa di più di un partecipante morale: si deve mobilitare».

D'un tratto ci si accorge che il regime change in versione neocon e l'interventismo liberal, o diritto/dovere di ingerenza, alla Clinton e alla Blair, come in Kosovo, sono sempre di attualità. Sudan, Birmania, Zimbabwe, dovrebbero essere i casi di scuola. Commentatori conservatori (Wall Street Journal, Times) e liberal (Guardian), fino a Susan Rice, il principale consigliere di politica estera di Obama, guardano al ricorso alle armi per rimuovere il despota Mugabe. Gli incubi Rwanda, Mogadiscio e Bosnia sono appena dietro l'angolo.

Ancora una volta a Washington e a Londra rivolgiamo lo sguardo, sperando nel coinvolgimento di un'acquisita consapevolezza umanitaria e sensibilità democratica da parte dei leader africani.

Veltroni: non la «nuova stagione», ma tutte le stagioni

L'hanno intitolata «l'ultimo giro di giostra», su il Riformista di oggi, la prefazione di Andrea Romano alla nuova edizione del suo fortunato libro sui "Compagni di scuola", la classe dirigente del Pci-Pds-Ds, anche se l'autore parlava piuttosto di un «ennesimo giro di giostra». Un giudizio severissimo, ma inoppugnabile.

La vicenda della generazione di postcomunisti che ha raccontato «si conclude nel segno della sopravvivenza dei tratti di fondo che ne hanno segnato gran parte del percorso», un «intreccio di familismo e tribalismo che ha impedito a quel gruppo di dispiegare il proprio potenziale politico e di diventare un'autentica classe dirigente di stampo europeo».

L'ultimo dei mohicani, che doveva salvare l'onore della "famiglia", Walter Veltroni, si caratterizza per il «suo particolare metodo di costruzione di sé, la sua capacità di solcare le onde del consenso senza mai rischiare troppo in prima persona, il suo sperimentato mestiere di profeta del tutto e del contrario di tutto... la sua capacità di non negarsi a qualsiasi tesi possa rivelarsi conveniente domani se non oggi. Quel metodo che lo ha reso sino a oggi inattaccabile perché mai troppo prigioniero di una sola posizione, dopo aver solcato negli anni tutte le collocazioni disponibili sul mercato politico postcomunista...»

E' stato «tutto e il contrario di tutto», Veltroni. Fino ad oggi. Quello che va da solo ma anche con Di Pietro; quello della «nuova stagione» e del dialogo che sa accodarsi al giustizialismo dipietrista.

«Massimamente disinvolta - scrive Andrea Romano - è stata la gestione della sconfitta». Un Pd che guadagna solo l'1% rispetto alla somma dei voti dei Ds e della Margherita nelle elezioni del 2006, «marginalizzato» nell'Italia settentrionale e meridionale, «incapace di attrarre anche solo in minima parte il voto mobile moderato».

Ma una «disfatta politica prima che elettorale», per non aver portato alle estreme conseguenze la logica con cui aveva intrapreso la campagna agli inizi, che Veltroni ha saputo trasformare in «spettacolare vittoria con l'assoluta disinvoltura di colui che rimane un maestro nella gestione pubblica delle sconfitte. In un partito normale, la campagna elettorale 2008 sarebbe stata per lui la partita della vita. Una partita giocata nel pieno controllo del messaggio e dell'offerta politica, una scommessa che in caso di vittoria lo avrebbe legittimamente condotto al governo ma che dinanzi alla sconfitta avrebbe dovuto spingerlo a dimissioni trasparenti e dignitose. Così come accade nei normali partiti delle normali democrazie. Ma non è questo il caso di chi ha attraversato indenne le tormente del postcomunismo italiano con gli strumenti della dissimulazione e della fuga dalla responsabilità. E che anche in questo caso si mostra impermeabile al semplice dovere di rispondere del fallimento delle proprie scelte politiche. Perché anche in questo caso la colpa del proprio insuccesso è attribuita a qualcun altro (oggi Prodi, ieri D'Alema, prima ancora il comunismo sovietico), mentre l'unico superstite dei compagni di scuola si prepara all'ennesimo giro di giostra».

E oggi Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera, scrive che in certi momenti di difficoltà i leader «devono scegliere: tirare dritto, andare alla conta, scontrarsi con i propri nemici interni, oppure galleggiare, sopravvivere piegandosi al volere degli altri». Veltroni ha scelto la seconda opzione, quella da segretario, non da leader. «Ciò che Veltroni deve chiedersi è: che cosa resta di un leader se la piattaforma politica su cui si è impegnato e ha chiesto i consensi viene messa da parte?» Ma secondo me dovrebbe chiedersi cosa resta di un leader se la sua «piattaforma politica» è lui stesso a metterla da parte, rinunciando ad essere il leader di una «nuova stagione» per poter essere il segretario per tutte le stagioni.

Ovazioni per Berlusconi da Confesercenti

Corriere.it e Repubblica.it avrebbero fatto meglio a non pubblicare il video dell'intervento di Berlusconi all'assemblea della Confesercenti, perché chi avesse la pazienza di aprirlo, si accorgerebbe di quanto tendenziosi fossero i titoli on line dei due quotidiani: "Pm, un cancro". Berlusconi fischiato (Corriere.it); Berlusconi attacca i giudici e dalla platea piovono fischi. Napolitano: ci vuole il dialogo (Repubblica.it). Almeno Repubblica.it non mette tra virolgette parole mai pronunciate dal premier, come «cancro». L'uscita di Berlusconi viene fatta passare per un insulto, mentre non è che il ragionamento che tutti conosciamo, sviluppato pochi giorni fa anche da un editorialista del Financial Times.

«I giudici politicizzati sono una metastasi della democrazia». Concetto condivisibile. Così come è vero anche che di fronte alla questione dello strapotere della magistratura e dell'immunità per le alte cariche dello Stato l'opposizione sia «rimasta indietro» e «giustizialista». Non hanno ancora capito che Berlusconi è un'anomalia particulare di un'anomalia più generale e più preoccupante che è la giustizia italiana. Il dato sfornato da Berlusconi oggi la dice lunga: se 789 pm si concentrano contro di lui nell'arco di 15 anni e non sanno andare oltre assoluzioni e prescrizioni, un problema dev'esserci: delle due l'una, o si tratta di persecuzione politica, o sono incapaci.

E i fischi? Berlusconi, al contrario del principale esponente dello schieramento a lui avverso, non teme di affrontare le platee che ha di fronte, rischiando di prendersi anche qualche fischio. Ma guardando il filmato ciò che colpisce è che da una platea di qualche centinaio di persone in un teatro siano giunte piuttosto delle ovazioni ai passaggi di Berlusconi sulla giustizia. Fischi e buuuh si avvertono distintamente, ma si avverte anche che sono minoritari. Un fischio prolungato pare provenire addirittura da una sola persona. Passerà sui giornali che Berlusconi è stato fischiato da Confesercenti e al Pd vi troveranno un qualche motivo di conforto: stiamo già rimontando.

Ultima nota. Il titolo di Repubblica.it induce a pensare che il presidente Napolitano abbia voluto richiamare Berlusconi alla moderazione. Ebbene, potrà anche essere questo il pensiero del presidente, che però questa mattina ha parlato prima di Berlusconi. Quasi inosservato, invece, il richiamo di Nicola Mancino, che per la seconda volta in pochi giorni ha invitato i consiglieri del Csm a mantenere la «riservatezza» e «a non rendere dichiarazioni» in merito al parere sulla cosiddetta norma "blocca processi.

La finzione dei colloqui conviene sia a Pechino che al Dalai Lama

Il 21 giugno la torcia olimpica è passata a Lhasa, capitale del Tibet, che da oggi dovrebbe essere riaperto ai turisti stranieri. Nessun incidente, ma nonostante gli sforzi del regime per trasmettere un'immagine di normalità, la cerimonia si è svolta in un clima visibilmente irreale. Una Lhasa deserta, blindata da migliaia tra poliziotti e truppe para-militari; i giornalisti stranieri "embedded", seguiti a vista da agenti cinesi; i tibetani non hanno avuto il permesso di uscire dalle loro case; solo cinesi assiepati lungo il percorso; decine di figuranti in abiti tradizionali; ma neanche un monaco davanti al Palazzo Potala, un tempo sede del leader spirituale tibetano.

Pechino ha voluto così dimostrare chi comanda in Tibet. Il Dalai Lama aveva chiesto alla sua gente di «rispettare l'evento», ribadendo che la Cina «merita di ospitare i Giochi», mentre il segretario del Partito comunista di Lhasa non perdeva occasione per accusare di nuovo lui e la sua "cricca", nel discorso di chiusura della cerimonia tenuto proprio di fronte al Palazzo Potala.

Qualche giorno prima, il 18 giugno, un rapporto di Amnesty International denunciava la detenzione illegale di oltre mille tibetani, di cui non si hanno più notizie dal marzo scorso. E chiedeva quindi a Pechino di «mettere formalmente i manifestanti in stato di accusa, se vi sono le motivazioni», o altrimenti, di «rilasciarli immediatamente». Due giorni dopo, alla vigilia del passaggio della torcia in Tibet, l'agenzia di stampa ufficiale del regime, la Xinhua, rendeva noto il rilascio di 1.157 detenuti arrestati nel marzo scorso, ma accusati di reati minori, e la condanna di altri dodici a non meglio precisate pene detentive (i condannati sarebbero in tutto 42, secondo Xinhua).

Nonostante l'evidenza che "normalità" in Tibet continui a far rima con detenzioni arbitrarie, torture e privazioni, e che non si veda nemmeno l'ombra della maggiore apertura e libertà di movimento che Pechino aveva promesso al Cio per garantirsi l'assegnazione dei Giochi, alla normalità sembrano essere tornati i rapporti tra Pechino e le capitali occidentali. Le varie delegazioni olimpiche si stanno preparando serenamente all'evento, come se nulla fosse accaduto e incuranti delle restrizioni. Il Coni ha nominato il portabandiera degli atleti azzurri, il canoista Antonio Rossi (quarantenne, per la quinta volta alle Olimpiadi e già vincitore di ben tre medaglie d'oro).

Eppure, c'è stato un momento in cui da una capitale europea all'altra rimbalzavano voci sulla possibilità che i capi di stato e di governo disertassero la cerimonia inaugurale dei Giochi. Di fronte alle immagini della repressione diffuse dalle tv e alle contestazioni al passaggio della torcia nelle capitali occidentali, i governi non risparmiavano nei confronti della Cina parole insolitamente dure. Com'è riuscita Pechino, in così poco tempo, a uscire dall'isolamento in cui nel marzo scorso sembrava essersi cacciata dopo la repressione in Tibet?

Un ruolo l'ha certamente avuto il recente terremoto che ha colpito lo Sichuan, causando 80 mila morti. Ma Pechino è stata abile. Sul fronte interno, grazie al totale controllo mediatico, ha presentato le proteste come pregiudizi anti-cinesi, alimentando una reazione nazionalistica. Pur continuando ad attaccare pubblicamente il Dalai Lama e la sua "cricca", allo stesso tempo le autorità hanno accettato di riprendere il dialogo con i suoi emissari, soddisfacendo la principale richiesta di Bush, Sarkozy e degli altri governi europei. Colloqui accolti come una boccata d'ossigeno dallo stesso Dalai Lama, la cui linea politica è sempre più contestata sia dai tibetani in esilio che dalla sua gente ancora in Tibet, ma che a Pechino servono solo per mostrare al mondo il suo volto dialogante fintanto che dureranno le Olimpiadi.

Tuesday, June 24, 2008

La stampa europea si accorge che sulla giustizia ha ragione Berlusconi

E' destinata a saltare la cappa di conformismo anti-berlusconiano che regna in Europa, soprattutto a livello mediatico? Una prima crepa nell'atteggiamento pregiudizialmente ostile della stampa estera nei confronti di Berlusconi potrebbe essere individuata nell'editoriale pubblicato sabato scorso dal Financial Times, in cui Christopher Caldwell spiega che l'Italia farebbe bene a porre un freno ai giudici. E' la prima volta che un autorevole quotidiano europeo dà ragione a Berlusconi sui suoi problemi giudiziari.

«L'Italia ha il diritto di frenare i suoi giudici», è il titolo della column. «E' ovvio che non hanno ragione», osserva l'editorialista riferendosi ai magistrati e spiegando che Spagna, Francia, Germania e Unione europea hanno una qualche forma di immunità, che «non dà ai funzionari eletti mano libera, ma serve a proteggere il diritto dell'elettorato di essere governato da persone che hanno scelto democraticamente».

«Le accuse contro Berlusconi - si chiede Caldwell - scaturiscono da una disinteressata ricerca di giustizia oppure da un desiderio di una certa parte dell'elite italiana di revocare una scelta popolare non gradita?». Per rispondere a questa domanda l'editorialista parte da un dato di fatto, che in Italia, da oltre 15 anni, «i giudici godono di un livello di potere unico in Occidente», e ricostruisce il quando e il come l'hanno raggiunto:
«Nei primi anni Novanta, quando gli italiani avvertirono che non avrebbero più avuto bisogno di tollerare la corruzione che rientrava in un patto regolare della politica della guerra fredda, giudici ambiziosi destituirono le leadership dei principali partiti in processi di corruzione. L'attività di epurazione condotta in Italia nel periodo successivo alla Guerra fredda è stata più accurata di quella condotta da parecchi paesi comunisti. Vi fu una reggenza del potere giudiziario sui rappresentanti eletti dal popolo, con i giudici che passavano al setaccio la classe dirigente della generazione successiva».
Un potere del genere, alla lunga, «non è salutare per una democrazia». Il sistema, secondo Caldwell, è «malsano», tanto che gli italiani sono arrivati a diffidare del loro potere giudiziario e hanno rieletto più volte Silvio Berlusconi pur conoscendo perfettamente le accuse a suo carico. Gli italiani «pensano che la giustizia funzioni male. E se il prezzo da pagare deve essere una sorta di "immunità" giudiziale per Silvio Berlusconi, essi sono disposti a pagarlo».
«La legge italiana è così lenta che cozza contro l'art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti umani. In luogo di processi veloci, l'Italia ha la cosiddetta "legge Pinto" del 2001, che ribadisce il diritto a un risarcimento del danno di violazione della durata ragionevole del processo. John Major era il premier britannico in carica l'anno in cui ebbe inizio il processo Berlusconi-Mills. Le accuse che Berlusconi si è trovato a dover fronteggiare quando l'ultima legge sull'immunità giudiziale fu soppressa nel 2004 risalivano al 1985. Quando i nemici del premier mettono in guardia che 100 mila processi non celebrati sarebbero congelati perché sono trascorsi oltre sei anni, involontariamente adducono validi argomenti a favore della legge e non contro di essa».
Certo, «le acrobazie giudiziarie di Berlusconi sono invariabilmente a suo vantaggio, ma non sono mai solo a suo vantaggio. Riguardano sempre alcuni problemi veri, gravi abbastanza da compattare gli elettori dietro di lui. In questo sta il suo genio politico». L'immunità giudiziale per le più alte cariche dello Stato «potrebbe rendere la politica italiana meno litigiosa e più democratica», conclude Caldwell: «Il fatto che Berlusconi possa evitare un processo grazie a queste leggi costituisce un motivo per opporsi a esse. Ma è l'unico motivo per farlo, e non è sufficiente».

Il sindaco delle "buche"

da Ideazione.com

Il manto stradale di Roma, anche nelle arterie principali, è costellato di buche ampie e profonde. Un incubo per automobilisti e motociclisti, perché le buche sono la causa diretta o indiretta, ogni anno, di incidenti spesso piccoli ma qualche volta tragici, che aggravano la spesa del sistema sanitario nazionale e fanno lievitare i costi assicurativi. I romani continuano a chiedersi come mai nessuna amministrazione sia fino ad oggi riuscita a porre rimedio a un problema che riguarda la sicurezza e l’incolumità di tutti i cittadini e che dovrebbe rientrare tra le principali preoccupazioni di un Comune. Da qualche giorno, al problema delle buche nelle strade si è aggiunto quello del grande buco lasciato da Walter Veltroni nel bilancio comunale. Una tale voragine, caso unico in Europa, che quella dell’ex sindaco e attuale leader del Pd verrà ricordata come un’amministrazione all’insegna delle buche.
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Monday, June 23, 2008

Italia fuori. Giusto così

Non si poteva proprio vedere una squadra accedere alle Semifinali di un Europeo avendo vinto una sola partita su quattro e senza mai essere riuscita a segnare un gol su azione. Germania, Russia e Spagna ne hanno vinte tre; la Turchia due. Perdere alla "lotteria" dei rigori fornisce sempre ad allenatori e giocatori un ottimo alibi nella sfortuna, che però questa volta ci ha visto benissimo, rimettendo un po' d'ordine tra meriti e demeriti complessivi.

La Spagna ha disputato meglio di noi il torneo, ieri sera ha creato più gioco, ma non si può certo dire che i suoi attaccanti siano stati all'altezza delle lodi ricevute alla vigilia. Non hanno brillato per conclusioni o giocate irresistibili. Anzi, si sono contraddistinti più per i numerosi errori in fase di rifinitura. La Spagna può contare su giocatori buoni, veloci e grintosi, ma non eccezionali. Li abbiamo temuti troppo. L'Italia come al solito si è concentrata (e anche bene) quasi esclusivamente sulla fase difensiva, aspettando il fattore "c", un momento di distrazione o di stanchezza degli spagnoli, o l'invenzione di uno dei suoi attaccanti, che però non sono mai arrivati. Il rigore nettissimo negato alla Spagna per un fallo di Ambrosini (patetico) mi pare su Villa ci avrebbe probabilmente fatto assistere a un'altra partita, ed esposto a un altro 3 a 0.

Come con la Francia, presi individualmente i nostri giocatori non hanno demeritato: soprattutto la difesa (con uno straordinario Chiellini), Buffon, De Rossi, Camoranesi e Cassano. E' come collettivo che la squadra sembrava non avere né capo né coda.

Adesso tutti se la prenderanno con Toni, che in effetti non è apparso mai nelle migliori condizioni: troppo lento e macchinoso. Ma la squadra ha dimostrato di non avere alcun gioco offensivo. Donadoni è apparso confuso dall'inizio del torneo, sia sugli uomini da impiegare (sbagliando spesso) sia sul come impiegarli. Non ha alcun senso schierare un centrocampo a "rombo", e inserire i tre centrocampisti della Roma, nella loro squadra votati a un gioco molto offensivo, se si imposta tutta la partita in chiave difensiva (con Aquilani costretto a fare il Gattuso).

In avanti pochissime idee, tutte le azioni apparivano casuali e confuse, come contro la Francia (così almeno quella vittoria che in molti hanno salutato come "l'impresa" della svolta apparirà oggi per quella che realmente è stata: una vittoria tutto sommato fortunosa contro un avversario più "alla frutta" di noi). Troppo prevedibili nel cercare un'unica disperata soluzione: cross per la testa di Toni. Troppo prevedibile e quindi facile per i centrali avversari marcarlo. Cassano ha fatto buone giocate ma predicava nel deserto. Tutti troppo presi dalla fase difensiva, i terzini non hanno mai spinto sulle fasce e i centrocampisti non hanno mai fatto salire la squadra, che è rimasta spezzata in due, troppo lunga, con gli attaccanti isolati dal gioco.

Se Donadoni aveva intenzione di giocarsela in contropiede, non era certo di Toni che aveva bisogno come prima punta. Sarebbe stato più adatto Inzaghi. Se almeno in quella fase della partita avesse avuto un Inzaghi da inserire, allora sì, avremmo potuto sperare in un guizzo risolutivo. Poi, forse, ci spiegherà che senso ha avuto far entrare Di Natale per Cassano, addirittura fargli battere un rigore decisivo (Toni e Del Piero?).

E' stata un'Italia mediocre, come mediocre, inesperto e confuso fin dall'inizio è apparso l'allenatore, Donadoni, che approdava alla guida della Nazionale, dopo aver allenato il Livorno (!), da ex giocatore del Milan fortemente voluto da un altro ex giocatore del Milan oggi vicepresidente della Federazione: Albertini. Neanche un giornalista ha avuto il coraggio di porre a Donadoni una domanda che ne avrebbe rivelato la mediocrità: qual è stato il motivo (tattico o tecnico) per cui ha tenuto De Rossi fuori nella partita con l'Olanda? Adesso c'è da augurarsi che Donadoni abbia almeno il pudore di dimettersi già nelle prossime ore.

Sunday, June 22, 2008

Il parere che scompare

Regna il caos nel Csm, l'organismo di autogoverno della magistratura. Prima trapela la notizia di un documento in cui verrebbe preventivamente bollata di incostituzionalità la norma di sospensione dei processi, ancora all'esame del Parlamento e quindi lontana da un eventuale giudizio della Corte Costituzionale.

Oggi il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, si è affrettato a smentire, sentendo l'esigenza di incontrare personalmente il capo dello Stato: «Polemiche immotivate per un documento inesistente». Non esiste nemmeno una bozza sull'argomento, assicura. La sfida tra politica e magistratura non accenna a stemperarsi e, anzi, coinvolge anche il Csm, che evidentemente Napolitano, in quanto presidente, fatica a mantenere all'interno dei suoi confini istituzionali.

Che benzina usano i russi?

La Grande Olanda, super-favorita, è stata eliminata dai russi che hanno sfoderato una prestazione straordinaria. E così tre quarti su quattro si sono conclusi con l'eliminazione di altrettante prime classificate nel proprio girone (Croazia e Olanda addirittura a punteggio pieno). Vedremo stasera se Spagna - Italia sarà o no l'eccezione.

Olanda - Russia è stata una bellissima partita. Vinta meritatamente ai supplementari dai russi. Ma nessuno ha sollevato i dubbi che ieri sera a me sono venuti guardando la partita. Di solito capita ai supplementari che una squadra dimostri di avere più birra dell'altra, ma francamente la differenza ieri tra russi e olandesi mi è sembrata davvero eccessiva. In fondo, gli olandesi erano riusciti a pareggiare nei minuti finali dei tempi regolamentari. Al termine dei '90 minuti i russi avevano dimostrato un gioco particolarmente agile e veloce, ma gli olandesi erano sempre stati pericolosi e in partita.

Improvvisamente, ai supplementari, è come se i russi avessero messo il turbo e gli olandesi fossero crollati. Ripeto: di solito una delle due squadre si dimostra più resistente dell'altra, ma in generale i ritmi della partita si abbassano comunque per entrambe. Insomma, la birra che avevano in corpo i russi a me è parsa sospetta. La differenza troppo marcata, anche perché l'Olanda è una squadra molto forte fisicamente e veloce a sua volta. Soprattutto, dopo 120 minuti di gioco puoi certamente correre di più del tuo avversario, ma sul piano del "fondo". Si sono visti, invece, certi scatti, una rapidità nel saltare l'uomo in spazi brevi, e una lucidità sotto porta, che ai supplementari io non ricordo di aver mai visto. E non in uno o due giocatori, ma in tutti, compresi quelli che giocavano dall'inizio.

Insomma, a me qualche dubbio è venuto. Hiddink è un ottimo allenatore, molto esperto, per di più olandese, e ha preparato molto bene la partita con un avversario che conosce benissimo. Sempre Hiddink guidava la Corea del Sud ai mondiali di Corea e Giappone, nel 2002. In quell'occasione i coreani giunsero addirittura in Semifinale, grazie a un cammino sorprendente che destò non poche polemiche. Non solo per la partita vinta contro l'Italia grazie al famigerato arbitro Moreno e per altri clamorosi errori arbitrali a suo vantaggio, ma anche per l'incredibile tenuta atletica della squadra, mentre è noto che tenuta atletica e forza fisica siano i maggiori handicap dei giocatori asiatici.

Friday, June 20, 2008

Bancarotta a Roma, Veltroni si ritiri dalla politica

Uno scandalo che in qualsiasi altro Paese democratico che non sia l'Italia interromperebbe all'istante la carriera di un politico.

Walter Veltroni ha lasciato il Comune di Roma, candidandosi alla guida dell'Italia, con un «debito complessivo che va verso i 9 miliardi e 762 milioni di euro». La «base debitoria al 31 dicembre 2007 è di circa 8,151 miliardi, cui si aggiungono «investimenti da finanziare per circa 1,544 miliardi di euro». Un caso unico in tutta Europa. Cosa credeva Veltroni, di essere già in Africa? Ma i grandi quotidiani e la tv di stato tacciono. Vespa e Mentana non fanno puntate per far conoscere agli italiani la monnezza che Veltroni ha lasciato nei conti di Roma.

Nel Pd si è aperto il "processo" al candidato sconfitto e alle sue strategie, ma è per il fallimento di Roma che i democratici dovrebbero "processare" Veltroni e cacciarlo dalla guida del partito. E il veltronismo archiviato, come il bassolinismo, come una delle pagine più brutte della politica italiana.

Certo, a diffondere i dati è il neosindaco di Roma, Gianni Alemanno, ma nella sede più ufficiale, cioè durante una seduta del Consiglio comunale, nell'aula "Giulio Cesare". E la relazione sui conti capitolini, presentata da Alemanno e Tremonti, è firmata Ragioneria dello Stato e quindi lascia davvero pochi dubbi che possa essere frutto di propaganda.

Ma non è tutto. «Alcuni dati di bilancio in questi anni sono stati occultati», ha denunciato Alemanno.

Smentendo nei fatti quanti come Rutelli, in campagna elettorale, avevano provato a far leva sulla paura dei romani per il presunto atteggiamento "anti-romano" della Lega, il governo ha sbloccato subito 500 milioni di euro per Roma. «Se non ci fosse stato l'intervento del Governo sicuramente l'Ama e l'Atac sarebbero dovute andare in fallimento», ha osservato Alemanno. Ora «bisogna intervenire anche sul taglio della spesa», ha aggiunto, e «riorganizzare la holding Comune di Roma». Pensate: ad oggi ci sono ben 81 società di primo livello. Gli amici degli amici - non c'è bisogno di dire di chi - che «mettono le mani dappertutto». E mi sembra ragionevole, responsabile da parte del nuovo sindaco, che in una tale situazione ad essere sacrificato sia innanzitutto il "circenses", cioè la "Notte bianca".


E' assurdo che il responsabile di questo disastro si proponga come leader politico e addirittura candidato premier. Come amministratore responsabile di bancarotta credo che ci siano gli estremi per cui Veltroni venga inibito dall'assumere nuovamente incarichi di governo. Volevano rendere incompatibile Berlusconi per il suo conflitto d'interessi, ora si scopre che il vero incompatibile, a norma di legge, è il fallito Veltroni. Stacchi questo biglietto per l'Africa, per favore.

P.S.: Sul sito del Messaggero c'è il commento di una certa Mara, che scrive:
«E' tutto vero. Io sono di Sinistra e lavoro da 10 anni nel gabinetto del sindaco. Questo mese Alemanno ci ha fatto lavorare come matti, non ci ha sostituito con quelli del suo partito e non ci sostituirà finché non farà definitiva chiarezza, il gabinetto è ancora quello di Veltroni. In effetti non tornano i conti; la cifra è quella, anzi secondo me anche qualcosina in più; ci sono tante cose che non tornano. Ragazzi, ci sarà aria di tempesta perché Alemanno vuole documentare tutto».

Il programma blairiano del ministro Gelmini

da Ideazione.com

Mariastella Gelmini, ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, si è presentata per la seconda volta in due settimane dinanzi alla commissione Cultura della Camera. Martedì mattina oggetto della sua relazione programmatica è stata l'università. E' un approccio decisamente blairiano quello che emerge dalle risolute parole della Gelmini. Come per la scuola, anche per l'università il trinomio «autonomia, valutazione, merito» costituirà il cardine della sua azione di governo. Riguardo il rapporto tra pubblico e privati, la Gelmini ricorda che «la natura pubblica del servizio erogato non presuppone la proprietà statale dei soggetti erogatori». Per lo Stato prefigura il passaggio dal ruolo di gestore al ruolo di controllore. Il ministro ricorre alle parole di Dario Antiseri per spiegare il concetto di competizione e al libro "Meritocrazia", di Roger Abravanel, per quello di merito. Alle università, osserva, «si è data l'autonomia senza chiedere conto dei risultati». Ma responsabilità significa «essere premiati o sanzionati per le scelte vincenti o sconvenienti che si sono operate». Promette, quindi, di voler «valutare i risultati più che le procedure», nello spirito delle delivery unit concepite da Tony Blair.

Il ministro ha fatto presente che l'Anvur, l'Agenzia nazionale per la valutazione dell'università e della ricerca, è «una costosissima struttura ad alto tasso di burocrazia e rigidità» e che dunque «occorre rivederne la disciplina, per un sistema integrato di valutazione che vincoli il finanziamento ai risultati, incentivando l'efficacia e l'efficienza dei programmi di innovazione e di ricerca, alla qualità della didattica, alla capacità di intercettare finanziamenti privati ed europei, al tasso di occupazione dei laureati coerente con il titolo di studio conseguito». Ma la valutazione dovrà essere effettuata anche dal basso, ha avvertito il ministro, dalle famiglie e dagli studenti. «Le singole università dovranno fornire sui loro siti web, come avviene nel mondo anglosassone, i dati sugli sbocchi professionali dei loro studenti, sulla produzione scientifica dei loro docenti e ricercatori e sulla customer satisfaction degli studenti». Bisogna, però, tenere conto anche di indicatori come «la capacità di utilizzare finanziamenti comunitari, il grado di apertura internazionale, il numero dei brevetti».

Nei giorni scorsi il ministro aveva risposto positivamente a Francesco Giavazzi, che in un editoriale sul Corriere della Sera aveva suggerito di abbandonare il «tabù del concorso pubblico» per «un sistema in cui le assunzioni vengono decise da chi poi sopporta le conseguenze di un'eventuale decisione sbagliata». Secondo Giavazzi, «l'errore, nell'università, non è stata l'abolizione dei concorsi nazionali e la loro sostituzione con concorsi locali. L'errore è non aver accompagnato questa riforma con un serio sistema di valutazione. I presidi di scuola e le facoltà devono poter assumere gli insegnanti che ritengono più adatti, ma se sbagliano devono subire le conseguenze dei loro errori. Altrimenti, come accaduto nell'università, assumeranno i raccomandati o i figli e i nipoti dei colleghi».
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Onorato e timorato da tanta attenzione

Sono così onorato dal fatto che ad un Punzi qualsiasi che si firma "via web" abbia risposto su Il Foglio addirittura un senatore della Repubblica, Marco Perduca (Pd), che desidero riportare integralmente sul mio blog il testo integrale della sua lettera, inclusi i toni vagamente minatori.
Al direttore - Giusto per dovere di cronaca volevo segnalare al signor Punzi, che pur passa tutto il dì in ascolto di Radio radicale, che quanto detto in Senato dai radicali Emma Bonino, Donatella Poretti e il sottoscritto sull'emendamento dei senatori Vizzini e Berselli non può essere epitetato di forcaiolismo, giustizialismo o antiberlusconismo. Le proposte dei Radicali sulla giustizia sono altre, e Radio radicale le diffonde quotidianamente; esse puntano al cuore del problema: l'abolizione dell'obbligatorietà dell'azione penale, l'unica riforma che oggi può avviare, anticipata da un'amnistia, il recupero della legalità in Italia. In attesa degli autorevoli pareri di costituzionalità su quanto adottato mercoledì scorso annoiamoci su altro, non mi pare che manchino motivi. Cordialmente,
Oltre a precisare che quanto detto da lui, e dalle senatrici Bonino e Poretti in aula sugli emendamenti Vizzini-Berselli, non rientra nella fattispecie di «forcaiolismo, giustizialismo o antiberlusconismo» (epiteti che non ho utilizzato nella mia lettera), devo però far notare che questa replica non replica alle obiezioni che ho sollevato su un paio d'argomenti specifici, a mio parere infondati, che sono stati da loro e da altri usati.

Thursday, June 19, 2008

Pd e Veltroni prigionieri della vecchia stagione

Una opposizione si oppone, ma evita di trattare il governo in carica come un criminale che attenta alla costituzione e vuole instaurare un regime, per dimostrare che con esso è «impossibile instaurare un rapporto fisiologico». Perché, a lungo andare, se ciò non corrisponde alla realtà, perde la faccia davanti al Paese e perde elezioni a ripetizione. Nella demonizzazione o meno dell'avversario sta la differenza, osservava Ostellino ieri sul Corriere, tra un'opposizione e una forza di pura «agitazione».

Già in campagna elettorale, con la scelta di "salvare" il movimento di Di Pietro dalla stessa disfatta toccata in sorte alla Sinistra Arcobaleno, Veltroni aveva dimostrato di non saper andare fino in fondo nella logica, da lui stesso adottata, della «vocazione maggioritaria» del Pd.

Sul tema della giustizia, com'era prevedibile con lo spazio politico concesso a Di Pietro, il Pd e Veltroni rischiano di essere risucchiati nel passato. Si dichiara «chiuso» il dialogo con il governo in un modo così precipitoso da far pensare che Veltroni non sperasse altro, per superare i suoi problemi interni, che giungesse un pretesto per tornare alla vecchia musica dell'anti-berlusconismo, geloso di un ruolo che Di Pietro fino a questo momento stava monopolizzando.

Così, se prima delle elezioni doveva essere l'Italia dei Valori a confluire nel Partito democratico, in queste ore sembra che il Partito democratico stia confluendo nel movimento di Di Pietro.

Ma la storia, e la politica, non fanno sconti. Prima o poi gli errori del passato occorre essere disposti a pagarli, altrimenti si rimane a fare i lavapiatti. Il Pd e chiunque ne sarà alla guida non riusciranno a inaugurare alcuna «nuova stagione», se prima non avranno le idee definitivamente chiare sulla vecchia stagione. Per comprendere in pieno la vecchia stagione, e gli errori commessi, è fondamentale afferrare il cuore del problema nei rapporti di questi 15 anni tra politica e magistratura: è Berlusconi, o sono i magistrati?

Dal 1994 Berlusconi è stato processato decine di volte, per una serie disparata di reati che vanno dalla corruzione alla mafia, e mai condannato. Le sue aziende sono state rovistate fin negli angoli più remoti senza trovare nulla di illegale. Sono davvero poche le personalità dell'economia e della politica che uscirebbero indenni da una simile radiografia. Il paradosso di questi 15 anni è che volendo dimostrare quanto Berlusconi fosse disonesto, e quindi indegno di ricoprire il ruolo di primo ministro, di fronte agli italiani la magistratura è riuscita a dimostrare esattamente il contrario. E' il personaggio più sotto controllo d'Italia. Quante cosche si sarebbero potute sgominare se nei loro confronti fosse stata adoperata la stessa solerzia utilizzata nei confronti del cittadino Berlusconi?

Per inaugurare una «nuova stagione» Veltroni e il Pd devono capire ciò che la maggioranza degli italiani ha dimostrato di sapere da sempre. Che il "caso Berlusconi" è in realtà la quintessenza del "caso giustizia" in Italia. Che non è mai esistito l'imputato Berlusconi che si faceva eleggere premier per sfuggire ai processi; è esistita ed esiste, invece, una magistratura politicizzata che - prima per aiutare una parte politica contro l'altra, poi per difendere se stessa, i propri privilegi e l'enorme potere di influenza acquisito in questi anni sugli altri poteri, legislativo ed esecutivo - non esita a colpire e a ricattare i governi democraticamente eletti, impedendo loro di riformare la giustizia e persino solo di governare.

Ed è strano che neanche quanto accaduto all'ex ministro Mastella e al governo Prodi, per opera di quello strano personaggio del procuratore si Santa Maria Capua Vetere, abbia aperto gli occhi al centrosinistra. Gli emendamenti Vizzini-Berselli, il "lodo Schifani", che mette le cariche istituzionali al riparo dalle incursioni della magistratura per tutto il tempo del loro mandato, non sono norme «salva-premier», sono norme salva-politica.

In una democrazia un governo eletto ha il dovere di governare e non può essere minacciato o impedito da un pubblico ministero qualunque in cerca di protagonismo, nella migliore delle ipotesi. La sospensione per legge dei processi riguardanti determinati reati è certamente un'anomalia, determinata però - è questo il punto - da una anomalia più generale che la precede e che la rende necessaria, e che davvero non ha eguali in altri Paesi.

Per cambiare davvero «stagione» il Pd deve riconoscere che l'anomalia, l'"emergenza democratica", è nella magistratura, non in Berlusconi. Finché non si convincerà sinceramente di questo, finché non ci sarà una lettura condivisa dei turbolenti rapporti tra politica e magistratura negli ultimi 15 anni, e finché non ci sarà la volontà reale, oltre la retorica, di riportare la magistratura all'interno dei suoi confini, Veltroni potrà annunciare tutte le «nuove stagioni» che vuole, ma rimarrà prigioniero della vecchia.

Purtroppo, invece, adesso Veltroni fa retromarcia anche sulla scelta di far correre il Pd da solo e si mette in cerca di nuove alleanze, a cominciare da quella ultra-fallimentare con Rifondazione. Si torna al segretario buono per - e disposto a - tutte le linee, pur di non rischiare di farsi scalzare. Fino a ieri era il Veltroni dell'"andiamo da soli", ma da oggi è pronto a giocare con le vecchie alleanze, per anticipare e spiazzare gli avversari interni. D'Alema su tutti, che continua a coltivare l'idea di un "nuovo centrosinistra", da Casini a Bertinotti, da fondare sul proporzionalismo alla tedesca, sull'anti-bipartitismo e l'anti-presidenzialismo. Auguri.

La prima sentenza uscita da questo avvio di legislatura è che Veltroni non ha saputo perdere. Non è disposto a rischiare in proprio per far maturare le scelte in cui, almeno per un momento, ha creduto.

Wednesday, June 18, 2008

L'obbligatorietà alla base del "caso giustizia" in Italia

C'è da rimanere allibiti da alcune obiezioni sugli emendamenti Vizzini-Berselli sollevate da il Riformista, da alcuni senatori, tra cui ex magistrati, intervistati da Radio Radicale, e dalla vicepresidente del Senato, Emma Bonino, in aula. Si obietta che invece di accelerarli si sospendono i processi, senza tener conto del triste e pericoloso fenomeno dell'«indulto di fatto». Già oggi molti processi rischiano la prescrizione, verranno non solo sospesi, ma cancellati de facto, con l'unica differenza che ciò avverrà senza criteri, secondo il capriccio del caso o la discrezionalità birichina dei magistrati. Una politica giudiziaria significa, invece, stabilire che hanno priorità quei processi in cui gli imputati sono già in galera (quindi innocenti: presunti tali secondo la Costituzione, riconosciuti tali nella maggior parte dei casi secondo le statistiche); e quei processi con i capi d'imputazione più gravi, in modo che la prescrizione (e la scarcerazione) riguardi semmai un ladro di polli piuttosto che un mafioso. E questo riguarda eccome la sicurezza, rendendo gli emendamenti omogenei alla materia del decreto.

Si protesta per il fatto che il decreto non corrisponde più al testo firmato dal presidente Napolitano. Ma qualsiasi studente di giurisprudenza al primo anno sa che in sede di conversione i decreti diventano legge e il Parlamento ha il potere di emendarli come vuole, mentre il testo già in vigore è quello stesso firmato dal presidente e rimarrà tale, non emendato, fino alla promulgazione della legge di conversione. Toccherà comunque di nuovo a Napolitano promulgare la legge (ed effettuare il controllo di costituzionalità che gli spetta).

Ciò che si propone di fare il legislatore con gli emendamenti Vizzini-Berselli l'hanno fatto a suo tempo Zagrebelsky e Maddalena. Lo stesso procuratore Maddalena racconta a il Giornale della sua discussa circolare con cui due anni fa i procedimenti «azzoppati» dall'indulto venivano messi in coda, dando la precedenza agli altri: «Il vecchio codice, seguito sul punto anche dal nuovo, dava criteri di priorità e assegnava una corsia preferenziale ai processi con detenuti» e su reati di particolare gravità. Dunque, stabilire delle priorità non sarebbe neanche in contrasto con l'obbligatorietà dell'azione penale.

Cosa dovrebbe fare un magistrato, o qualsiasi funzionario pubblico, nel momento in cui si accorgesse che una norma costituzionale è fisicamente, oggettivamente impossibile da rispettare. In attesa che cambi, opta per l'opportuno: «Ho preso atto dell'impossibilità di celebrare tutti i processi».

Il punto è proprio questo. L'obbligatorietà è un assoluto impossibile da rispettare. E' come se la costituzione imponesse l'ubiquità. Attualmente da questo non senso giuridico si esce in due modi. Ci sono magistrati come Maddalena, che responsabilmente danno a se stessi, o alle loro strutture, criteri di opportunità; ci sono magistrati che ci marciano, che approfittano della loro autonomia per trarne profitto per loro stessi o la categoria, senza esserne chiamati a rispondere in prima persona. Per costoro è più comodo pescare dal mazzo l'inchiesta sui paparazzi e le veline, che ti dà notorietà e magari ti fa trovare una bella moglie, piuttosto che rischiare le lupare; è più comodo aspettare che di intercettazione in intercettazione esca fuori il nome di un politico; è più appagante attribuirsi un ruolo politico, difendere il potere della propria corporazione dagli attacchi di un governo che ne minaccia i privilegi.

Italia adelante!

Italia ai Quarti, con merito, perché nell'arco delle tre partite ha fatto senz'altro più e meglio di Francia e Romania. Adesso, ovviamente, a sentire tv e a leggere i giornali siamo passati dalle stalle alle stelle. Non è così, altro che "notte perfetta".

La Nazionale ieri ha confermato tutte le sue carenze. Dobbiamo la vittoria con la Francia innanzitutto alla Francia stessa, che si è dimostrata davvero ben poca cosa in questa competizione. Tranne il talento ancora acerbo di Benzema e gli ultimi fuochi d'artificio di Henry; la dobbiamo alla prestazione maiuscola di alcuni singoli: De Rossi, Buffon e Pirlo su tutti, ma anche Cassano e la difesa. Toni c'è, ma sembra ormai entrato nella tipica psicologia dell'attaccante in crisi d'astinenza. Sa di esserlo, non si può dire che giochi male, è nel vivo dell'azione, tiene bene palla a fa salire la squadra, ma sul più bello è precipitoso, insicuro, e finisce con lo sbagliare gol che con maggiore convinzione avrebbe buttato dentro. Il problema è che in questi tornei le partite sono poche e non si può aspettarlo in eterno.

Tornando alla squadra, ci troviamo con il paradosso di una partita giocata bene dalla maggior parte degli azzurri individualmente, ma non collettivamente. Continuano a non segnare su azione, e non è un caso: un gol in mischia su calcio d'angolo (con la Romania); un rigore e un autogol su calcio di punizione da 35 metri (con la Francia) contro una squadra in dieci per 70 minuti. Ci stanno i momenti di difficoltà, perché i francesi non ci stavano a perdere e hanno dato tutto. Non è quello, è che non siamo in grado di sviluppare un gioco che ci permetta di segnare su azione. Ci sono questi lanci lunghi per Toni, che o di testa o arpionando il pallone con i suoi trampoli dovrebbe buttarla dentro.

Cassano è stato troppo "disciplinato", nel senso che da lui ci si aspetta un po più d'iniziativa, che entri in area saltando l'uomo. I centrocampisti non si inseriscono; nessuna triangolazione che penetri nella difesa avversaria palla a terra. Insomma, ci hanno tenuto in gioco le doti individuali e la forza di volontà, ma creiamo per lo più tanta confusione, sia davanti che dietro. Intendiamoci, la confusione si può rivelare positiva, nel senso che è imprevidibilità, e un paio di partite ai Mondiali scorsi le abbiamo vinte anche così, ma certo ci rende discontinui e anche imprevedibilmente fragili quando la partita non dovesse girare bene come ieri sera.

I nostri hanno comunque le qualità per esplodere in qualsiasi momento e battere chiunque. Ha ragione Van Basten, che di esperienza ne ha: «Dai Quarti si riparte da zero, tutto può accadere». Adesso c'è la Spagna. Squadra che spesso nelle partite a eliminazione diretta si scioglie come neve al sole dopo un girone dominato alla grande, e che comunque tende a giocare un buon calcio senza chiudersi, il che ci favorisce. Sempre ricordandoci che Toni non è un attaccante da contropiede, per quello serviva Pippo Inzaghi (e sarebbe servito comunque). Sapremo presto quanto il successo di stasera sia merito nostro o demerito dei francesi. Bisogna concludere, infatti, che nel cosiddetto "girone di ferro", dominato da una Olanda stellare (con 9 "riserve" batte la Romania di Mutu 2 a 0), Italia, Francia e Romania hanno tutte deluso, giocando molto al di sotto delle aspettative. Intanto, con le squalifiche di Pirlo e Gattuso credo proprio che Donadoni non potrà fare a meno di far giocare Aquilani. Adelante.

Tuesday, June 17, 2008

Finalmente, per la prima volta, una politica giudiziaria

Per riformare la giustizia serve un Blitzkrieg

Ezio Mauro, che stupido non è, si è accorto subito che «sotto attacco» c'è l'obbligatorietà dell'azione penale. I due emendamenti Vizzini-Berselli, cosiddetti «salva-premier», prevedono da una parte l'indicazione dei procedimenti penali d'urgenza per quei reati cui deve essere riconosciuta la priorità rispetto agli altri e, dall'altra, la sospensione per un anno degli altri processi penali (e del trascorrere dei rispettivi tempi di prescrizione) per i fatti commessi fino al 30 giugno 2002. Vengano giudicati presto i colpevoli dei reati che generano più allarme sociale e insicurezza. Poi verranno tutti gli altri, compreso il reato contestato al premier dalla "solita" Procura di Milano.
«Per la prima volta nella storia repubblicana, il governo e la sua maggioranza entrano nel campo dell'azione penale per stravolgerne le regole e stabilire una gerarchia tra i reati da perseguire. Uno stravolgimento formale delle norme sulla fissazione dei ruoli d'udienza, che tuttavia si traduce in un'alterazione sostanziale del principio di obbligatorietà dell'azione penale. Principio istituito a garanzia dell'effettiva imparzialità dei magistrati e dell'uguaglianza dei cittadini».
Quel principio che secondo Ezio Mauro garantisce l'«imparzialità dei magistrati», ritenuto già da Calamandrei un errore dei costituenti, a mio avviso è la garanzia della loro assoluta arbitrarietà, che anche in assenza di malafede produce mala-giustizia. Quindi, al contrario del direttore di Repubblica, saluto con favore il fatto che finalmente, per la prima volta, abbiamo in questo Paese una politica giudiziaria. Spero che questo emendamento sia solo l'inizio e che venga seguito da una vera e propria riforma (anche costituzionale, nel caso sia necessaria), che stabilisca chiaramente, una volta per tutte, a chi spetta, a ciascun livello, elaborare una politica giudiziaria, stabilire cioè delle priorità nel perseguimento dei reati, e rispondere davanti ai cittadini delle proprie scelte.

I due emendamenti (che, tra l'altro, riprendono il senso di un protocollo proposto dal procuratore generale di Torino, che in passato aveva ricevuto anche il plauso del Csm) danno una risposta pragmatica al triste e pericoloso fenomeno dell'«indulto di fatto», delle centinaia di migliaia di processi che ogni anno vanno in prescrizione a causa dell'ingolfamento dei tribunali. Avere una politica giudiziaria significa, per esempio, stabilire che hanno priorità quei processi in cui gli imputati sono già in galera (e quindi innocenti: presunti tali secondo la Costituzione, riconosciuti tali nella maggior parte dei casi secondo le statistiche), e quei processi con i capi d'imputazione più gravi, in modo che la prescrizione (e la scarcerazione) riguardi semmai un ladro di polli piuttosto che un mafioso.

Inoltre, sono norme propedeutiche alla riformulazione del "lodo Schifani", che prevede la sospensione dei processi, ma anche del trascorrere dei tempi di prescrizione, contro le alte cariche istituzionali durante il loro mandato. Una norma che esiste in molti Paesi civili e democratici.

Certo, si tratta di un nuovo atto della guerra tra la politica e la magistratura politicizzata. La politica cerca di sottrarsi a quello stillicidio di inchieste (e arresti) che guarda caso le piovono addosso ogni qual volta cerca di occuparsi della riforma della giustizia. Un modo per evitare ciò che è accaduto a Mastella e che, il centrosinistra non dovrebbe dimenticarlo, ha causato la caduta del governo Prodi; e per rispondere all'offensiva della Procura di Napoli contro la squadra del sottosegretario Bertolaso nella vicenda rifiuti, mandando un messaggio chiaro ai pm: il governo non è disposto ad arretrare né a farsi intimidire. Non può permetterselo nei confronti dei cittadini.

L'hanno subito ribattezzata norma «salva-premier», ma si dovrebbe chiamare salva-politica, perché in questi anni chiunque abbia osato toccare i fili - gli interessi della casta dei magistrati - ci è rimasto secco. Quella in atto tra politica e magistratura è una guerra in cui il fattore tempo è determinante. Bisogna "sparare" per primi. Tuttavia, ci auguriamo che i tre "colpi" di Vizzini e Berselli e del "lodo Schifani" siano solo i primi, servano a prender tempo e che il governo provveda quanto prima a mettere in cantiere una profonda riforma della giustizia, con l'abolizione dell'obbligatorietà dell'azione penale, la separazione delle carriere, l'inappellabilità delle sentenze di assoluzione e la riforma del Csm.

Berlusconi è consapevole che questa mossa potrebbe pregiudicare il dialogo con Veltroni, ma ha accettato di correre questo rischio, non potendo sacrificare, tra i due, il decisionismo e l'azione di governo, che potrebbero trovarsi presto e pesantemente sotto il ricatto della magistratura. Se alla fine ci rimette il dialogo con Veltroni, è perché quest'ultimo non è in grado di sostenerlo. Cioè, non è in grado di ammettere fino in fondo con i suoi (compagni di partito ed elettori) gli errori commessi in passato dal centrosinistra sulla giustizia e sull'antiberlusconismo.

Molti a sinistra non aspettavano di meglio che tornare alla sola musica che sanno suonare: l'antiberlusconismo. I giornali, da Liberazione a il manifesto, da L'Unità a la Repubblica, tornano a lanciare l'"allarme democratico", a gridare al «regime», agli «attentati alla Costituzione», ergendosi a guardiani supremi di una supposta "normalità democratica". Rischia di esserne risucchiato anche il Pd. Veltroni dimostra di non avere le doti della leadership, non sa scendere in campo aperto e affrontare alla luce del sole oppositori interni e i vecchi richiami della foresta. Anzi, cede e torna all'antico, come uno che sperava ardentemente che giungesse un pretesto per tornarvi. Non ha il carattere per lasciare ai Di Pietro certi, ormai esigui, spazi politici e provare a recitare altri copioni.

Così, se prima delle elezioni doveva essere l'Italia dei Valori a confluire nel Partito democratico, in queste ore sembra che il Partito democratico stia confluendo nel movimento di Di Pietro.

Eppure, come ha correttamente osservato Panebianco, questa via «ha fatto male alla sinistra in passato. È stata una strada politicamente fallimentare. Se verrà imboccata di nuovo (e ce ne sono i segnali) farà ancora male alla sinistra». «E' strano, o perlomeno prematuro, che si accusi un sistema politico cronicamente malato d'indecisionismo di essere un regime». Anche questo governo «appare già oggi indeciso a tutto», perché «a differenza di quanto accade in altre democrazie, in Italia ottenere grandi consensi elettorali e disporre di una grande maggioranza non garantisce la capacità decisionale del governo». A causa, spiega Panebianco, dei «debolissimi poteri di cui gode il premier e di un numero di poteri di veto, diffusi a tutti i livelli del sistema istituzionale, più elevato di quello di altre democrazie». La malattia dell'Italia è l'«indecisionismo». E' il vuoto, non il pieno, di decisioni che rischia di aprire crepe nell'ordine democratico.

Gli elettori si sono espressi chiaramente e più volte: tra Berlusconi e la magistratura che lo perseguita si fidano più del primo. Berlusconi ha vinto le elezioni nonostante i processi e le aggressioni mediatico-giudiziarie. E quando le ha perse non è stato per quelle.

Dalle urne è uscita forte e chiara una domanda di cambiamento. Un governo che tentennasse, che si rivelasse indeciso; un'opposizione o altri poteri, come i sindacati e la magistratura, che si opponessero al cambiamento, pagherebbero tutti un altissimo prezzo in termini di consenso e credibilità. «È una domanda con cui bisogna fare i conti», ha fatto notare Antonio Martino, intervistato dal Corriere della Sera: «Gli elettori hanno votato per il centrodestra perché erano scatenati contro l'esistente. E dal governo si attendono non la gestione, ma il cambiamento».

Per questo l'ex ministro suggerisce a Berlusconi di «andare fino in fondo, portare avanti le battaglie di civiltà».
«Controlli i suoi ministri. Non si faccia mettere i piedi in faccia da nessuno. Dimostri di essere un leader, non solo parlando alle folle. Perché come catturatore di consensi non ha eguali, ma come premier deve stare attento a non fare la fine di Luigi Facta... Non vorrei che il decisionismo di Berlusconi si inceppasse, e che il premier non se ne rendesse conto».
Anche Martino, da liberale, difende i provvedimenti più controversi. Quello sulle intercettazioni, «sacrosanto», e anche gli emendamenti sui processi, perché riconosce che «l'obbligatorietà dell'azione penale è ormai una farsa. È diventata l'arbitrarietà dell'azione penale. Perciò, che l'Esecutivo [e in questo caso si tratterebbe del Parlamento, n.d.r.] detti una linea d'indirizzo non mi pare sbagliato». Propagandistica e dannosa, invece, la decisione di impiegare i militari nei pattugliamenti e nella vigilanza in città. Anch'io credo che l'effetto più dannoso sia di «dare l'impressione che 400 mila uomini delle forze dell'ordine abbiano bisogno di un pugno di soldati», mentre in realtà sono solo male impiegati e la vera riforma sarebbe utilizzarli meglio.

Monday, June 16, 2008

Il no degli irlandesi a questa Europa moloch burocratico

da Ideazione.com

Un solo Stato membro, per di più di piccole dimensioni, non può bloccare un processo politico che riguarda i 27 Stati dell'Unione Europea. E' il commento di gran lunga più abusato sulla vittoria dei "no" nel referendum sul Trattato di Lisbona che si è svolto in Irlanda lo scorso 12 giugno. Ma anche il più ingannevole. Anche i grandi quotidiani hanno titolato, più o meno: "L'Irlanda decide per tutti". «Non si può immaginare che la decisione di metà degli elettori di un Paese che rappresenta meno dell'1 per cento della popolazione dell'Ue possa arrestare il processo di riforma». Parole del presidente della Repubblica, Napolitano, ampiamente condivise dal ministro degli Esteri Frattini e dai due principali partiti, Pdl e Pd.

Tuttavia, una dichiarazione di una tale arroganza e superficialità da parte del capo dello Stato ci costringe a formulare un'obiezione. Si sarebbe potuta accusare l'Irlanda di bloccare tutti gli altri Stati membri, solo nel caso in cui a tutti i cittadini dell'Ue fosse stata offerta la possibilità di esprimersi e se, tra di essi, solo gli irlandesi avessero espresso un parere negativo. Non sappiamo, infatti, quale sarebbe potuto essere l'esito di un referendum negli altri 26, ma è lecito presumere che il Trattato di Lisbona sarebbe uscito sconfitto in più d'uno, se non nella maggioranza, dei Paesi europei. L'unica cosa che non si può fare è dare per scontato che nel voto popolare i "sì" avrebbero vinto ovunque.

Questo Trattato ha una storia. Concepito per rafforzare l'azione delle istituzioni europee, nasce come ripiego della ben più ambiziosa, a partire dal nome, Costituzione europea, affondata nel giugno del 2005 dai "no" referendari francesi e olandesi. Quello dei francesi fu certamente un "no" anti-global e anti-liberale ad un'Europa che liberale non era, ma che veniva accusata di non essere abbastanza statalista e protezionista. Un "no" sia gollista, che "lepenista" e di estrema sinistra. In Olanda, invece, l'affermazione dei "no" appariva immune dai pregiudizi francesi, e dovuta per lo più alla percezione che le tradizionali politiche orientate al libero mercato fossero minacciate dalla burocrazia di Bruxelles. «La maggioranza del no è proteiforme, contraddittoria. Coagula angosce differenti, amalgama le insoddisfazioni e senza alcun imbarazzo intercetta i pregiudizi dell'estrema destra come dell'ultrasinistra». Il giudizio che esprimeva allora André Glucksmann è valido anche oggi per il "no" degli irlandesi.

Hanno certamente pesato le spinte nazionaliste e le paure della globalizzazione, ma sarebbe riduttivo esaurire con esse l'analisi del voto. Ci sarebbe da chiedersi, infatti, come mai quasi in tutti i Paesi europei i partiti che rappresentano questi stati d'animo escono minoritari dalle elezioni politiche. Così come appare riduttivo parlare di un semplice "problema di comunicazione". Compatto il sistema politico e sociale irlandese (quasi tutti i partiti e i maggiori sindacati) si sono attivamente schierati per il "sì". Ma autonomamente, quasi istintivamente, gli irlandesi hanno deciso il contrario. Ci dev'essere dell'altro, se ormai, ogni qual volta i popoli europei hanno modo di esprimersi sui trattati partoriti a Bruxelles, li bocciano sonoramente. C'è in quei "no" – francesi, olandesi, irlandesi e altri – una componente decisiva di europeisti delusi da questa Europa, da questo Trattato, da questi leader.

«Dublino dà lezioni di democrazia all'Europa», è il titolo di un acuto commento uscito sul Wall Street Journal sabato 14 giugno: «Gli irlandesi hanno battuto un colpo per la democrazia in Europa questa settimana, bloccando un gioco di potere delle elite politiche del continente», prendendo il Trattato di Lisbona per ciò che realmente è: un tentativo di riesumare sotto mentite spoglie la costituzione bocciata da francesi e olandesi esattamente tre anni fa. Una costituzione che, secondo le pretese dei suoi estensori, avrebbe dovuto garantire all'Europa una presenza nel mondo simile, per peso e dimensioni, a quella degli Stati Uniti. Ciò sarebbe dovuto avvenire con un presidente del Consiglio non eletto e senza una politica estera e di difesa comune. Solo considerando questi aspetti, appare chiaro come siano stati saggi alcuni popoli europei a rispedire il progetto ai mittenti. «La costituzione europea ha 448 articoli. 441 in più di quella degli Stati Uniti. Solo per questo andrebbe bocciata», commentava George F. Will, sul Washington Post.

L'Europa è stata sorda alla sconfitta del progetto costituzionale nei precedenti referendum. I burocrati e i professionisti dell'europeismo politicamente corretto si sono limitati ad aggirare l'ostacolo dei referendum nazionali, anziché impegnarsi a comprendere lo scetticismo dei cittadini europei e convincerli a superarlo. La "Costituzione" si è chiamata "Trattato"; sono stati introdotti cambiamenti solo "cosmetici"; e si è chiesto ai governi nazionali di non sottoporre il Trattato a referendum popolare. Ventisei Paesi stavano quindi procedendo alla ratifica per via parlamentare, quando dall'Irlanda, la cui Costituzione impone di sottoporre a referendum anche i trattati, come forma di garanzia del mantenimento della neutralità del Paese, puntuale è giunta la nuova bocciatura. «I burocrati di Bruxelles non sanno reagire ai cambiamenti», ha osservato Vaclav Klaus, presidente della Repubblica Ceca.

Certo è che, come quello dei francesi e degli olandesi, il voto di dissenso degli irlandesi non ha riguardato l'articolato in sé, che ovviamente neanche conoscono (così farraginoso e difficile da leggere). Per gli elettori non si tratta di strappare un migliore accordo a Bruxelles, qualche concessione in più che solo gli addetti ai lavori potrebbero scorgere tra le mille pieghe di un trattato. E' una bocciatura dell'Europa com'è oggi, di cui il Trattato di Lisbona è la suprema espressione: una burocrazia, sulla quale i cittadini europei avvertono di non avere il minimo controllo, che produce nuova burocrazia appesantendo quelle nazionali.

E' falsa un'altra accusa che in queste ore viene lanciata all'indirizzo dell'Irlanda, cioè che sia uscita dal sottosviluppo grazie ai soldi dell'Ue. Certo, i fondi comunitari hanno fatto molto, ma molto di più hanno potuto le politiche economiche liberali adottate negli anni scorsi dai governi irlandesi che si sono succeduti con il consenso dei propri cittadini. Proprio gli irlandesi hanno mostrato all'Europa come risolvere alcuni problemi economici che gravano sull'intero continente. Hanno usato la stabilità e le prestazioni dell'euro, la leva fiscale, per attrarre capitale, raggiungendo un livello di benessere inedito per il loro Paese. Con il loro "no" hanno detto chiaro e tondo all'Ue che non sono disposti a farsi legare le mani dai burocrati di Bruxelles.

«Andare avanti» fu anche la parola d'ordine di tre anni fa, nel tentativo dell'establishment europeo di annacquare, di far finta di niente, di neutralizzare il dibattito che sarebbe potuto scaturire su quale modello di Europa, di imporre una sorta di pensiero unico sull'Ue, che pare possa e debba essere solo inter-governativa. Anche oggi sembra che si preferisca nascondere la testa sotto la sabbia. La realtà è che siamo giunti ad un punto che richiede o un ulteriore grande slancio verso un'unione politica, democratica, federalista, che però dovrebbe essere guidato da leader adeguati e lungimiranti, oppure di accontentarci di quanto già abbiamo. Il modello inter-governativo si è rivelato forse il più pragmatico, ma bisognerebbe ammettere che oggi è anche quello più limitante. Non si può estendere a dismisura senza veder comparire slabbrature dal punto di vista del controllo democratico.

La lezione da trarre dal "no" degli irlandesi è che i politici europei devono esporre i loro grandi progetti alla luce del sole, non di nascosto, soprattutto se essi diluiscono la sovranità nazionale. Scelte più difficili attendono l'Europa, ma non erano nelle urne di Dublino. Secondo il WSJ, «l'Ue non ha bisogno di un nuovo trattato per giocare un importante ruolo nel mondo, ma di volontà politica, sulla guerra al terrorismo così come sul libero commercio». Invece, è l'Europa dei piccoli grandi sussidi che preservano lo status quo; l'Europa dei vincoli burocratici cui strappare tutele e privilegi nazionali. Non è l'Europa dei grandi progetti in politica estera, o sull'energia. La ex costituzione, il nuovo Trattato e le stesse istituzioni europee, smarriscono i diritti fondamentali nell'ipertrofia burocratica dei "nuovi diritti" e in una selva intricata di tecnicismi per bilanciare i diversi pesi dei governi nazionali. Istintivamente i cittadini europei – abbiamo motivo di ritenere non solo gli irlandesi – vedono nell'Europa di oggi, e nel Trattato di Lisbona, un "moloch", un nuovo assolutismo, soft, burocratico e imperscrutabile.

Saturday, June 14, 2008

Italia, troppo poco per meritare i Quarti

Ieri sera la nazionale italiana ha giocato senz'altro meglio che nella partita di esordio persa con l'Olanda (che si è dimostrata una grande squadra, battendo anche la Francia per 4 splendidi gol a 1).

Ma gli innesti, seppure positivi (soprattutto Chiellini e De Rossi, ma tranne Perrotta) non sono bastati. La partita è stata a dir poco rocambolesca. Condizionata dall'arbitraggio, perché il gol di Toni era regolare, anche se per la dinamica dell'azione la sua posizione era molto difficile da valutare dal campo. Sarebbe quindi sbagliato recriminare troppo per questo errore arbitrale, anche perché avevamo altri 45 minuti per segnare e l'Italia ha creato tantissime occasioni che soprattutto Toni ha sciupato. Potevamo vincere, dunque, ma anche perdere, se Panucci non ci avesse salvati da un errore clamoroso di Zambrotta e Buffon da un errore dello stesso Panucci.

A questo punto però, soprattutto guardando il secondo tempo, c'è da chiedersi se in questa squadra ci siano troppi ex giocatori (Zambrotta, il lentissimo Pirlo, Gattuso, Camoranesi, solo pallidi ricordi dei giocatori che conoscevamo), oppure se non sia stata completamente sbagliata la preparazione atletica. Perché ieri sera i nostri sembravano aver speso tutto già all'inizio del secondo tempo. Grazie soprattutto a Cassano abbiamo avuto alcune occasioni, ma la maggior parte mi sembravano camminare per il campo sfiniti, nessuno brillante, capace di puntare e saltare l'uomo. Sono mancati i ritmi e le accelerazioni necessari a mettere davvero in difficoltà la difesa rumena.

L'impressione che ho avuto ieri sera quindi è che sia mancata soprattutto la condizione fisica. Rimane una squadra messa male in campo da un ct inesperto (che continua a ignorare Aquilani) e costruita peggio, su un'unica soluzione offensiva: cross e colpo di testa di Toni; cui manca un giocatore da assist e da triangolazioni per gli inserimenti da dietro; Pirlo non ne ha le caratteristiche, perché ormai da anni anche nel Milan parte da dietro, gioca più da regista arretrato e spesso si concede qualche pausa di troppo. Del Piero e Cassano sono due seconde punte e hanno giocato il primo troppo decentrato e il secondo troppo lontano dalla porta avversaria.

Non si può fare a meno di osservare che la Federazione ha sbagliato a non imporsi su Donadoni per fargli accettare i discorsi di Nesta e Totti. Il secondo era comunque infortunato, ma il primo ci sarebbe stato utilissimo. In fondo, a 31 anni, chedevano di essere risparmiati per le partite più importanti e d'altra parte sarebbe stato interesse della nazionale stessa poterli avere in discreta forma anche in vista dei prossimi mondiali. Altri giocatori in passato (basti ricordare Baggio) hanno giocato eccellenti mondiali a 33 anni.

Onore all'Olanda. Ha ottenuto sei punti in due partite umiliando campioni e vice-campioni del mondo. Trovo giusto che contro la Romania Van Basten faccia riposare qualcuno dei suoi in vista delle prossime partite. Italia e Francia, con un punto, non hanno nessun diritto di pretendere che l'Olanda le aiuti laddove da sole non ce l'hanno fatta. Per favore, nessun piagnisteo come quattro anni fa con Svezia-Danimarca.

Adesso non ci resta che la partita con la Francia. Chiediamo soprattutto che ci venga risparmiata la beffa dopo il danno. Forse meriteremo l'esclusione, ma non facciamoci battere dalla Francia, rischiando di regalargli il passaggio del turno. Questo proprio no. Visto il contesto è la peggiore partita che si potesse immaginare. Troveremo due squadre entrambe deluse e rancorose, incattivite. Donadoni esca di scena con onore. E in silenzio.

P.S.: Prosegue lo scandalo delle telecronache Rai, con i soliti errori, le faziosità, e la "chicca" di Bagni, che due minuti prima del gol di Mutu aveva definito deludente la sua prestazione.