Pagine

Monday, May 09, 2005

1945-2005. Putin e l'alibi della vittoria

Soldato innalza la bandiera sovietica sul Reichstag, a Berlino
«Da Stettino nel Baltico a Trieste nell'Adriatico una cortina di ferro è calata attraverso il continente».
Winston Churchill, 5 marzo 1946 (Westminster College, Fulton, Missouri)
Come Bush ha guastato la festa a Putin

I toni e il clima di grandiosità, il revival di simboli e retorica sovietica delle celebrazioni di oggi pongono ai leader dell'occidente un problema Putin, un problema Russia. Se la Russia di oggi non riesce a inquadrare la vittoria sul nazismo in una giusta prospettiva, denunciando la vera natura del regime stalinista, celebrando invece questo 9 maggio con esercizi di propaganda che glorificano di fatto il sistema sovietico, allora abbiamo un problema. Questi elementi, insieme alla riproposizione, nell'immaginario collettivo, di una Russia isolata obiettivo di nemici che cercano di distruggerla, predispongono il popolo russo all'accettazione di svolte autoritarie, nonostante Sergio Romano, sul Corriere della Sera, corra a trovare «attenuanti» per la politica di Putin, definito «riformatore e modernizzatore», sostenendo che il «sentimento della passata grandezza può aiutare i russi» nelle nuove sfide. E i rappresentanti degli Stati che hanno partecipato alle celebrazioni di oggi rischiano di sostenere con la loro presenza un'operazione che rema contro un futuro democratico per la Russia. La commemorazione di un glorioso passato sembra divenire nelle mani di Putin uno strumento politico per l'oggi e una visione per un futuro non proprio di libertà.

Non corre questo rischio il presidente americano Bush. Da vero e proprio "evangelizzatore" della democrazia ha programmato la sua presenza oggi a Mosca in un contesto più ampio di visite e incontri dall'alto valore simbolico, che parlano con un'unica voce a tutte le ex repubbliche sovietiche. I suoi sono stati discorsi a tutto campo, una vera e propria invasione americana nel cuore dello "spazio vitale" russo. Se dunque Putin si era illuso di poter incastrare Bush in un evento di propaganda nazionalista e di rinnovato orgoglio sovietico, ora si trova a fare i conti con il dirompente significato storico e politico con il quale il presidente americano ha saputo connotare il suo viaggio in Europa orientale. Bush si è abilmente sottratto dal gioco di Putin, dal significato attribuito dal Cremlino al giorno della Vittoria, presentandosi ai popoli dell'Est come l'erede sia dei liberatori del '45 sia dei liberatori dell'89, mentre Putin, celebrando l'imperialismo sovietico, otterrà forse un ritorno di popolarità in Russia, ma non presso i suoi vicini.

Da Riga, in Lettonia, Bush ha lanciato un vigoroso messaggio di libertà che si è propagato in più direzioni. Ha dato ragione ai popoli baltici, ricordando le cose come stanno, che la vittoria sul nazifascismo non produsse la fine dell'oppressione in Europa, «essa cambiò semplicemente divisa», che per l'Europa dell'Est non fu una «liberazione», ma l'inizio di una nuova e più lunga dominazione; ha promesso di appoggiare i processi democratici e i nuovi leader in Ucraina, Georgia e Moldavia; ha puntato l'indice contro la Bielorussia di Lukashenko, l'ultima dittatura rimasta in Europa; non ha avuto scrupoli nell'intimare alla Russia di non interferire nel cammino verso la democrazia intrapreso dai suoi vicini e di intraprenderlo con decisione essa stessa. In Georgia la visita che suggellerà l'amicizia tra Washington e Tbilisi, particolarmente invisa a Mosca. Un'amicizia, nata dalla democratica e nonviolenta "Rivoluzione delle Rose", che indica a tutti i paesi dello spazio ex sovietico la prospettiva concreta di buoni e proficui rapporti con gli Stati Uniti, incoraggiando il loro cammino verso un futuro di democrazia e diritti. Gli Stati Uniti, l'Unione europea, e non la Russia, interpretano oggi al meglio le aspirazioni alla democrazia e alla libertà dei popoli usciti dal dominio sovietico.

«La Resistenza ha offerto a tutti l'alibi della vittoria ed è stata usata come strumento per una rielaborazione della storia parziale, impropria, ipotecata da rimozioni e censure», scrive in un suo recente libro lo storico Gianni Oliva parlando di un'Italia che ha evitato di fare interamente i conti con il suo passato fascista. Qualcosa di simile sembra accadere nella Russia di Putin. L'alibi della vittoria su Hitler viene usato dal potere russo di oggi per evitare di fare i conti con le nefandezze dell'epoca sovietica, scoprendo i suoi protagonisti e le sue atrocità.

Sotto accusa la conferenza di Yalta. Paradossalmente è stato il presidente americano, e non Putin, a scusarsi con i popoli dell'Europa orientale, criticando quegli accordi di Yalta che, come accade spesso nella storia, sacrificarono la libertà di milioni di persone per una falsa stabilità, per quello che fu un equilibrio del terrore. Il presidente Bush è stato certamente ingeneroso con gli accordi di Yalta, includendoli in una ideale «tradizione» diplomatica insieme all'accordo di Monaco nel '38 e al patto Ribbentrop-Molotov del '39, trionfo di appeasement il primo, della più cinica e spregiudicata politica di potenza il secondo. Vi ha visto, «ancora una volta», la libertà di «piccole nazioni spendibile» in negoziati tra potenti. Una evidente forzatura storica e una sottovalutazione dei dilemmi che si trovarono di fronte due grandi statisti come Churchill e Roosevelt nei rapporti con Stalin, un alleato indispensabile quanto "scomodo". Ma l'obiettivo politico di Bush è evidente e condivisibile: riaffermare di nuovo il principio guida della sua politica estera, la libertà, in contrapposizione con quello che fu l'esito che tradì gli accordi di Yalta, la stabilità di un continente diviso e per metà oppresso. Il presidente americano è così fermo nell'affermare il suo principio guida di lotta alla tirannia ovunque nel mondo da non esitare a rileggere in chiave critica anche le migliori pagine della storia americana come la leadership del presidente Roosevelt nel secondo conflitto mondiale.

A Yalta Churchill e Roosevelt non subirono il fatto compiuto sovietico, riuscirono a riaprire capitoli, come quello sulla Polonia, che Stalin era in grado di considerare chiusi grazie al controllo militare di quelle situazioni. Lungi dal rappresentare un cedimento occidentale nei confronti di Stalin e la divisione dell'Europa in zone d'influenza, un'attenta lettura del documento finale e delle circostanze che portarono alla sua approvazione dimostra che Yalta rappresentò un progresso rispetto, per esempio, alle formule tipiche della politica di potenza su cui si basava il compromesso balcanico tra Churchill e Stalin nel '44. La conferenza apriva la strada a un ordine europeo basato sulla creazione di istituzioni democratiche scelte autonomamente secondo i principi della Carta atlantica, impegnava le tre potenze a garantire nei paesi "occupati" lo svolgimento di libere elezioni e la formazione di governi rappresentativi della volontà delle popolazioni. Il problema fu l'impossibilità obiettiva di costringere i sovietici all'adempimento di quegli impegni.

«Perdonateci, piccole e grandi nazioni dell'Europa dell'Est, se la vittoria sul nazifascismo ha significato per voi non la liberazione ma una nuova oppressione. Eravamo troppo stremati ed esausti per accorrere in vostro soccorso e per reingaggiare una nuova e ben più distruttiva lotta contro la tirannia. Ma in tutti questi decenni non ci siamo mai scordati di voi e oggi democrazia e libertà appartengono finalmente a tutti i popoli d'Europa».

2 comments:

JimMomo said...

Caro Ale, l'attualità politica non mi ha permesso di sviluppare il taglio storico come avrei voluto.

Negli Stati Uniti sicuramente si conosceva poco la "natura" del potere sovietico. Dunque un problema generale piuttosto che legato solo alla personalità di FDR.

Io sono tra quelli che lo assolve completamente e comunque poco di più si sarebbe potuto ottenere pur avendo ben presenti tutti i rischi. Insomma, per me Roosevelt non si comportò a Yalta come gli europei a Monaco nel '38, su questo Bush è stato ingeneroso.

ciao

Anonymous said...

Bellissima analisi. L'unico neo è che da quel che scrivi sembra che Roosevelt e Churchill non conoscessero la vera natura del regime sovietico. Il che non è credibile.

Comunque bravissimo.

Un saluto.

Enzo