Sunday, December 28, 2008

Distruggere Hamas

Magari fosse la volta buona. Bisogna vedere se Israele adotterà una strategia militarmente efficace e se avrà la determinazione di pagare i costi umani e politici di un'operazione invasiva. Più probabilmente si accontenterà di riportare il potenziale offensivo di Hamas ai livelli di qualche anno fa, anche se l'avvio di un'offensiva di terra potrebbe rivelare l'intenzione di spazzare via completamente Hamas dalla Striscia di Gaza. E destra e sinistra israeliane sembrano unite nel sostenere i raid.

L'anno vecchio termina, e quello nuovo comincerà, con l'ennesima, prevedibile, esplosione della crisi mediorientale. Europa, Russia, India, Pakistan, persino gli Stati Uniti. Sembra che a tutti sia consentito combattere il terrorismo tranne che a Israele. Quando viene colpita sul suo territorio qualsiasi nazione, subito si levano cori unanimi di condanna per gli atti barbari dei terroristi. I kamikaze o i razzi kassam quasi quotidiani su Israele quasi non fanno notizia, mentre la reazione israeliana, che prima o poi arriva sempre, è accompagnata quando va bene da un generale moto di "preoccupazione" e invito a cessare "tutte le attività" (così l'Onu), quando va male da esplicite condanne.

Eppure, nessuna nazione si trova ad affrontare la minaccia della propria cancellazione dalle carte geografiche, tranne Israele, per mano di gruppi come Hamas e Hezbollah, entrambi sostenuti e manovrati dall'Iran. Da notare che i mainstream media, almeno quelli italiani, hanno preso a chiamare i militanti di Hamas uccisi nei raid con il termine "poliziotti", forse senza neanche accorgersi di conferire una veste di legalità ad un potere - quello di Hamas nella Striscia di Gaza - illegittimo, preso con la forza contro l'Anp ed esercitato barbaramente per condurre da quel fazzoletto di terra una guerra terroristica che con la causa palestinese ormai non c'entra quasi più nulla.

Wednesday, December 24, 2008

Auguri

Auguro a tutti i lettori un sincero Buon Natale. Il blog a riposo fino al 27.

Francoforte, Weihnachtsmarkt

Un'egemonia più "gentile"

Se è tempo di bilanci per il presidente uscente Bush, lo è anche per la salute della superpotenza americana, scossa da due guerre e una grave crisi economica. Se ne è occupato di recente sul Washington Post l'analista militare Robert Kaplan, editorialista del The Atlantic e senior fellow del Center for a New American Security, think tank bipartisan che propone una politica estera «forte, pragmatica e morale», dal quale Obama ha pescato alcune personalità di primo piano della sua politica di sicurezza nazionale.

Kaplan è un realista muscolare: «E' vero che c'è un ritorno al realismo, ed è una buona cosa», ha scritto tempo fa riguardo l'approccio più pragmatico e multilaterale degli ultimi quattro anni di Bush, pur ammettendo che «senza una componente idealista nella nostra politica estera, nulla ci distinguerebbe dai nostri avversari. Questa cosa, essa stessa, porterebbe al declino del potere americano».

E nel suo ultimo editoriale sul Washington Post lascia intendere tra le righe che la presidenza Bush non sia stata così disastrosa come si dice, non tanto da aver determinato il declino americano. Anzi, per questo secolo prevede che gli Stati Uniti continueranno ad essere egemoni, ma sarà «un'egemonia più gentile». Il «declinismo è nell'aria», scrive sul Washington Post: «L'ultimo luogo comune è che la combinazione tra la disastrosa guerra in Iraq, la crescita economica e militare dell'Asia, e la grave recessione in Occidente abbia punito l'America, ponendo fine alla sua egemonia mondiale. E' ora di essere modesti. C'è qualcosa di vero in questo, ma parlare di declino è esagerato».

L'analogia più appropriata gli sembra quella con l'Impero britannico dopo i moti indiani del 1857 e 1858. I tentativi di esportare i frutti della civiltà occidentale, per quanto virtuosi, provocarono la rivolta contro l'autorità imperiale. Eppure, non fu la fine dell'Impero britannico, che durò circa un altro secolo. Piuttosto, segnò il passaggio da un impero desideroso di imporre i propri valori all'estero a un impero «più tranquillo, più pragmatico, basato sul commercio, l'istruzione e la tecnologia».

«Questo è il punto in cui siamo noi oggi, dopo l'Iraq: più tranquilli, più pragmatici e con una forza militare – soprattutto la Marina – sia pure relativamente in declino, ancora molto superiore ad ogni altra sulla Terra... La potenza militare americana non sta svanendo... rimane in agguato all'orizzonte. E ciò farà la differenza. Possiamo non essere più nel "momento unipolare" di cui ha parlato Charles Krauthammer, ma non siamo nemmeno diventati come la Svezia».

Il «declinismo» tanto predicato oggi «andrà subito fuori moda alla prossima catastrofe umanitaria mondiale, quando i molti popoli irritati con le forze armate americane a causa dell'Iraq ci chiederanno di guidare una coalizione per salvare delle vite». Il fatto è che «la forza militare americana rimane una forza del bene, un fatto che sarà evidente nelle prossime crisi». Naturalmente, spiega Kaplan, «stiamo entrando in un mondo più multipolare» e ci sono altre realtà oltre a Cina e India. «Non dovremmo però sottovalutare l'influenza morale e diplomatica della combinazione tra la forza militare più presente nel mondo e un nuovo presidente che può vantare alti indici di approvazione in patria e all'estero». Per esempio, «nessun'altra potenza ha i mezzi per organizzare un accordo di pace tra israeliani e palestinesi, e il nostro intervento in Iraq non ha cambiato questo fatto».

«Tutti odiano la parola, ma gli Stati Uniti sono ancora in qualche modo egemoni, capaci di influenzare il mondo da una posizione di forza morale. Tuttavia, dopo l'Iraq, l'egemonia americana si dimostrerà cambiata come quella britannica dopo i moti indiani. Sarà una versione più benevola e temperata rispetto agli anni recenti. D'ora in poi, formeremo coalizioni piuttosto che agire da soli. Dopo tutto, è l'essenza di un lungo ed elegante declino: passare la responsabilità ad altre nazioni dalla mentalità simile non appena le loro capacità crescono».

Se per Kaplan la forza militare continuerà ad essere tra i più importanti pilastri dell'egemonia Usa, sul futuro delle forze armate americane vi segnalo, in uscita sul numero di gennaio di Foreign Affairs, un saggio del segretario alla Difesa della seconda amministrazione Bush, Robert Gates, l'unico confermato al suo posto dal presidente-eletto Obama: "Una strategia equilibrata. Riprogrammare il Pentagono per una nuova era", è il titolo.

La storia riserverà a Bush un trattamento migliore

E' tempo di bilanci per l'amministrazione Bush e David Frum elenca 8 fatti per i quali Bush a suo avviso verrà giudicato dalla storia in modo meno severo di quanto stanno facendo oggi i suoi contemporanei, sotto i colpi della crisi economica e con in mano gli indici di popolarità al minimo.
1) Una crescente partnership per la sicurezza tra Stati Uniti e India, uno dei maggiori successi di politica estera di Bush. La sua intesa strategica con l'India potrebbe rivelarsi «il più importante fatto geopolitico del 21esimo secolo»;
2) La guerra in Iraq si sta concludendo con una riconciliazione politica all'interno dell'Iraq e una durevole alleanza tra Iraq e Stati Uniti. Bush lascia la Casa Bianca con un Iraq «pronto a diventare per lo meno un paese normale, in pace con se stesso e i suoi vicini»;
3) Le speranze di Bush per un Medio Oriente democratico non sono divenute realtà. Ma la Libia ha abbandonato il programma nucleare, l'Arabia Saudita è meno ambigua con al Qaeda, Hamas è isolata e la seconda Intifada palestinese è stata sconfitta;
4) Non ci sono stati più attacchi terroristici su territorio americano dopo l'11 settembre;
5) In Sud America il "piano Colombia" ha funzionato, il Messico ha completato la sua seconda elezione presidenziale democratica e il regime di Chávez va verso il collasso a causa della sua incompetenza economica;
6) Il programma nazionale di prescrizione dei farmaci voluto da Bush solleva gli ultra-sessantacinquenni dalla paura di non potersi permettere le medicine di cui hanno bisogno;
7) Bush ha incoraggiato l'industria del nucleare;
8) Dopo l'11 settembre Bush è stato un appassionato difensore della vasta maggioranza di musulmani rispettosi della legge e forse anche per questo la temuta ondata di odio razziale non si è verificata.

«Questa eredità candida Bush per un posto sul Monte Rushmore?» si chiede Frum. «Probabilmente no. Ma forse gli garantirà un trattamento migliore dalla storia di quello ricevuto dai suoi contemporanei».

Tuesday, December 23, 2008

La Rice difende il regime change e la promozione della democrazia

E' opinione diffusa tra i commentatori che la presidenza Obama sarà caratterizzata da un maggiore pragmatismo e realismo in politica estera rispetto all'idealismo neoconservatore che ha ispirato Bush, soprattutto nei suoi primi quattro anni. Tuttavia, una svolta realista è stata già in parte visibile nel suo secondo mandato. Eppure, chi avrebbe interpretato tale svolta, il segretario di stato uscente Condoleezza Rice, difende il regime change in Iraq e rivendica i risultati dell'impegno di Bush per la promozione della democrazia in Medio Oriente. E lo fa proprio in casa del think tank realista per eccellenza, il Council on Foreign Relations.

La promozione della democrazia è qualcosa cui gli Stati Uniti devono «restare coerenti», perché «i nostri valori e i nostri interessi sono inestricabilmente legati». Certo, «a volte bisognerà trattare con regimi autoritari, o con regimi amici che non hanno fatto i progressi che ci aspettavamo, ma se non fossero gli Stati Uniti ad avere come stella polare la fine della tirannia e a farsi guidare dal principio che ogni uomo, donna o bambino ha il diritto di vivere in una società democratica, queste cose uscirebbero dall'agenda internazionale».

Merito di Bush e della sua insistenza se «il dibattito in Medio Oriente è profondamente diverso oggi da com'era pochi anni fa». La Rice si dice convinta che «il regime change verrà dall'interno» e che gli Usa potranno al massimo «aiutare e rafforzare la società civile, le forze democratiche, responsabilizzando i governi quando applicano misure repressive contro queste forze». Insomma, gli Usa non saranno in grado di cambiare ogni regime nel mondo. «Ma quando c'è una situazione come quella in Iraq, se ti sei impegnato in un regime change per motivi di sicurezza, allora penso che hai il dovere di insistere perché ciò che segua sia democratico». E così, rivendica la Rice, «non abbiamo fatto la cosa più facile in Iraq, rimuovere Saddam e mettere al suo posto un altro uomo forte», ma intrapreso «la via più difficile, aiutare gli iracheni a sviluppare istituzioni democratiche», che «ora stanno iniziando ad attecchire».

La possibilità dell'apertura di una sezione di interessi americana a Teheran, da molti interpretata come ritorno alla realpolitik e apertura al dialogo con l'Iran, «è sempre stata finalizzata al popolo iraniano, ai nostri sforzi per raggiungerlo e comunicare con esso, a rendere più facile ottenere visti per gli Stati Uniti», ha tenuto invece a precisare la Rice: «Nel contesto di una politica di fermezza contro il regime, una sezione di interessi come piattaforma per mantenere i contatti con il popolo iraniano ha un senso».

Infine, i complicati rapporti con il Cremlino, con il quale «abbiamo avuto una cooperazione molto buona sui temi globali». I problemi sono emersi altrove, ha ammesso la Rice. La Russia è convinta che le spetti un «ruolo speciale sulla sua periferia» e di poter «dettare» le politiche alle repubbliche ex sovietiche oggi indipendenti. «La nostra idea è che esse abbiano il diritto a una politica indipendente, sia negli affari interni che esteri». I buoni rapporti degli Usa con Georgia, Ucraina, o in Asia centrale, in nessun modo dovrebbero essere visti come una minaccia agli interessi russi. L'unità di intenti tra Stati Uniti ed Europa «ha impedito alla Russia di centrare i suoi obiettivi strategici» in Georgia, ha rivendicato la Rice: «Non ne ha raggiunto nemmeno uno». La democrazia e il governo georgiani sono sopravvissuti. L'economia non è crollata. In Abkhazia e Ossezia del Sud i russi hanno il sostegno solo del Nicaragua e di Hamas. La loro politica dei riconoscimenti è stata «un fallimento». Adesso i popoli si chiedono che genere di partner sia la Russia.

Monday, December 22, 2008

Più poveri ma meno soli

Strana la vita. Rifondazione comunista è fuori dal Parlamento ma le sue idee sono persino al governo

Non è un buon momento per il ministro Sacconi, che prima si fa convincere dai suoi sottosegretari ad emettere una nota d'indirizzo insostenibile sul caso Englaro, poi sulla sua materia, il lavoro, recupera un vecchio cavallo di battaglia nientemeno che di Rifondazione comunista: "Lavorare meno, lavorare tutti". E non a caso, significativo, ad apprezzare la proposta del ministro è il segretario del partito comunista Paolo Ferrero: «Mi sembra una ottima idea perché mantiene il rapporto di lavoro, riduce a tutti l'orario ed evita l'emarginazione e i licenziamenti perché nessuno deve essere lasciato solo». E pazienza se tanti lavoratori saranno un po' più poveri. Si ritroveranno meno soli. Mal comune, mezzo gaudio.

I comunisti d'accordo con il governo Berlusconi? No, fa giustamente notare Ferrero, «è lui che è d'accordo con noi perché Rifondazione ha sempre sostenuto la riduzione dell'orario di lavoro».

«Lavorare anche meno, pur di lavorare tutti», è lo slogan con cui lo stesso Sacconi ha sintetizzato il piano del governo per salvare i posti di lavoro messi a rischio dalla crisi. Si tratta di «spalmare un minor carico di lavoro su più persone», portando la settimana lavorativa a 4 giorni. Però, ammette Sacconi, «vuol dire anche meno salario».

A parte la politica palesemente contraddittoria - come ha osservato Tito Boeri - di un governo che prima detassa il lavoro in più, le ore straordinarie, e ora sostiene l'orario di lavoro ridotto, bisogna dire che in pratica alcuni lavoratori saranno costretti a rinunciare a una parte del loro salario per evitare che alcuni loro colleghi entrino in cassa integrazione a zero ore. Una strana forma di solidarietà, "obbligatoria".
«Purtroppo, come mostrano le ripetute fallimentari esperienze francesi, prima con le 39 ore di Mitterrand e poi con le 35 ore della Aubry, ogni volta che lo stato riduce d'imperio l'orario di lavoro finisce per distruggere posti di lavoro e scontentare tutti, a partire dagli stessi lavoratori. Il fatto è che gli orari di lavoro non possono che essere definiti e contrattati azienda per azienda, sulla base delle specifiche esigenze dell'organizzazione del lavoro e del personale. E' auspicabile che in molte aziende, invece di licenziare dei lavoratori, si riesca a rimodulare gli orari di lavoro, prevedendo orari di lavoro ridotti per molti, se non proprio per tutti. Ma sono scelte e decisioni che vanno prese azienda per azienda e nell'ambito di patti di solidarietà fra gli stessi lavoratori, che accettino in questo caso riduzioni del proprio salario mensile, pur di salvaguardare il posto di lavoro di altri lavoratori».
L'effetto sarebbe quello di aumentare il numero di lavoratori colpiti dalla crisi. Invece di sostenere i nuovi disoccupati, mentre si adottano politiche per il rilancio dell'economia, il governo abbatte il reddito disponibile di una platea ben più vasta, deprimendo anziché stimolare la domanda. E' la difesa del posto a tutti i costi, a scapito del reddito e di una più veloce ricollocazione di chi perde il lavoro in attività più produttive. Auguri.

I "laghi di credito" della Fed

Con gli ultimi tagli dei tassi d'interesse, praticamente azzerati, la Fed sta inondando l'economia americana di liquidità per scongiurare l'eventualità di una deflazione, ma c'è chi è più preoccupato del rischio che tutto questo denaro generi piuttosto inflazione e nuove bolle come quella immobiliare. Secondo Gerald O'Driscoll, del Cato Institute, «lo spettro della deflazione sta perseguitando» il presidente della Fed Ben Bernanke. Il taglio dei tassi di martedì scorso riflette la sua paura di un'altra Grande Depressione stile anni '30. Ma c'è anche chi invece prevede che questo e i precedenti tagli provocheranno inflazione.

«Siamo dunque di fronte a un'altra Grande Depressione, o ad un'inflazione galoppante?» si chiede O'Driscoll: «Nessuna delle due è probabile, ma per la prima volta da decenni, nessuna delle due paure può essere esclusa su due piedi. Sì, l'economia americana sta per essere sferzata da forze sia deflazionistiche che inflazionistiche. Per il momento - spiega - con l'indice dei prezzi al consumo caduto dell'1,7%, la deflazione sembra in vantaggio». Ma la deflazione è «una sostenuta caduta dei prezzi», mentre la discesa che abbiamo visto «per lo più riflette l'esplosione della bolla petrolifera, non una tendenza di lungo termine. Inoltre, la debolezza dell'economia ha raffreddato la propensione agli acquisti non necessari».

Ma è improbabile che tutto ciò provochi deflazione, anche perché il presidente della Fed Bernanke è spaventato da una deflazione e da una depressione anni '30 e ha adottato - e adotterà se necessario - misure straordinarie per fornire liquidità al mercato del credito. In questi anni - ricorda O'Driscoll - la Fed ha creato «laghi di credito». «Questi laghi sono ora contenuti da una diga di paura e cautela, ma quando la diga si romperà potrebbe scatenarsi forze inflazionistiche difficili da contenere. I tassi all'1% sotto Greenspan ci hanno portati alla bolla immobiliare, quelli allo 0% sotto Bernanke possono scatenare una nuova bolla. Per ora, questa possibilità sembra remota. Ma forse il prezzo dell'oro sopra gli 800 dollari sta a indicare qualcosa: inflazione, non depressione, nel 2010 e oltre», conclude O'Driscoll.

Friday, December 19, 2008

I Mao e Lin Piao de' Noantri

Della serie meglio di così non poteva esser detto, Andrea Romano, editorialista de il Riformista, sul suo blog:

Il modo in cui Walter Veltroni si prepara a sfruttare la "questione morale" sarebbe surreale, se non fosse profondamente immorale. In sintesi, Veltroni ha già fatto sapere che quanto sta accadendo a Napoli e altrove dev'essere occasione per un "più profondo rinnovamento". Naturalmente guidato da lui medesimo. Perché "questo non è il mio PD" (ma se non è il suo, di chi mai sarà?). Goffredo Bettini ha tradotto più chiaramente: "Da oggi più poteri a Walter". È il meccanismo maoista del "fuoco sul quartier generale", a patto che il Generale venga tenuto al riparo. È la solita pretesa di incarnare tutto e il contrario di tutto, con la sola condizione di poter sopravvivere a se stessi. Perché la prima e principale "questione morale" è la caduta verticale di credibilità di gente come Veltroni, Bettini, D'Alema, Rutelli e di tutti coloro che stanno convergendo sull’affondamento del PD come risultato della propria permanenza al comando. Un gruppo che ha fatto dell'irresponsabilità istituzionale la propria regola di comportamento, incapace com'è di pensare a soluzioni diverse dalla propria sopravvivenza. Il maoismo veltroniano ne è l'ultima, patetica incarnazione. Chiunque, dentro quelle stanze, avesse a cuore la sopravvivenza del PD dovrebbe entrare e sollevarli di peso.

Thursday, December 18, 2008

Nullo e ignobile l'atto di Sacconi

Ecco il testo integrale dell'atto di indirizzo sulla nutrizione e l'idratazione delle persone in stato vegetativo persistente con il quale il ministro Sacconi ha per lo più tentato di intimidire le strutture sanitarie pubbliche e private.

Temevo di peggio, perché l'atto in sé dimostra che non esiste alcuna legge dalla quale si possa anche lontanamente desumere qualche impedimento etico e normativo all'esecuzione delle volontà di Eluana Englaro e dei pazienti nella sua stessa situazione.

Già nella premessa il ministro sembra mettere le mani avanti, chiarendo che l'atto intende «richiamare principi di carattere generale, al fine di garantire uniformità di trattamenti di base su tutto il territorio nazionale e di rendere omogenee le pratiche in campo sanitario con riferimento a profili essenziali come la nutrizione e l'alimentazione nei confronti delle persone in Stato Vegetativo Persistente (SVP)». Principi generali, dunque. E «si fa rinvio» al «parere» del Comitato nazionale di Bioetica «per un orientamento rispetto al necessario esercizio della responsabilità secondo scienza e coscienza della funzione medica».

Insomma, si vede lo sforzo del ministro di non sconfinare nell'illegalità. Se sia o no legittimo quest'atto, e se il ministro sia passibile di incriminazione, lascio stabilirlo ai più esperti di me in diritto. Di sicuro è carta straccia rispetto all'esecutività della sentenza sul caso Englaro. Certo, ciò non toglie la gravità di un atto che porta con sé tutto il peso di una sgradevole minaccia nei confronti delle strutture sanitarie pubbliche e private convenzionate e che ha soprattutto il valore di manifesto politico-ideologico del Ministero, che come potere esecutivo dovrebbe limitarsi a far eseguire la legge e non pareri di organi consultivi.

Sui corpi dei cittadini, e su quello di Eluana in particolare, un ministro e i suoi sottosegretari tutelano se stessi e rivendicano la loro posizione politica agli occhi delle gerarchie vaticane. A dispetto della legge, della Costituzione, e di una sentenza inappellabile che ad esse si richiama.

Quanto, poi, al riferimento alla Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, mi pare del tutto fuori luogo. Laddove si stabilisce che «gli Stati Parti riconoscono che le persone con disabilità hanno il diritto di godere del migliore stato di salute possibile, senza discriminazioni fondate sulla disabilità» e, in particolare, che devono «prevenire il rifiuto discriminatorio di assistenza medica o di prestazione di cure e servizi sanitari o di cibo e liquidi in ragione della disabilità», mi sembra che venga detto qualcosa di ovvio per la nostra coscienza nazionale. La sospensione della nutrizione e dell'alimentazione nel caso Englaro non sarebbe certo un «rifiuto discriminatorio di assistenza», ma l'assecondare la volontà del "disabile". Qui la convenzione sembra piuttosto rivolgersi a quelle nazioni totalitarie o culturalmente arretrate in cui i disabili vengono addirittura soppressi o la loro cura viene considerata uno spreco.

Non solo il passaggio della Convenzione Onu sui disabili citato da Sacconi ci ricorda un principio per noi italiani ovvio, ma può persino essere interpretato a sostegno della sospensione della nutrizione e dell'idratazione artificiali ad Eluana. E' ovvio, infatti, che sia fatto «divieto di discriminare la persona in stato vegetativo rispetto alla persona non in stato vegetativo», ma proprio per questo, come qualsiasi persona «non in stato vegetativo», anche il paziente «in stato vegetativo» ha il diritto di rifiutare o di far cessare i trattamenti medici sul suo corpo. E non può essere discriminato solo per il fatto di essere "disabile" e quindi di non poter comunicare di persona la propria volontà. a Convenzione Onu sui disabili verrebbe violata dalle strutture sanitarie a cui si rivolge Sacconi nel momento in cui la volontà di Eluana non venisse rispettata in quanto disabile.

La richiesta indirizzata alle strutture sanitarie pubbliche e private perché «si uniformino ai principi sopra esposti» - essendo quei principi ricavati in un caso dal «parere» di un organo consultivo del governo, nell'altro da una convenzione internazionale - non toglie l'obbligo delle strutture medesime a dar seguito alla sentenza della Cassazione sul caso Englaro.

Wednesday, December 17, 2008

Charta 08, nuova ondata di arresti tra i firmatari

Un manifesto per la democrazia i cui promotori fanno paura al regime perché tra loro potrebbe esserci la futura classe dirigente cinese, come avvenne in Cecoslovacchia con Charta '77. Lettera aperta di Bao Tong al governo

Una forma di dissenso impensabile nella Cina di oggi – che sembra scalfire l'immagine di un popolo cementato da un monolitico nazionalismo – sta da qualche settimana impegnando l'apparato repressivo del regime di Pechino. Prosegue e si estende, infatti, la repressione contro Charta 08, riporta il sito Asianews. Si contano a decine i firmatari interrogati, minacciati, posti sotto controllo o agli arresti, secondo ordini che vengono «da molto in alto».

Charta 08 è un documento (testo integrale) in cui si chiede al governo di Pechino di trasformare il sistema autoritario e corrotto cinese in una democrazia pluralista e rispettosa dei diritti umani, compresa la libertà religiosa. Centinaia i firmatari, che hanno scelto volutamente il 10 dicembre, 60esimo anniversario della Dichiarazione universale dei Diritti umani, per esporre la loro visione di una Cina democratica. Ciò che spaventa il regime è che tra di essi non ci sono solo noti dissidenti e intellettuali, ma anche funzionari di medio livello, leader rurali e comuni cittadini.

Per di più Charta 08 si richiama esplicitamente a Charta '77, il documento firmato nel 1977 da centinaia di intellettuali e attivisti cechi e slovacchi, in cui si criticava il governo comunista della Cecoslovacchia per il mancato rispetto degli impegni in materia di diritti umani sottoscritti a livello internazionale, per esempio con l’atto finale della conferenza di Helsinki sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa (1975). L'influenza di Charta '77 fu tutto sommato modesta in patria, ma enorme in Occidente, contribuendo ad aumentare la pressione esterna sul blocco comunista. Tra i firmatari, Vaclav Havel, che sarebbe poi divenuto presidente della Repubblica Ceca.

Per il suo potenziale di visibilità internazionale il documento è molto temuto dalle autorità cinesi. Come successe per Charta '77, anche alcuni firmatari di Charta 08 potrebbero diventare interlocutori politici dei governi e dei parlamenti occidentali e tra di essi potrebbero esserci i leader della Cina democratica del futuro. Charta 08 costituisce quindi un'associazione sia pure informale di cittadini che sfidano il potere unico del Partito comunista cinese. Il testo tradotto in inglese verrà pubblicato sul numero di gennaio della New York Review of Books e la speranza è che ottenga nel mondo, e soprattutto in occidente, la stessa visibilità e considerazione che ebbe Charta '77.

Sebbene sia stato censurato su internet, dal 9 dicembre il manifesto continua a circolare su blog e siti web. Liu Xiaobo, dissidente dall'epoca di Piazza Tiananmen, è stato arrestato con l'accusa di «istigazione alla sovversione contro lo Stato» e quando sua moglie ha chiesto notizie di lui la polizia le ha risposto solo che l'arresto è stato deciso «a un livello davvero alto».

L'ex leader comunista Bao Tong, per 20 anni agli arresti domiciliari, ha sottoscritto Charta 08 firmandosi «un cittadino» e in una lettera aperta chiede al governo cinese di spiegare perché, in che modo, questo documento sarebbe contrario alla legge e osserva che in nessuna sua parte è contro lo Stato.
«Chiedo al governo cinese di rispondermi: "Che crimine c'è in Charta 08?". I concetti-base della Carta sono libertà, diritti umani, uguaglianza, ordine repubblicano, democrazia, dominio della Costituzione. Così, chiedo a chi ha il potere che voglia per cortesia dire a 1,3 miliardi di persone perché la libertà è un crimine, perché lo sono i diritti umani, l'uguaglianza, il governo repubblicano, e in cosa sono delittuosi la democrazia e lo stato di diritto sotto la Costituzione?»
Bao Tong indica il governo come responsabile di «perquisizioni, arresti e interrogatori» nei confronti dei firmatari del manifesto e osserva:
«Se c'è un problema al livello di base, esso va corretto a un livello superiore. Se un incidente accade più in alto nella catena di comando, allora spetta a un livello ancora più in alto intervenire. Se il problema è al massimo livello, allora è la popolazione che deve fare qualcosa. In una repubblica ci dovrebbe essere un meccanismo per correggere i problemi. Una repubblica in cui alle cose ingiuste è permesso di rimanere tali e nella quale le ingiustizie si accumulano una sull'altra, non è degna di essere chiamata repubblica. Mentre siedo qui tranquillo in attesa che la mia abitazione sia perquisita, in attesa di essere arrestato e interrogato, con pari calma attendo una risposta dalle autorità».

Tuesday, December 16, 2008

Sacconi rischia l'incriminazione

L'atto di indirizzo che il ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali, Maurizio Sacconi, ha inviato alle regioni, in cui si stabilisce che interrompere nutrizione e idratazione delle persone in stato vegetativo persistente non è legale per le strutture pubbliche e private del servizio sanitario nazionale, è carta straccia. Peggio, se l'atto si configura come un ordine alle strutture sanitarie, Sacconi rischia addirittura l'incriminazione.

Riferendosi alle Convenzioni dell'Onu e ai pareri del Comitato nazionale di Bioetica come fonti di diritto superiori alle leggi e alla stessa Costituzione, alle quali ha fatto riferimento la Suprema Corte di Cassazione per autorizzare la sospensione di tutti i trattamenti sanitari nei confronti di Eluana Englaro, Sacconi fa una cosa illegale, tenta di sospendere di fatto, per via politica, l'esecutività di una sentenza giudiziaria, dispondendo di un potere che la Costituzione non gli conferisce e rischiando, tra l'altro, di dover rispondere di violenza privata.

Dipende da come è scritto l'atto. Se richiama genericamente il dovere di garantire a qualunque persona diversamente abile il diritto ad essere nutrita e idratata, è un conto, ma se vieta in qualsiasi caso la sospensione di trattamenti sanitari, allora, signor ministro, lei è in guai seri e forse, mal consigliato, neanche si rende conto della gravità e del carattere eversivo di ciò che ha fatto.

Il prevedibile, e previsto, crollo del Pd

Un "cappotto" umiliante e un quasi sorpasso in casa. Il Pd non solo perde l'Abruzzo ma rispetto alle politiche arretra di ben 14 punti, scendendo dal 33,7% al 19,6%, a beneficio invece dell'Italia dei valori, che triplica toccando il 15% dal 4,3 di aprile. Un quinto degli elettori del Pd, il 20%, si sarebbe spostato verso l'IdV, secondo quanto rileva l'Swg per Affaritaliani.it. Un voto «locale e parziale», non semplice da «riprodurre» sull'intero territorio nazionale. Comunque, visto l'esito delle urne, al momento in termini percentuali «il Pd non va oltre il 26-27 per cento, circa 6,5 punti percentuali in meno rispetto alle politiche di aprile. L'Italia dei valori cresce e si attesta tra l'8 e il 9 per cento».

Siamo stati in molti, appena fu sancita l'alleanza tra Pd e Di Pietro per le politiche del 13 aprile, a capire che si trattava di un autentico suicidio, di un errore di quelli blu, incomprensibile e imperdonabile, da parte di un politico che si riteneva esperto e furbo come Veltroni. Il crollo del Pd in Abruzzo, ampiamente previsto da tutti i sondaggi, è il frutto inevitabile di quella scelta funesta, che ha impedito, e ancora impedisce, al Pd di assumere un profilo riformista credibile.

Tutta l'analisi del voto è racchiusa nel giudizio semplice e conciso di Berlusconi: Veltroni «ha consegnato la sinistra ai modi eversivi di far politica del signor Di Pietro». E' il fallimento della politica ambigua dell'"andiamo da soli ma anche no", e della scelta proprio di Di Pietro come unico alleato, tra tutti i possibili compagni di viaggio (i socialisti, i radicali). Come se non bastasse, scelta ancora più incomprensibile, per le elezioni abruzzesi, quella di candidare proprio un volto dell'Idv alla presidenza della regione.

Pur nella sconfitta del suo candidato, Di Pietro esulta perché ha sotto i piedi le macerie del Pd. Il dalemiano Latorre scopre l'acqua calda, «che Di Pietro sta erodendo elettorato più a noi che ai nostri avversari». In realtà i dalemiani l'hanno sempre saputo, ma si sono guardati bene dal contrastare da subito apertamente, alla luce del sole, la scelta del segretario. Ma cos'altro ci vuole per rendere finalmente contendibile, sul serio, la leadership del Pd?

E il PdL da parte sua ha trovato il nuovo avversario dalle uova d'oro: finché Pd e Idv rimarranno alleati, Di Pietro è la migliore garanzia - com'era Bertinotti - che non ci sarà mai un rilevante travaso di voti di centrodestra verso il Pd.

«È ora di rompere questa alleanza fasulla e suicida: subito e per sempre», chiede oggi Menichini, direttore di Europa, arrivando anche lui con ingiustificabile ritardo.
«Ora Veltroni dev'essere conseguente con la lezione appresa: continuare a trascinare l'alleanza con Di Pietro, a ogni livello, è per il Pd un puro suicidio. Come hanno capito tutti coloro che nel tempo si sono illusi di addomesticare l'ex pm, e ce ne sono di illustri e di abili: da D'Alema a Rutelli, da Parisi a Prodi, Di Pietro ha come unica stella polare se stesso, come unica fedeltà quella alla propria avventura. Non c'è da stupirsi, ma da trarre le conseguenze».
Ma se ci hanno messo quasi vent'anni per rompere con la sinistra comunista, quanti ce ne metteranno per rompere con l'ala giustizialista?

Monday, December 15, 2008

Pensioni, banco di prova del tasso di riformismo nel governo e nel Pd

L'equiparazione dell'età di pensionamento delle donne a quella degli uomini, a 65 anni, non è un tema su cui aprire una riflessione o un dibattito, ma una sentenza da applicare. La Corte di Giustizia dell'Unione europea, come previsto da anni, ha sanzionato l'Italia per quella che, a livello comunitario, è considerata una discriminazione ai danni delle donne. Dunque speriamo che Brunetta non si accontenti di aver aperto il dibattito, ma che provveda immediatamente a mettere in regola la pubblica amministrazione.

Chi stesse ancora ridendo del fatto che si possa considerare un danno per una donna smettere di lavorare 5 anni prima degli uomini, farebbe meglio a tornare serio e a considerare alcuni dati. Sì, certo, la maternità, i figli, badare alla casa, le donne si usurano più degli uomini, diranno in tanti. Però le donne vivono mediamente quasi dieci anni in più degli uomini e invecchiano meglio.

Ma andarsene via dal lavoro 5 anni prima degli uomini significa per le donne non poter ambire alla stessa carriera e allo stesso stipendio, e di conseguenza doversi accontentare di una pensione più povera. Per gli uomini la pensione equivale mediamente al 64% dell'ultimo stipendio, mentre per le donne solo al 46%, la differenza maggiore tra tutti i Paesi europei. In Italia i salari delle donne sono di un terzo inferiori a quelli degli uomini a parità di mansione. Ed è noto che ad oggi, con il sistema contributivo, solo guadagnando bene durante la vita lavorativa è pensabile trascorrere una vecchiaia economicamente tranquilla. La maggior parte delle donne esce dal mercato del lavoro con la pensione di vecchiaia e solo poche (il 17% del totale) con quella di anzianità. L'importo medio mensile delle pensioni di vecchiaia delle donne è pari al 52% di quello degli uomini. Negli ultimi 10 anni l'importo medio delle pensioni degli uomini è cresciuto del 41% mentre quello delle donne solo del 35%. Cos'altro serve perché questa disparità nell'età di pensionamento sia considerata a tutti gli effetti una discriminazione penalizzante per le donne?

Se c'era ancora bisogno di una prova del fatto che in Italia la sinistra politica e sindacale è per lo più conservatrice, se non addirittura reazionaria e antisociale, basta guardare le reazioni scandalizzate alle parole di Brunetta. «Un'idea demenziale», per Ferrero. Ma se Ferrero è il segretario di Rifondazione comunista, non molto diversa è l'aria che tira in casa dei sedicenti "riformisti": «Improvvisazioni spot», dice Vittoria Franco, ministro ombra del Pd per le Pari opportunità. Ma è più indicativo dello scarso tasso riformista del Pd che Massimo D'Alema definisca addirittura una «barzelletta» le dichiarazioni di Brunetta. Minacciosa la Cgil: «Provocazione intollerabile. Non ci provi». Quella dell'equiparazione è da tempo una delle battaglie radicali, ma vediamo con stupore che la Bonino non si scalda più di tanto, accogliendo le parole di Brunetta con un tiepido "Sì, ma", invece di cavalcare il tema. A venire fuori però è anche la peggiore destra, quella per la quale in fondo le donne è meglio che se ne tornino a casa a stirare: «Brunetto-scherzetto», ha tagliato corto Calderoli.

Sarebbe invece da tradurre in realtà anche il secondo ragionamento di Brunetta:
«Usciamo dall'ipocrisia, se affermiamo che l'invecchiamento attivo è un obiettivo di bene pubblico è necessario che tutti insieme ci applichiamo per raggiungere questo obiettivo. Si dovranno sentire la Confindustria e i sindacati, poi chi deve governare governi... Recuperando alla vita lavorativa attiva la classe di età 55-65, recuperiamo il 10% dello spaventosamente basso tasso di occupazione italiano. Questo significa 2,5 milioni di posti di lavoro in più, il che vuole dire incrementare il gettito fiscale e il Pil del paese».

Alcol alla guida, norme più severe.... e più inutili

Puntualmente si verifica l'incidente mortale dovuto all'alcol e si riparla di inasprire i limiti. C'è già una proposta di legge per abbassare la soglia per il ritiro della patente dallo 0,5 allo 0,2% di tasso alcolico (espresso in grammi di alcol ogni 100 ml di sangue). Non hanno ancora capito che per combattere la guida in stato di ebrezza servono più controlli, non limiti più bassi, perché sono già ridicolmente prossimi allo zero. Cosa faranno una volta che l'avranno raggiunto? Porranno il limite al di sotto dello zero?

Siamo già al paradosso che il malcapitato automobilista modello che si fa un paio di birre o di bicchieri di vino a cena rischia di vedersi sospesa la patente. Ma le probabilità di beccare l'ubriaco al volante prima che compia un massacro sono quasi inesistenti. In Italia si eseguono ogni anno un milione di alcol-test, contro i dieci milioni in Francia. L'automobilista italiano ha una possibilità ogni 74 anni di essere fermato per un controllo di questo tipo.

Sarei poi curioso di conoscere la percentuale di automobilisti coinvolti in incidenti che presentano un tasso alcolico inferiore allo 0,5 o persino all'1%. Tra l'altro, con i limiti attuali già rischiamo di attribuire all'alcol incidenti causati in maniera preponderante da ben altri fattori. Se ti capita di bere un paio di bicchieri di vino e di avere un incidente, anche se probabilmente quella quantità di alcol avrà contribuito in modo insignificante, il sinistro verrà comunque catalogato tra quelli dovuti all'alcol.

E in quanti casi che leggiamo sui giornali l'"ubriaco alla guida" schiaffato in prima pagina non era affatto tale, ma lo è diventato in ragione di una quantità d'alcol che si assume normalmente in un pasto? E vogliamo parlare dei casi di sonnolenza dopo i pasti? Perché non porre dei limiti anche ai grammi di pasta ingeriti prima di mettersi al volante?

In Italia siamo dei campioni nel darci delle leggi impossibili da rispettare, violarle praticamente tutti, e non risolvere mai nulla.

La piena del sindaco

Dagospia riprende dal sito insiemearoma.it - sito di opposizione alla giunta Alemanno - una simpatica raccolta di lanci di agenzie dai quali si evince come la Protezione civile abbia dovuto fermare anche le «esondazioni verbali del sindaco Alemanno».

Alemanno: "Non uscire in queste ore di emergenza"
Bertolaso: "Non diffondere inutili allarmismi"

Alemanno: "Sgomberate mille persone"
Protezione civile: "Non è stato sfollato nessuno" e "non abbiamo mai chiesto ad un solo romano di allontanarsi dal lavoro o dalla propria casa".

Alemanno: "Si sta predisponendo evacuazione del Coni"
Protezione civile: "Nessun ordine evacuazione a Coni"

Alemanno: "La piena arriverà intorno all'1 di notte"
Protezione civile: "Piena Tevere alle 3 di notte, non ci sarà alcuna esondazione". "Non abbiamo mai chiesto a nessun commerciante di allontanarsi dalla propria attività né tantomeno abbiamo fatto evacuare le scuole. Se ci sono state delle decisioni in tal senso, sono arrivati da presidi o da singoli".

Friday, December 12, 2008

La recessione non si supera aumentando la pressione fiscale

A proposito della politica economica di Tremonti - ambigua e attendista e inadeguata a sostenere la domanda in tempi di crisi - mi sembrano osservazioni condivisibili quelle di Tito Boeri, in un suo recente editoriale su Lavoce.info. E' «sorprendente», infatti, che il decreto anti-crisi, oltre a prestare giustamente attenzione ai conti pubblici, riveli addirittura un saldo netto in positivo di 390 milioni. Non solo non c'è una riduzione della pressione fiscale, ma l'attivo è reso possibile proprio dall'incremento netto delle entrate, in gran parte tributarie.
«In un contesto come quello attuale, sarebbe stato fondamentale aumentare la spesa pubblica o ridurre la pressione fiscale per rilanciare l'economia. Certo, tutto questo andava fatto con prudenza, dato il livello del nostro debito pubblico. E mettendo subito in atto piani che ci portassero, quando la crisi sarà finita, a finanziare stabilmente le minori entrate (o maggiori spese) decise oggi con riduzioni permanenti della spesa, come quelle che stiamo proponendo sulle varie missioni del bilancio pubblico. Il decreto anticrisi, invece, finanzia le maggiori spese con maggiori entrate, innalzando ancora di più la pressione fiscale. C'è da chiedersi come reagiranno gli altri governi del G20 e il Fondo monetario, che da tempo chiedono una forte azione di stimolo fiscale coordinata tra i diversi paesi, cui anche l'Italia è chiamata a dare un contributo».
Naturalmente avremmo preferito la seconda delle due opzioni indicate da Boeri, cioè ridurre la pressione fiscale, finanziando le minori entrate nel breve-medio periodo con ulteriori riduzioni permanenti della spesa, agendo per esempio sul fronte della riforma delle pensioni. In misura notevolmente inferiore di quanto fatto da Prodi con le sue due finanziarie, la manovra mira quasi esclusivamente a redistribuire risorse, attraverso la «social card» e i bonus, ma non aiuta l'economia a creare ricchezza. Vediamo se almeno le infrastrutture su cui sono stati investiti 16 miliardi vedranno la luce in tempi ragionevoli.

Che la prudenza contabile di Tremonti valga la pena è tutto da vedere, perché in fasi di crisi come questa, spiega Boeri, i conti tendono a peggiorare comunque «e l'unico modo per migliorarli è far ripartire al più presto l'economia, creando le condizioni per cui i tagli alle tasse e le nuove spese decise oggi siano sostenibili, possano durare nel tempo». Si accentua, però, il timore che Tremonti sia particolarmente parsimonioso perché non si sente in grado di valutare con esattezza l'impatto che avrà il federalismo fiscale sulle casse dello stato.

Fregati e confusi

Il governo ha un problema: la comunicazione

Innumerevoli volte su questo blog ho denunciato casi di palese disinformazione, soprattutto da parte di Corriere.it e Repubblica.it. Questa volta invece ci sono cascato. Capita. Già ieri sera avevo registrato la smentita del ministro Gelmini, a quel punto alzando le mani e confessando di non capirci più nulla.

L'opzione che potranno esercitare le famiglie non è sul maestro unico o trino, ma sul tempo-scuola (24, 27, 30, o 40 ore settimanali), come è sempre stato ed è scritto nella legge. Era ovvio che «unico» dovesse intendersi in senso "didattico", perché "fisicamente" i bambini con un tempo-scuola superiore alle 24 ore (22 con il maestro unico + inglese e religione) vedranno un secondo maestro nelle ore eccedenti l'orario di lavoro del maestro unico, che per contratto lavora per 22 ore settimanali (mi sembrano molto poche, ma questo è un altro discorso). Per questo il ministro ha spesso usato il termine «prevalente» al posto di unico e a questo si sono attaccati i disinformatori per confonderci le idee. I siti internet - come Corriere.it e Repubblica.it - hanno ingannato i lettori facendo intendere che «maestro unico su richiesta delle famiglie» fosse un'espressione ripresa dal «verbale» dell'incontro a Palazzo Chigi tra governo e sindacati.

Ci sono cascato - e Destralab ci riporta tutti alla realtà - ma a quanto pare non sono stato il solo a cadere, visto che il trambusto di ieri pomeriggio ha disorientato anche un autorevole quotidiano di centrodestra come il Giornale. Non è questione di aver letto o meno la legge. So bene che l'opzione tra più tempi-scuola c'è sempre stata, a giungermi nuova era l'opzione tra uno o tre maestri.

Ma attenzione: potrà sembrare un paradosso, visto che nel campo Berlusconi è un numero uno, ma questo episodio conferma anche che il governo ha un serio problema di comunicazione. Certo, l'opposizione è allo sbando, ma riesce a battere qualche colpo, come si è visto in questo "caso", grazie al caos comunicativo che a volte sembra regnare a Palazzo Chigi. Innanzitutto, nel cosiddetto «verbale» dell'incontro con i sindacati sarebbe stato meglio ribadire a chiare lettere la scelta del «maestro unico», sottolineando il termine unico. L'ambiguità del testo ha prestato il fianco alle interpretazioni politicamente interessate. Quanto più si sa con chi si ha a che fare, tanto più si dovrebbe fare attenzione anche ai minimi particolari, senza dare nulla per scontato.

A giudicare dalla serie di dichiarazioni uscite ieri sera, avvalorare la tesi della "marcia indietro" del governo era una strategia concordata tra sindacato e opposizione. La loro macchina propagandistica ha funzionato a meraviglia, sostenuta dall'imponente schieramento di media "amici". Altrettanto non si può dire del centrodestra, dove la Gelmini si è difesa da sola e non c'è stata alcuna azione coordinata, e tempestiva, per far passare un messaggio univoco sull'esito dell'incontro con i sindacati.

Nonostante la situazione sia ben lontana dal "tutti contro tutti" del governo Prodi, in molte occasioni si avverte la mancanza di una regia e di una strategia comunicativa. Oltre al "solista" Berlusconi, quando c'è (e neanche lui è infallibile), la comunicazione dell'azione di governo è affidata a Bonaiuti, quando è sveglio, ma il più delle volte abbandonata al caso.

Thursday, December 11, 2008

Incredibile: il governo cala le braghe sulla scuola

La vittoria delle minoranze rumorose; il governo che decide e "sdecide"
UPDATE 19:27: Alt! La Gelmini insiste e conferma che sarà maestro unico: «La responsabilità del percorso formativo e didattico nella scuola elementare resta in capo ad un unico docente. Questo modello didattico che supera l'organizzazione del modulo può essere declinato con l'opzione a 24 ore nel caso in cui il docente sia in grado di insegnare tutte le materie previste, e quindi anche l'inglese, oppure a 27 ore con l'utilizzo di tre ore aggiuntive per l'insegnante di inglese e di religione e, in ogni caso, non ci sarà compresenza in classe. Le famiglie potranno scegliere tra 24, 27 e 30 ore di lezione settimanali, oppure il tempo pieno di 40 ore. Con l'eliminazione delle compresenze ci saranno più classi che faranno tempo pieno».

A questo punto non si capisce più nulla. Non so se dobbiamo dichiararci vittime di un gigantesco caso di disinformazione e/o di disastro comunicativo da parte del governo.
A protesta studentesca inevitabilmente scemata, e con lo sciopero di domani che con il maltempo non poteva che ritorcersi contro i sindacati, il governo cala le braghe sulla scuola. E lo fa nel modo peggiore, con un dietrofront oltre che inspiegabile anche ridicolo e grottesco, una boiata pazzesca: il maestro unico «a richiesta». Sarà cioè «attivato su richiesta delle famiglie», anche se non è ancora chiaro con quali modalità questa astrusità verrà messa in pratica. A maggioranza semplice o qualificata delle famiglie? Con richiesta scritta o ad alzata di mano? Si potrà optare anche se con o senza panna, o forse con o senza ketchup? E perché non due maestri o quattro?

A parte gli scherzi, l'accordo tra i sindacati della scuola (Cgil, Cisl e Uil, Gilda e Snals) e il governo, rappresentato dal sottosegretario Letta e dai ministri Gelmini, Brunetta e Sacconi, lascia davvero increduli. I ministri su cui più puntavamo ci hanno deluso. Le proteste del Pd, dei sindacati, degli insegnanti e degli studenti non avevano scalfito il consenso di cui gode il governo, e di cui godono indivualmente proprio quei tre ministri. Quella sulla scuola era una battaglia già vinta nel Paese, l'opinione pubblica aveva dimostrato di aver compreso le ragioni dietro quelle scelte, e invece si è deciso di perderla con un clamoroso autogol, tra l'altro lanciando un segnale politico pericolosissimo all'opposizione, ai sindacati e a tutta l'Italia del "No". Basta qualche manifestazione di piazza, purché chiassosa e rissosa, e il governo democraticamente eletto sarà disposto a rimangiarsi di tutto. Sono una massa di incapaci.

Un regalo inaspettato per Veltroni, che ovviamente ha buon gioco ad osservare: il governo «fa una completa marcia indietro... Vuol dire che avevamo ragione noi, avevano ragione i sindacati dei docenti, gli studenti, i genitori, quel grande movimento che aveva bocciato la finta riforma». «La protesta della scuola culminata nello sciopero del 30 ottobre ha prodotto i suoi frutti», è il commento unanime dei sindacati.

La scuola è sempre più un settore fuori controllo, irriformabile, un pozzo di spesa senza fondo. Se questo governo non è riuscito a portare a casa il maestro unico con i sindacati al minimo dei consensi e un'opposizione praticamente inesistente, non c'è davvero alcuna speranza che possa realizzare riforme ben più importanti.

Ecco perché Alitalia doveva restare italiana

Ecco perché la proprietà della compagnia di bandierina doveva rimanere italiana. Per garantire ai politici, soprattutto di regioni ed enti locali, di continuare a influenzarne le scelte in funzione delle loro clientele. Così ecco l'ultimo, inutile, braccio di ferro tra Formigoni e Alemanno, tutto in casa PdL. «Malpensa sarà l'aeroporto di riferimento e privilegiato per Cai», annuncia tronfio il governatore della Lombardia. «Ipotesi inaccettabile e infondata», la replica di Alemanno, a cui invece consiglierei di rispondere alla romana: "Ma che ce frega, ma che ce 'mporta".

La Nuova Alitalia sarà per forza di cose una compagnia molto più piccola della vecchia Alitalia e che Fiumicino resti deserto è un'ipotesi che può far solo sorridere chiunque sia dotato di un minimo di buon senso. Se non ci sarà Cai, le compagnie di tutto il mondo faranno a pugni per esserci. Stiamo parlando del principale scalo di Roma, con una posizione invidiabile, al centro dell'Italia e del Mediterraneo. Alemanno si rilassi.

"Non prendete l'auto". Ma i trasporti sono in tilt

Questa mattina presto qui a Roma, dopo il nubifragio durato tutta la notte, il sindaco Alemanno suggeriva di «limitare il più possibile l'utilizzo delle auto private. Esorto tutti i romani a usare i mezzi di trasporto pubblici». Peccato che i mezzi pubblici sono stati i primi ad andare in tilt.

La linea ferroviaria Fm1 Orte-Fiumicino completamente bloccata con centinaia di passeggeri bloccati nelle vetture. Da tutta la provincia treni in ritardo di una o anche due ore. Allagamenti in zona Prenestino hanno causato il blocco delle linee tranviarie 5, 14 e 19. Il capolinea bus della Stazione Tiburtina, allagato, è stato spostato. Altri allagamenti hanno causato numerose chiusure e deviazioni delle linee bus. Per non parlare delle stazioni della metropolitana invase dall'acqua.

Incredibile episodio nella famigerata Stazione Nomentana. A tre dei quattro binari si può accedere solo via sottopassaggio, che però si è allagato fino al soffito. Nonostante le numerose chiamate al call center di Trenitalia - racconta una lettrice di Corriere.it - i treni hanno continuato a effettuare regolarmente la fermata, ma gli sventurati che scendevano - ignari - potevano lasciare la piattaforma solo prendendo il treno successivo.

Dal punto di vista amministrativo, per giustificare i molti cittadini romani che non hanno potuto raggiungere il loro posto di lavoro, la richiesta del sindaco di proclamare lo stato di «calamità naturale» è opportuna, ma dal punto di vista meterologico è semplicemente ridicola e suona un po' irriguardosa di ben altre tragedie che sentiamo accadere nel mondo. Capita quasi tutti gli anni, almeno una volta durante l'autunno o l'inverno, che Roma sia investita da nubifragi simili, ma la città appare sempre più impreparata.

Qualche anno fa - anche molti anni fa - a Roma si temeva la neve. Da qualche anno bisogna temere anche la pioggia. Ma gli allagamenti più disastrosi, quelli di vie e sottopassi, sono per lo più dovuti a errori di progettazione e alla mancanza di un'adeguata manutenzione dei tombini. Gli allagamenti di Via dei Fori imperiali, per esempio, o del Lungotevere Aventino, di Piazzale Clodio, Largo Caravaggio, dei sottopassi di San Paolo e Via Cilicia, della Cristoforo Colombo o della Pontina, zone centralissime o arterie nevralgiche della città, sono causati da tombini che a dicembre, in autunno inoltrato, sono ancora otturati! Come se non fossero prevedibili i temporali e la caduta delle foglie in questa stagione...

E' sconcertante che di fronte alla palese impreparazione della città, il sindaco lamenti una presunta «calamità» (tra l'altro prevista dai meteo nei tempi e nella misura), o addirittura chiami in causa i cambiamenti climatici, come fa in questa dichiarazione: «C'è una situazione climatica che è cambiata e la città deve attrezzarsi a fronteggiare l'emergenza».

Anche se Roma è abbandonata da 15 anni, sono sei mesi che Alemanno è in carica, ed è ora che cominci ad amministrare questa città, partendo dai servizi essenziali, come la manutenzione delle strade e i trasporti pubblici.

Wednesday, December 10, 2008

A lezione da Petraeus

Ieri il mitico generale Petraeus era a Roma. Oltre a incontrare Berlusconi, Frattini e La Russa - probabilmente per sondare la disponibilità dell'Italia a mandare altri soldati in Afghanistan, oppure a modificare in modo estensivo le regole di ingaggio cui si attiene oggi il contingente italiano - è passato al Centro studi americani, a Roma, in Via Caetani, dove ha rivelato i "segreti" della sua strategia vincente in Iraq.

David H. Petraeus è infatti il generale che ha attuato sul campo il "surge" deciso dall'amministrazione Bush in Iraq. Speriamo che i presenti - Giuliano Amato, Massimo D'Alema, Francesco Rutelli e Piero Fassino - abbiano preso appunti. Il "surge" è consistito nell'applicazione di una serie di «concetti», non solo nell'aumento del numero dei soldati. Sono state intraprese azioni militari, civili ed economiche finalizzate ad un unico obiettivo, quello di «dare sicurezza alla popolazione, far sentire che il nostro lavoro è a suo beneficio».

Con l'"operazione Anaconda", ha spiegato il generale, sono stati rimossi tutti gli elementi necessari alla guerriglia per sopravvivere e alimentarsi: denaro, sostegno popolare, armi, zone sicure, guerriglieri stranieri, ideologia e leadership di al Qaeda. Un aspetto cruciale è stato quello della «riconciliazione». E' la parte più pragmatica della strategia: parlare con il nemico, per «separare i riconciliabili dagli irriconciliabili». Ma attenzione a non fraintendere. Non si tratta, come avrete letto su qualche giornale, di arrendersi al fatto che occorre negoziare anche con i terroristi, ma partendo da una posizione di forza sul campo di capire chi sono i «riconciliabili», accertandosi prima di tutto delle loro reali intenzioni, e portarli dalla propria parte, per avere più facilmente la meglio sugli irriducibili.

Le tribu sunnite sono state reintegrate nel sistema politico, privando così al Qaeda di gran parte del sostegno di cui godeva. Infine, una politica per dare lavoro e servizi, guadagnando così alle forze della coalizione un sostegno senza precedenti da parte degli iracheni.

Alla base di questa strategia, però, non bisogna dimenticarlo, come elemento non sufficiente ma necessario, c'è l'aumento delle truppe. E non è un caso che Petraeus ha detto esplicitamente di sostenere la richiesta del generale David McKiernan di inviare altri 20 mila soldati americani in Afghanistan, che sarebbero utilizzati per compiere solo azioni razionali, definite «clear and hold». Un aumento di truppe che è anche nei piani del presidente-eletto Obama.

In Iraq, ha spiegato, «abbiamo cominciato a liberare solo le aree che eravamo in grado di mantenere. Così la popolazione capiva che eravamo lì per restare e ha cominciato a indicarci dove erano nascoste le armi». Questo approccio ha quindi consentito di effettuare operazioni mirate contro le zone controllate dai terroristi, ha osservato Petraeus, prima ad Anbar, poi a Ramadi e a Baquba, e infine contro gli estremisti sciiti a Bassora. Solo due anni fa ben 7 milioni di iracheni erano sotto il controllo di al Qaeda, che ora in Iraq può dirsi sconfitta, mentre le statistiche mostrano che le vittime di violenze tra le diverse etnie sono crollate quasi a zero, così come si è ridotto al minimo dall'estate 2003 il numero dei civili uccisi in attentati.

"Mamma Rai" ancora non ci tratta da adulti

Si è fatto un gran parlare del film "I segreti di Brokeback Mountain" (Ang Lee, 2005, tre Premi Oscar e Leone d'Oro a Venezia). Innumerevoli petizioni sono state indirizzate alla Rai perché lo trasmettesse. Alcune sere fa il film è finalmente andato in onda su Raidue, ma solo in seconda serata, e per di più tagliato di alcune scene. La comunità gay è insorta ed è divampata la polemica politica. La giustificazione accampata dalla Rai mi è sembrata debole. Ammesso e non concesso che sia una scelta commercialmente valida acquistarne la versione che può essere trasmessa in prima serata, se la versione in suo possesso era quella per la trasmissione senza vincoli di orario, perché poi mandare il film in seconda serata? In ogni caso, il direttore di Raidue, Antonio Marano, ha promesso che il film sarà al più presto ritrasmesso in versione integrale.

Tutti felici e contenti. Rimane la sgradevole sensazione che Mamma Rai continui a comportarsi come se gli italiani non fossero un pubblico adulto, ma una platea di adolescenti da educare e da tenere il più a lungo possibile al riparo dalle "bizzarrie" della vita moderna che possono "turbarli". Come minoranza organizzata i gay sono riusciti a dare rilevanza al caso Brokeback Mountain, ma in molti altri casi analoghi - e in generale sulla tendenza della Rai a trasmettere sempre meno film in una programmazione già poverissima dal punto di vista cinematografico - silenzio assoluto. Tempo fa in totale solitudine avevo segnalato il trattamento punitivo riservato al film "Luther". Neanche i protestanti hanno protestato...

Attenti a certe facili equazioni

Ancora una volta non posso che sottoscrivere questo post di Enzo Reale (1972) sull'arresto del governatore dell'Illinois Rod Blagojevich e su alcuni commenti «travaglini».
«Che forti 'sti yankees, pensa uno che vuol bene all'America. Manca un mese al trionfo pubblico del primo presidente nero della storia e il giudiziario è così indipendente che non si fa problemi ad andargli a fare le pulci in casa. E per di più niente fughe di notizie, ma una conferenza stampa del procuratore a bocce ferme, nel rispetto dei diritti di tutti. Un'altra lezione di civiltà giuridica, ripete fra sé e sé quello che vuol bene all'America, mentre qui siamo fermi al lodo Alfano e al dipietrismo».
Invece, purtroppo, nella blogosfera di centrodestra qualcuno si è fatto prendere dall'istinto del branco e non ha saputo resistere alla tipica equazione giustizialista: Blagojevich è governatore dello stato di Obama (l'Illinois); per giunta è dello stesso partito di Obama (il Partito democratico); e ha cercato di "vendere" il seggio che era di Obama. Ergo, Obama dev'essere per forza coinvolto: "Non poteva non sapere".

E infatti dalle intercettazioni emerge che Obama sapeva, era a conoscenza della condotta di Blagojevich, ma emege anche - e guarda caso viene taciuto - che il suo team ha respinto con fermezza tutti gli approcci tentati con insistenza da Blagojevich. Non gli hanno offerto neanche un posto di bidello perché lui nominasse un senatore compiacente.

Obama non è certo uno stinco di santo - essendo riuscito ad emergere da un ambiente politico molto opaco, com'è notoriamente quello di Chicago - ma per ogni accusa servono prove, non allusioni. E attaccarsi alla circostanza che Obama avesse aiutato Blagojevich in una campagna elettorale del 2002 - sei anni prima dei fatti contestati! - quando da almeno un paio d'anni l'aveva sfanculato, mi sembra un po' poco. Francamente, non me ne faccio niente di blog su cui ritrovo gli stessi tic giustizialisti che imperversano sulle pagine de l'Unità e la Repubblica.

Friday, December 05, 2008

Chi e come può arginare Tremonti?

Sono andato a dormire avvilito ieri notte e avvilito mi sono risvegliato questa mattina, ripensandoci. Ormai le presenze di Tremonti nei salotti televisivi somigliano sempre più a dei monologhi che nessuno dei presenti osa contraddire. I suoi strali, o le sue filippiche, contro il mercatismo, la globalizzazione, il liberismo "selvaggio", la finanza, il consumismo non trovano più oppositori. A sinistra provano un certo imbarazzo a criticare un ministro di centrodestra che parla di ritorno al «primato della politica» e ai «valori», di maggiore ruolo dello stato in economia, di sostegno della «domanda pubblica», del «sociale» come priorità, di un nuovo modello di sviluppo, la cui «sostenibilità» sarebbe fatta di investimenti pubblici più «ridistribuzione». Di questo parla Tremonti, di un modello che a me sembra nient'affatto «nuovo» e, anzi, fin troppo somigliante a una politica socialdemocratica anni '60-'70.

Ieri sera, a Porta a Porta, confidavo in Oscar Giannino, ma neanche lui ha osato obiettare nulla. Non che dovesse indossare i panni dell'"oppositore", ma almeno una smorfia... Mentre a tratti Tremonti s'intendeva a meraviglia con Piero Sansonetti, direttore di Liberazione (quotidiano di Rifondazione comunista), Concita de Gregorio - da poco alla guida del quotidiano dei Ds, l'Unità - è stata l'unica a dire che il pacchetto anti-crisi del governo aiuta sì i poverissimi, ma non sostiene la domanda, non si rivolge alla classe media sostenendola prima che vada ad ingrossare le file dei poverissimi. Certo, se il governo avesse sostenuto la domanda e la classe media, Concita sarebbe stata in prima fila ad accusarlo di favorire i "ricchi" e di aggravare il debito.

Per fortuna, Tremonti mille ne pensa ma una ne fa, nel senso che le sue idee anti-mercato, neo-stataliste e moraliste, contenute anche nel suo libro, finora non hanno causato danni irreparabili. Non si stanno traducendo - per ora - in una coerente azione di governo. La politica fiscale di Tremonti rimane tutto sommato ambigua e attendista. Come ha osservato Luigi Guiso, su Lavoce.info, «il governo non ha né una politica fiscale proporzionata al ciclo che si sta attraversando né una politica fiscale di stabilizzazione strutturale per il medio termine adeguata al gravissimo indebitamento del Paese». In breve: né una drastica riduzione delle tasse, né tagli drastici alla spesa, attraverso, per esempio, una riforma delle pensioni.

Se a sinistra i riformisti non riescono a sostenere un approccio liberista, perché ancora non hanno accettato in modo convinto l'idea del libero mercato (e questa crisi li allontana di nuovo dalla sua piena accettazione), ciò che più mi allarma è l'assenza di dibattito sulle idee di Tremonti nel centrodestra. Nessuno attualmente sembra in grado di porre un argine "culturale" alle idee del ministro. Temo che prima o poi sarà troppo tardi e che la sua indisturbata semina darà dei frutti. L'ex ministro Martino è stato fatto fuori e altre figure autenticamente liberiste all'interno del PdL, per un motivo o per l'altro, non sembrano ancora godere della sufficiente forza politica e mediatica, e della necessaria autorevolezza interna, per contendere a Tremonti il ruolo di "mente economica" del centrodestra. Né Brunetta, né Della Vedova, né Capezzone. L'onere della difesa del libero mercato in Italia ricade su un pugno di "volenterosi", questi e pochi altri, sulla preziosa opera dell'Istituto Bruno Leoni e di una "blogosfera liberale" frustrata da anni di indifferenza.

Non credo che Tremonti possa succedere a Berlusconi, questo no. E' sufficientemente tecnico ma non scalda i cuori. Può però riuscire a compiere una metamorfosi culturale nel centrodestra, facendo prevalere un approccio regressivo sia sui valori che in economia: tradizionalismo più statalismo. Chi avrà la forza, e il coraggio, per opporsi a una deriva che sul piano culturale, se non ancora a livello dell'azione di governo, mi pare già ben avviata?

Lo spreco della blogosfera liberale

Andrea Mancia scrive su Liberal questo articolo sulla distanza tra politici di centrodestra e il mondo di internet. Un articolo pieno di considerazioni più che fondate. Enzo Reale (1972) gli fa giustamente notare che esiste tra giornalismo e blog una «separazione - voluta, difesa e accentuata dalla casta - ancora più grande». Si sta parlando di «bloggers di centrodestra», ma basterebbe parlare più semplicemente di «gente che ha qualcosa da dire e lo dice abbastanza bene». Siccome quando si è totalmente d'accordo c'è poco da aggiungere, riporto integralmente l'intervento di Enzo:
Ciao Andrea.
Questo post calza a pennello per una discussione che non si vuole aprire, per mancanza di tempo, di voglia, perché va bene così.
Giano ha perfettamente descritto qual è la situazione attuale della blogosfera non di sinistra e più in generale del giornalismo italiano non di sinistra.
Quando i pionieri aprirono i loro blog negli anni 2002-2003 (immodestamente mi includo), la blogosfera liberale era ridotta numericamente ma influente (o più influente) concettualmente. Oggi, con tanto di aggregatore ufficiale, la blogosfera liberale ha perso importanza, consistenza e sicuramente non è riuscita a diventare un punto di riferimento. Nel frattempo l'altra metà del cielo, quasi irrilevante fino a qualche anno fa nel nostro paese (parlo sempre di blog), ha acquisito consistenza e ha finito per creare e trainare opinione, per accaparrare la maggior parte del seguito mediatico, in una frase per fare tendenza.
Perché? Per sinergie, evidenti a sinistra, inesistenti nel centrodestra.
Mi spiace dirlo Andrea ma la colpa è anche del giornalismo ufficiale. Quanti bloggers sono stati arruolati a tempo pieno dalle testate di riferimento? Quanti ne ha presi Liberal? Il Foglio? Il Giornale? Che attenzione si dà alla loro attività, alle loro analisi, alla novità del mezzo e dei contenuti? Chi, oltre ad accorgersi di noi, ha davvero il coraggio di usarci a dovere?
Nessuno, Andrea.
Da TocqueVille non è nato nulla alla fine, i discorsi di Sestri si sono persi nella confusione, il "più grande aggregatore d'Italia" è diventato un calderone senza né capo né coda dove un'analisi originale da prima pagina viene trattata alla stregua di un articolo copiato chissà dove o di un'invettiva razzista qualunque e potrei continuare.
Come facciamo a lamentarci se Berlusconi non si accorge di noi se nemmeno voi professionisti dell'informazione lo fate?
Andrea, abbi pazienza, ma stavolta l'ipocrisia non è dei politici.
Sarebbe bello poterne parlare davvero, sui rispettivi blog, se almeno noi ci leggessimo, chiaro.
Saluti.

Wednesday, December 03, 2008

Il mondo dovrebbe fare ciò che il Pakistan non riesce a fare

New Delhi non ha dubbi: dietro gli attentati di Mumbai c'è un gruppo terroristico pachistano, attivo in Kashmir e legato ad al Qaida, il cui nome è Lashkar-e-Taiba. L'unico terrorista catturato dalle forze speciali indiane ha ammesso di essere pachistano e di farne parte. Come anticipavo ieri, il Lashkar-e-Taiba, "L'esercito dei puri", è il braccio armato di un'organizzazione religiosa pachistana al quale i servizi segreti pachistani (ISI) hanno fornito durante gli anni '90 istruzioni e fondi per operare in Kashmir. Dopo l'11 settembre, inserito dagli Stati Uniti nella lista dei gruppi terroristici e messo al bando da Islamabad, il gruppo è entrato in clandestinità, frazionandosi in diverse sigle e smettendo di rivendicare gli attentati. Il Lashkar-e-Taiba è sospettato di essere dietro l'attacco del dicembre 2001 al Parlamento di New Delhi e le bombe sui treni che nel 2006 provocarono oltre 200 morti.

E inevitabilmente cresce la tensione tra India e Pakistan. Da una parte, il governo indiano ha bisogno di agire; dall'altra, il governo pachistano è sotto pressione, perché è stato ormai accertato che i terroristi provenivano dal Pakistan, dove hanno goduto degli appoggi necessari a pianificare gli attacchi e ad addestrarsi.

Come osservavo ieri, gli attentati di Mumbai hanno scosso l'India, ma chi ne esce più indebolito e delegittimato è il governo di Islamabad, impotente, incapace di riportare sotto il suo controllo territori di confine dai quali gruppi armati islamisti, probabilmente in combutta con settori dei servizi segreti e dell'esercito, conducono quasi indisturbati il loro jihad, influenzando la politica estera pachistana. Intere aree ai confini occidentali con l'Afghanistan sono rifugi sicuri per i Talebani e al Qaeda, e per questo fonte di tensioni con Kabul e Washington; gli attentati della scorsa settimana aggiungono ulteriore tensione, questa volta ai confini orientali con l'India.

In un'intervista al Financial Times, il nuovo presidente pachistano, Asif Alì Zardari, si era rivolto al premier indiano Singh quasi implorandolo di «opporsi ad attacchi contro il governo» di Islamabad anche qualora dall'inchiesta fossero emerse responsabilità di elementi pachistani: «Anche se i militanti fossero legati a Lashkar-e-Taiba, contro chi pensate che noi stiamo combattendo?». Zardari voleva così far capire che considera i terroristi nemici comuni sia all'India che al Pakistan. «Entità non statali ci hanno già trascinato in diverse guerre... dobbiamo rimanere tutti uniti per contrastare questa minaccia». Ma India e Pakistan «non possono farsi prendere in ostaggio da attori non statali».

Zardari e il suo governo non sostengono i terroristi, ma cosa si può fare perché il mondo non sia ostaggio di attori non statali che operano dal territorio di uno stato e sono la creatura dei servizi segreti di quello stato? Se lo è chiesto, sul Washington Post, Robert Kagan, secondo il quale occorre «internazionalizzare la risposta»:
«La comunità internazionale dichiari che alcune zone del Pakistan sono ingovernabili e costituiscono una minaccia alla sicurezza internazionale. Una forza internazionale collabori con i pachistani per sradicare le basi dei terroristi dal Kashmir e dalle aree tribali. In questo modo si eviterebbe una nuova guerra tra India e Pakistan e il governo pachistano salverebbe la faccia, dal momento che la comunità internazionale lo aiuterebbe a ristabilire la sua autorità su tutto il territorio».
Non è una decisione che il governo pachistano può prendere alla leggera, perché verrebbe accusato dagli integralisti islamici di essere "servo" degli americani. Ma secondo Kagan una forza internazionale dovrebbe intervenire anche senza il consenso di Islamabad, violando la sovranità del Pakistan. «Non dovrebbero poter rivendicare la propria sovranità quegli stati incapaci di controllare un territorio da cui vengono lanciati attacchi terroristici». Se c'è una responsabilità che giustifica un intervento per impedire catastrofi umanitarie, dev'esserci anche la responsabilità di proteggere uno stato dagli attacchi lanciati da un territorio confinante, sia pure da attori non statali. Nel caso del Pakistan, anche se il governo civile non è coinvolto, la complicità dell'esercito e dell'ISI con i terroristi fa cadere ogni richiamo alla sovranità.

L'amministrazione Bush, ricorda Kagan, «per anni ha tentato di collaborare con l'esercito e il governo pachistano nella lotta al terrorismo, fornendo miliardi di dollari in aiuti e armamenti avanzati», ma dopo gli attentati di Mumbai questa cooperazione «dev'essere giudicata fallimentare». L'esercito e i servizi segreti «sono rimasti più interessati ad aumentare la propria influenza in Afghanistan tramite i Talebani e a combattere l'India in Kashmir tramite i gruppi terroristici».

Ma il Consiglio di Sicurezza dell'Onu, chiede Kagan, «autorizzerebbe un'azione simile»? La Cina è stata «un alleato e un protettore» del Pakistan, e la Russia «potrebbe avere le sue ragioni per opporsi». Non gli piace l'idea di «abbattere il muro della sovranità nazionale», per questo ha bloccato le pressioni sul Sudan, sull'Iran e su altri stati criminali. Ma questo, osserva Kagan, «sarebbe un altro test per capire se la Cina e la Russia, presunti alleati nella guerra al terrorismo, sono davvero interessate a combattere il terrorismo fuori dai loro confini». Che l'intervento venga preso in considerazione alle Nazioni Unite, potrebbe essere sufficiente per ottenere la cooperazione volontaria del Pakistan». In ogni caso sarebbe per gli Stati Uniti e l'Europa un'occasione per «cominciare ad affermare il principio che il Pakistan e altri stati che ospitano i terroristi non dovrebbero sentire garantita la propria sovranità».

Un no stupido che avvicina la Chiesa cattolica agli ayatollah

Non c'è nulla, ma proprio nulla, nel testo della dichiarazione dell'Ue sulla depenalizzazione dell'omosessualità che la Chiesa non potesse sottoscrivere (leggere per credere). Nulla che alludesse al matrimonio tra omosessuali o alla supposta criminalizzazione di quegli stati che non lo introducessero. Si parla solo di quei Paesi, come l'Iran degli ayatollah, dove l'omosessualità è reato penale. Si parla di diritti umani. Il "no" della Santa Sede è francamente sconcertante e dimostra ancora una volta quanto le gerarchie ecclesiastiche siano lontane da una piena comprensione e accettazione del concetto di diritti umani.

Sky, Berlusconi perde consensi, il Pd la faccia

Nonostante Tremonti abbia rivelato le obiezioni dell'Ue, e l'impegno preso dal Governo Prodi; e nonostante oggi una portavoce della Commissione Ue abbia confermato che la procedura di infrazione nei confronti dell'Italia sarebbe scattata se le aliquote non fossero state allineate («a questo punto il caso è chiuso»), concordo con quanto scriveva ieri Giuliano Ferrara su Il Foglio.
«Portare via per decreto due terzi degli utili a un editore televisivo che investe e dà lavoro, è qualcosa di molto simile a quanto per anni i dirigisti di ogni colore hanno cercato di infliggere, come punizione divina, alle tv del Cavaliere. E spingere oggi il fornitore di un servizio popolare di largo consumo, che riguarda tanti milioni di famiglie, a tassare gli utenti e contribuenti, è probabilmente una boiata pazzesca».
In un nuovo efficace spot contro l'aumento dell'Iva dal 10 al 20% Sky elenca altri beni "non essenziali" che usufruiscono di un'Iva agevolata al 10 o anche meno. Il problema è che quando si rivendica di aver agito per abolire un "privilegio", i privilegi poi bisognerebbe toglierli tutti, a partire dal quel misero 4% di Iva che paga la Rai sugli "abbonamenti", per proseguire con i quotidiani (non mi pare si possa dire che il Corriere della Sera non sia un'azienda avviata).

Ma da questo punto di vista il Pd è messo ancora peggio. Avendo una posizione strumentalmente antiberlusconiana, non potrebbero certo proporre di togliere i privilegi alla Rai o ai giornali "amici", né di abbassare l'Iva al 10% per tutte le imprese del settore, favorendo così anche le aziende dell'odiato premier. Ma come anticipavo ieri, quale l'aria tiri all'interno del Pd risulta chiaro da questa intervista a Romano Prodi che sì, bel bello se ne esce che ricordava qualcosa:
«Le sollecitazioni dell'Unione europea perché fosse risolta l'asimmetria delle aliquote Iva per le televisioni in Italia ci furono. Una posizione assolutamente condivisibile, tanto che ci impegnammo a provvedere. Ma poi non entrammo mai nel merito».
Altri prodiani, come la Bonino e Visco, dovevano esserne al corrente. Peccato che nessuno abbia pensato di avvisare l'"amico" Walter. Diciamoci la verità, tirando fuori la richiesta dell'Ue e l'impegno di Prodi Berlusconi e Tremonti hanno messo nel sacco un'opposizione allo sbando e giornali che non sanno fare informazione, ma sono solo capaci di fare da megafono alle risse politiche. Ma l'asso nella manica di Tremonti non ha impedito al Cavaliere una brusca caduta nei sondaggi.

Come racconta Sergio Rizzo, quando si trattò di fissare l'Iva per le pay tv, una posizione ragionevole la ebbe Rifondazione comunista. Nel lontano 1995, votando insieme al centrodestra per limitare al 10% l'aliquota che allora i progressisti del Pds/Ds/Pd avrebbero voluto portare al 19%, per fortuna i comunisti favorirono le condizioni per uscire dal duopolio Rai-Mediaset, o per lo meno per attenuarlo.

Tuesday, December 02, 2008

Sky, Tremonti cala l'asso nella manica

Tremonti ha messo tutti nel sacco. Con quella punta di perfidia che lo contraddistingue si era tenuto l'asso nella manica e ha atteso che l'opposizione prendesse lo slancio. Nella conferenza stampa di oggi, da Tirana, Berlusconi rideva sotto i baffi: se proprio insiste, la sinistra, riportiamo pure l'Iva al 10%, ma secondo i dettami europei (cioè per tutti, a prescindere dalle tecniche di trasmissione utilizzate, facendo un gran favore a Mediaset, evidentemente).

Eh già, perché il premier conosceva il «blocco di documenti» che avrebbe tirato fuori Tremonti: «Dato un medesimo servizio non puoi avere aliquote segmentate in funzione delle tecniche di trasmissione utilizzate». E' quanto stabilisce l'Unione europea. Dunque, per evitare una procedura di infrazione comunitaria, già il governo precedente, il Governo Prodi, si era impegnato per l'allineamento delle aliquote: «C'è un carteggio tra la Commissione Ue e il Governo Prodi che prevede l'impegno ad allineare le aliquote. L'impegno scadeva in questi giorni». Un carteggio che il ministro ha distribuito ai giornalisti presenti alla conferenza stampa al termine della riunione Ecofin.

Certo, la Commissione chiedeva di allineare le aliquote, quindi si poteva anche decidere di portare tutti al 10%, anziché tutti al 20%. Ma se il governo si fosse azzardato a portare tutti al 10%, c'è da scommettere che l'opposizione avrebbe gridato ancora di più allo scandalo, perché in quel caso il vantaggio per le tv del premier sarebbe stato più evidente.

Ancora una volta spiazzato Veltroni e nel caos il Pd. Erano partiti in quarta, ma ecco che viene fuori che l'impegno era stato preso da Prodi, ed è ragionevole ritenere che forse qualcuno dei prodiani se lo ricordasse, ma ha pensato bene di non avvertire l'inconsapevole Walter.

Rimane però, se non mi sbaglio, l'anomalia della Rai, che gode di un abbonamento obbligatorio (il canone), su cui si applica un'aliquota Iva del 4%. Questo privilegio il governo non si azzarda a toccarlo.

Gli attacchi di Mumbay destabilizzano il Pakistan

Le sfide principali di politica estera e di sicurezza per l'amministrazione Obama si chiamano Pakistan e Iran. Come mi era parso chiaro già da un minuto dopo, gli attacchi di Mumbay hanno scosso l'India, ma dicono molto di più di quanto sia a rischio il Pakistan. Proprio dal Pakistan provenivano i terroristi e in Pakistan hanno goduto degli appoggi necessari a pianificare gli attacchi e ad addestrarsi.

Ciò non significa che sia implicato l'attuale governo pachistano. Il presidente non è più anche il capo dell'esercito, come lo era il generale Musharraf. Ieri, in un'intervista al Financial Times, il nuovo presidente, Asif Alì Zardari, si è rivolto al premier indiano Singh quasi implorandolo di «opporsi ad attacchi contro il governo» di Islamabad anche qualora dall'inchiesta emergessero responsabilità di gruppi terroristici pachistani. «Anche se i militanti fossero legati a Laskar-e-Toiba ("L'esercito dei puri", braccio armato di un'organizzazione religiosa pakistana, al quale i servizi segreti pachistani - ISI - hanno fornito durante gli anni '90 istruzioni e fondi per operare nel Kashmir indiano), contro chi pensate che noi stiamo combattendo?».

Il presidente Zardari ha voluto così far capire che il governo pachistano considera i terroristi che hanno colpito Mumbay nemici anche suoi, che li ritiene nemici comuni sia all'India che al Pakistan. «Entità non statali ci hanno già trascinato in diverse guerre, come nel caso di coloro che hanno perpetrato gli attacchi dell'11 settembre o che hanno contribuito all'escalation della situazione in Iraq», recrimina Zardari. «Dobbiamo rimanere tutti uniti per contrastare questa minaccia».

In un'intervista a una televisione locale, negando che i terroristi coinvolti avessero legami con istituzioni governative pachistane, Zardari ha auspicato che India e Pakistan non si facciano «prendere in ostaggio da attori non statali». E oggi il ministro degli Esteri pachistano Qureshi ha proposto al governo indiano di creare un team congiunto per indagare sugli attacchi di mercoledì scorso: «Il governo del Pakistan ha proposto di svolgere un'inchiesta congiunta, noi siamo pronti a formare un team in questo senso, per contribuire alle indagini», ha riferito alla tv nazionale.

Alcuni esperti ritengono che l'ISI abbia effettivamente sostenuto un certo numero di gruppi armati nella regione del Kashmir, contesa da Pakistan e India, alcuni dei quali figurano sulla lista del Dipartimento di Stato Usa delle organizzazioni terroristiche. Tuttavia, oggi, l'ISI avrebbe quasi certamente perso il controllo di questi gruppi. Altri, invece, avvertono che l'intelligence pachistana si muove come uno stato nello stato, opera al di fuori del controllo del governo, con una propria politica estera, continuando a sostenere gruppi terroristici. In effetti, se il generale Musharraf sembrava esercitare un certo controllo sull'esercito e sull'ISI, il nuovo governo civile sembra non avere praticamente alcun controllo.

Com'era inevitabile, e da chiunque prevedibile, dopo gli attacchi di Mumbay è aumentata la tensione tra India e Pakistan e si è bloccato il processo di pace in corso sul Kashmir. In queste ore, infatti, Europa e Stati Uniti sono impegnati a calmare gli animi tra New Delhi e Islamabad.

Se c'è una mente dietro i terroristi che hanno agito a Mumbay, è probabile che il suo obiettivo sia destabilizzare il Pakistan, oltre che massacrare infedeli indù e occidentali. Le zone a cavallo del confine tra Pakistan e Afghanistan sono tutt'oggi rifugi abbastanza sicuri per i Talebani e al Qaeda, e per questo motivo fonte di tensioni tra Islamabad da una parte e Kabul e Washington dall'altra. Se a ciò si aggiunge ulteriore tensione, questa volta ai confini orientali con l'India, chi ne esce indebolito e delegittimato è il governo di Islamabad, che appare impotente, incapace di riportare sotto il suo controllo territori di confine dai quali gruppi armati islamisti, probabilmente in combutta con settori dei servizi segreti e dell'esercito, conducono quasi indisturbati il loro jihad, influenzando la politica estera pachistana.

Una cosa sembra certa. E' il Pakistan il nuovo fronte scelto dal terrorismo islamico per combattere il jihad contro l'Occidente e gli infedeli.

Obama verso un realismo muscolare

La «nuova alba», come l'ha chiamata Obama, della politica estera americana, getta la propria luce su vecchi volti: come previsto, Hillary Clinton segretario di Stato; Robert Gates rimane alla Difesa (per portare a termine la strategia che sta dando ottimi risultati in Iraq); l'ex generale dei marine James Jones al Consiglio per la sicurezza nazionale. Dunque, nei posti chiave troviamo la Clinton, il ministro della Difesa dell'amministrazione Bush figlio ma più in sintonia con Bush padre, e un generale dei marine. Semplificando, si potrebbe dire (e vale anche per lo staff economico) che Obama riparte da Clinton-Bush, le due famiglie politiche che hanno "dominato" negli ultimi vent'anni. Non proprio ciò che si direbbe un cambiamento, somiglia piuttosto ad una continuità.

La "verità", naturalmente, come spesso accade, sta nel mezzo. Ci saranno dei cambiamenti sia in economia che in politica estera, ma non la rivoluzione che molti si aspettano. In attesa di capire chi guiderà l'intelligence, pedina fondamentale, c'è una frase che meglio di altre lascia intendere quale sarà l'approccio di politica estera di Obama: «Il terrorismo non può essere contenuto dai confini, né la sicurezza può essere garantita soltanto dagli oceani».

Non sarà una politica estera pacifista, né isolazionista. La visione neocon è stata già abbandonata da Bush nel suo secondo mandato e ciò che più si avvicina ad essa da sinistra è l'interventismo liberal (cui si ispirò Clinton), che sarà presente, ma non prevalente. Probabilmente, dietro un ostentato multilateralismo e alla retorica dei diritti umani all'Onu, a condurre i giochi sarà un realismo muscolare. Senza alcun complesso sull'uso della forza, ma senza neanche peli sullo stomaco nell'uso della diplomazia anche con i peggiori nemici.

Monday, December 01, 2008

Più tasse su Sky, mossa tafazziana del governo

Come gli italiani difesero Mediaset dalla scure dei referendum del 1995, così si schiereranno dalla parte di Sky oggi che il governo, riportando l'Iva sugli abbonamenti al 20% dall'attuale 10, decide di cancellare lo sgravio fiscale di cui finora hanno goduto la pay tv di Murdoch ma anche milioni di abbonati. I cittadini hanno sete di varietà nell'offerta televisiva. E come hanno dimostrato di gradire le tv commerciali, che negli anni '80 arrivavano a svecchiare l'ingessato monopolio Rai, così oggi apprezzano Sky, che ha portato un'altra ventata d'aria fresca dopo 20 anni di asfittico duopolio Rai-Mediaset nell'analogico.

Come avrebbe reagito Berlusconi se le sue tv fossero state oggetto di un provvedimento così punitivo? Facile rispondere, perché è già accaduto in passato che le sue tv fossero in pericolo e, giustamente, Berlusconi lanciò una campagna di comunicazione che ebbe i suoi effetti. La stessa cosa farà Sky, sebbene il danno non sia certo paragonabile a quello che i referendum avrebbero inferto a Berlusconi nel '95.

E' incredibile che proprio Berlusconi, che conosce bene l'impatto mediatico che può avere la reazione di una tv ferita, sia incappato in questo doppio errore, che non mancherà di ripercuotersi negativamente sull'immagine del governo, che vedrà calare per la prima volta in modo consistente i consensi sul suo operato. E' una decisione doppiamente sbagliata. Innanzitutto, perché aumentare l'Iva (anche se si tratta di riportarla al livello standard del 20%), significa comunque aumentare la pressione fiscale, ed è sbagliato ancor di più oggi che ci troviamo in un periodo di crisi. A pagare il 10% di Iva in più sul loro abbonamento a Sky saranno 4,6 milioni di famiglie. Tra l'altro, essendo un'imposta indiretta, pagheranno tutte allo stesso modo, senza distinzioni di reddito.

Ma è un errore anche dal punto di vista strettamente politico. Non solo Berlusconi ancora una volta presta il fianco alle accuse di conflitto di interessi - un'arma ormai quasi del tutto spuntata nelle mani di un'opposizione priva di credibilità - ma soprattutto smentisce clamorosamente la promessa elettorale enunciata con maggiore enfasi e chiarezza: il governo non metterà le mani nelle tasche degli italiani. E invece, si becca 30 spot al giorno di Sky che dimostrano il contrario, il tutto per circa 210 milioni di euro in più che forse finiranno nelle casse dello stato. Né mi pare che questa misura preluda a una risistemazione del sistema radiotelevisivo, culturale o dell'editoria che elimini distorsioni e privilegi.

Infine, è un errore dal punto di vista comunicativo. Nella delicata opera di comunicazione dei contenuti del pacchetto anti-crisi sarebbe stato meglio puntare sulle misure positive (sì, alcune ce ne sono), piuttosto che rischiare di impantanarsi in un provvedimento tutto sommato minore che porta il volto antipatico dell'esattore.

Ed è proprio facendo leva sull'argomento tasse che inizia a reagire Sky. «A partire dal primo gennaio ogni cliente di Sky avrà un aumento delle imposte sul suo abbonamento pari al 10%», ha annunciato in una nota l'azienda, spiegando che «come qualsiasi aumento dell'Iva, è integralmente a carico del consumatore». Dal punto di vista commerciale, sono convinto che non molti abbonati decideranno di disdire il contratto, ma certo tra i possibili nuovi abbonati, quelli che proprio sotto le feste stanno decidendo se sottoscrivere o regalare un abbonamento, potrebbero essere molti quelli indotti a desistere. Ma tra qualche mese Sky metterà a punto nuove offerte in cui si farà carico anch'essa dell'aumento dell'Iva. Insomma, nessuno qui "piange" per Sky.

Ma intanto, il danno è fatto. Sky sta già mettendo in onda uno spot che recita:
«In una fase di crisi economica, i governi lavorano per trovare una soluzione che aumenti la capacità di spesa dei cittadini e sostenga la crescita delle imprese. Il governo italiano ha annunciato invece una misura che va nella direzione opposta: il raddoppio delle tasse sul vostro abbonamento a Sky, dal 10 al 20%. Un aumento delle tasse per 4 milioni e 600 mila famiglie. Questo, anche se durante la scorsa campagna elettorale il governo aveva promesso di non aumentare le tasse alle famiglie italiane».
Uno spot che ricalca il parere rilasciato al Corriere dall'ad italiano di Sky, Tom Mockridge. Intendiamoci: si tratta di una posizione evidentemente interessata. Ricordarlo è come scoprire l'"acqua calda". Ma considerando in modo obiettivo il merito degli argomenti non si possono avere dubbi: sono tutti efficacissimi. Sky difende i suoi interessi, ma è un fatto che per 4 milioni e 600 mila famiglie aumentino le tasse sull'abbonamento. Un bene non essenziale? Forse, ma non voglio arrendermi alla tipica retorica ridistributiva dei governi socialdemocratici: togliamo ai più ricchi per dare ai più poveri. Laddove i profili di questi "ricchi" e "poveri" lasciano sempre troppi dubbi.

Chi legge questo blog sa che non sono un fanatico dell'ambientalismo, ma un'altra misura, di minore impatto, che il governo poteva risparmiarsi, è la decisione di ridurre gli sgravi fiscali per gli interventi di efficienza energetica sulle abitazioni. La spesa per montare pannelli solari, installare doppi vetri o caldaie più efficienti in casa, poteva essere detratta fino al 55% dalla dichiarazione dei redditi. Il governo ha ridotto il tetto al 36%, fino ad un massimo di 48 mila euro da ripartire in 10 rate annuali. Inoltre, la norma è retroattiva, quindi tutti coloro che hanno già avviato i lavori a casa propria confidando nel 55% si dovranno accontentare di una detrazione del 36%, sempre che venga riconosciuta dall'Agenzia delle Entrate dopo un farraginoso iter burocratico. Anche in questo caso una misura che rischia di deprimere, e non di sostenere la domanda, in un settore tra l'altro tra i più dinamici.