Friday, May 30, 2008

Il governo ha un centravanti liberista. Lo sostenga

Se il futuro dell'Italia dipende dal binomio spesa pubblica-tasse, se insomma tutti i nodi da sciogliere riguardano la pesantezza dello Stato, la partita che ha cominciato a giocare Renato Brunetta alla Funzione pubblica, per una riforma profonda e meritocratica della pubblica amministrazione, è quella forse più importante nei prossimi cinque anni, come ha intuito Alberto Mingardi, su il Riformista: «... la partita che gioca Brunetta ha una salienza se possibile maggiore di quella che appare. Sulla riforma della pubblica amministrazione, si vedrà quanto è un mito, e quanto invece triste realtà, l'ipotesi di lavoro della irriformabilità dell'Italia. Non c'è settore in cui il cancro italiano sia pronunciato e grave quanto la pubblica amministrazione. La malattia dell'Italia è lo Stato. E purtroppo non è da altrove rispetto allo Stato che possa cominciare la guarigione».

Il piano Brunetta prevede un risparmio di ben 40 miliardi nel quinquennio, otto l'anno, mediante il blocco quasi totale del turnover, la compressione delle assunzioni di precari, l'eliminazione di enti non necessari, la trasformazione di enti pubblici in società per azioni, con il conseguente snellimento dell'organico, mediante la sostituzione di personale a orario unico con personale che fa orari ordinari e straordinari veri, e la vendita di immobili che non servono più. Spendere meno, quindi, ma migliorare i servizi, conducendo una campagna contro i "fannulloni". Centrali saranno a nostro avviso gli strumenti per misurare il lavoro svolto e la responsabilizzazione dei manager.

A questo punto, conclude giustamente Il Foglio, dipenderà dal governo e dal ministro dell'Economia Tremonti. La vera svolta ci sarà se il provvedimento di anticipo della Finanziaria, previsto per giugno, conterrà il "piano Brunetta", le privatizzazioni e le liberalizzazioni degli enti e società pubbliche municipali. Sarebbe così realistico puntare al pareggio di bilancio e a una cospicua riduzione delle tasse.

Sul "piano Brunetta" i sindacati si sono divisi. Cisl e Uil trattano, la Cgil si fa prendere dalla tentazione di mettersi all'opposizione pregiudiziale, come nella legislatura 2001-2006, non accorgendosi però che opponendosi a una riforma della pubblica amministrazione avrebbe tutto il Paese contro. La gente non ne può più della burocrazia inefficiente e intoccabile.

«La sostanza - osservava Dario Di Vico sul Corriere - è che anche per quanto riguarda il pubblico impiego la Cgil sceglie per sé la parte del freno, carica sui suoi iscritti la responsabilità di ostacolare il percorso di modernizzazione ideato da Brunetta ma che riflette idee ed elaborazioni largamente presenti nei gruppi dirigenti del Pdl e del Pd». Ancora una volta la Cgil si dimostra in ritardo «nel capire lo spirito del tempo. Non è più aria di riproporre la ritualità di ieri e dell'altro ieri, la maggioranza degli italiani — e non solo quelli che hanno votato per Silvio Berlusconi — chiede servizi pubblici allineati agli standard europei e non sopporta più regimi di privilegio e tutele "rafforzate" per gli statali». Tra l'altro, l'esperienza sulle barricate del quinquennio 2001-2006 «non ha aiutato il centrosinistra a maturare una cultura di governo, ha alimentato l'illusione che si potesse ripartire da un cartello di "No"».

La Sapienza sequestrata dai collettivi

«Ci hanno di fatto sequestrato per almeno venti minuti. Lì fuori erano più di un centinaio, tutti dei Collettivi di sinistra. Non potevamo uscire. Poi hanno cercato di sfondare la porta prendendola a calci. Gridavano: "Dimettiti o ti mandiamo via noi", "Non ti faremo più insegnare", "Non potrai più mettere piede qui"». E' il racconto al Corriere del preside di Lettere, Guido Pescosolido, che l'altra mattina si è sentito dire alle spalle "Senti, preside, ma quanti figli hai?". «Temo per la libertà di insegnamento e la stessa vita democratica della facoltà. Alcuni colleghi, per esempio Lucetta Scaraffia, mi hanno segnalato casi in cui gruppi dei Comitati hanno tentato di far sospendere le lezioni o di imporre una discussione su fascismo e antifascismo...»

Il sequestro e la tentata aggressione del preside di Lettere da parte dei collettivi chiariscono una volta per tutte la sostanza del "caso Sapienza". Una facoltà, se non tutto l'ateneo più grande d'Italia, è nelle mani dei collettivi di sinistra. E' così da sempre e i presidi, il rettore, le autorità accademiche, oggetto di aggressioni e intimidazioni, hanno gravissime responsabilità per aver sottovalutato il fenomeno e, in alcuni casi, favorito e legittimato (per simpatia ideologica o vicinanza politica) una vera e propria egemonia che ormai è andata oltre la vita "politica" della facoltà, arrivando a minacciare il semplice funzionamento dell'istituzione.

Come mai l'università è in mano a questi gruppi di estrema sinistra che fanno il bello e cattivo tempo, che decidono quali convegni possono tenersi, chi può parlare e chi no, e che sono in grado di piegare alle loro volontà autorità accademiche ideologicamente compiacenti? "Chi è che decide se si può o non si può tenere un convegno", si chiede ora il preside di Lettere Pescosolido. Dovrebbe saperlo benissimo, visto che ha ceduto alle pressioni dei collettivi e annullato il convegno sulle foibe. Siamo al paradosso che anche se condannati, i ragazzi della rissa di martedì scorso potranno comodamente tornare a occupare aule, corridoi e piazzali. Mi permetto di avanzare una proposta al governo: renda possibile l'immediata espulsione di quanti turbino il regolare svolgimento delle attività accademiche e provochino disordini all'interno o in aree circostanti le università; e l'accesso in ateneo sia consentito soltanto agli iscritti dotati di tessera personale.

I vantaggi del "buono scuola"

Sensate le parole del governatore della Lombardia Roberto Formigoni, chiamato a commentare le parole del Papa, che ieri ha chiesto l'aiuto dello Stato per le scuole cattoliche. Guai a cadere nell'errore del finanziamento diretto, perché oltre a violare il principio di laicità, secondo cui lo Stato non dovrebbe finanziare i culti, non sarebbe nemmeno utile a migliorare la qualità di un servizio fondamentale come quello dell'istruzione.

Secondo Formigoni, «i finanziamenti dovrebbero premiare le scuole libere, non solo quelle cattoliche». E andrebbero premiate «le scuole che danno un'offerta educativa di qualità», «introducendo il principio di concorrenza». Ricorrendo, quindi, al meccanismo del «buono scuola», che in Lombardia è già stato sperimentato.

Se i soldi del finanziamento passano per le mani dei cittadini, che possono decidere dove investirli, se in una scuola pubblica, in una privata, o nei libri di testo, questi sceglieranno in base al prestigio di cui godono gli istituti per fornire ai figli l'istruzione che ritengono migliore.

La sacralità a prescindere dalle vite

Dell'ideologia della «difesa "della" vita a prescindere dalla dignità "delle" vite», di «ciascun singolo malato, complesse e irriducibili», parla oggi un bell'editoriale di Oscar Giannino, su Libero. L'invocata sacralità della vita molto spesso si rivela solo un simulacro dietro cui si compie una violenza ideologica contro le singole vite reali.

Thursday, May 29, 2008

Magistratura, sfiducia massima. E il Sud senza più alibi

Tertium non datur: o hanno ragione i magistrati, e allora verrà fuori che per risolvere l'emergenza rifiuti lo Stato da anni si era affidato a una banda di criminali; oppure, se l'inchiesta, come tante in passato, si sgonfierà con il tempo (basti ricordare il non lontano, né temporalmente né geograficamente, "caso Mastella"), o se solo non si rivelerà così esteso (25 arresti) il coinvolgimento negli illeciti, la magistratura avrà agito con una imprudenza irresponsabile e inaccettabile, che potrebbe causare persino dei morti.

Diciamo subito e chiaramente che i precedenti giocano tutti contro la credibilità della magistratura napoletana, una procura che andrebbe cancellata per decreto, e i membri sostituiti con magistrati di Bolzano (se non di Berlino).

"Monnezzopoli" è vecchia di quindici anni e la procura napoletana solo oggi, quando forse la politica ha deciso di compiere uno sforzo decisivo per risolvere l'emergenza, esegue i primi arresti, richiesti dai pm nientemeno che alla fine di gennaio. «Se è passato tanto tempo — commenta qualcuno — forse non era così urgente procedere e rischiare di sfasciare tutto». Insomma, il solito sospetto di una tempistica perfetta, l'attesa del momento mediaticamente più propizio per delegittimare chi in questo momento sta conducendo la battaglia decisiva sui rifiuti di Napoli.

Chi ne risponderà? «Se i rifiuti tornano, magari ad agosto, la gente ci aspetterà qui sotto con i forconi», dice al Corriere un «giovane procuratore». Ricordiamo: è la procura che torturò Enzo Tortora, della faida contro il procuratore capo Cordova. Ed è la magistratura capace del tragico errore di Gravina; delle inchieste funamboliche e inconcludenti di Garlasco e Perugia.

«Con il "decreto rifiuti" è stato fatto uno strappo violento all'ordinamento giudiziario, alla nostra autonomia»; «il caso napoletano è un pretesto per rivedere l'ordinamento giudiziario». Le dichiarazioni che Imarisio ha riportato dal palazzo di giustizia di Napoli inducono a sospettare che questa ondata di arresti improvvisi nasconda un forte movente politico. Poi c'è quella «assemblea di lunedì nella sala riunioni all'ottavo piano del Palazzo di giustizia», che «ha unito diverse correnti nelle critiche al decreto e al procuratore capo». La sensazione è quella di una casta che, invece di lavorare, fa politica per difendere se stessa.

Oggi Napoli è messa sotto tutela, è commissariata dal governo nazionale. E lo è, forse, persino troppo poco. Giuseppe D'Avanzo, su la Repubblica, ritrae un quadro perfetto di cosa non ha funzionato a Napoli in questi anni...
«E' il frutto marcio di una cattiva politica e di una pessima amministrazione che, del tutto prive di una "cultura del risultato", hanno trasformato la raccolta dei rifiuti e il ciclo industriale del loro smaltimento in un'occasione per distribuire reddito e salario a una società stressata e assegnare profitti a poteri criminali ingordi e a imprese private senza scrupoli. Con l'evidente utilità - per la politica - di amalgamare un "blocco di potere" corrotto (dal professionista al "pregiudicato") che, in cambio del saccheggio di quelle risorse pubbliche, ha assicurato consenso accettando di vivere in un progressivo, inarrestabile degrado igienico-sanitario».
... e del dilemma politico-giuridico della situazione oggi.
«L'esecutivo ha la convinzione, non campata per aria, che a Napoli e in Campania ci sia uno "stato d'eccezione" che legittima un "vuoto del diritto" e la sospensione delle norme perché le decisioni necessarie ad evitare la crisi non possono essere determinate più né dalle norme né dal diritto, ma soltanto dalla gravità dell'emergenza... Ci sono delle ragioni sufficienti per questa straordinarietà, è sciocco o irresponsabile negarlo. Le leggi e il diritto delimitano una condizione di normalità. Qui di "normale" non c'è più nulla. Se non si trovano, nei prossimi mesi, sei, sette capaci "buchi" dove stipare, quale che sia la sua pericolosità, tutta l'immondizia della regione non raccolta e quella che continua a produrre, ricorderemo a lungo l'estate del 2008 come la stagione di una catastrofe sanitaria molto poco europea».
Ma anche Ernesto Galli Della Loggia, dalle pagine del Corriere, offre un'interessante riflessione, spiegando come il Sud abbia perso una grande occasione negli anni, ormai passati, in cui la questione meridionale aveva una centralità politica. Ma politici, intellettuali, semplici cittadini del Mezzogiorno hanno commesso - e molti commettono ancora oggi - l'errore capitale di confondere la statualità con lo statalismo, pretendendo come presenza dello Stato non il controllo del territorio e il rispetto della legalità, ma l'erogazione di fondi e assistenzialismo.
«Un regime democratico è portato sempre a credere che a risolvere ogni problema basti un'iniezione di denari; e ancora di più lo credono naturalmente i politici i quali quei soldi sono incaricati poi di spendere. Ma se il Mezzogiorno dimostra qualcosa è che i soldi, nel suo caso, non sono (non erano) affatto tutto: che contano forse anche di più la correttezza e la capacità amministrativa, la cultura civica, il senso della legalità e dello Stato, lo spirito d'iniziativa. Di tutto questo si convinse alla fine degli anni '80-inizio '90 l'opinione pubblica italiana. E decise perciò di smettere di rovesciare sul Sud il fiume di soldi che vi aveva rovesciato fino allora: in qualche modo di chiederne conto, anzi».
Per decenni, conclude Galli Della Loggia, le classi dirigenti del Sud «hanno tratto proprio dalla centralità ideologico-culturale della questione meridionale l'essenza del proprio profilo e del proprio ruolo politico sulla scena nazionale», ma hanno dilapidato questa centralità. La via che andava intrapresa era quella della «richiesta, non di più soldi, ma di più Stato: non lo Stato keynesiano bensì quello del monopolio della forza da invocare, magari, contro la propria stessa società. Ma era difficile trovare qualcuno con il coraggio per una simile scommessa; e infatti non si è trovato».

Licenziate quei magistrati

Alcuni giorni fa la vicenda dei fratellini di Gravina, scivolati e morti di stenti in un sotterraneo del loro paesino, ha conosciuto un nuovo prevedibile sviluppo, che purtroppo, come spesso capita, è rimasto relegato nelle cronache locali. La Prima sezione penale della Cassazione ha dichiarato «illegittima» l'ordinanza di custodia cautelare emessa dalla Procura di Bari nei confronti di Filippo Pappalardi, il padre dei fratellini Ciccio e Tore, i cui corpi sono stati tragicamente ritrovati poche settimane fa.

E' così - spesso nel silenzio dei media e nella copertura dei responsabili - che si concludono veri e propri disastri giudiziari per i quali nessuno pagherà. Pappalardi potrà a buon diritto chiedere allo Stato il risarcimento «da ingiusta detenzione», che peserà sulla collettività. Che cosa bisogna fare, di quale riforma c'è bisogno, perché i magistrati che invece di cercare i fratellini di Gravina arrestarono «illegittimamente» il padre possano venire licenziati? Dal ministro Alfano ci attendiamo una risposta.

Non ci hanno ancora capito un cazzo

Non vedono la realtà accecati da vecchi pregiudizi ideologici

Veltroni, il ministro ombra dell'Interno Minniti, altri esponenti del Pd, Tg nazionali della Rai e la stampa di partito. Ci sono cascati tutti, per i loro riflessi ideologici condizionati. Tutti a strumentalizzare, a denunciare la «matrice politica», il «raid neonazista», additando il sindaco di Roma Alemanno e il governo di centrodestra come responsabili di un clima di intolleranza e xenofobia che sarebbe improvvisamente comparso all'indomani delle elezioni.

Ebbene, il responsabile della spedizione punitiva contro alcuni negozi di immigrati nel quartire del Pigneto, a Roma, si è costituito. «Non mi sento in colpa per quello che ho fatto perché non ho fatto niente di male. Non sono né di destra né di sinistra, sono per i grandi uomini come Ernesto Che Guevara», ha dichiarato mostrando il tatuaggio del Che che porta fieramente sul braccio, aggiungendo che in quello che ha fatto «il motivo politico non c'entra» e invitando «tutti a non imitarlo».

Una cantonata pazzesca per Veltroni e i vertici di questo Pd, ma soprattutto la conferma che ancora non l'hanno imparata la lezione dalla sconfitta elettorale. Si rafforza la sensazione che le loro categorie di interpretazione della realtà sono ferme a quarant'anni fa, quando la violenza poteva essere inequivocabilmente etichettata, o nera o rossa. Non hanno compreso il fenomeno. Non hanno ancora capito che non sono la destra o la Lega ad aver alimentato il clima di tensione e intolleranza che si vive in quasi tutta Italia, soprattutto in alcuni quartieri. Che, piuttosto, la destra e la Lega quel clima si sono limitate a comprenderlo e a intercettarlo. Ma c'è, non è un invenzione della propaganda o dei tg. Il loro problema è che sono ancora convinti che sia la politica a "creare" il clima, mentre in democrazia la politica dovrebbe umilmente comprendere il clima e trovare soluzioni, non applicare alla realtà di oggi categorie concettuali scadute da decenni.

Bisogna riconoscere che invece Carlo Bonini non ha dato il suo cervello in pasto ai soliti pregiudizi e su la Repubblica, già stamattina, era riuscito a intervistare l'aggressore del Pigneto, sia pure coperto da pseudonimo: «Eccome qua, io sarei il nazista che stanno a cercà da tutti i pizzi. Guarda qua. Guarda quanto sò nazista...». La mano sinistra solleva la manica destra del giubbetto di cotone verde che indossa, scoprendo la pelle. L'avambraccio è un unico, grande tatuaggio di Ernesto Che Guevara. Così si era presentato "Ernesto" al giornalista di Repubblica: «Hai capito? Nazista a me? Io sono nato il primo maggio, il giorno della festa dei lavoratori e al nonno di mia moglie, nel ventennio, i fascisti fecero chiudere la panetteria al Pigneto perché non aveva preso la tessera». Sembra Mario Brega in quel film di Verdone: "Fascio a meee?!..."

«Ti racconto la verità prima che mi si bevono. Perché la verità, come diceva il Che, è rivoluzionaria. La politica non c'entra un cazzo. Destra e sinistra si devono rassegnare. Devono fare pace con il cervello loro. Non c'entrano un cazzo le razze. Non c'entra - com'è che se dice? - la xenofobia. C'entra il rispetto. Io sono un figlio del Pigneto. Tutti sanno chi sono e perché ho fatto quello che ho fatto. Tutti. E per questo si sono stati tutti zitti con le guardie che mi stanno cercando. Perché mi vogliono bene. Perché mi rispettano. Perché hanno capito. Io ho sbagliato. E non devo e non voglio essere un esempio per nessuno. Ma per una volta in vita mia, ho sbagliato a fin di bene. E allora è giusto che il Pigneto veda scritta la verità. Se lo merita. E quella la posso raccontare solo io». Il seguito è qui ma all'origine di tutto c'è un portafoglio rubato a un'amica da un tunisino "protetto" da uno dei negozianti. Giustizia "fai da te", dove lo Stato è assente.

Un'altra notizia, trapelata solo su il Riformista, ieri e oggi, dovrebbe far suonare il campanello d'allarme. Secondo la ricostruzione della Digos la rissa all'università La Sapienza sarebbe partita dagli studenti dei collettivi. Ma a prescindere da chi sia stato a iniziare, sarebbe interessante capire come mai l'università è in mano a questi gruppi di estrema sinistra che fanno il bello e cattivo tempo, che decidono quali convegni possono tenersi in ateneo, chi può parlare e chi no, che sono in grado di piegare alle loro volontà autorità accademiche ideologicamente compiacenti, che costringono le forze dell'ordine a spostare convegni cui partecipano eminenti scienziati per paura di scontri.

Wednesday, May 28, 2008

Iran e Afghanistan, Frattini porta l'Italia nella giusta direzione

Abbiamo rimproverato al ministro Frattini la stessa distinzione del suo predecessore, D'Alema, tra Hezbollah partito politico e le sue milizie armate. Frattini non ha aderito formalmente, per l'incarico istituzionale che ricopre, all'appello lanciato dal Riformista in occasione dell'arrivo a Roma, per un vertice Fao, del presidente iraniano Ahmadinejad, ma ha espresso la sua «convinta condivisione politica» dei tre punti: no all'ingerenza iraniana negli affari interni degli stati del Vicino Oriente e al sostegno alle attività di gruppi armati; no al programma nucleare a fini bellici; ripudio di qualsiasi negazione della Shoah e del diritto all'esistenza dello Stato d'Israele. Tre punti che il senatore radicale Perduca ritiene «difficili» da sottoscrivere.

Una «condivisione» informale, ma «convinta» e «politica», che è comunque positivamente irrituale per un ministro degli Esteri. Non ricordiamo "adesioni" simili, oltre alla presa di posizione di Gianfranco Fini, anch'egli da ministro degli Esteri, sempre contro Ahmadinejad e in difesa di Israele, in occasione di una manifestazione promossa da Il Foglio.

Abbiamo criticato Frattini anche quando ha rivelato al Financial Times di non avere intenzione di incontrare il Dalai Lama per non irritare gli «amici cinesi», ma apprezziamo il fatto che abbia escluso qualsiasi incontro tra il premier Berlusconi e il presidente Ahmadinejad, che sarà a Roma dal 3 al 5 giugno per il vertice Fao. Una decisione nient'affatto scontata, vista l'insistenza con la quale gli iraniani stanno cercando di procurare ad Ahmadinejad una passerella romana ricca di photo opportunity in grado di restituire, anche sul fronte interno, l'immagine di un leader pienamente accettato in Occidente.

Proprio ora che l'Italia sta cercando di entrare a far parte del 5 + 1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell'Onu + la Germania che intrattengono il dialogo con Teheran sul dossier nucleare), i rapporti con l'Iran entrano in una fase di delicatezza che avrebbe potuto suggerire alla nostra diplomazia di organizzare un cordiale e breve incontro tra i due presidenti, tanto per attenuare le tensioni con qualche sorriso. Non sarà così. La richiesta di un incontro con il presidente del Consiglio c'è stata, ma la Farnesina ha risposto negativamente. Escluso anche un incontro tra lo stesso Frattini e il ministro degli Esteri iraniano Mottaki, mentre rimangono da scongiurare una possibile stretta di mano tra Ahmadinejad e il presidente Napolitano e un incontro con Papa Ratzinger, che sarebbe davvero molto imbarazzante per il Pontefice.

Ci aspettiamo, come Emanuele Ottolenghi, che nemmeno il neoeletto sindaco di Roma apra le porte della città a un incontro ufficiale con Ahmadinejad e che magari prenda l'iniziativa di ribattezzare la strada dove si trova l'ambasciata iraniana con il nome di Nikou-Nesbati, un dissidente iraniano incarcerato.

Nel chiedere che l'Italia faccia parte del 5 + 1, Frattini ha speso confortanti parole di fermezza nei confronti delle ambizioni nucleari iraniane, schierandosi a favore di ulteriori sanzioni nonostante da Teheran in questi giorni siano giunti segnali di velata minaccia. «Ci aspettiamo scelte logiche dai paesi europei, e specialmente da amici come l'Italia», ha dichiarato il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Mohammad Ali Hosseini, che già la settimana scorsa, registrando la svolta "rigorista" di Frattini, aveva raccomandato all'Italia di «non farsi influenzare da altri governi» e di assumere una posizione «più realistica» che non comprometta l'amicizia tra i due Paesi.

Ma Frattini non si è fatto intimidire, si sta muovendo bene sulla questione iraniana, mostrando che l'Italia vuole entrare nel gruppo dei 5 + 1 non in ragione di quanto sia in grado di blandire Teheran, ma assumendo una posizione di maggiore fermezza più in linea, in particolare, con le posizioni di Parigi, Londra e Washington.

Anche sull'altra delicatissima questione di politica estera, la missione in Afghanistan, il governo sta sensibilmente e progressivamente modificando la posizione dell'Italia. Rispondendo finalmente in modo positivo, nella sostanza, agli inviti reiterati dalla Nato, che ci ha subito riconosciuto di dare il «buon esempio», il governo italiano assicura maggiore «flessibilità geografica», caveat e regole di ingaggio più flessibili, in modo che i nostri soldati possano partecipare «temporaneamente» a operazioni militari nel sud dell'Afghanistan, in appoggio ad americani, britannici, canadesi e olandesi. Lo scopo dal punto di vista politico è «allineare l'Italia agli altri grandi partner della Nato», per non farsi scavalcare dalla Francia, che all'ultimo vertice dell'Alleanza ha promesso mille soldati in più, e svolgere un ruolo «al pari dei canadesi».

Tuesday, May 27, 2008

Fuori la feccia dalle università

Periodicamente, a volte gli uni a volte gli altri, a volte insieme, quattro violenti di estrema destra e di estrema sinistra turbano la vita dei nostri atenei con atti di vero e proprio squadrismo, fascista e comunista. Finché i responsabili di violenze, di occupazioni, di atti di teppismo contro le strutture, gli appartenenti a questa feccia che infesta i luoghi del sapere, non saranno espulsi irrevocabilmente dalle nostre università, e finché l'accesso al loro interno non sarà permesso solo agli iscritti, temo che saremo costretti ad assistere ancora a episodi come quello accaduto oggi a Roma. Si tratta di individui "parcheggiati" negli atenei pubblici che fanno di tutto tranne che dedicarsi agli studi. Pesano sulle strutture, togliendo spazi e a volte tranquillità agli altri studenti, per svolgere un'attività quasi esclusivamente di propaganda ideologica.

Il rettore della Sapienza dovrà però spiegare perché, dopo le pressioni dei gruppi di estrema sinistra, ha negato gli spazi inizialmente concessi per una iniziativa organizzata da quelli dell'estrema destra sulle foibe.

Il potere intimidatorio dei collettivi comunisti sugli organi accademici, o la simpatia "ideologica" di cui godono, sono tali per cui l'autorizzazione per un convegno sulle foibe deve essere revocata, per non rischiare disordini ancora più gravi, mentre le aule sono sempre a disposizione per le loro assemblee e per i loro tribuni anti-americani o anti-israeliani. L'università, come luogo del dialogo e del confronto tra culture diverse, dovrebbe ospitare le iniziative di tutti. Oppure di nessuno, se nessuno dimostra di saper convivere in modo civile con chi ha e manifesta idee diverse.

Statualità e statalismo

Angelo Panebianco non è certo sospettabile di statalismo. Ma statalismo e statualità sono due concetti profondamente diversi. E' il concetto di statualità, non di statalismo, che Panebianco difende nel suo editoriale di oggi sul Corriere, sostenendo che «quando la debolezza supera una certa soglia lo Stato debole si trasforma in uno "Stato fallito"», dove non possono attecchire né sopravvivere istituzioni democratiche, mentre in molti, in troppi, anche inconsapevolmente, sembrano al contrario credere che la democrazia si sposi meglio con uno «Stato debole», solo perché s'inchina dinanzi alle lobby e alle proteste, di pochi o di molti, più o meno legittime nelle forme.

La democrazia italiana, osserva Panebianco, «ha sempre convissuto con uno Stato relativamente debole. Non foss'altro per la sua incapacità di stabilire un effettivo monopolio della forza nei territori storicamente controllati dalla criminalità organizzata». La novità è che negli ultimi tempi inefficienza e localismi hanno ulteriormente minato la statualità, mentre lo statalismo si è andato accrescendo (un paradosso solo per chi non distingue i due concetti).

Anche la democrazia ha bisogno di uno Stato nel quale «ciò che non è negoziabile (le decisioni assunte da organi democraticamente eletti) viene imposto. Anche con la forza, quando occorre».

La maggioranza di coloro che difendono la «rivolta antidiscariche», o che si oppongono al reato di clandestinità (com'è noto, vigente in altre democrazie occidentali), è «composta da quelli che difendono l'attuale basso livello di statualità... persone (fra esse ci sono anche alcuni uomini di Chiesa) che ritengono un maggior controllo statale sul territorio incompatibile con la democrazia. Poiché la nostra è una tradizione di Stato debole molti pensano che solo uno Stato debole possa sposarsi con la democrazia. Costoro temono eventuali rafforzamenti del livello di statualità perché li interpretano tout court come manifestazioni di tendenze autoritarie in atto. Per la stessa ragione, essi ignorano o sottovalutano i segnali, accumulatisi negli ultimi anni, di cedimento strutturale del nostro sistema statuale. Talvolta, un eccesso di statualità può effettivamente innescare tendenze autoritarie e uccidere la democrazia. L'anarchia, però, è sempre in grado di produrre lo stesso risultato».

The Way We Were

Mi ha colpito la notizia della morte del grande Sydney Pollack. Aveva 73 anni, è stato un genio del cinema. I suoi film, dai thriller ai romantici, sono per me di quelli che non mi stanco mai di rivedere e rivedere, ogni volta godendo appieno della loro perfezione stilistica, narrativa ed emotiva. Del primo genere ricordo il mitico "I tre giorni del condor", "Il Socio" e il più recente "The Interpreter"; del secondo, "La mia Africa" e "Come eravamo", con Robert Redford, Meryl Streep e Barbra Streisand, ma anche "Tootsie", con Dustin Hoffman. Ciao Sydney, e grazie per quelle emozioni vere.

Monday, May 26, 2008

Non cedere alle prime barricate

Di fronte alle prime barricate, i primi segni di cedimento. Del governo, con Maroni pronto ad assicurare che no, l'esercito non verrà utilizzato; con le trattative opache di Bertolaso, che riceve delegazioni di dubbia, se non malfamata composizione, quando dietro le proteste ci sono piccole e grandi illegalità che non possono essere più tollerate. Certe frange e certe contiguità, non importa quanto inserite in contesti di facciata istituzionali, andrebbero isolate, non legittimate, perché prima o poi se ne paga il prezzo.

Ma di fronte ai primi, inevitabili e previsti scontri, viene messa alla prova anche la tenuta dell'opposizione, del Pd, la sincerità del suo appoggio a parole alle misure e alla determinazione del nuovo governo sulla questione rifiuti. E invece Veltroni interviene a sproposito, cercando come solo lui sa fare di conciliare l'inconciliabile. Tanto solo di parole si tratta: «Le leggi vanno rispettate ma bisogna evitare l'uso della forza». La legalità ma anche la pace non sempre è possibile.

No all'utilizzo dell'esercito «per funzioni di ordine pubblico», dichiara Maroni, dicendosi certo che «Polizia e forze dell'ordine sono in grado di garantire l'ordine pubblico». Ne sono certo anch'io, ma mi sono chiesto: se centinaia, forse migliaia tra poliziottti e carabinieri verranno impiegati per far lavorare le discariche e respingere le folle, chi sarà in strada a combattere la camorra? I sabotatori delle discariche dovrebbero vedersela con un corpo di polizia militare, mentre polizia e carabinieri affrontano il loro corpo-a-corpo quotidiano con la camorra. Comuni ed enti che non collaborano dovrebbero essere immediatamente sciolti a tempo indefinito.

Rimangono, poi, alcuni interrogativi ai quali in questi mesi non ho sentito risposte. Ma come mai, nell'emergenza rifiuti, nessuna autorità pubblica, né locale né centrale, da quanto mi risulta ha mai ordinato alla cittadinanza partenopea, a reti tv e radio unificate, di tenersi per il momento in casa carta, plastica e vetro, per diminuire almeno la dimensione, se non la puzza, dei rifiuti destinati alla strada ed avviare un principio di raccolta differenziata?

Il secondo interrogativo l'ha lanciato Giuliano Ferrara oggi su Il Foglio:
«... ma c'è a buon bisogno un napoletano di grido, uno straccio di scrittore, di professionista, dì magistrato, di accademico, un capopopolo, un filosofo, un armatore, un poliziotto, un magistrato, un calciatore, un bandito, un giornale, un ex prefetto, una lega di donne, un sindacato, una comunità religiosa, un prete, un cristiano come tanti che sappia prendere in mano, non la città, certo, che è fuori controllo da secoli, ma almeno il discorso sulla città? C'è qualcuno che sia in grado di dare un qualunque significato a quello che succede? Questo è l'impudico disastro di Napoli, inquietante e osceno, non il fatto che non si risolvano i problemi, bensì il fatto che la città ha perso la voce, non fa più nemmeno rumore, trasmette l'onda piatta e decerebrata della morte urbana, della fine della fantasia, pure quella in discarica come tutto... Cercasi napoletano o gruppo napoletano in grado di spiegare come mai quella è l'unica area urbana al mondo in cui non si riesce a smaltire la spazzatura. Accettasi ogni tipo di spiegazione, anche irridente, surreale, provocatoria, purché si interrompa un lungo e sinistro silenzio. Non tollerasi che tutto finisca con grevi scazzottate con la polizia di don Silvio Berlusconi intorno a dei buchi dove ricoverare le deiezioni della città. Napoli si faccia viva, sennò è molto morta».

In ritardo sul carro delle idee "made in Usa"

Ennio Caretto sul Corriere - e nella sua rassegna stampa di oggi Massimo Bordin - scoprono che il neocon Robert Kagan nel suo nuovo libro avanza la proposta di una Lega delle Democrazie. Ne avevamo parlato quasi un anno fa - qui e qui - citando un paio di articoli dello stesso Kagan per il New York Times.

Se poi ci si stupisce che l'idea, che gode di un certo seguito nell'amministrazione Bush, soprattutto al Dipartimento di Stato, possa ricevere apprezzamenti «addirittura» dal democratico Richard Holbrooke, vuol dire non sapere che già nel novembre del 2004 una proposta simile, di una Alleanza delle Democrazie, veniva avanzata sul Financial Times da due autorevoli studiosi, James M. Lindsay e Ivo H. Daalder, della clintoniana Brookings Institution (area politico-culturale di cui fa parte lo stesso Hoolbroke). Un'idea che già allora mi sembrò degna di nota.

Niente a che vedere, però, con la clintoniana, ecumenica e vaporosa Comunità delle Democrazie, lanciata da Madeleine Albright e seguitissima, in Italia, da Emma Bonino e i radicali. Sia nella formulazione di Lindsay e Daalder, sia in quella di Kagan, stiamo parlando di un'alleanza politica e militare, non di una sorta di Onu delle democrazie.

I comportamenti individuali

Alcuni studenti della Cattolica di Milano, riporta Corriere.it, con un video pizzicano Cgil e Legacoop responsabili di cantieri edili dove non vengono rispettate le regole della sicurezza sul lavoro: operai senza caschi e imbragature. Il cerino passa di mano in mano finché il presidente di Legacoop Lombardia non commenta con una frase di assoluto buon senso, ma che in bocca ad altri i sindacati non avrebbero mai tollerato: «Quello che fa la differenza sono i comportamenti individuali».

Stati Uniti isolati, indecisi, o "realisti"?

Su Ideazione.com

L’elezione alla presidenza del capo dell’esercito, il generale Michel Suleiman, avvenuta domenica, suggella la tregua siglata la scorsa settimana a Doha, in Qatar, tra maggioranza anti-siriana e opposizione guidata da Hezbollah. Nel discorso d’investitura il nuovo presidente ha assicurato di voler agire nel rispetto degli accordi di Taif e di tutte le risoluzioni dell’Onu; ha esortato le forze politiche libanesi ad accettare i risultati delle elezioni; ha citato il “martire Rafiq Hariri e tutti i martiri del Libano”, con un esplicito riferimento al tribunale internazionale che dovrebbe giudicare i responsabili dei crimini politici; ha reso omaggio a Hezbollah, definendo “necessaria” la “resistenza” contro Israele, che dovrà avere un ruolo nella “strategia di difesa”; ma ha anche ammonito che “non si può sprecare la forza della resistenza nelle lotte interne” e che non è ammissibile che la “causa palestinese” divenga un “pretesto per qualsiasi armamento in contrasto con la sicurezza nazionale”. Per il Libano non più d’una boccata d’ossigeno. Restano irrisolte le questioni chiave, su cui il presidente Suleiman giocherà un ruolo fondamentale. Secondo l’accordo di Doha, infatti, sotto la sua supervisione si dovrebbe svolgere il dialogo sulle armi di Hezbollah. Spetterà principalmente a lui, inoltre, ridefinire i rapporti con la Siria e l’Iran, che significa limitarne l’influenza. Ieri ha esordito auspicando con Damasco “legami fraterni, nel contesto del mutuo rispetto della sovranità e dei confini di ciascuno”.
(...)
Secondo David Schenker, ex consigliere del segretario alla Difesa Usa, “dato il probabile esito delle elezioni parlamentari del 2009, la vittoria del gruppo sciita potrebbe avere vita breve”. Hezbollah ha sì dimostrato di poter prendere il controllo di Beirut in mezza giornata, ma anche di essere disposto a puntare contro i concittadini le armi che da sempre giura di possedere per la “resistenza” contro Israele. Ciò ha fatto calare di molto la sua popolarità presso la maggioranza non sciita della popolazione libanese. Per gli Usa e i loro alleati dovrebbe essere un “imperativo andare oltre la retorica ed elaborare misure efficaci per appoggiare gli alleati filo-occidentali in Libano”, osserva Schenker. A meno che non mobilitino rapidamente le loro forze per sostenerli, nel medio-lungo termine sarà inevitabile che Iran e Siria prendano il controllo del Libano per mezzo di Hezbollah, costituendo una minaccia concreta alla sopravvivenza di Israele.

Ma la tregua libanese non può non essere messa in relazione con il contestuale annuncio della ripresa dei colloqui di pace, sia pure indiretti, tra Israele e Siria.
(...)
Iniziative unilaterali di Olmert e della Lega araba? Gli Stati Uniti sono dunque isolati e indecisi o anche a Washington ha prevalso la linea “realista” del coinvolgimento di Damasco e del sacrificio del Libano? In ogni caso, al giuramento di Suleiman, a Beirut, era presente solo una delegazione del Congresso, mentre Stati arabi, Iran, Turchia, Francia, Italia e Spagna hanno mandato i ministri degli Esteri. E suonano in modo sinistro le parole usate domenica, durante la sessione per l’elezione del presidente, da Nabih Berri, esponente di Hezbollah e speaker del Parlamento libanese, che ha voluto “ringraziare” gli Stati Uniti, “soprattutto da quando si sono convinti che il Libano non è luogo giusto per la nascita del loro progetto di Grande Medio Oriente”.

Friday, May 23, 2008

Chi ha fatto rientrare in gioco la Siria?

Ora ci sarebbe da capire se sia stata un'idea unilaterale del governo Olmert e della Lega araba; insomma, se gli Stati Uniti siano isolati o se anche a Washington abbia prevalso la linea "realista" del coinvolgimento di Damasco e del sacrificio del piccolo Libano. Intanto, shock a Teheran

L'annuncio della ripresa dei colloqui di pace, sia pure indiretti, tra Israele e Siria, contestuale all'esito dei negoziati di Doha per la soluzione della crisi politica libanese, induce a ritenere che i due eventi siano in qualche modo collegati.

Secondo l'analista Andrew Cochran, l'amministrazione Bush, con il Dipartimento di Stato in conflitto con altri settori, non è riuscita a prendere una decisione sul da farsi nel corso degli ultimi eventi e ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco, sostenendo l'accordo, che riporta la stabilità in Libano nel breve-termine, ma ammettendo che accresce il potere di Hezbollah: «Non è una soluzione perfetta, ma molto meglio delle alternative. Un passo positivo e necessario».

Quali possono essere stati, dunque, i motivi di fondo che hanno impedito alla Casa Bianca di elaborare per tempo una contro-strategia coerente ed efficace rispetto a quanto accadeva a Beirut prima e a Doha poi? Cochran rammenta le voci che da tempo riecheggiano nell'amministrazione riguardo a un "Grand Bargain" con la Siria, da concludere con l'assistenza degli altri stati arabi. In particolare, cita un'audizione al Congresso, del 24 aprile scorso, di Gary Ackerman (Rep.), presidente della sottocommissione per il Medio Oriente:
«Molti analisti ritengono che l'alleanza tra Iran e Siria sia tattica e transitoria; che se solo gli Stati Uniti avanzassero alla Siria un'offerta di sufficiente portata e dolcezza, l'asse tra Teheran e Damasco andrebbe in frantumi e il Medio Oriente ne uscirebbe trasformato. In cambio, per esempio, delle alture del Golan e della restaurazione del suo protettorato sul Libano, la Siria potrebbe rinnegare la sua relazione con Hezbollah, dare il benservito ad Hamas, e sbattere la porta in faccia all'Iran».
L'Iran perderebbe il suo unico alleato tra gli stati arabi e di fronte a un mondo arabo compatto «riporrebbe nel cassetto i suoi sogni di egemonia e scambierebbe il suo programma nucleare con garanzie sulla sua sicurezza». Tuttavia, lo stesso Ackerman, durante la sua audizione – fa notare Cochran – dice di non esserne convinto:
«Suona bene, e ha una certa logica, ma è fantasia. L'alleanza tra Iran e Siria è di lungo termine, basata su un intreccio di interessi condivisi e volta a soddisfare le profonde ambizioni strategiche e regionali di ciascuno».
La tesi riferita da Ackerman al Congresso avrebbe molti sostenitori all'interno dell'amministrazione. Oggi sembra ancor di più accreditata dall'annuncio della ripresa dei contatti tra Israele e Siria. Sembra che Ahmadinejad sia furioso. Il sostanziale "via libera" degli Usa, da sempre contrari, suggerisce che il tentativo potrebbe davvero essere in corso. Certo, la freddezza delle reazioni ufficiali potrebbe anche significare che piuttosto Washington abbia subito la scelta di Tel Aviv. Il dialogo tra israeliani e palestinesi è una prospettiva che la Rice ritiene «più matura» e che «al momento è più probabile che produca risultati». E' «una buona cosa e speriamo che si facciano progressi, ma adesso i nostri sforzi maggiori sono concentrati sulla pista palestinese», ha chiarito il consigliere per il Medio Oriente David Welch, facendo notare che «i negoziati diretti sono sempre il miglior modo di procedere».

Può anche darsi, quindi, che solo gli israeliani abbiano fatto propria la tesi del coinvolgimento della Siria, che abbiano realizzato di non poter contare sugli Stati Uniti e sull'Onu per difendere i loro confini settentrionali e di poter invece barattare il Golan con la garanzia che Damasco impedirà futuri attacchi da parte di Hezbollah (il Libano sarebbe una vittima sacrificale). In cambio Israele, non lo ha affatto nascosto il ministro degli Esteri Tzipi Livni, si aspetta dai siriani «il loro completo abbandono del sostegno al terrorismo, a Hamas, a Hezbollah e all'Iran». Sarebbe più difficile per l'Iran minacciare Israele con una guerra asimmetrica via Hezbollah in Libano o via Hamas a Gaza.

Gli Stati Uniti sono apparsi presi in contropiede dalla facilità con la quale Hezbollah ha battuto i suoi rivali a Beirut e praticamente non hanno giocato alcun ruolo, né nei negoziati di Doha, né nella ripresa del dialogo indiretto tra Israele e Siria, eventi che sembrano entrambi contrari alla loro strategia nella regione. Dunque, i fautori del dialogo con la Siria per strapparla all'abbraccio con l'Iran forse non stanno prevalendo all'interno dell'amministrazione Usa, ma le divergenze alimentano i dubbi sulla strategia da seguire e sembrano minare la capacità decisionale di Washington in passaggi fondamentali come quelli delle ultime settimane a Beirut e a Doha.

E' "luna di miele", il momento di agire

Dopo i primi passi mossi dal governo Berlusconi, cui sono seguiti i promettenti annunci sul nucleare (qui dovranno valere i piani concreti) e il ponte sullo Stretto, si può parlare di vera e propria "luna di miele". I grandi giornali legati al mondo della borghesia e dell'impresa si sono manifestati con gli editoriali di Stefano Folli, per il Sole 24 Ore, e di Massimo Franco, per il Corriere della Sera; con il suo bel discorso di investitura (anche se ci ha infastidito il silenzio omertoso di tutti i maggiori organi d'informazione, stampa e tv, sull'incidente mortale avvenuto in una delle sue fabbriche) Emma Marcegaglia ha schierato Confindustria al fianco del governo, garantendo un atteggiamento non collusivo ma collaborativo per superare la «malattia dell'Italia, la crescita zero».

Una quasi "luna di miele" persino con le banche, che si sono rese disponibili all'idea della rinegoziazione dei mutui. Si può parlare di "luna di miele" anche con il Quirinale, con i ministri che lo informano e lo coinvolgono nelle scelte (vedi Maroni e Frattini) e il presidente Napolitano che ricambia emanando con celerità i decreti sicurezza e rifiuti. Ed è "luna di miele" addirittura con l'opposizione, pronta al dialogo su riforme istituzionali e legge elettorale, ma che mostra un approccio costruttivo anche su temi come la sicurezza, le tasse, i rifiuti, il federalismo fiscale.

A questo punto, Berlusconi deve saper cogliere il vento in poppa e gonfiare le vele del suo governo; sta a lui decidere se vuole passare per colui che gestì il declino, magari addolcendolo, come un Andreotti o un Fanfani, o se vuol essere ricordato come una Thatcher, cambiando il paradigma e i connotati socio-economici al Paese.

Dell'opposizione, del Partito democratico, parleremo più ampiamente in seguito, ma i nodi sono stati ben posti da Andrea Romano, su La Stampa, e si possono riassumere nella domanda: alleanze o contenuti?

Thursday, May 22, 2008

L'accordo di Doha un passo in avanti dei Paesi arabi

Dunque, dopo 18 mesi di ostruzionismo e il "coup de force" della settimana scorsa, Hezbollah ha ottenuto ciò che voleva. Disporrà di un potere di veto in seno al nuovo governo di unità nazionale, che sarà composto in tutto da 30 membri: 16 ministri della maggioranza, 11 dell'opposizione (rispetto ai 6 che aveva) e 3 scelti dal nuovo presidente. Sarà in grado di impedire il raggiungimento del quorum dei 2/3 necessario per l'approvazione di ogni provvedimento. Ciò significa, per esempio, che Hezbollah impedirà al nuovo governo di dare copertura politica e istituzionale al tribunale internazionale voluto dall'Onu per giudicare i responsabili degli omicidi politici degli ultimi anni, a partire da quello dell'ex capo del governo, Rafik Hariri, in cui sono coinvolti i siriani fino ai massimi livelli.

In cambio, Hezbollah ha concesso qualcosa sulla legge elettorale. Nelle imminenti elezioni del 2009 verrà adottata, ma per una sola volta, la legge elettorale del 1960. Beirut verrà suddivisa in tre distretti elettorali. I 19 seggi della capitale saranno così distribuiti: 10 nel distretto di Mazraa, 5 in quello di Ashrafieh e 4 in quello di Bachoura. Queste modifiche soddisfano molte delle richieste del sunnita Saad al-Hariri, leader della coalizione di maggioranza del "14 Marzo", che nelle elezioni del 2005 ottenne tutti i 19 seggi in palio.

Dell'accordo fa parte anche il «divieto di ricorso alle armi o alla violenza per ottenere risultati politici», e una rivendicazione del monopolio dello Stato sulla sicurezza e l'attività militare. Hezbollah garantisce di non usare le sue armi contro le altre fazioni libanesi, ma la questione del disarmo delle milizie sciite, in ottemperanza alle risoluzioni dell'Onu, non è stata affatto risolta, nonostante rimanga il nodo reale. Hezbollah resta "uno stato nello stato" e il Libano continuerà ad avere due eserciti, tra cui il più potente in mano a Hezbollah e comandato da Teheran.

Ma l'accordo di Doha può rappresentare molto di più che una tregua, di cui nessuno può prevedere la durata, nella politica libanese. Può sancire il coinvolgimento diretto dei Paesi arabi nel teatro libanese in funzione anti-iraniana. Serviva il successo diplomatico dell'iniziativa di Doha perché la loro influenza potesse legittimarsi e aumentare. Arabia Saudita, Egitto, Giordania, sembrano decisi a entrare in gioco e a contrapporsi all'"asse" Siria-Iran.

La dichiarazione sulla cui base il comitato ministeriale della Lega araba ha convinto le parti ad avviare i colloqui di Doha assume come cornice la costituzione libanese e gli accordi di Taif, che prevedono lo smantellamento di tutte le milizie armate, come stabiliscono anche le risoluzioni Onu 1559 del 2004 e 1701 del 2006, ancora disapplicate. Ancor più importante, subito dopo l'elezione del presidente e la formazione del governo «saranno inoltre avviati negoziati con la partecipazione della Lega Araba sul consolidamento dell'autorità dello Stato su tutto il territorio libanese e sulle sue relazioni con le varie organizzazioni in Libano».

Oltre che da tutte le parti libanesi in causa, soddisfazione per l'accordo è stata espressa ai massimi livelli da tutti i maggiori attori internazionali coinvolti: Francia, Stati Uniti, Arabia Saudita da una parte; Siria e Iran dall'altra. I loro interessi sono d'un tratto divenuti convergenti? Difficile crederlo. Qualcuno forse non può che fare buon viso a cattivo gioco, oppure ciascuno vede negli accordi spazi di manovra per raggiungere ancora i suoi obiettivi.

Wednesday, May 21, 2008

I primi passi su rifiuti, tasse e sicurezza: 6+

E' impossibile prevedere cosa può capitare a Napoli sulla questione rifiuti, dopo che ogni giorno ci tocca assistere a qualcosa cui il giorno prima mai avremmo pensato di assistere, ma le misure adottate dal primo CdM mi sembrano adeguate alla gravità della situazione, in particolare non tanto l'idea di "secretare" i siti delle nuove discariche, che comunque compariranno sulla Gazzetta ufficiale, ma l'idea di rendere questi siti «aree di interesse strategico-militare», con ciò che ne consegue dal punto di vista del presidio e dei reati cui incorrono gli eventuali sabotatori. Mi aspetto però un atteggiamento più duro nei confronti degli enti locali responsabili, ricorrendo se necessario al loro scioglimento. Un 6 d'incoraggiamento.

Tasse. L'abolizione dell'Ici sulla prima casa rimane un'ottima iniziativa. Qui non sono affatto d'accordo con Giavazzi, cui l'Ici piaceva come imposta "federalista". Pazienza, quando si abolisce una tassa - per di più palesemente iniqua come quella sulla prima casa, per il 99% degli italiani frutto di anni di sacrifici e stipendi già altamente tassati - c'è sempre da gioire.

Quanto alla detassazione di straordinari e premi produttività c'è da essere molto delusi, perché la logica con cui si è mosso questo governo è quella dei precedenti. Quando si tratta di detassare, si alzano asticelle a destra e manca fino a che ti accorgi che ad usufruire dello sconto rimangono in pochi. Innanzitutto (prima asticella), non si tratta di una detassazione totale, ma di un abbassamento dell'aliquota al 10%. A beneficiarne (seconda asticella) saranno solo quei lavoratori con un reddito lordo (!) inferiore a 30 mila euro: soglia "secca", e non graduale (!). Inoltre (terza asticella), la retribuzione straordinaria detassabile non potrà superare il tetto di 3 mila euro totali. Insomma, chi ci rientra mi faccia un fischio.

Continuo a ritenere che per rivitalizzare i cittadini di questo Paese si debba partire da uno shock fiscale, tagliando direttamente le aliquote irpef, ma se non altro questo governo promette di voler tagliare la spesa pubblica ricorrendo anche - parole di Tremonti - a un «piano di liberalizzazioni, semplificazioni e privatizzazioni». Saremo più in grado di esprimere un primo giudizio sulla politica economica del governo dopo la presentazione del Dpef. Senza voto

La possibilità di rinegoziare i mutui prima casa a tasso variabile accesi prima del 2007 potrebbe significare un ampio sospiro di sollievo per circa 1.250.000 famiglie. L'accordo, secondo alcune stime diffuse dall'Abi, considerando un mutuo ventennale di 80 mila euro, garantirebbe un minor esborso di circa 850 euro su base annua.

Sicurezza. Non sono ancora ufficiali i provvedimenti varati oggi dal CdM. Da quanto trapela, però, non ci sarebbe nulla di così scandaloso, neanche l'eventuale introduzione del reato di immigrazione clandestina, che comunque passerebbe non per decreto ma per disegno di legge. Almeno tre le misure più che convincenti: il recepimento pieno della direttiva Ue sull'espulsione anche dei comunitari che dopo i tre mesi non hanno di che vivere; i maggiori poteri ai sindaci; la banca dati del Dna. Azzardiamo un 7.

In generale, personalmente rimango scettico riguardo all'efficacia dell'introduzione di nuovi reati, aumenti di pena, maggiori risorse o assunzioni. Secondo me, la via maestra per assicurare ai cittadini maggiore sicurezza sta nel far rispettare con maggiore rigore le leggi che già ci sono e nel controllo del territorio. Spetta a coloro che amministrano la giustizia e che comandano le forze dell'ordine, su spinta della politica, cambiare il paradigma della gestione delle loro risorse, umane e finanziarie. Lavorare, lavorare, lavorare, per quanto riguarda i magistrati, mentre le forze dell'ordine dovrebbero tornare alla logica dello scontro fisico, sul terreno, con la criminalità. Impedire che si compiano i reati, non perseguirli successivamente. Detto esplicitamente: pattugliare e sparare.

Nella notte siglata la tregua libanese

Nella notte, precisamente verso le 2:02 (ore italiane), quindi a poche ore dalla scadenza dell'ultimatum posto ieri dai mediatori, maggioranza parlamentare anti-siriana e opposizione guidata da Hezbollah, riunite da cinque giorni a Doha, in Qatar, hanno raggiunto un accordo per una tregua istituzionale, non si può dire quanto durevole, che come primo immediato effetto dovrebbe sbloccare l'elezione del nuovo presidente. Lo ha annunciato stamattina il primo ministro del Qatar nel corso di una cerimonia ufficiale. Già nei prossimi giorni (probabilmente domenica) verrà eletto presidente dal Parlamento libanese il comandante dell'esercito, generale Suleiman, ritenuto vicino ai partiti di maggioranza, ma che nell'ultima crisi ha assunto una posizione di cedimento nei confronti di Hezbollah disobbedendo al premier Siniora e arrogandosi il diritto di ribaltare le legittime decisioni politiche del governo.

Hezbollah ottiene ciò che ha cercato in questi 18 mesi di ostruzionismo e, in ultimo, con il "coup de force" della settimana scorsa a Beirut: il potere di veto in seno a un nuovo governo di unità nazionale. Il nuovo esecutivo, infatti, sarà composto in tutto da 30 membri: 16 ministri della maggioranza, 11 dell'opposizione e 3 scelti dal nuovo presidente, come prevedeva l'ultima proposta che abbiamo anticipato ieri. Dunque, l'opposizione è in grado di impedire il raggiungimento del quorum dei 2/3 necessario per l'approvazione di ogni provvedimento del governo.

In cambio, Hezbollah dovrebbe aver concesso qualcosa sulla legge elettorale, accettando modifiche più favorevoli al partito sunnita di Hariri. Si sarebbe deciso, nello specifico, di adottare per una sola volta la legge elettorale del 1960, che divide Beirut in tre circoscrizioni. Uno scambio che però, ieri, era stato bocciato dal cristiano maronita Aoun, alleato di Hezbollah.

Com'era prevedibile, dell'accordo fa parte anche il divieto del ricorso alle armi per motivi politici. Hezbollah in sostanza garantisce di non usare le sue armi contro le altre fazioni libanesi. Ma la questione del disarmo delle milizie sciite, in ottemperanza alle risoluzioni dell'Onu, non è stata nemmeno posta in discussione, nonostante rimanga il nodo reale, che rende Hezbollah "uno stato nello stato" libanese.

Soddisfazione espressa dalla Francia. "Una tappa essenziale nella restaurazione completa dell'unità, della stabilità e dell'indipendenza del Libano", per il ministro degli Esteri Bernard Kouchner. "Un grande successo per il Libano e per tutti i libanesi", per Sarkozy, il quale auspica che "questo accordo sia messo in opera integralmente, per garantire il suo successo e gettare le basi per una vera riconciliazione nazionale".

Desta qualche sospetto il fatto che lo stesso accordo ottiene il "sostegno pieno" della Siria. "Spero che questa intesa sia un preludio alla risoluzione della crisi politica in Libano", ha dichiarato il ministro degli Esteri siriano. Gli interessi di Siria e Francia nella regione sono divenuti d'un tratto convergenti? Qualcuno non ha ben compreso i termini dell'accordo, oppure non può che fare buon viso a cattivo gioco?

Libano, test iraniano sulla fermezza dell'Occidente

Ancora 24 ore di tempo sono state concesse ieri alle forze politiche libanesi per trovare un'intesa. Proseguono anche oggi, quindi, i negoziati in corso a Doha tra la maggioranza parlamentare anti-siriana e l'opposizione guidata da Hezbollah. «Una delle parti ha chiesto più tempo per esaminare alcune proposte e il comitato della Lega araba ha concesso una proroga fino a domani (oggi, n.d.r.)», ha riferito il ministro qatariota per le Relazioni estere, rivelando anche che i mediatori arabi guidati dal primo ministro del Qatar, Sheikh Hamad bin Jassem al-Thani, hanno avanzato due nuove proposte, ritenute le «soluzioni migliori». «Si spera» che possano colmare il divario tra le parti, le quali però sembrano parlare di cose diverse.

Le trattative sono bloccate sulle modifiche alla legge elettorale, in particolare su come ridisegnare le circoscrizioni a Beirut. Un tema cruciale, perché influenzerà in modo significativo l'esito delle elezioni parlamentari del 2009. Hezbollah si rifiuta di chiudere qualsiasi accordo sulle altre questioni prima che sia sciolto il nodo della legge elettorale.

Per quanto riguarda la formazione di un nuovo governo, di unità nazionale, Hezbollah rivendica per sé un vero e proprio potere di veto sui provvedimenti dell'esecutivo, il che vuol dire almeno 11 ministri. La prima ipotesi di compromesso avanzata dal primo ministro qatariota – un governo di 30 ministri, 13 alla coalizione di governo, 10 all'opposizione e 7 scelti dal nuovo presidente – è stata rispedita al mittente da Hezbollah, che insiste per una composizione che registri a livello politico i nuovi equilibri di forza a suo favore determinati sul terreno dall'esito della crisi della settimana scorsa. I mediatori avrebbero dunque avanzato una ulteriore proposta, che assegnerebbe 16 ministeri alla maggioranza, gli 11 richiesti all'opposizione e 3 a candidati scelti dal futuro presidente. Ma in cambio l'opposizione dovrebbe accettare le modifiche alla legge elettorale proposte dai partiti della maggioranza. «Vogliono condividere il governo con noi per 11 mesi e prendersi governo e presidenza per i prossimi 4 anni», ha protestato Michel Aoun, leader dei cristiani maroniti alleati di Hezbollah.

I due provvedimenti del governo Siniora che hanno innescato la crisi erano forse i primi passi per il disarmo di Hezbollah, in accordo con le risoluzioni dell'Onu, che però il gruppo sciita ha sempre rigettato, minacciando di combattere contro chiunque avesse tentato di disarmarlo. Con la revoca delle decisioni del governo Hezbollah ha dimostrato di poter imporre la sua volontà con la forza. Per quanto riguarda il movimento sciita, ci sono due vie d'uscita dalla crisi: un governo dominato da Hezbollah, che gli altri partiti non accetteranno mai; o l'accettazione di Hezbollah come "uno stato nello stato" libanese. L'ex presidente iraniano Khatami, che molti chiamano "riformista", ha chiarito che «non ci sarà mai Libano senza Hezbollah».

Negli ultimi tre anni, ricorda l'analista Amir Taheri, «Washington ha indicato il Libano come esempio della democratizzazione nella regione, ma ora sembra che l'Iran abbia deciso di dimostrare che il Libano fa parte della sua sfera d'influenza nella più ampia guerra contro gli Stati Uniti e Israele». Secondo Taheri, Teheran ha voluto il "coup de force" a Beirut «per testare la determinazione americana», nel momento in cui la presidenza Bush si avvia al termine. La «debole» risposta Usa e la «veloce resa» del governo Siniora «potrebbero aver mandato un segnale sbagliato» a Teheran, convincendo forse gli iraniani a lanciare nei prossimi mesi una sfida diretta per prendere il controllo del Libano, con gli Usa sotto elezioni.

Ciò obbligherebbe le altre comunità libanesi ad opporsi con la forza, trovando certamente alleati tra i Paesi arabi che vedono come una minaccia le ambizioni egemoniche iraniane. Quindi, conclude Taheri, Hezbollah «potrebbe trovarsi a pagare un prezzo strategico per la sua vittoria tattica. Mentre nel 2006 era visto dai Paesi arabi come un campione nella lotta contro Israele, oggi è visto come una pedina di Teheran per il dominio del Medio Oriente».

Tuesday, May 20, 2008

L'anti-berlusconismo resiste in Spagna e all'Europarlamento

Il Riformista, Massimo Franco nella sua "nota" sul Corriere, e altri si sono accorti del filo che lega certi attacchi preventivi al governo Berlusconi partiti dalla Spagna, con le accuse alle nuove politiche definite «razziste e xenofobe», e dal Parlamento europeo, con il dibattito-processo nei confronti dell'Italia sul caso dei rom. Massimo Franco parla persino di «un'offensiva a tavolino» da parte dei ministri spagnoli, con l'«avallo di fatto» del premier Zapatero.

Ma se in Italia il vento dell'anti-berlusconismo sta svanendo, grazie alle scelte del leader del Pd Veltroni e all'assenza dal Parlamento dei partiti della sinistra massimalista e comunista, nel Parlamento europeo troviamo ancora maggioritaria una sorta di versione europea dell'Unione prodiana (Pse, Sinistra, Verdi, Liberaldemocratici), che alimentata per anni a tonnellate di anti-berlusconismo viscerale dalla sinistra italiana non se ne può certo liberare in poche settimane solo perché in Italia, al Loft, il vento è cambiato.

Un'offensiva capeggiata, tra l'altro, da quella macchietta di Martin Schulz (il "capò", ve lo ricordate?), che a Berlusconi l'ha giurata quando ancora dall'Italia il Cav. veniva descritto come Belzebù. Sta ora a Veltroni e al Pd far capire ai colleghi europei che la musica è cambiata e che possono riporre la gran cassa, oppure alle imminenti elezioni europee gli italiani si faranno sentire con i partiti che criminalizzano e ostacolano da Strasburgo le politiche per la sicurezza.

Doha, Hezbollah alza il prezzo

Sembrava che messa da parte la questione delle armi del "Partito di Dio", i negoziatori della maggioranza parlamentare anti-siriana e dell'opposizione guidata da Hezbollah, riuniti a Doha, in Qatar, potessero fare progressi su altre materie, quali la legge elettorale, la formazione di un nuovo governo e, quindi, l'elezione del candidato di compromesso, il generale Michel Suleiman, alla presidenza. Invece, da quanto trapela dai colloqui, rigorosamente a porte chiuse, le parti sarebbero ancora lontane anche sulle modifiche alla legge elettorale, un'impasse che rischia di bloccare le trattative su tutto il resto e far fallire l'iniziativa della Lega araba. Secondo quanto rivelato da un deputato del gruppo sciita all'emittente libanese Lbc, il disaccordo riguarda la suddivisione delle circoscrizioni di Beirut.

Il primo ministro del Qatar è intervenuto direttamente per favorire un'intesa tra le parti, proponendo di rinviare la discussione sulla legge elettorale a dopo la formazione del governo di unità nazionale e l'elezione del presidente. Ma stando a quanto riportato dall'emittente di Hezbollah, al Manar, i leader dell'opposizione si sono rifiutati di trattare le altre questioni prima di sciogliere il nodo della legge elettorale.

E' sulla composizione del nuovo governo che si gioca la partita più importante, che decreterà i vincitori del round negoziale. Il primo ministro del Qatar ha proposto alle parti un esecutivo di 30 membri così suddivisi: 13 ministri della coalizione anti-siriana; 10 all'opposizione e 7 scelti dal nuovo presidente. Ma anche su questo punto Hezbollah non molla, vuole capitalizzare al massimo la vittoria militare e politica ottenuta sul campo la scorsa settimana. Il movimento filo-iraniano rivendica per sé un vero e proprio potere di veto sui provvedimenti del governo, il che vuol dire almeno 11 ministri nel futuro governo.

E' difficile immaginare che Hezbollah apponga la propria firma su un accordo che manchi di registrare a livello politico i nuovi equilibri di forza a suo favore determinati sul terreno dall'esito della crisi della settimana scorsa. Hezbollah potrebbe raggiungere l'obiettivo che rincorre da mesi, l'uscita di scena di Siniora e un potere di veto sull'azione di governo, ma in ogni caso, anche se Siniora dovesse miracolosamente restare al suo posto, vedrebbe aumentare il suo già grande potere di condizionamento. In cambio, garantirebbe che le sue armi non verranno rivolte contro altri libanesi, come è invece accaduto nei recenti scontri, ma serviranno solo come forza di resistenza contro Israele.

L'arsenale e le capacità militari di Hezbollah, seria ipoteca alla piena sovranità del governo legittimo sul territorio libanese, rimangono sullo sfondo. Come suggerisce l'analista Fady Noun su Asianews, i partiti della maggioranza anti-siriana non si fidano di Hezbollah, «sospettano che il partito islamista – legato a un regime totalitario come l'Iran – stia preparando un colpo di stato per rovesciare il regime».

Il fatto che per la prima volta Hezbollah abbia lanciato «vere e proprie operazioni di guerriglia urbana a Beirut lascia pensare che non esiterà a rifarlo, quando lo richiederanno i suoi interessi». Finché non verrà definitivamente dissipato il timore che Hezbollah si trasformi un giorno in una forza similare ai "Guardiani della rivoluzione" iraniani e finisca per puntare le armi contro i nemici interni, convertendo la sua «resistenza» in «rivoluzione islamica», ci sono scarse speranze di una risoluzione definitiva della crisi politica libanese. Secondo Fady Noun, l'unica via d'uscita per il Libano è una «neutralità positiva» in cui si possano riconoscere tutte le fazioni: «Il Libano, anzitutto. Prima dell'Iran, della Siria, perfino della Palestina». Ad oggi più un'illusione che una prospettiva, e c'è da dubitare che quello di Doha sia un «terreno neutrale», dato che spesso il Qatar ha giocato di sponda tra Paesi arabi sunniti e Iran.

Monday, May 19, 2008

Libano, il nodo rimane l'arsenale di Hezbollah

da Ideazione.com

Sono in corso a Doha, in Qatar, i negoziati promossi dalla Lega araba tra le forze della maggioranza parlamentare anti-siriana e l’opposizione guidata da Hezbollah per risolvere la crisi politica libanese. Commissioni ad hoc stanno portando avanti le trattative per una nuova legge elettorale e per la formazione di un nuovo governo. Dovrebbe, inoltre, essere raggiunto l’accordo per l’elezione alla presidenza del capo dell’esercito, il generale Suleiman, la cui strada dovrebbe essere ormai spianata, soprattutto dopo la posizione non ostile a Hezbollah da lui assunta durante l’ultima crisi. Tuttavia, è altamente improbabile che nei colloqui venga affrontato e risolto il vero nodo: l’arsenale e le capacità militari di Hezbollah, seria ipoteca alla piena sovranità del governo legittimo sul territorio libanese. Nessun accordo politico sarà possibile senza “seri progressi” sugli armamenti di Hezbollah, fanno sapere fonti vicine alla coalizione del 14 Marzo, che sostiene il governo di Fuad Siniora. “Armi e capacità militari sono fuori da qualsiasi discussione”, ripetono gli esponenti dell’organizzazione sciita. “Come possono coesistere lo Stato e Hezbollah?”, si chiede Rami G. Khouri, direttore del quotidiano libanese Daily Star.

L’impressione è che una tregua a lungo termine sia possibile, ma solo se fosse rinviata sine die una decisione sul destino delle armi del Partito di Dio. Per il resto, i nuovi equilibri di forza sul terreno determinati dall’esito della crisi della settimana scorsa, nettamente favorevoli a Hezbollah, sono destinati a produrre sensibili ripercussioni a livello politico. Hezbollah potrebbe raggiungere l’obiettivo che rincorre da mesi, l’uscita di scena di Siniora e un nuovo governo (forse addirittura di unità nazionale) i cui equilibri gli attribuiscano un potere di veto, nonostante in Parlamento sia in minoranza. In ogni caso, anche se Siniora dovesse miracolosamente restare al suo posto, le forze che lo sostengono dovranno cedere rilevanti quote di potere in favore di Hezbollah e dei suoi alleati, che vedrebbero aumentare il loro già grande potere di condizionamento. In cambio, Hezbollah è disposto a concedere solo qualche flebile e generica garanzia sull’utilizzo delle sue armi. Il gruppo sciita garantirà che esse non verranno rivolte contro altri libanesi, come è invece accaduto negli scontri della scorsa settimana, ma serviranno solo come forza di resistenza contro Israele. Hezbollah può quindi cantare una vittoria piena: militare e politica. Il Libano è sempre più nelle sue mani. Non si può comprendere l’entità del successo del movimento filo-iraniano se non si risale alla genesi e allo svolgimento di quest’ultima crisi, agli errori di Siniora e alla mancanza di un reale sostegno al suo governo, al di là delle parole della diplomazia, da parte della comunità internazionale, Stati Uniti ed Europa in testa.
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Quote rosa, quote danni

Bibiana Aido (ministro dell'Uguaglianza!) pagherebbe «uno psichiatra a Berlusconi, ma servirebbero molte sedute». Nei giorni scorsi motivo di attrito tra Roma e Madrid erano state le parole di Maria Teresa Fernandez del Vega, portavoce del governo spagnolo, che aveva accusato il governo italiano di incitare al «razzismo e alla xenofobia» con le sue politiche per l'immigrazione, che però non hanno ancora portato il nostro esercito a prendere a fucilate i clandestini, come accaduto, invece, proprio in Spagna.

Se per imbottire i governi di "quote rosa" e fare bella figura, dimostrando quanto si è "avanti", il risultato è quello di Zapatero, beh, allora che si tenga pure il suo record, che si dimostra anche record di stupidità. Meglio limitare i "danni". E ci auguriamo che Frattini pretenda da Zapatero seri provvedimenti nei confronti delle sue quote rosa.

Rappresentare più che educare

Filippi Penati (Pd), presidente della Provincia di Milano:

«Non ci devono più essere campi rom nell'area metropolitana; non l'ho detto per essere più leghista della Lega, ma perché essere di sinistra significa difendere i più deboli, non fare della demagogia. A chi mi dice "ma i rom sono europei", rispondo che in Europa i padri hanno l'obbligo di mandare i figli a scuola, non a rubare. Se si vuole essere europei bisogna esserlo in tutto, nei diritti e nei doveri. Invece tollerare sitazioni di degrado, insicurezza, illegalità va a danno innanzitutto delle persone più deboli: italiani, immigrati o rom che siano... Chi non è qui per lavorare, non ci può stare. Questi sono i diritti europei, non sono "la destra"».

«Se la sinistra vuole recuperare un legame con l'opinione pubblica e con la realtà sociale, allora su tutti questi temi, l'immigrazione clandestina, i campi rom, l'illegalità, la sicurezza bisogna essere chiari e decisi. E abbandonare i tentennamenti e le divisioni che abbiamo avuto nel passato e che ora non possiamo più permetterci di avere».

(Il Foglio, 16 maggio)

«Una cosa è certa: non possiamo più accettare 23mila persone e 200 campi nomadi nella sola area di Milano. È una questione fisica: non possiamo. Il rischio è quello di reazioni che nessuno vuole. Non si tratta di razzismo: è responsabilità... Espulsione o carcere per i delinquenti, accompagnamento alla frontiera per chi in Italia non ha mezzi di sussistenza».

«Guardi che qui non è che stiamo parlando dei festival in Camargue o dei Gipsy Kings. È nobile tradizione vivere tra sacchi di rifiuti e auto rubate? È un'opinione che ci sia una strettissima correlazione tra certi insediamenti e l'impennarsi dei reati in una certa zona? Io non credo che tutto sia tollerabile in nome della diversità culturale».

I manifesti anti-rom del Pd di Ponticelli, a Napoli:
«È importante non cadere nell'errore di generalizzare e assecondare la pancia, ma è altrettanto vero che lì era accaduto un fatto molto grave. E sui manifesti, in realtà, non si parla di un'etnia ma di una ben individuata comunità. Che di certo, non poteva più restare dove era».

«È finito il relativismo per cui se qualcuno delinque, la colpa è sempre della società. Diciamo che in molti ora hanno scoperto la responsabilità individuale. Anche se alcuni con qualche ritardo di troppo... Ha detto bene Veltroni: tra chi compie un torto e chi lo subisce, sto con chi lo subisce. Io credo che il Pd, diversamente dai partiti storici che lo hanno preceduto, debba rappresentare più che educare. Il che non significa appiattirsi sul senso comune, resto convinto che un partito debba svolgere anche una funzione, per così dire, pedagogica. Ma non possiamo più essere soltanto quello. Non possiamo più, di fronte a certe evidenze, dire aristocraticamente: voi dovete pensarla così».

(Corriere della Sera, 17 maggio)

Friday, May 16, 2008

Rom: questione di legalità, oltre le ipocrisie e i falsi miti

La situazione a Napoli è indubbiamente degenerata, ma se la prima pulsione dei giornali e dei politici fosse quella di comprendere, prima di giudicare, sarebbe loro evidente che la camorra si è sostituita con successo allo stato laddove questo ha fallito, in uno di quei pochi compiti che ne giustificano l'esistenza. In soli due giorni, certo con i suoi metodi "sbrigativi" che uno stato di diritto non può condividere né tollerare, ha liberato Ponticelli dai campi rom. E' ciò che la popolazione chiedeva da anni. Perché se qualcuno ti entra in casa e cerca di portarti via i tuoi i figli, allora è ragionevole che l'esasperazione prevalga.

Ciò che voglio dire è che se osserviamo laicamente la realtà delle cose, il cittadino di Ponticelli, che non è un ideologo e non ha dello stato una concezione idealistica, riporrà la sua lealtà e le sue risorse economiche nell'organizzazione - non importa se privata o statale - più capace di garantire la sua sicurezza. E in questo caso serve a poco scandalizzarsi, la camorra è stata più efficiente dello stato. Chi lo guida dovrebbe cominciare a non darlo per scontato. Anche lo stato, se non vuole che organizzazioni di privati cittadini più o meno raccomandabili gli contendano il territorio a loro modo, deve guadagnarsi la propria autorità e la propria legittimità sul campo, giorno per giorno.

L'esplosione di intolleranza nei confronti dei rom è il risultato di almeno un decennio di totale indifferenza delle autorità politiche locali e nazionali e delle forze dell'ordine. Da oltre un decennio è mutato il tipo di microcriminalità che suscita maggiore allarme sociale nei cittadini: non è più lo scippo del tossicodipendente, per fare un esempio, come negli anni '80 e all'inizio dei '90, ma sono le rapine in strada e in abitazione, le aggressioni spesso particolarmente brutali, ad opera di individui che appartengono ad alcune specifiche comunità straniere.

E anche qui assistiamo a una fiera di ipocrisie e luoghi comuni sociologici. Bisognerebbe riflettere bene prima di gridare al razzismo o alla xenofobia. I cittadini, intellettualmente più onesti delle istituzioni pur con minori strumenti, avvertono che il pericolo non viene dai miti filippini, ma dai rumeni e dai rom oggi, come dagli albanesi ieri. Non viene dalle donne rumene, badanti in molte famiglie italiane, ma dagli uomini. Discriminazione razziale? Sessuale? No, semplicemente la realtà che i cittadini hanno di fronte agli occhi tutti i giorni.

Chi non passeggia per le grandi città circondato da 5-6 uomini di scorta, chi non viaggia su un'auto blu, chi non sta rinchiuso nelle comode sedi delle istituzioni, dei partiti, o delle redazioni, chi magari vive in periferia e prende la metropolitana, sa benissimo, perché fa parte del suo vissuto quotidiano, che i rom si sostentano quasi esclusivamente con il furto e l'accattonaggio minorile e vivono nella totale illegalità, a cominciare da baracche abusive e auto senza targa e senza assicurazione, per continuare con maltrattamenti e condizioni di semi-schiavitù che riguardano donne e bambini. Si tratta di un sistema di sostentamento generalizzato, che smentisce quanti meccanicamente ogni volta ammoniscono di non fare di tutta l'erba un fascio. Entrino nei campi rom e verifichino di persona quanti hanno un regolare lavoro e quanti i documenti in regola.

I campi rom sono enclave dove la legalità dello stato non entra, ma si dà il caso che da quei campi ogni mattina escono migliaia di uomini, donne e bambini pronti a derubare le classi medie e più umili della nostra società di ciò che si sono guadagnati con il sudore della fronte. Storici, antropologi e professori vari indaghino pure la cosiddetta "cultura rom", altra vulgata che va per la maggiore, se credono che i rom nelle nostre città ne siano i legittimi rappresentanti, ma in tutto questo non c'è nulla che valga la pena di essere preservato e tutelato. Se ne facciano una ragione: violini e pentole di rame non sanno più nemmeno cosa siano. I cittadini non ne possono più di dover sopportare l'illegalità altrui in nome di una pretesa "cultura" che nella loro realtà quotidiana si caratterizza per furto e violenza.

La maggioranza di governo farebbe bene a ricordarlo al presidente Napolitano: dialogo e rispetto delle istituzioni non significano potere d'interdizione da parte del Quirinale. Ci si mettono anche preti, vescovi e cardinali a predicare la carità cristiana a spese dei cittadini. Perché non aprono loro per primi, dando il buon esempio, le loro residenze vescovili e le porte delle basiliche?

Dubito, d'altra parte, che siano necessarie ulteriori risorse finanziarie, o l'assunzione di più uomini per le forze dell'ordine, altro ritornello buono per tutte le stagioni. A ben vedere non ne siamo più sprovvisti degli altri grandi Paesi europei. Né servono nuove e più severe leggi, semmai magistrati che lavorino scrupolosamente e una diversa gestione delle forze dell'ordine, che dovrebbero scontrarsi fisicamente con l'illegalità diffusa sul territorio e non limitarsi a prendere atto dei reati quando ormai sono compiuti.

Una testimonianza apparsa giorni fa sul Corriere mostra tutti limiti della legge Bossi-Fini. E' impensabile che lo stato sia in grado a tavolino di pianificare, nel cosiddetto "decreto flussi", il numero di permessi da rilasciare. Non dovrebbe esserci alcun tetto. Chi dimostra di avere un lavoro, ha un permesso di soggiorno. Altrimenti, finisce che a rimetterci sono onesti lavoratori, come nel caso riportato di Irina.

Consigli a Gelmini e Brunetta

Ha ragione Giavazzi quando ricorda, stamattina sul Corriere, che Mariastella Gelmini e Renato Brunetta sono due ministri chiave, dal cui operato dipenderà molto del successo o dell'insuccesso del governo Berlusconi. Scuola e pubbliche amministrazioni, infatti, sono i due buchi neri dove il merito è completamente assente.

Giavazzi suggerisce ai due neoministri, alla prima esperienza, di non farsi irretire dai burocrati e di leggere il libro "Meritocrazia", di Roger Abravanel, soprattutto il capitolo "Quattro proposte concrete per far sorgere il merito".

La prima di queste proposte è la «delivery unit», esperimento di successo in Gran Bretagna, che Giavazzi chiede a Gelmini e Brunetta di istituire anche in Italia: si tratta, nella consapevolezza che di ogni attività si possono misurare i risultati, di una unità che «raccolga ed elabori in modo scientifico» i dati, obbligando le amministrazioni a pubblicarli.

Certo, fa bene a ricordarlo Giavazzi, i cittadini britannici o americani, rispetto a noi hanno un efficiente sistema sanzionatorio della cattiva amministrazione: è il sistema elettorale uninominale, «nel quale ogni circoscrizione è rappresentata da un solo deputato, e quindi l'elettore sa sempre chi è il suo rappresentante in Parlamento, sia che lo abbia votato sia che rappresenti un partito diverso dal suo. Sa quindi a chi rivolgersi quando vuole lamentarsi per i risultati relativamente insoddisfacenti di una pubblica amministrazione».

Thursday, May 15, 2008

Frattini e La Russa, primi colpi a vuoto su Cina e Libano

Le prime uscite del ministro degli Esteri Frattini e del ministro della Difesa La Russa non mi hanno affatto convinto. In un'intervista al Financial Times Frattini afferma che non intende provocare inutilmente gli «amici cinesi» incontrando il Dalai Lama, precisando però che il governo italiano sostiene la richiesta di autonomia per il Tibet.

Bush e la Merkel hanno già incontrato il leader tibetano. Il premier britannico Brown lo farà, anche se non a Downing Street. Di Sarkozy e Kouchner non si conosce l'orientamento, ma la Francia è il paese europeo che ha fatto trapelare la posizione più dura e ferma nei confronti di Pechino per la recente repressione in Tibet, tanto da meritarsi alcuni giorni di manifestazioni e boicottaggi contro i Carrefour in alcune grandi città cinesi. Con le parole di Frattini l'Italia di Berlusconi si conferma nei confronti della Cina il più timido tra i grandi paesi europei, che non hanno certo minori interessi commerciali di noi.

Se non altro, Frattini annuncia che l'Italia si oppone alla sospensione dell'embargo sulle armi imposto alla Cina, a differenza di Prodi che aveva esplicitamente appoggiato la richiesta di revoca che giunge insistentemente da Pechino.

Quanto avesse ragione l'ex ministro della Difesa Antonino Martino, quando in piena campagna elettorale evocava (venendo deriso) il ritiro dal Libano se non fossero mutate le regole di ingaggio, lo vediamo oggi che la missione Unifil-2 guidata dall'Italia resta impotente a guardare mentre Hezbollah, propaggine iraniana, s'impadronisce del Libano. Le acrobazie retoriche di Frattini non bastano a celare la verità: il concetto operativo della missione, e di conseguenza le regole d'ingaggio, erano del tutto inadeguate ad assicurare il rispetto della risoluzione dell'Onu 1701.

A non aver capito nulla - ed è gravissimo - di quanto è accaduto in Libano negli ultimi dieci giorni è certamente il ministro La Russa, che a Porta a Porta dichiara: «Non vi è alcun accresciuto allarme, nulla di diverso rispetto a un mese, due mesi fa, o prima». Visto che la situazione è inalterata, «parlare di regole di ingaggio da modificare non solo è inutile, perché modificarle dipende dall'Onu, ma può essere anche dannoso perché può indurre Hezbollah ad una maggiore tensione, senza nessuna giustificazione». Qualcuno avverta il ministro La Russa che se oggi è inutile parlare delle regole d'ingaggio è perché la missione Unifil-2 è un completo fallimento: Hezbollah non è stato disarmato, si riarma in tutta tranquillità e dimostra un'accresciuta egemonia sul Libano.

Se si pianifica non è globalizzazione

Su il Riformista di oggi appare un commento del tutto condivisibile, nel quale Alberto Mingardi osserva come il forum "Società aperta" Bocconi/Corriere, considerato non a torto uno dei luoghi di elaborazione del pensiero global e liberista, tuttavia riveli anch'esso, indirettamente, le difficoltà della cultura di mercato nel nostro paese.

«Con il mercato, il difficile, il vero salto logico, sta nel comprenderlo prima ancora di accettarlo», avverte Mingardi. «Non è uno "strumento" né una "politica", ma un insieme sterminato e inestricabile di libere interazioni fra individui e imprese». E' realtà, aggiungiamo noi, allo stato puro e dinamico, vita vissuta da ciascun individuo. E la globalizzazione non è che «un'estensione di scala delle relazioni di mercato», consentita dalla tecnologia e dalle comunicazioni.

«La globalizzazione è un groviglio di scambi, non un'agenda di riforme» e per questo Mingardi, come noi, è rimasto basito quando ha letto sul Corriere che «dalla globalizzazione non si torna indietro, ma va pianificata e regolata». Ma la globalizzazione nasce come prospettiva proprio quando tramonta come ipotesi realistica e sostenibile la presunzione di poter pianificare le economie, di qualsiasi scala.
«La pianificazione fallisce per la sua "presunzione fatale". Nessuno può, dal centro, conoscere la realtà particolare e locale della vita economica, tanto bene quanto chi la affronta in prima persona».
Nei «globalizzatori che vogliono pianificare il mondo» Mingardi intravede qualcosa d'altro: «l'antica malattia degli intellettuali».
«Il pianificatore è l'erede moderno del filosofo re. Non vorremmo che la risposta ai protezionisti stesse in una variazione tecnocratica sul tema del paternalismo. Perché la lotta fra chi promette agli elettori "protezione" dei loro interessi immediati, e chi si nomina aruspice dei loro interessi futuri, vede un solo sconfitto sicuro: la libertà».

Wednesday, May 14, 2008

La tragedia birmana ennesima vergogna dell'Onu

La giunta militare al potere in Birmania continua ad ostacolare l'arrivo degli aiuti internazionali destinati alle vittime del ciclone Nargis. Migliaia di persone potrebbero ancora essere salvate prima che sopraggiungano fame ed epidemie. Ma anche oggi le autorità hanno ribadito il loro no all'ingresso di operatori umanitari, esperti e giornalisti nel Paese. Solo dopo estenuanti trattative gli aerei carichi di aiuti riescono ad atterrare, ma i militari continuano a impossessarsi del materiale. Il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, non è neanche riuscito a parlare al telefono con il leader della giunta, il generale Than Shwe, e sta riflettendo se recarsi lui stesso sul posto.

Il premier britannico Brown ha chiesto a Ban Ki-moon di convocare un vertice d'emergenza sulla situazione. Francia, Gran Bretagna e Germania ipotizzano di imporre gli aiuti aprendo un corridoio umanitario nelle zone più colpite e isolate, quelle del delta del fiume Irrawaddy, contro la volontà del regime. La Cina si conferma tra i peggiori complici della giunta birmana. Pechino e Jakarta hanno infatti bloccato giorni fa al Consiglio di sicurezza dell'Onu la proposta francese di entrare in Myanmar con squadre di aiuto anche senza il consenso del governo locale, in nome della «responsabilità di proteggere».

Il rifiuto della giunta di far entrare il personale umanitario nella regione devastata non ha precedenti nella storia dei soccorsi internazionali, per stessa ammissione dell'Onu. O per lo meno non così plateali. Quel che è certo è che proprio nell'anno del suo sessantesimo anniversario, la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo rischia di apparire ancor di più carta straccia per la stessa istituzione internazionale nata per diffonderne i principi e farli vivere. Quello di oggi in Birmania è solo l'ultimo, ma forse il più clamoroso e ridicolo, della lunga serie dei suoi fallimenti.

«E' tempo di cacciare la Birmania dalle Nazioni Unite», è la dura presa di posizione del Wall Street Journal, in un editoriale di qualche giorno fa: «Se l'Onu non mette in moto un processo per sospendere la membership della Birmania, allora chiaramente nulla è proibito». Il WSJ anticipa le facili obiezioni:
«Qualcuno dirà che la Cina, amica della giunta, quasi sicuramente porrà il veto su qualsiasi mozione di questo tipo. Allora lasciatela fare, alla vigilia dei suoi Giochi Olimpici con la torcia sotto assedio. Qualcuno dira, perché la Birmania, perché non il Sudan? Buona domanda. Cacciare la Birmania dall'Onu sarebbe simbolico. Ma l'intero mondo che sta a guardare mentre i generali birmani lasciano morire la loro gente di fame e di malattie è simbolo di qualcosa di peggiore. Se l'Onu non può fare nulla sulla Birmania, dovrebbe almeno fare qualcosa per il rispetto di sé».
Ancora una volta, oltre a milioni di vite, in gioco c'è la credibilità delle Nazioni Unite, ma non conviene scommetterci un centesimo.

Tuesday, May 13, 2008

Il dialogo è virtù dei forti

Più di metodo che di merito, ma per questo sommamente politico, è stato il discorso di Berlusconi stamattina alla Camera nel dibattito per la fiducia. Ha indicato solo in modo generico, invece, le priorità su cui si concentrerà l'azione di governo, che d'altronde tutti hanno ben chiare.

Mai come oggi il clima politico sembra propizio per un dialogo produttivo tra maggioranza e opposizione. Da una parte, la vittoria netta nelle urne, l'ampia e più coesa maggioranza parlamentare, il preciso mandato ricevuto dagli elettori, attribuiscono a Berlusconi la tranquillità necessaria, la tipica posizione di forza dalla quale nulla c'è da temere dal tendere la mano all'avversario. E' il dialogo un lusso che solo chi non teme di perdere il potere può permettersi, per ricoprire di autorevolezza la propria autorità e far procedere in modo più spedito la sua azione.

Dall'altra, la disfatta del prodismo, o dell'utopia prodiana, sembra aver definitivamente aperto gli occhi ai riformisti, oggi consapevoli della necessità di disfarsi una volta per tutte dell'ideologia dell'antiberlusconismo e della conseguente strategia "frontista", per cui qualsiasi partito al di fuori del berlusconismo, anche i più incompatibili tra di loro, dovevano far fronte unico contro l'"uomo nero", a costo di sacrificare governabilità e identità riformista.

Sono rimasti il "travaglismo", il "grillismo", il giustizialismo "dipietrista", certo, ma il modo in cui gli esponenti del Pd hanno recepito il messaggio lanciato oggi dal premier alla Camera e in cui, nei giorni scorsi, hanno reagito all'ennesimo atto di teppismo televisivo dagli schermi Rai, stavolta contro il presidente del Senato Schifani, induce a ritenere che lo schema del "frontismo" e l'epoca della delegittimazione reciproca siano ormai alle spalle.

Il ragionamento del nuovo premier in aula ha preso le mosse dal significato del voto degli italiani, che il 13 e 14 aprile si sono espressi in modo chiaro: chiedendo alla politica di decidere e approvando la tendenza bipartitica avviata con la nascita di Pd e PdL, rispondendo positivamente da una parte e dall'altra agli appelli per il "voto utile" e bocciando clamorosamente e senz'appello le velleità terziste di Casini, le forze politiche anti-moderne e il partito del "No". I due partiti principali, PdL e Pd, sembrano ora intenzionati a consolidare questo risultato.

L'apertura di Berlusconi al dialogo si sviluppa in tre direzioni: verso le istituzioni (Parlamento e Quirinale); verso l'opposizione (il Pd); verso le forze sociali (diretti e inequivocabili i messaggi a sindacati e confindustria). Dialogo che dovrà riguardare innanzitutto le riforme istituzionali e la legge elettorale (anche per le europee). Berlusconi e Veltroni potrebbero riprendere il filo da quel quasi-accordo rimasto congelato dalla caduta del governo Prodi, e quindi dal precipitare verso elezioni anticipate, e minato dalle divisioni interne ai gruppi dell'Ulivo in Parlamento, nei quali allora prevalevano dalemiani e mariniani. Ma i contatti tra i leader di maggioranza e opposizione riguarderanno anche le riforme di cui il Paese ha urgente bisogno in vari settori: spesa pubblica, pubblica amministrazione, lavoro, redditi, sicurezza.

Berlusconi ha gettato le basi per una legislatura all'insegna del dialogo e delle riforme: ha riconosciuto il ruolo parlamentare dell'opposizione, mostrandosi disponibile a prendere in considerazione persino l'idea di istituzionalizzare lo "shadow cabinet" di cui si è dotato il Pd. Sarebbe un modo per salvaguardare la leadership veltroniana e il Pd, quindi l'assetto tendenzialmente bipartitico uscito dalle urne, contro la tattica neo-frontista riproposta - non è chiaro quanto strumentalmente in funzione anti-veltroniana - da D'Alema, che vorrebbe ritessere i rapporti con la sinistra radicale e con l'Udc.

Questa concertazione a tre livelli (istituzioni, opposizione, forze sociali), a cui Berlusconi sembra voler ispirare l'azione del suo governo, presenta però non pochi rischi: quando verrà il momento di entrare nel merito delle questioni, le riforme potrebbero venire annacquate dal metodo concertativo e risultare troppo timide. Al momento opportuno, governo e maggioranza dovranno dimostrarsi capaci di far pagare a opposizione e sindacati i costi politici del loro eventuale ruolo di freno e di interdizione. Denunciandolo di fronte ai cittadini, che si aspettano decisioni, riforme e cambiamento. Chiunque vi si oppone - ormai lo si è capito - va incontro a una pesante delegittimazione popolare.