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Tuesday, February 13, 2007

La sinistra apra gli occhi sul continuum ideologico

Il prof. Pietro IchinoPerché in Italia fare il giuslavorista «è così pericoloso»? Se lo chiede Pietro Ichino, indicato dai 15 appartenenti alle Brigate Rosse arrestati ieri come obiettivo da colpire, nell'articolo di oggi sul Corriere.

«Il lavoro è materia che scotta; e lo studioso che fa bene il suo mestiere, in questo campo, è costretto troppo sovente a dire cose che urtano contro dei tabù, contro un modo fazioso e non pragmatico di affrontare le questioni, tipico del dibattito italiano su questi temi. Chi non si rassegna a omologarsi con il "pensiero corazzato" dell'un campo politico o dell'altro rischia di trovarsi isolato e schiacciato tra le opposte faziosità. Viene temuto come il demonio dalle vestali di quel "pensiero corazzato", perché il suo discorso problematico squalifica i loro slogan facili, le loro scorciatoie concettuali; quindi finiscono col demonizzarlo, nel tentativo di chiudere il dibattito prima ancora che esso si apra».

In questa risposta c'è qualcosa che stona, vediamo di capire perché. Indubbiamente siamo immersi in un contesto politico in cui le due coalizioni tendono a delegittimarsi a vicenda e, così facendo, a sorreggersi a vicenda, obbligando i propri sostenitori a digerire inadeguatezze, arretratezze culturali, e incapacità politiche dell'uno e dell'altro campo, perché ogni critica al loro interno e ogni proposta di evoluzione e riforma, presentando com'è ovvio dei rischi elettorali, è vissuta come destabilizzante se la priorità è che non vincano "i destri" o "i sinistri". Ecco, dunque, che il sistema è bloccato.

Tuttavia, il «volenteroso» Ichino, pur di conservare il suo approccio bipartisan, sembra scordare che questo quadro, seppure reale, poco ha a che fare con ciò che è accaduto in questi anni ai giuslavoristi, che non si sono affatto trovati «isolati e schiacciati tra le opposte faziosità». Il centrodestra e la parte sedicente riformista del centrosinistra li hanno stimati e si sono avvalsi del loro lavoro.

Ciò che è accaduto, invece, è che le riforme da loro elaborate e offerte al mondo della politica sono state criminalizzate dai sindacati, in modo veemente dalla Cgil, e dalla sinistra comunista e antagonista, che hanno portato in piazza milioni di persone su falsi slogan. Intimiditi, i riformisti non li hanno difesi, ma il fronte con il quale i giuslavoristi hanno a che fare è uno solo.

Ichino sembra mettere sullo stesso piano come posizioni ideologiche chi come il governo di centrodestra presentava la riforma Biagi come liberalizzazione del nostro mercato del lavoro, per renderlo «il più fluido d'Europa», e chi come l'opposizione di sinistra gridava alla «liberalizzazione selvaggia», al precariato, anzi, allo sfruttamento. Ebbene, chi se non Ichino dovrebbe essere in grado - dati alla mano - di riconoscere che era vera la prima affermazione e volutamente falsa la seconda?

Il metodo, sia della Cgil, sia della sinistra comunista, è quello della mistificazione nel merito e della demonizzazione della persona. In una parola: stalinista. Di tema in tema, di avversario in avversario, l'iter è sempre lo stesso e a forza di battere il tasto la gran cassa mediatica fa diventare quel tema un tabù e chi ne parla un nemico. La legge Biagi è stato solo l'ultimo caso. A indicare in Biagi il "traditore" - cosa che in questi giorni non si sente ricordare molto spesso - furono per primi l'ex segretario della Cgil Cofferati e, a cascata, tutti i dirigenti del Sindacato, cosicché senza aver minimamente letto una riga delle sue proposte, complice il conformismo che vige a sinistra sui temi del lavoro, la legge Biagi è divenuta «un simbolo da abbattere» e neanche gli esponenti sedicenti riformisti del centrosinistra hanno più trovato il coraggio politico di chiamarla legge Biagi, neutralizzandola in "legge 30".

E ci siamo dimenticati forse della mistificazione di cui la Cgil di Cofferati fu responsabile, complici la stampa e i partiti di sinistra, sull'articolo 18, sostenendo nella campagna referendaria che la sua abolizione rappresentava una violazione dei «diritti umani»?

Con questo non s'intende individuare «mandanti morali». E' una categoria che non esiste. Primo, perché ciascuno fa i conti con la propria coscienza. Secondo, perché dal punto di vista penale la responsabilità è solo individuale.

Tuttavia, sarebbe stupido non vedere che c'è un problema politico di cui la sinistra per prima si dovrebbe far carico. Basta leggersi i volantini di rivendicazione degli omicidi Biagi e D'Antona da parte delle Br, ma anche altri documenti, per trovarvi analisi politiche ed economiche, classiste e anti-imperialiste, del tutto affini alle posizioni di quella sinistra comunista e antagonista, parlamentare ed extra, e anche di parte dei Ds, che sostengono l'attuale Governo.

Del reato di banda armata e organizzazione eversiva, delle cosiddette «zone grigie», si occupino forze dell'ordine e magistratura, ma se l'uso della violenza è il discrimine penale, dal punto di vista politico non si può ignorare il continuum ideologico tra la Cgil, le sinistre comuniste e le Br o le altre organizzazioni insurrezionaliste. Ed è quella ideologia, ancora diffusa, che va politicamente e apertamente combattuta all'interno del dibattito pubblico - quindi senza censure e limiti alla libertà di espressione di alcuno - sia se si vuole emancipare una sinistra democratica, liberale, "di governo", dagli estremisti, sia per sconfiggere i residui del terrorismo.

Insomma, per dirla breve, non mi risulta che vi sia in attività alcuna "brigata liberista" e forse non è un caso.

Ma perché, poi, il Sindacato si oppone a qualsiasi liberalizzazione del mercato del lavoro? E' davvero convinto che ne derivi un male per i lavoratori? Oppure c'è, forse, la percezione che si tratti di una perdita netta di potere da parte del Sindacato stesso? Il Sindacato in Italia opera facendosi forte anche di fronte al governo e ai rappresentati eletti della posizione di potere e di privilegio di un monopolista. E', infatti, a dispetto del principio della libertà contrattuale, prestatore in assoluto monopolio della manodopera. Per liberalizzare sul serio il mercato del lavoro occorre quindi abolire i contratti collettivi nazionali.

Monday, February 12, 2007

Napolitano scivola nel revanscismo

Davvero eccessiva la reazione del presidente croato Stipe Mesic al recente discorso di Napolitano in occasione della "Giornata del Ricordo delle Foibe e dell'Esodo": si è detto «costernato» dalle parole del Presidente italiano, «nelle quali è impossibile non intravedere elementi di aperto razzismo, revisionismo storico e revanscismo politico».

Un nazionalista, Mesic, ma rileggendo bene il discorso di Napolitano comprendiamo quale possa essere stato il motivo di tale risentimento. A un certo punto Napolitano parla di un «moto di odio e di furia sanguinaria e di un disegno annessionistico slavo che prevalse nel Trattato di pace del 1947 e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica» e, poco dopo, di un'Italia «umiliata e mutilata nella sua regione orientale».

«Moto di odio», «furia sanguinaria» e «disegno annessionistico» vi furono, ma al di là del merito collegarli al Trattato di pace del '47 e definire zone che oggi appartengono alla Croazia come quella «regione orientale» di cui l'Italia è stata «mutilata» somiglia molto a voler rimettere in discussione i confini. Intendiamoci, regioni come l'Istria e la Dalmazia non possono a cuor leggero, tout cour, dirsi «italiane» o «croate», ma se oggi ufficialmente sono croate definirle italiane assume l'inequivocabile valore politico di volerne rimettere in discussione lo status e non può che dar luogo a un incidente diplomatico.

Un altro scivolone, che spiega l'accusa di «razzismo», è l'uso da parte del Presidente del termine «slavo», sicuramente inappropriato nell'individuare la responsabilità della pulizia etnica delle foibe e dell'esodo. Per evitare di pronunciare il nome dei protagonisti di quel «moto di odio», di quella «furia sanguinaria» e di quel «disegno annessionistico» - i comunisti di Tito - il Capo dello Stato ha attribuito quel disegno genericamente agli slavi (termine che indica non un popolo ma una razza), non a un'ideologia politica, il comunismo, né semmai al nazionalismo jugoslavo.

Dico. Compromesso buono per la coppia catto-comunista

LibMagazineOn line un nuovo, ricchissimo numero di LibMagazine

E' una cattiva legge. E le cattive leggi non vanno sostenute perché sembrano un "primo passo", o perché "tanto peggio, tanto meglio", "qualcosa è meglio di niente". C'è una soglia superata la quale il compromesso, la "sintesi", proprie della politica, si sviliscono in semplice confusione. Quando accade, la prima vittima è il diritto...
Continua sul numero XIV di LibMagazine

La rivista si sta espandendo, con l'ingresso di tanti validi nuovi collaboratori. Attualità, politica, esteri, cultura, "laicità", opinioni e interviste. Questa settimana una mia lunga intervista a Daniele Capezzone.

Sunday, February 11, 2007

La questione vaticana e la questione catto-comunista

Il Presidente Napolitano in udienza dal PapaCaro Luigi, Zagrebelsky ha ragione. Forse mai, negli ultimi anni, come sul riconoscimento delle unioni di fatto abbiamo assistito a patenti violazioni del Concordato del 1984 («La Repubblica italiana e la Santa Sede riaffermano che lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani, impegnandosi al pieno rispetto di tale principio nei loro rapporti...») e dell'art. 7 della Costituzione («Lo Stato e la Chiesa sono, ciascuno nel proprio ambito, indipendenti e sovrani»).

Uno strappo clamoroso - è davvero innegabile - l'ultimatum allo Stato italiano che la Cei ha affidato ad un editoriale del suo organo ufficiale (Avvenire, 6 febbraio). Non solo gli innumerevoli inviti espliciti rivolti dalle gerarchie ecclesiastiche ai parlamentari cattolici affinché in aula operino e votino in linea con le direttive della Santa Sede, ma anche la minaccia, dai toni mafiosi, che l'approvazione di una legge possa rappresentare uno «spartiacque che inevitabilmente peserà sul futuro della politica italiana».

Il Vaticano giura allo Stato italiano «inevitabili conseguenze» sulla sua vita politica, «perturbatici del quadro parlamentare, in definitiva della libera dialettica democratica», osserva Zagrebelsky nel suo intervento (la Repubblica, 9 febbario).

Anche Pasquino, oggi, in un bell'editoriale su l'Unità, ha sottolineato la differenza tra un legittimo ruolo pubblico, che nessuno nega alla Chiesa, e un'indebita ingerenza negli affari interni dello Stato italiano.

I vescovi che «non argomentano, ma intimano e pretendono di dettare i comportamenti di voto dei parlamentari» dimostrano che «la Chiesa ha deciso non soltanto di esaltare il suo ruolo pubblico, che nessuno negherebbe, anzi, nessuno in Italia ha mai negato, ma di fare politica in prima persona». Due attività del tutto diverse.
«Svolgere un ruolo pubblico significa partecipare a un dibattito portando argomenti e anche formulando proposte, nella consapevolezza che, alla fine, nei sistemi politici democratici, di quelle proposte decideranno coloro che sono stati eletti e che hanno la delega a scegliere interpretando un interesse generale».
Ed è questa «conspavolezza» - che alla fine, in democrazia, ci si rimette al legittimo volere della maggioranza - che sembra mancare Oltretevere.
«Fare politica in prima persona, da parte della Chiesa, richiamandosi con durezza a non incontestabili principi religiosi e volendoli imporre non soltanto ai cattolici, ma a tutta la societa è, invece, bisogna dirlo con estrema chiarezza, un segnale inequivocabile di fondamentalismo».
Che i vertici di uno Stato estero dettino i comportamenti di voto degli eletti nel nostro Parlamento, chiamandoli al rispetto di una lealtà a un'istituzione estranea alla Repubblica, rappresenta una chiara violazione della sovranità italiana. «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato», recita l'art. 67 della nostra Costituzione. Eppure, più degli stessi partiti, la Chiesa sembra vincolare i parlamentari cattolici a un preciso mandato.

E a questo punto il problema non sono più solo i privilegi concordatari, ma ritorna di attualità la questione romana, la stessa organizzazione della religione cattolica in uno Stato, Città del Vaticano. Via lo Stato, accettino di far parte dello Stato italiano come ogni altra formazione sociale, e potranno condurre tutte le battaglie politiche che riterranno. Modello americano, insomma.

Tuttavia, per poter essere credibili, oltre che per onestà intellettuale, ma soprattutto per capire perché la nostra politica non riesce a liberarsi della tutela vaticana, dobbiamo riconoscere che di patenti violazioni degli accordi che intercorrono tra l'Italia e la Santa Sede si sono rese responsabili anche le più alte cariche delle istituzioni italiane.

Il Presidente della Repubblica Napolitano, con il suo invito a trovare una «sintesi» con la Chiesa, «tenendo conto» non delle preoccupazioni dei cittadini italiani di religione cattolica, ma di quelle «espresse dal Pontefice e dalle alte gerarchie», ha elevato la Santa Sede al ruolo di interlocutore necessario nella formazione di una legge, almeno implicitamente delegittimando qualunque soluzione legislativa, anche su altri temi, che non trovi l'assenso, per lo meno silenzioso, del Papa e della Cei. Un vero e proprio mandato a trattare con le gerarchie ecclesiastiche subito preso alla lettera dai ministri più vicini alla Cei. Prodi avrebbe incontrato il Cardinale Bertone, Rosi Bindi il segretario della Cei Betori, ma come minimo i membri del Governo e delle istituzioni che ritengano opportuno incontrare le alte gerarchie dello Stato del Vaticano devono essere chiamati a farlo alla luce del sole.

Legittimare come politicamente necessario il concorso non del "mondo cattolico", ma dei vertici di uno Stato estero alla formazione delle leggi è una ferita intollerabile alla sovranità e alla laicità delle istituzioni. Il Presidente Napolitano ha quindi violato il suo ruolo di garante della Costituzione sia per omissione, per non aver reagito fermamente ai diktat di Oltretevere, ma soprattutto per attentato, di cui egli stesso si è reso responsabile. Tuttavia, a sinistra, purtroppo anche tra i radicali, e a destra per motivi diversi, c'è una cortina di conformismo impenetrabile sull'operato del Quirinale. Perché i «grandiosi» Zagrebelsky, Ezio Mauro e Scalfari non scrivono una riga su questo?

Anche Prodi, e i Ds in particolare, hanno assecondato la strategia della Chiesa: farsi inseguire, così da ottenere il duplice obiettivo di non trattare ufficialmente sui principi "non negoziabili" e, grazie ai suoi "ascari" nel Governo e in Parlamento, di capitalizzare anche il risultato del "male minore". Perché? Certo non perché mancasse la consapevolezza della partita, quella di sempre, giocata dai vescovi. Il perché l'ha spiegato senza giri di parole Ezio Mauro su la Repubblica: non far saltare «l'alleanza tra i cattolici democratici e gli ex comunisti che è al centro della storia dell'Ulivo, che oggi forma il baricentro riformista del governo Prodi e che domani dovrebbe essere la ragione sociale del nuovo partito democratico».

Questa l'unica preoccupazione di Napolitano, di Prodi, e soprattutto dei Ds e degli editorialisti di Repubblica, che non salti il Partito democratico, anzi, meglio, quell'asse catto-comunista che ne dovrebbe essere il motore, ma che viene sottoposto a grande stress dai temi della bioetica e delle libertà civili, e dalle conseguenti pressioni della Chiesa. Se un assetto di potere è ritenuto prioritario rispetto alla laicità dello Stato e alle libertà dei cittadini, allora il problema non sono i vescovi, ma è la sinistra italiana, e il Partito democratico nasce sotto i peggiori auspici.

Anche Eugenio Scalfari, quando nel suo consueto intervento domenicale loda l'attitudine al compromesso e l'approccio inclusivo del Governo, non una debolezza, ma addirittura la forza che irrita il Vaticano, ha in realtà come fine unico la difesa a oltranza dell'operato di Prodi, della sua capacità di ricomporre l'alleanza catto-comunista esposta alle avversità. «Quale politica non fa compromessi?». Domanda retorica che mette sotto accusa di massimalismo chiunque denunci il superamento di quella soglia oltre la quale il compromesso diviene confusione e cedimento.

Non sbaglia a ricordare che solo i radicali hanno chiamato in causa il Concordato, ormai «caduto in desuetudine». Anzi, che «sta in piedi soltanto a tutela dei henefici che ne riceve la Chiesa», mentre «i limiti che la Chiesa ha pattuito con lo Stato sono stati superati». Capezzone ha provocatoriamente chiesto come mai il governo non protestasse con la Santa Sede per l'«irritualità» della Cei nelle sue irruzioni palesemente anticoncordatarie nei confronti del potere legislativo, così come ha fatto con gli Stati Uniti pochi giorni prima per l'intervento dei sei amhasciatori che ci invitavano a restare in Afghanistan.

Ma, alla fine, conclude Scalfari, ha avuto ragione il Governo e Rosi Bindi è l'ultimo baluardo della laicità dello Stato. Rassicuriamo Scalfari. La Chiesa non ce l'ha con la Bindi. Anche lei dà il suo contributo. Serve il muso duro dell'intransigenza perché certi principi "non sono negoziabili", ma anche gli "ascari" che incassano il "male minore".

Dunque, ancora una volta è il catto-comunismo, quell'assetto di potere dal connotato geneticamente illiberale dal punto di vista del diritto, della giustizia, dell'economia e delle libertà civili che continua a stringere in una morsa il nostro paese, che dovremmo denunciare e contrastare.

Una brezza da far diventare vento

Recuperate l'editoriale di Alberto Alesina, oggi sul Sole24Ore. Ravvisa in Europa, anche in questa brutta Europa, una «brezzolina di liberismo».

Anche in Italia, forse in modo più tenue, spira: sui giornali, nella politica - grazie a un gruppo di «Volenterosi» - e persino tra i cittadini, sempre più insofferenti per «i lacci e lacciuoli imposti da una legislazione soffocante», per i servizi scadenti offerti dalle imprese protette, e per la mancanza di meritocrazia.

Poi ci sono le brezze europee. In Francia Nicolas Sarkozy, «con un messaggio decisamente liberista, sta distanziando sempre più nei sondaggi l'avversaria socialista, Ségolène Royal. Una vittoria di Sarkozy rappresenterebbe una svolta importante per tutta l'Europa, sia attraverso l'influenza francese nella politica europea comune sia come effetto dimostrativo e simbolico».

In Svezia «il nuovo giovane ministro dell'Economia, Maud Olofsson, sta cambiando lo Stato sociale sostituendo gli aspetti più incoerenti con corretti incentivi di mercato». Molte parole, per ora, ma poco di concreto. Le riforme del mercato del lavoro in Danimarca, Svezia e, in modo meno incisivo, Italia, Germania e Spagna «hanno dato i loro frutti».

Nei Paesi nordici vengono ridotte le aliquote fiscali. L'Irlanda della "rivoluzione liberista" continua a volare. In Gran Bretagna «i laburisti sono saldamente nel campo liberista, tanto che i conservatori sembrano aver perso lo spazio politico che li distingueva».

Gli europei, osserva Alesina, non sono stupidi: sono «preoccupati del loro futuro e vogliono che i loro governi adottino politiche di cambiamento». Per questo bocciano nelle urne i governi in carica che non mantengono le aspettative riformatrici.

Cosa intendono fare, in Italia, Prodi e Padoa Schioppa? Dopo un'«illustre carriera», Alesina ipotizza che «l'unica cosa che dovrebbe importare loro è ciò che gli americani chiamano legacy, cioè come saranno valutati dalla storia». Non vorranno mica essere ricordati «come leader che, pur di non rischiare nulla, finiscono per essere superati dagli eventi e puniti dagli elettori». Dalla risposta a questa domanda dipendono le sorti del nostro paese.

Sempre sul Sole di oggi un interessante articolo di Alessandro De Nicola, che si chiede chi siano «i maggiori beneficiari delle imposte», se «tassare sia efficiente» e quanto sia «moralmente legittimo». Domande a cui dà risposte semplici ricorrendo a esempi molto, molto concreti. Per quanto riguarda i maggiori beneficiari, sono «i politici e le lobby, in quanto l'abbondanza di denaro pubblico da distribuire e la minaccia del prelievo aumenta la forza dei burocrati e i vantaggi delle lobby organizzate».

Prendiamo ad esempio la politica agricola europea, fatta di sussidi tot per bovino:
«I politici, così facendo, premiano una lobby potente (gli agricoltori), distribuiscono denaro ai loro regimi preferiti, foraggiano una leale burocrazia e qualche Onlus: in altre parole aumentano il loro potere, favorendo al contempo un gruppo di pressione».

Thursday, February 08, 2007

Il concetto di natura come strumento di potere

Questa sera a 8 e mezzo Galli Della Loggia ha colto il punto della questione omosessuale: la distinzione tra ciò che è naturale e ciò che non lo è. Nel senso che è stato l'unico a sollevarlo tra i presenti alla trasmissione. Qui e da Malvino se ne parla spesso. Naturalmente Della Loggia ha concluso che l'omosessualità non è qualcosa di naturale.

Dal momento che si nega che sia naturale semplicemente tutto ciò che esiste in natura - quindi anche l'omosessualità, e un fiore che sboccia allo stesso modo di un terremoto - la domanda che nessuno ha posto a Della Loggia è chi stabilisce cosa è naturale e cosa non lo è. Di fatto, storicamente, sono gli uomini a stabilirlo. E, ovviamente, coloro che detengono il "potere", nelle sue varie forme, stabiliscono cosa è naturale e cosa no, a seconda nella migliore delle ipotesi della propria sensibilità, nelle peggiore in funzione dei propri interessi.

Dunque, chi nega che sia naturale semplicemente tutto ciò che esiste in natura, ha anche il dovere di spiegarci chi, o che cosa, detenga il potere di stabilirlo e come, con quali mezzi ed entro quali limiti. Qualcuno risponderebbe Dio, o la Tradizione. Ebbene, chi è l'interprete di Dio, chi il custode e l'interprete della Tradizione? Gli uomini. O, meglio, alcuni uomini.

Che siano gli uomini, in definitiva, a stabilire cos'è naturale e cosa no è la migliore dimostrazione del fatto che spesso ciò che viene definito come naturale è in realtà culturale. Natura è cultura. Tant'è che con il trascorrere delle epoche gli uomini hanno dato risposte anche radicalmente diverse su cosa fosse naturale e cosa no. Ciò che sembrava non esserlo mille anni fa magari oggi è ritenuto esserlo, oppure ciò che era ritenuto naturale mille anni fa non lo sembra più oggi.

Ricorrere alle categorie del naturale e del contro natura è dunque un imbroglio di bassa lega. Si "strumentalizza" la natura per far passare in realtà la propria concezione della società e dei rapporti umani, concezioni tutte legittime, per carità, ma anche estremamente culturali, quindi anche relative, discutibili. Introducendo il concetto di naturale si fornisce a un ordine morale e culturale una solida fonte di autorità che trascende l'uomo. Si evoca il concetto di Divinità Superiore, non importa se nella forma di un Dio confessionale o di forze profonde e misteriose dell'Universo, l'effetto è il medesimo.

Tirare in ballo il concetto di natura, che richiama direttamente quello di divino, è il più potente deterrente mai escogitato dagli uomini per scoraggiare altri uomini a contestare l'ordine costituito, per costringerli a non andare contro ciò che di volta in volta il sacerdote o il re definiscono naturale. La via più efficace per il soggiogamento.

Poi Della Loggia ha furbescamente incastrato la povera Ritanna Armeni, chiedendole cosa la frenasse dall'accettare l'incesto. Quella, ingenua, non ha trovato di meglio che motivare il suo rifiuto con «un tabù socialmente imposto», non fornendo ulteriore spiegazione sul perché accettasse il tabù dell'incesto e altri avrebbero dovuto liberarsi di quello del matrimonio omosessuale.

Accettiamo la sfida di Della Loggia. Purtroppo una vecchia norma del nostro codice penale prevede ancora la galera per l'incesto: dico purtroppo perché la norma punisce l'incesto in quanto delitto «contro la morale familiare». Non so se significhi essere favorevoli all'incesto, ma a mio modo di vedere non dovrebbe essere la «morale familiare» l'oggetto della tutela della legge (comunque non con la galera, perché anche l'adulterio, già depenalizzato, va contro la «morale familiare»), ma la libertà e i diritti dei singoli.

Se nel rapporto incestuoso non c'è violenza, c'è piena consapevolezza e un'effettiva capacità di dare o ritirare il proprio consenso, non c'è reato. Condizioni estremamente difficili da riscontrare in un rapporto genitore-figlio, ma assai probabili, per esempio, in un rapporto fratello-sorella. Dunque, il problema del rapporto incestuoso non è morale, ma l'eventuale (purtroppo frequente) sopraffazione, anche solo psicologica, oggetto però di altre leggi che puniscono i reati contro la persona e che quindi rendono inutile una legge specifica contro l'incesto.

Ecco il punto: la legge, in uno stato di diritto e non etico, interviene a tutela della libertà e dei diritti dell'individuo.

Si fa ora riferimento anche alla poligamìa. Nella nostra società c'è una poligamia di fatto, nel senso che è legale, e anzi "socialmente premiante", avere più partner sessuali (alle volte anche contemporaneamente). Non sono permessi matrimoni poligamici. Ma, anche qui, il motivo non è morale - almeno per quanto mi riguarda - c'è un problema di parità di diritti tra uomo e donna e della sopraffazione che storicamente si determina nelle famiglie poligamiche. Dunque, il divieto non risponde a un tabù, ma ancora una volta all'esigenza di tutelare la libertà individuale e l'uguaglianza tra uomo e donna. Dal punto di vista teorico non vi sarebbe alcun problema ad accettare la poligamìa, solo se potessimo essere davvero sicuri che sia una scelta libera e consapevole, che non ci sia costrizione e che ci siano pari diritti.

Per quanto riguarda noi occidentali, abbiamo capito che una moglie basta e avanza... Per quanto riguarda gli islamici, quella sicurezza non possiamo davvero averla. Anzi, abbiamo la certezza dell'opposto.

Non il riconoscimento, ma la cancellazione della coppia

Le ministre Bindi e Pollastrini«Intesa raggiunta», annunciano Fassino e Rutelli. Gli ultimi ritocchi pare siano stati devastanti.

A quanto si apprende, il disegno di legge sulle "coppie di fatto", che ovviamente nel titolo non riporta l'espressione «coppia», ma «Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi», prevede il diritto di successione per i conviventi dopo 9 anni e il passaggio del contratto di locazione dopo 3 anni, mentre per quanto riguarda la reversibilità della pensione la decisione sarà presa quando verrà effettuata la riforma del sistema previdenziale. Sì, ma quando?

Ma ecco le parti più ridicole. Le dichiarazioni di convivenza dovranno essere effettuate all'anagrafe, ma non si specifica più se davanti all'ufficiale anagrafico. Sparisce, incredibilmente, la dichiarazione congiunta: cioè, secondo quanto si apprende da fonti parlamentari le nuove disposizioni prevedono che i due conviventi renderanno delle dichiarazioni contestuali e distinte, anziché una dichiarazione congiunta che certifichi la loro convivenza. Capite? Contestuali e distinte. Ma che significa? Puro burocratese.

Lo scopo, presumiamo, è quello di evitare ciò a cui avrebbero potuto dar luogo dichiarazioni congiunte all'anagrafe: piccole cerimonie come quelle che si celebrano al Comune, con il fotografo e parenti ed amici che aspettano fuori pronti a lanciare il riso. Insomma, si è fatto di tutto per nascondere l'esistenza della coppia. Un'umiliazione per milioni di persone, etero, ma soprattutto omosessuali.

Tra l'altro, un passaggio che leggo su Repubblica.it («la dichiarazione può avvenire contestualmente, ma nel caso ciò non avvenga il convivente che l'ha resa ha l'onere di darne comunicazioni mediante lettera raccomandata con avviso di ricevimento all'altro convivente») mi fa sospettare che in qualche modo si sia realizzata quell'ipotesi assurda che avevo descritto in un mio precedente articolo: cioè che per il carattere di certificazione, e non di registrazione volontaria, impresso dal Governo al riconoscimento, questi diritti delle singole persone potrebbero scattare automaticamente dopo un periodo di convivenza prefissato per legge e ciascuno dei conviventi potrebbe rivendicarli anche unilateralmente. Sarebbe un incubo illiberale, in cui si toglie la libertà di convivere serenamente a chi comunque non vuole alcun tipo di intervento dello Stato.

Di questo fumo tossico senza arrosto dobbiamo ringraziare anche il Presidente della Repubblica Napolitano, che dall'alto della carica che ricopre ha invitato il lupo a cena. Il suo invito a trovare una «sintesi» con la Chiesa, «tenendo conto» non delle preoccupazioni dei cittadini italiani di religione cattolica, ma di quelle «espresse dal Pontefice e dalle alte gerarchie», rappresentava d'altra parte un vero e proprio mandato a trattare con le gerarchie ecclesiastiche che i ministri più vicini alla Cei hanno subito preso alla lettera.

Avendo ufficialmente rifiutato ogni trattativa sulla legge («Non possumus»), la Chiesa si è fatta inseguire e potrà dirsi comunque insoddisfatta, dal momento che una legge è stata alla fine varata. A proseguire le trattative per suo conto saranno comunque teocon e teodem in Parlamento. Un altro effetto dell'editto Napolitano: l'aver blindato un testo già sbilanciato, i cui unici ritocchi infatti sono derivati dall'aver tenuto conto delle «preoccupazioni» del Papa e delle alte gerarchie, mentre ora i margini di manovra per miglioramenti in senso laico sono ridotti al lumicino.

All'operazione non è estraneo Prodi, ovviamente, che secondo quanto raccontano i retroscenisti avrebbe barattato i Pacs per non avere alla guida della Cei un "ruiniano" come successore di Ruini, che non è mai stato tenero con questo governo e con questa maggioranza («un obiettivo primario per il Professore», o almeno così è «assolutamente convinta la vittima designata dell'operazione, l'attuale presidente della Cei»). Si parla persino di «un incontro che si sarebbe svolto nelle ultime settimane tra il premier italiano e il segretario di Stato vaticano per individuare la strada di un possibile confronto sui temi caldi, a cominciare dai Pacs».

In quell'occasione, racconta Minzolini su La Stampa di oggi, «sarebbe stata adombrata dal Cardinal Bertone anche l'idea di una guida dal profilo "più pastorale" della Cei. Insieme alla promessa, avvolta nel linguaggio enigmatico dei padri della Chiesa, che in cambio di un atteggiamento più disponibile da parte del governo sui temi considerati più incandescenti per la Chiesa, lo stile e l'atteggiamento della Conferenza dei vescovi italiani sarebbe cambiato, sarebbe diventato più attento al concetto "dell'autonomia del laico impegnato in politica" predicata da Paolo VI e tanto cara» al cattolico adulto Prodi.

Spacciata come «guida più pastorale», quindi, almeno così è convinto Franco Monaco, fedelissimo del premier, in realtà si va semplicemente verso la tipica nomina debole, di transizione, che il Segretario di Stato Bertone, e lo stesso Benedetto XVI, potranno influenzare, aprendo e chiudendo il rubinetto degli anatemi a seconda della convenzienza.

Quest'esperienza dovrebbe insegnarci qualcosa sulla sinistra italiana e sulla presunzione che la sinistra post ed ex comunista, o neo comunista, sia anche sinistra laica. Ma su questo torneremo in seguito.

«Here to get you out!»

Ecco come i Navy Seals sono andati a prendere i nostri ragazzi ostaggi dei terroristi in Iraq (Agliana, Cupertino, Stefio, e il polacco Jerzy Kos): il video (LiveLeak).

«The Italian Job», è il titolo del film. Sì, un vero e proprio film, con colonna sonora rigorosamente rock e titoli di coda con i ringraziamenti agli equipaggi e alla «fonte» della soffiata. La data è "8 giugno 2004".

Bisogna ricordare che alcuni hanno sostenuto, eventualità da non scartare del tutto, che gli ostaggi siano stati abbandonati nella casa dopo il pagamento di un riscatto di circa 9 milioni di dollari da parte del Governo italiano.

Dalla politica del "bye-bye Condy", al bye-bye di Condi a Massimo

Condoleezza RiceUna lettera nella speranza di cogliere il duplice risultato di inorgoglire gli anti-americani della coalizione, aiutando così la ricomposizione della maggioranza sulla missione in Afghanistan, e di chiudere il caso contando su un'analoga volontà a Washington. Gli è andata male a D'Alema. D'altra parte, dal testo trapelava la sua solita arroganza e la Casa Bianca ha replicato in un batter d'occhio, ribadendo che l'iniziativa dell'ambasciatore Spogli è «in linea con quanto già affermato sulla questione sia dal presidente George W. Bush, sia dal segretario di Stato Condoleezza Rice anche recentemente a Bruxelles nell'incontro ministeriale sull'Afghanistan, sia con quanto affermato dal ministro della difesa Robert Gates».

Come dire: il governo italiano deve sapere che ha di fronte l'intera amministrazione. E' "ingerenza"? No, rispondono dalla Casa Bianca e, in ogni caso, vogliono ribadire una posizione sull'Afghanistan già espressa in sede Nato: e «continueremo a farlo», avvertono.

Ormai è muro contro muro, con gli americani irritati anche perché il Governo italiano continua a dire in pubblico e in privato cose diverse e non comprendono i bizantinismi della politica italiana. Per Stefano Folli, il «malessere non trova le sue cause nelle scelte concrete operate dal governo Prodi, tutte nel complesso attente alla continuità dei nostri impegni internazionali. Quanto nel senso di antiamericanismo ideologico che si respira a ogni pie' sospinto in alcuni settori del centrosinistra».

Fosse solo questo... L'impressione invece è che gli americani guardino molto più ai fatti e il problema, forse, sono proprio quelle «scelte concrete». Molinari descrive bene infatti le scelte militari di fronte alle quali i governi dei paesi Nato si trovano in Afghanistan. Ebbene, molti di essi (Germania, Francia, Italia e Spagna, guarda un po'...) fanno i furbi: si fanno mettere in ufficio, o di guardia, in posti sicuri, rifiutandosi di fare il lavoro sporco, mentre a combattere i miliziani di Al Qaeda ci vanno i militari di Usa, Gran Bretagna, Canada, Olanda, Australia e Romania. Uno stato di cose che non può durare a lungo, soprattutto quando i giochi, in primavera, si faranno duri, con l'offensiva prevista contro i Talebani che in alcune zone ancora spadroneggiano indebolendo l'autorità del Governo Karzai.

Di fronte alla lettera dei sei ambasciatori c'erano due modi per reagire. Il Governo avrebbe potuto associarsi ai ragionevoli argomenti esposti nella lettera e farsene forte, di fronte all'opinione pubblica, per isolare la sinistra comunista. La scelta adottata, invece, conferma che nella politica estera italiana il problema non sta nei Diliberto o nei Bertinotti, che, si direbbe, fanno il loro mestiere di anti-americani, ma in D'Alema e Prodi, che vorrebbero esserlo e intimimante lo sono, ma non possono permetterselo: viene fuori una politica ambigua, fatta di rispetto degli impegni presi ma storcendo la bocca, e nella sostanza di un'«equivicinanza» che spesso sfiora il neutralismo.

Wednesday, February 07, 2007

Le poesie di Sarkozy, de Villepin per l'Eliseo

Sarkozy e de Villepin in aulaChiedo aiuto ai miei lettori. Si continua a parlare della sfida alle presidenziali francesi tra Nicolas Sarkozy e Ségolène Royal. Meglio l'uno o meglio l'altra? Ebbene, in un post di qualche giorno fa lamentavo il fatto che quelli che si schierano con Sarkozy passano o per maschilisti o per fascisti. Nella sua conversazione domenicale Pannella ha detto di Sarkozy che «ha professionalità politica - questo è un problema - e ha preparato militarmente la sua campagna, le sue truppe, la sua organizzazione», mentre la Royal è «più dilettante», anche se ha mostrato di essere una «grande dilettante», e «a volte i grandi dilettanti riescono a raggiungere l'ascolto meglio di grandi professionisti».

Quindi, sarebbe «probabilissima» la vittoria di Sarkozy, anche perché la Francia è sempre «al 100% gollista e al 100% petainista». Anche per Pannella chi vota Sarkozy non può che essere «petainista», cioè fascista.

A quel punto però Bordin fa notare al leader radicale che pochi giorni prima Glucksmann ha dato di Sarkozy una lettura opposta, spiegando che in qualche modo rappresenta una «rottura» con una certa destra gollista. «Certo», risponde Pannella... E qui entrate in gioco voi, aiutatemi a capire il passaggio che segue (qui il video). Pannella racconta di aver chiesto di de Villepin a una sua vecchia conoscenza, all'ex ministro Badinter: «Un uomo di principi, non può farcela», gli ha risposto quello. Ma che c'entra de Villepin? Avrò capito bene? Possibile che Pannella abbia confuso Sarkozy e de Villepin?

Venendo alla candidata socialista, Ségolène Royal, tra i suoi sostenitori c'è l'imbarazzante Jean-Pierre Chevènement, esponente della sinistra nazionalista e antieuropeista francese, da sempre in prima fila, ad ogni appuntamento referendario o elettorale, tra i francesi che intendono frenare il processo d'integrazione europeo. Come faceva notare ieri il Riformista, «il fatto che Ségolène Royal abbia raggiunto con lui un accordo elettorale non depone a favore della chiarezza del programma della candidata all'Eliseo per il Partito socialista, soprattutto in tema d'Europa».

La Royal renderà noto domenica prossima, l'11 febbraio, il suo programma, che rischia di contenere scelte - sulla legge istitutiva del Cne, il "Contratto di nuova occupazione", o sulle 35 ore - legate a sicurezze sociali ormai difficilmente sostenibili, in sintonia con quell'atteggiamento timoroso delle riforme che fino a oggi ha caratterizzato in Francia sia la destra che i socialisti.

Intanto, secondo i sondaggi continua a perdere terreno. Sembra sempre più "quella che piace ma non convince". E le intenzioni di voto in uscita dalla candidata socialista, osserva Jean-Marie Colombani, oggi su La Stampa, sembrano passare al terzo candidato, François Bayrou, il Prodi francese (lui stesso si è paragonato al Presidente del Consiglio italiano). Guarda caso la sua inattesa ascesa nei sondaggi coincide cronologimente con la caduta di Ségolène. I problemi della Royal? Per Colombani le sue gaffes, la mancanza, oltre l'appeal personale, di un'identità politica riconoscibile, e l'intervento "alla Visco" di Hollande, che ha promesso "più tasse", argomento notoriamente vincente.

Nessuno tocchi Napolitano

Il Presidente NapolitanoVoci insistenti si alternano a smentite: il ministro Bindi avrebbe incontrato pochi giorni fa il segretario della Cei Betori. Incontro presunto, ma è di per sé grave che sia verosimile. Si parla inoltre di fitte telefonate, di «ufficiali di collegamento» con la Santa Sede nella Margherita, del pressing su Rutelli e dell'attivismo del ruiniano Fioroni.

Ebbene, non mi si venga a dire che in tutta questa "movida", se la Bindi incontra Betori mentre sta scrivendo la legge sui Pacs, le parole di Napolitano non c'entrano nulla. «Non ho dubbi che si possa trovare una sintesi sulle unioni civili anche nel dialogo con la Chiesa cattolica e tenendo conto delle preoccupazioni espresse dal Pontefice e dalle alte gerarchie della Chiesa». Dal Presidente è giunto un vero e proprio mandato a trattare con le gerarchie ecclesiastiche sulla legge che dovrà regolare le convivenze. E se in pubblico la Cei ha sdegnosamente respinto al mittente l'invito, sottobanco si tratta.

Eppure, il Presidente Napolitano resta immune da critiche: perché al centrodestra fa comodo lo svuotamento della legge sulle "coppie di fatto", e nel centrosinistra sull'operato del Quirinale vige il più solido conformismo. Quel che più sorprende è che neanche i radicali abbiano trovato la forza per aprire bocca su Napolitano. Avendo contribuito alla sua elezione al Quirinale, ma soprattutto avendone troppo sbrigativamente esaltato qualche uscita favorevole, ora sono costretti a fare buon viso a cattivo gioco, s'impegnano a sottilizzare su uscite inopportune e anti-costituzionali per le quali un tempo avrebbero chiesto l'impeachment.

Questa volta il Capo dello Stato - non i vescovi - si è reso responsabile di una patente violazione del principio di separazione tra Stato e Chiesa. Il suo invito al «dialogo» andava ben oltre il togliattiano art. 7. Innanzitutto, entrando nel vivo di un dibattito politico così acceso, e influenzando di fatto anche la stesura di un ddl in via di definizione, è andato ben oltre il suo ruolo costituzionale di garante. E non è la prima volta. Con il suo invito a trovare una «sintesi» con la Chiesa, «tenendo conto» non delle preoccupazioni dei cattolici, ma di quelle «espresse dal Pontefice e dalle alte gerarchie», ha elevato la Santa Sede al ruolo di interlocutore necessario nella formazione di una legge, almeno implicitamente delegittimando qualunque soluzione legislativa, anche su altri temi, che non trovi l'assenso, per lo meno silenzioso, del Papa e della Cei.

Nel merito, poi, l'effetto è di aver ulteriormente blindato un testo già ampiamente sbilanciato verso un «pallido certificato». A questo punto le uniche modifiche possibili sono quelle derivanti dall'aver tenuto conto delle «preoccupazioni» del Papa e delle alte gerarchie, mentre i margini di manovra per miglioramenti in senso laico ne escono drasticamente ridotti.

Se la legge sulle "coppie di fatto" si rivelerà, come probabile, solo fumo e niente arrosto, dovremo ringraziare anche Napolitano, che dall'alto della carica che ricopre ha invitato il lupo a cena.

I poco furbetti di Torre Argentina

Pannella continua a vedere da parte del Corriere della Sera la pretesa «di gestire l'iniziativa politica radicale, in modo sleale e spudorato». Dei termini di questa "ingerenza" avevamo già parlato, quindi non ci torniamo.

Vi sarebbe nei «volenterosi» - scrivono Rita Bernardini, lo stesso Pannella, Cappato, D'Elia, Maria Antonietta Coscioni, Donatella Poretti, ed Elisabetta Zamparutti - un «pregiudizio antiradicale», perché «in nessun caso e in nessuna sede, nessuno di voi menzionava l'esplicito sostegno che veniva dalla galassia radicale e dai suoi esponenti». Ma come, Capezzone, socio al 25% dell'iniziativa, non è forse un «radicale»? Non è sufficiente la sua presenza come menzione dell'«esplicito sostegno dalla galassia radicale e dai suoi esponenti»?

Pare di no, visto che Pannella tiene a precisare: «Noi non abbiamo mai delegato burocraticamente a una persona la rappresentanza di tutti noi. Spero che questo faccia riflettere tutti quanti noi, anche Daniele». Da qui il contestato articolo del Corriere.
«L'esplicito sostegno dalla galassia radicale e dai suoi esponenti» sembra valere solo se giunge da Pannella, Bernardini, Cappato, D'Elia e gli altri, ma non da Capezzone.

Gli ultimi arrivati tra i «volenterosi» hanno forse diritto a una menzione speciale, a uno squillo di tromba?

L'"organigramma" dei «volenterosi» è chiaro, compare sul loro sito: ci sono i quattro "soci" (Capezzone, Messa, Nicola Rossi e Tabacci) e i primi firmatari del manifesto. Poi, la lista delle adesioni successive. Per preservare la natura bipartisan del progetto occorre che non venga enfatizzata la presenza di esponenti di rilievo tutti appartenenti a uno stesso partito.

E, poi, diciamola tutta: tra i primi firmatari, che hanno il privilegio di una menzione speciale, compaiono quei politici e quegli economisti (da Giavazzi a Polito, da Ichino a Debenedetti, così come gli altri), che hanno scelto di fare di una politica riformatrice e liberalizzatrice in economia la loro priorità del momento e di adottare una linea di sfida aperta, serrata ma "in positivo", nei confronti del Governo Prodi.

E' innegabile che quelle portate avanti dai «volenterosi» sono da sempre le idee, le proposte, le riforme «dei radicali», e che continuano ad esserlo, ma è altrettanto innegabile che a) dal Congresso di Padova in poi altre siano state le priorità di Pannella e degli altri dirigenti, b) ad oggi l'atteggiamento nei confronti del Governo Prodi non sia da «spina nel fianco» ma da «ultimi giapponesi», c) sono giunti alla sera in cui è stata resa nota la loro adesione, domenica 28 gennaio (cioè alla vigilia dell'incontro di Milano), dopo mesi di sospetti e malcelata ostilità nei confronti del progetto dei «volenterosi».

"A che gioco stiamo giocando?", verrebbe quindi da chiedersi.

Roberto Cicciomessere, per esempio, ex parlamentare radicale, pur non comparendo in alcuna lista, a Milano ha svolto un intervento centrale sul tema "meno pensioni, più welfare".

C'è la massima apertura ai contributi di tutti, ma per evitare che qualcuno possa essere indotto a sospettare che la tardiva adesione «dalla galassia radicale e dai suoi esponenti», e la lettera (aperta) di domenica scorsa, non siano che parte di una manovra diversiva e strumentale, occorrerebbe magari che il sostegno ai «volenterosi» da «esplicito» si facesse anche concreto e meno litigioso.

Balle riformiste

«Penso che il governo dovrà aumentare l'età pensionabile e anche trovare maniere per incentivare chi vorrà continuare a lavorare più a lungo».
Il ministro Bersani al Fondo monetario internazionale.

Tipico di certa sinistra cosiddetta "riformista". Fare bella figura ai convegni, o negli incontri internazionali, dove gli interlocutori poco sono informati delle divisioni e dei bizantinismi della politica italiana e a mala pena arriva in Italia, e alle orecchie dei sindacati e della sinistra comunista, l'eco di dichiarazioni come queste, altamente infiammabili. Delle due l'una: o Bersani ha raccontanto balle al Fmi, o le racconta ai suoi compagni di coalizione. Tertium non datur.

Tuesday, February 06, 2007

Che cosa vuole questo Casini?

Pier Ferdinando CasiniNon si è ancora capito bene. Al Corriere della Sera parla di un «neocentrismo alla luce del sole», che non fa rima con «trasformismo».

Non gli piace il bipolarismo. Questo bipolarismo. Ma pare che non voglia neanche il «grande centro». Vorrebbe un bipolarismo che «fa perno sull'alternativa tra popolari e socialisti», in cui «le formazioni comuniste e quelle di estrema destra restano fuori dal gioco delle alleanze». Idea condivisibile, ma allora perché lo chiama «neocentrismo»? Forse perché secondo i suoi piani a sparire sarebbe la destra, marginalizzata e sostituita da un centro popolare che sta a destra rispetto a una sinistra socialdemocratica?

Il leader dell'Udc prosegue: «Il neocentrismo, d'altra parte, non può essere una formula politichese per indicare nuovi e forse improbabili contenitori. La sfida non può che essere nei contenuti». Ecco il Casini «volenteroso». Bene anche qui, vediamoli questi contenuti. Innanzitutto le priorità indicate dal Governatore Draghi: riforma delle pensioni e riduzione della pressione fiscale. Sulle pensioni, «a fronte di misure apparentemente impopolari, l'Udc dovrà schierarsi al fianco dei figli contro l'egoismo di noi padri». Ottimo.

Sulle tasse, Casini chiede di destinare le maggiori entrate alla riduzione del debito pubblico, premessa per una «strutturale» riduzione delle aliquote. Qui qualche dubbio ci viene. Non era l'Udc una delle forze politiche della ex maggioranza che ha maggiormente contribuito all'aumento della spesa pubblica e posto veti sulla riduzione delle tasse?

Ed è remota, infine, la possibilità che l'Udc sostituisca Rifondazione comunista nella maggioranza che sostiene il Governo Prodi, perché non ne ha i numeri.

A rendere nonostante tutto ambigua la politica di Casini è il fatto che da una parte ribadisce la sua opzione per il bipolarismo, seppure diverso da come è oggi, dall'altra per un sistema elettorale proporzionale, senza premi di maggioranza, tale da riprodurre un multipolarismo, o multipartitismo, da cui una forza politica come l'Udc avrebbe tutto da guadagnare, facendo da ago della bilancia, o da centro della palude.

Gli alleati ci chiedono chiarezza e affidabilità

Massimo D'Alema con Condoleezza RiceE' ufficiale, a casa nostra abbiamo un piccolo Chirac. Solo così si spiega l'arrogante e stizzita risposta del ministro degli Esteri D'Alema ai sei ambasciatori di paesi Nato nostri alleati che ci esortavano pubblicamente, con una lettera su la Repubblica, a confermare la nostra presenza militare in Afghanistan. Iniziativa che D'Alema definisce «un'inopportuna interferenza esterna nel corso di un processo decisionale su una materia che è e resta di esclusiva competenza del Governo e del Parlamento», chiedendo inoltre agli ambasciatori di operare con «un maggiore rispetto delle loro responsabilità e prerogative».

Alla Farnesina avevano cercato di accreditare l'ipotesi di una mezza gaffe dell'ambasciatore Usa in Italia, Spogli, indicato come il regista politico della lettera dei sei. Ma dal Dipartimento di Stato Usa non è arrivata nessuna smentita né correzione. Anzi, proprio per evitare ogni equivoco un portavoce ha definito «lodevole» l'iniziativa promossa e firmata da Spogli, e «perfettamente in linea» con le convinzioni di Condoleezza Rice.

Anzi, rientrerebbe in una sorta di campagna di «Public Diplomacy», suggerita dal sottosegretario Karyn Hughes, che impegna i diplomatici americani all'estero a «comunicare direttamente con le opinioni pubbliche dei paesi dove risiedono», ricorrendo a lettere o interviste televisive, metodi «del XXI e non del XVIII secolo», per far conoscere le posizioni dell'amministrazione Bush sulla guerra al terrorismo.

Quando in un governo a scontrarsi sono due «visioni del mondo», ha giustamente osservato Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, «da cui discendono idee opposte sulla collocazione internazionale del Paese, la sensazione che gli altri (la comunità internazionale) ne ricavano, a volte anche al di là della sostanza, è che a regnare sia la confusione, se non addirittura l'inaffidabilità. Il problema che ha il governo Prodi è come evitare di pagare un prezzo internazionale così alto senza rimuovere quell'ambiguità di fondo grazie alla quale il centrosinistra si è formato e tuttora vive».

Non sorprende però che, abituati ai bizantinismi e alle mosse paludate della politica italiana, il presidente del Consiglio e i ministri Parisi e D'Alema abbiano reagito con irritazione. Non hanno colto nella lettera la legittima richiesta di chiarezza e lealtà inoltrata al governo e alla politica italiani dai nostri alleati, ma si sono preoccupati piuttosto di quanto l'"ingerenza" possa indebolirli nel delicato confronto con la sinistra comunista.

Probabilmente l'iniziativa ha per Washington un secondo obiettivo di chiarezza: far capire al Governo italiano, ma anche al pubblico, al quale troppo spesso sulla politica estera viene raccontata tutta un'altra storia, che c'è una linea rossa dei buoni rapporti Stati Uniti-Italia da non oltrepassare. E questa linea di demarcazione oggi passa proprio per la riconferma dei nostri impegni in Afghanistan. Emma Bonino è tra i pochi ministri ad averlo detto chiaro e tondo: a Kabul «si resta senza ricatti».

Da Ernesto Rossi ai «volenterosi»

Ricordo più che opportuno di Ernesto Rossi da parte di Guido Gentili, sul Sole 24 Ore di oggi: «Di sinistra sì, fu Rossi. Ma anticomunista. E così liberale (e liberista temperato, tanto da definire don Sturzo un "liberista manchesteriano" dell'Ottocen­to) da non essere inquadrabile in una casella politi­ca. Con il metro di oggi potremmo definirlo un riformatore-liberale-volenteroso o un riformista blairiano ante litteram, a maggior ragione se si considera che voleva un'Europa unita modellata sull'esempio degli Stati Uniti».

Fu Ernesto Rossi a scatenare la polemica contro le responsabilità miste nell'Iri e nel capitalismo privato. Lo stato corporativo, non il "capitalismo selvaggio", fu al centro della sua analisi critica.

«E di che cosa discutiamo nel febbraio 2007?», si chiede Gentili:
«Degli incroci pericolosi tra economia e politica; di Fondo per le infrastrutture misto pubblico-privato; di controllo delle reti; di rinascita del modello Iri; di politica antitrust; di pubblica amministrazione inefficiente; di scarsa cultura del mercato; di rendite e grandi manovre finanziarie».
Fu «implacabile, Rossi, nel denunciare le commistioni tra politica ed economia, il conservatorismo dei sindacati, i socialisti... sempre a metà strada tra riformismo e massimalismo». Nel 1953 scriveva sul Mondo: «La mobilità e la libertà del lavoro sono condizioni necessarie perché tutta la manodopera possa essere impiegata a salari che eguaglino la sua produttività marginale»; «Il dinamismo economico ha un costo, ma rifiutarsi di pagare questo prezzo significa rinunciare al progresso».

Ha ragione Gentili: «Questioni attualissime», che la sinistra saprebbe affrontare meglio se l'egemonia culturale catto-comunista non avesse cancellato la memoria di personaggi come Ernesto Rossi.

Dal caso Catania al caso Italia: dove la legge è off limits

La curva del PalermoTicketing nominativo; adeguamento infrastrutturale degli stadi, con sistemi di videosorveglianza, tornielli all'ingresso e steward; "privatizzazione" dei costi della sicurezza; società responsabilizzate. Anch'io sono un sostenitore del "modello inglese" e mi sembrano tutte utili anche le misure decise dopo il vertice che si è tenuto a Palazzo Chigi, ma la mancanza di questi utili strumenti non autorizza gli ultrà a mettere a ferro e fuoco uno stadio o le vie circostanti. Credo, infatti, che vi sia qualcosa che venga prima di quel tipo di soluzioni. Il successo del "modello inglese" si deve prima di tutto a leggi durissime applicate fino in fondo, senza sgarrare, senza deroghe né proroghe, senza sociologismi ad attenuare la responsabilità dei singoli. Ecco, è qui il problema italiano.

Siamo ormai assuefatti a una "cultura emergenzialista": sull'onda dello sdegno sforniamo leggi su leggi che passate poche settimane vengono disapplicate, fino alla successiva ondata, che giustifica nuove misure annunciate stavolta come «drastiche». E così via. Prima di pensare a ulteriori provvedimenti, bisognerebbe chiedersi: nella vicenda Catania sono state applicate tutte le leggi e utilizzati tutti gli strumenti e le tecniche già a nostra disposizione? Perché le nostre forze dell'ordine non utilizzano idranti, pallottole di gomma, o altri metodi in dotazione alle polizie dei paesi più civili? E' normale che i 500 tifosi del Palermo siano stati fatti entrare all'inizio del secondo tempo? E' normale che sia stato permesso ai tifosi del Catania di attendere per un'ora i tifosi avversari al di fuori dello stadio? Non potevano essere dispersi, o costretti ad entrare? E' normale che con 1.500 uomini non si riescano a contenere cento, duecento, al massimo trecento tifosi? Queste cose nessuno se l'è chieste, perché in questo paese quando qualcosa va storto la prima cosa che a tutti viene in mente è che ci vogliono nuove leggi e nuovi strumenti, senza chiedersi se quelli vecchi sono stati utilizzati in modo appropriato e se le leggi esistenti sono state applicate.

Nessuno che si fermi a chiedersi se per caso la responsabilità di ciò che è accaduto non sia da attribuire anche a una cattiva gestione dell'ordine pubblico quella sera intorno allo stadio di Catania. Vogliamo almeno chiedercelo? I responsabili - il questore e il prefetto - hanno agito nel migliore dei modi? Per esempio, al prefetto spettava decidere se e quando far giocare la partita, che era noto fosse "a rischio", e se aprire lo stadio al pubblico nonostante non fosse a norma.

L'obiettivo primario delle forze di polizia non è l'incolumità dell'aggressore, ma garantire l'ordine pubblico e il rispetto della legalità. Se possibile, solo se possibile, preservando anche l'incolumità dell'aggressore. Meglio qualche ferito in più e qualche ora in meno di guerriglia. Siccome dalle molte immagini che si sono viste in televisione mi è sembrato che quei reparti avessero perso del tutto il controllo della situazione e che i violenti invece avessero il totale dominio delle strade, non direi che sia stata una grande prova.

Mi interessa però mettere a fuoco una questione che ritengo centrale, che attiene a una cultura giuridica e della responsabilità, a una certa idea dell'autorità e dell'ordine pubblico. Il problema non riguarda solo il calcio. Le manifestazioni, calcistiche e politiche, sono spesso zone franche dove sembra che la legge non viga. Tutto è permesso. Spaccare vetrine o aggredire poliziotti è ormai ritenuto la "normalità" e le stesse forze dell'ordine lasciano che la folla, o piccoli gruppi, si sfoghino, come se godessero di una speciale immunità. Ciò accade perché di fronte a un gruppo violento, e non a un singolo cittadino, garantire il rispetto della legge, difendere beni e persone, e punire i trasgressori, è più "costoso": significherebbe dover fare ricorso ad un livello più elevato di forza. Livello che spesso, una volta raggiunto, non trova legittimazione sociale e politica, suscita riprovazione morale da parte di alcune forze politiche e sociali e di settori rilevanti di opinione pubblica. Se venerdì sera a Catania si fosse torto un capello a uno di quei teppisti, staremmo qui a "processare" la polizia. Le forze dell'ordine non operano in un contesto culturale e politico che gli consente di scegliere in scienza e coscienza i mezzi più efficaci a tutela della legge e della vita degli agenti.

Ebbene, è un cedimento alla cultura dell'illegalità. Bisogna accettare fino in fondo, invece, che uno stato, perché democratico, liberale e di diritto, non è affatto chiamato a fare a meno dell'uso della forza. Anzi, in determinate circostanze è addirittura suo dovere farne uso, a tutela di quei cittadini che confidando nel patto contratto con il "monopolista dell'uso della forza" hanno rinunciato a praticare la violenza nei rapporti sociali, ma pretendono che questa rinuncia sia fatta valere effettivamente per tutti i membri della comunità.

Proprio in uno stato democratico e di diritto la violenza della polizia non può essere messa sullo stesso piano di quella dei tifosi: la prima è legittima e dev'essere tale da rendere inoffensivo l'aggressore; l'altra è illegittima sempre. Dunque, chiunque decida di infrangere la legge, e a maggior ragione se decide di usare violenza, si espone prima di tutto alla reazione delle forze dell'ordine, in un secondo tempo alle sanzioni previste dall'ordinamento giudiziario.

Ciò che accade nel nostro paese è che la responsabilità individuale è l'ultimo fattore che si considera nel momento in cui occorre sanzionare un comportamento violento. Si chiamano in causa la "cultura sportiva" e il "disagio sociale"; la società divenuta "troppo violenta"; i giornali, la moviola in tv e le trasmissioni radiofoniche, perché alimentano la logica amico/nemico; la testata di un calciatore; persino un rigore non fischiato; o magari i videogiochi. In questa selva di giustificazioni psico-sociologiche diventiamo "tutti colpevoli" e i veri colpevoli si confondono in mezzo a noi, rimanendo il più delle volte impuniti o quasi. E' come se il rispetto della legge non avesse un valore primario e prevalente su tutti gli altri, ma fosse una istanza tra le altre, da cui si può derogare a seconda dell'opportunità e delle circostanze.

Il paradosso è che per i reati commessi durante le manifestazioni invece dell'aggravante dei "futili motivi" sembra valere una sorta di attenuante "di gruppo". E' una cultura che ci pervade, anche inconsapevolmente, che pervade il poliziotto quando si trova di fronte a dei ragazzi con il passamontagna che assaltano un McDonald's e che pervade il giudice quando deve emettere la sentenza nei loro confronti. Dal giudice al singolo agente di polizia è un continuum di delegittimazione, sociale e politica, a praticare la "tolleranza zero", cioè a far rispettare fino in fondo, alla maniera "britannica", la legge.

Una spiegazione si trova anche nell'assetto istituzionale. Manca sul territorio un responsabile unico dell'ordine pubblico e della sicurezza che risponda del suo operato davanti alla cittadinanza. La responsabilità, invece, è diffusa, anzi direi dispersa, dal singolo questore a salire fino al Presidente della Repubblica. Un possibile rimedio sta nell'opzione federalista di abolire i prefetti, nominati dal governo centrale e privi di qualsiasi legame con le popolazioni locali, e assegnare pieni poteri ai sindaci eletti. Anche le procure, a causa dell'aberrazione dell'obbligatorietà dell'azione penale e di un malinteso concetto di independenza, sono "irresponsabili" di fronte alla cittadinanza.

Mancano quindi i canali istituzionali attraverso i quali far passare la legittimazione politica di cui forze dell'ordine e magistratura avrebbero bisogno per superare i pregiudizi, le pastoie e le pressioni culturali che declassano l'applicazione rigorosa della legge a obiettivo meramente accessorio.

Occorre poi tenere presente che mille condanne anche esemplari valgono poco di fronte a uno spot in diretta televisiva come quello di venerdì sera. Anche se si è dotati dei mezzi più efficaci per individuare i responsabili, il danno è fatto. Scene come quelle, di completo dominio delle strade da parte dei teppisti a fronte di una polizia impotente, diffondono nell'immaginario collettivo l'idea stessa dell'impunità, che si possa cioè scatenare una guerriglia, uccidere un agente, mettere in fuga la polizia e farla franca. L'effetto che si ottiene è di esaltare gli autori delle violenze e spingere all'emulazione.

Non si può non prendere atto con realismo che non è la prospettiva di una condanna, anche severa, o di una penalizzazione inflitta alla propria squadra - entrambe misure comunque indispensabili - che può dissuadere un ultrà. Vale, infatti, la psicologia del singolo che si muove nella folla: si sente immune, trasferisce a un'entità astratta il suo senso di colpa, non ha la lucidità necessaria per calcolare razionalmente le sanzioni penali a cui va incontro. In quel momento la possibilità che venga individuato e punito è così remota dal suo orizzonte temporale, che l'unico freno sta negli ostacoli fisici che incontra di fronte a sé. Se invece ciò che sperimenta è l'assenza di qualsiasi argine, allora si rende conto che le sue azioni non hanno "costi", che le convenzioni sociali non hanno alcun valore se non è lui stesso ad attribuirgliene. Così possono cadere tutte le inibizioni, e diviene capace di atti sempre più violenti.

Per questo l'unico deterrente è non permettere che i teppisti se ne tornino a casa euforici e sulle proprie gambe. E' rendere credibile, una certezza matematica nella testa di tutti, che mettere a ferro e fuoco uno stadio, o una città, è un'impresa praticamente suicida, non una ragazzata di cui il lunedì ci si potrà vantare con gli amici.

Monday, February 05, 2007

The Show Must Go On

«Esaltati e irresponsabili» coloro che parlano di un lungo stop del campionato e di partite indiscriminatamente a porte chiuse. «Il calcio non può chiudere, i morti sono parte del sistema. La Fiat per rilanciarsi non si è certo fermata. Noi siamo addolorati, ma lo spettacolo deve continuare». Parole che hanno suscitato l'indignazione dei vertici del Coni e della politica quelle del presidente della Lega Antonio Matarrese, il rappresentante dei club. Lo stesso Matarrese nel pomeriggio ha però precisato il senso di affermazioni effettivamente ciniche e prive della minima sensibilità.

Tuttavia, nella sostanza, per una volta siamo d'accordo con Matarrese e le decisioni delle ultime ore gli stanno dando ragione. In un momento di straordinario conformismo, nel quale ancora una volta la vera «follia», nella forma di un'isteria collettiva, sembrava essere quella delle autorità, sportive e politiche, anche se espresso malamente il suo è stato l'unico cenno di lucidità, in quanto espressione del legittimo interesse dei club a che lo show vada avanti e non rimanga ostaggio di pochi violenti che lo Stato non riesce ad arginare.

Tanto lucide, nella sostanza, le parole del presidente della Lega, che lo stesso commissario della Figc, Pancalli, che venerdì aveva prospettato lo stop a tempo indeterminato, adesso ritiene tecnicamente possibile tornare sui campi già da domenica prossima. Dunque, la notte porta consiglio, ma soprattutto c'è una macchina fabbrica-soldi da rimettere in moto. Senza ipocrisie, giusto che sia così, anche perché tutte le misure più opportune possono essere prese a campionati in corso: basta volerlo.

Tra un ministro degli Interni che dopo il ritiro dall'Iraq voleva ritirare la polizia anche dagli stadi e dalle strade circostanti e l'immancabile sociologia da salotto, e rispetto a proposte ragionevoli come quelle avanzate da Gianni Mura, continuo a ritenere che la violenza negli stadi e fuori da essi, così come l'assassinio di Raciti a Catania, poco abbiano a che fare con il calcio e certo il mondo del calcio da solo non può risolverli.

Partite senza pubblico negli stadi non a norma; estesa da 36 a 48 ore la flagranza di reato «differita»; steward Coni-società sugli spalti; stop alla vendita di blocchi di biglietti alla società ospitata (ma chiunque rimarrà libero di comprare il biglietto «singolarmente»); "divieto di accedere a manifestazioni sportive" predisposto anche in via preventiva; vietati i rapporti economici tra club e ultrà. Tutte utili le misure decise dopo il vertice che si è tenuto a Palazzo Chigi, ma mi pare che ancora sfugga la questione centrale, che attiene a una cultura giuridica, dell'ordine pubblico e della responsabilità...
SEGUE

Programma Draghi e «totalitarismo soft»

Meno tasse, meno spesa pubblica, riforma delle pensioni, concorrenza

Se sia o meno un programma "di opposizione" quello esposto dal Governatore della Banca d'Italia Mario Draghi sabato scorso a Torino (testo integrale) dipende soprattutto dal Governo Prodi; da se, e da quanto, risponderà positivamente alle sollecitazioni che vi sono contenute.

Certo, i segnali di ieri non sono incoraggianti. A cominciare dal ministro Bersani, che sembra non avere alcuna intenzione di andare fino in fondo con le liberalizzazioni dei servizi pubblici locali (a partire, per esempio, dall'acqua) e che non ritiene che si possano «brandire le riforme come una clava, neanche quella delle pensioni, neanche fossimo in emergenza...».

Soprattutto, quando sostiene che per le reti non occorre per forza la mano pubblica, ma un «radicamento nazionale», questo sì, sembra confermare i sospetti più inquietanti sul nuovo Fondo per le Infrastrutture: un'impresa ibrida, a capitale per lo più privato ma rigorosamente «italiano», però sotto il controllo del Ministero del Tesoro tramite la Cassa Depositi e Prestiti. Formalmente non un ente pubblico, ma, appunto, dalla carta d'identità «nazionale».

Vito Gamberale, manager statale di vecchia conoscenza chiamato a guidarlo, ha già annunciato al Corriere che questo Fondo intende partecipare alla governance di società che gestiscono strade, autostrade, parcheggi, porti, aeroporti, tratte ferroviarie, ma anche reti di trasmissione di elettricità, gas, telecomunicazioni.

Data la lista di acquisizioni ipotizzate, è più che lecito sospettare che dietro ci sia un'immensa operazione di potere. Il Fondo, a cui partecipano lo Stato e alcune banche amiche del presidente del Consiglio, controllerebbe una parte immensa della nostra economia, ma al di fuori delle regole di mercato, in regime di monopolio. Quindi, senza svolgere alcuna funzione imprenditoriale, ma assicurando ai partecipanti al Fondo grandi rendite. In che modo banche e fondazioni bancarie ricambieranno è facile immaginarlo.

«Il solo mercato che il governo sta aprendo è quello del favore politico, per il quale il mondo degli affari deve competere», scrive Carlo Stagnaro, dell'Istituto Bruno Leoni, sul Wall Street Journal.

Si riparla di «politica industriale», osserva con rassegnazione Piero Ostellino sul Corriere, che è poi «la versione moderna dell'esercizio feudale del potere politico centrale». Bloccata la fusione fra Autostrade e la spagnola Abertis; fissato un tetto alla raccolta pubblicitaria da parte di Mediaset; il Fondo infrastrutturale che «sembra preludere alla nazionalizzazione surrettizia delle reti distributive (luce, gas, telefoni, autostrade)»; la parziale privatizzazione di Alitalia, non con un'asta pubblica, ma con un negoziato privato le cui condizioni sono tali da poter interessare solo qualche finanziere che miri non al rilancio della compagnia, ma a farci su un po' di soldi rivendendola dopo qualche tempo.

Ancora più scoraggiante è vedere emergere una contrarietà bipartisan alle liberalizzazioni delle reti. All'unisono con Bersani, infatti, anche il presidente di An, Gianfranco Fini, chiudendo una conferenza programmatica proprio sui temi economici, ha sottolineato che «le reti strategiche devono restare pubbliche per ragioni di sicurezza», rivalutando persino il piano Rovati su Telecom. Si fanno largo anche nel centrodestra, grazie soprattutto all'anti-mercatista Tremonti e ad An, le posizioni stataliste che sembrano prevalere già nel centrosinistra.

Il Paese, conclude Ostellino descrivendo come meglio non si potrebbe i meccanismi di gestione del potere da parte del "regime", «affonda in un "totalitarismo soft" e neppure se ne accorge. I media ne sono la sindrome. E anche un po' la causa». Segue la tristissima replica di Sircana, portavoce del premier.

Siamo l'anello debole

Davvero imbarazzante per il Governo Prodi questa «lettera aperta agli italiani» da parte degli ambasciatori Nato di Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia, Canada, Olanda e Romania.

Partendo dall'apprezzamento del nostro «fondamentale» contributo, invitano l'Italia a non deviare dalla sua linea e a proseguire la missione in Afghanistan, anche perché in primavera è prevista una campagna militare e di ricostruzione decisiva per il futuro di quel paese da poco liberato dalla schiavitù dei Talebani.

Il fatto che ben sei paesi, tra cui Stati Uniti e Gran Bretagna, abbiano avvertito l'esigenza di rendere pubblico il loro invito all'Italia la dice lunga su quanto il nostro paese sia circondato da un'aurea di inaffidabilità. E' comprensibile che i nostri alleati siano preoccupati e non più certi della nostra determinazione nella lotta contro il terrorismo. Prima il ritiro dall'Iraq, poi le critiche alle operazioni Usa contro Al Qaeda in Somalia, quindi le polemiche sull'ampliamento della base militare americana a Vicenza e, ora, anche lo scricchiolio della maggioranza sul rifinanziamento della missione in Afghanistan.

Altro che anomalia, irritualità, o ingerenza. Anzi, frequentemente, per esempio, leader stranieri intervengono con lettere aperte o interviste sulle pagine dei principali quotidiani di un paese auspicando che questo adotti un certo comportamento. E' capitato anche di recente con l'intervista rilasciata dal premier iracheno al Maliki a un quotidiano italiano.

Saturday, February 03, 2007

La soluzione non è fermare i campionati

Per i violenti doppia vittoria: lo scacco al sistema

Questo Paese ama compiacersi dei suoi riti ma non riesce mai a risolvere un problema che è uno. Quindi adesso vedremo ripetersi i soliti dibattiti, sentiremo pronunciare le solite prediche («siamo tutti responsabili»), chiamare in causa la «cultura sportiva» e il «disagio sociale», costituire i soliti «tavoli permanenti» con tutte le autorità, sportive e politiche, dare (o tentare di dare) i soliti «segnali forti».

Ma l'idiozia più grossa l'ha sparata questo commissario straordinario della Figc, Pancalli: «Non è sufficiente una giornata. Senza misure drastiche non si riparte». Vedremo se manterrà questa sua promessa, visto che sono decenni che si tenta di porre rimedio alla violenza nel calcio e non sono mai state prese misure non dico drastiche, ma neanche serie. Anzi, non si applicano neanche le norme che già ci sono, né vengono eseguite fino in fondo le più basilari strategie e tecniche di ordine pubblico utilizzate in tutto il mondo civile.

Tutta questa ipocrisia, questo sdegno, servono in realtà a metterci la coscienza a posto, perché non serviranno a risolvere il problema. E questi signori lo sanno, o dovrebbero rendersene conto. Non serve farsi prendere dall'emotività del momento.

Sappiamo tutti che già dalla prossima settimana cominceranno le pressioni dei club, dei giocatori, delle tv, del pubblico, e di tutto quanto ruota attorno a questo fantastico mondo del calcio, per ricominciare a giocare. E' ovvio: dietro ogni singola partita c'è un mondo che lavora, gioca, perde o guadagna, si appassiona. In una parola: vive. Pensare di fermarlo non è solo illusorio ma anche profondamente sbagliato e ingiusto.

Siccome Voi Autorità non riuscite a tenere a bada qualche decina di teppisti, per dei mesi centinaia di migliaia di calciatori dovrebbero non giocare, centinaia di club vedere ridursi attività e guadagni, migliaia di addetti ai lavori e giornalisti non lavorare, un'intera economia fermarsi, milioni di appassionati perdere il loro spettacolo. Tutto questo per qualche decina di delinquenti? Ci facciamo dare scacco in questo modo? Ma soprattutto, a che serve? Funziona?

C'è qualcuno che davvero pensa che i ragazzi che stasera stavano lì a scontrarsi con la polizia si «fermino a riflettere» sulla «follia» dei loro gesti? La risposta è no. Forse rifletteranno, sì, ma esaltati, orgogliosi delle loro grandi imprese. Così, oltre a regalare ai teppisti il dominio delle strade intorno allo stadio di Catania, gli avremo concesso anche quello del calcio, dei media, della politica. Saremo - anzi, già siamo - loro ostaggi.

Il problema non è il «disagio sociale», ma è vedere la polizia che arretra, che non carica cento, massimo duecento, teppistelli appena maggiorenni, e che - al limite - non esploda neanche un colpo dopo che un agente ci ha lasciato la pelle. Oggi abbiamo avuto l'ennesima conferma che anche il teppismo uccide e che non ci possiamo permettere di essere indulgenti. La soluzione non è «fermarsi a riflettere». Tutti sanno qual è la soluzione e tutti sanno qual è il «modello inglese» di cui tanto si parla. E' la più ovvia, ma nessuno si vuole prendere la responsabilità di adottarla, perché è più facile fare l'autocoscienza in tv e sui giornali per una settimana o due.

Non dev'essere mai, mai permesso ai violenti di dominare lo spazio pubblico: né le strade, né le tv e i giornali. E' la sensazione di dominio, sentire di avere l'intero mondo del calcio, e persino la politica, tutti piegati ai loro piedi e impotenti, è questo che li esalta, come l'odore del sangue per uno squalo. Oltre alle vite spezzate di un ragazzo di 38 anni e dei suoi famigliari, che non hanno prezzo, il danno peggiore che l'impotenza delle forze dell'ordine ha provocato questa sera sta nella diffusione dell'immagine stessa dell'impunità, che si possa cioè scatenare una guerriglia, uccidere un agente, mettere in fuga la polizia e farla franca.

La soluzione è non permettere che dopo gli scontri i teppisti se ne tornino a casa euforici e sulle proprie gambe. La soluzione è un mese d'ospedale a riparare le ossa rotte e qualche anno di galera. La soluzione è rendere credibile, matematicamente certo nella testa di tutti, che mettere a ferro e fuoco uno stadio, o una città, è un'impresa praticamente suicida, non una ragazzata di cui il lunedì ci si potrà vantare con gli amici.

Non dobbiamo commettere l'errore di attribuire allo sport un fallimento che è di uno Stato, di un modello di società in cui la responsabilità non è mai individuale, ma sempre di tutti e quindi di nessuno, di un'idea marcia della democrazia, in cui l'autorità è delegittimata e intimidita in partenza, perché metti il caso che stasera si fosse torto un capello a uno di quei teppisti...

Friday, February 02, 2007

Dai Ladroni al Pantheon

Banda BassottiSi riuniscono come una banda di ladroni per studiare il colpo, al riparo da orecchie indiscrete, davanti a un piatto di pastasciutta. Di finanziamento pubblico ai partiti non si discute in Parlamento, alla luce del sole e davanti agli occhi vigili dell'opinione pubblica, ma nel chiuso di un ristorante, da Fortunato al Pantheon, tra i tesorieri, tutti concordi nel far approvare un disegno di legge secondo cui i partiti potrebbero costituire «fondazioni politico-culturali».

Di per sé nulla da dire, se non che queste fondazioni potrebbero ricevere «contributi pubblici per il finanziamento di programmi culturali e di formazione». Ma non è tutto: secondo quanto prevede il ddl, infatti, potrebbero anche utilizzare dipendenti pubblici scaricando sullo Stato tutti i costi, compresi quelli previdenziali.

Personale in aspettativa di aziende private, o dipendenti «di ruolo e non di ruolo dell'amministrazione statale, di enti pubblici e società con capitale interamente o parzialmente pubblico» (cioè anche di Poste, Eni o Enel) potranno lavorare per le fondazioni dei partiti e il tempo che vi trascorreranno sarà computato «ai fini della progressione di carriera, dell'attribuzione degli aumenti periodici di stipendio e del trattamento di quiescenza e assistenza». Anche i contributi pensionistici, quindi, saranno a carico dello Stato. Le aziende private che concederanno l'aspettativa avranno «la possibilità di assumere personale sostitutivo con contratto a tempo determinato».

Insomma, dallo Stato-Partito siamo ai Partiti-Stato, ma sempre di una vera e propria forma di totalitarismo si tratta.

Chi non ne vuole sapere, e chiede di ridiscutere pubblicamente l'intero meccanismo di finanziamento ai partiti è, solitario o quasi, il radicale Maurizio Turco. E noi siamo con lui.

Cos'è più trendy? E "de sinistra"?

Pare che il mio endorsement per Nicolas Sarkozy alle prossime elezioni presidenziali francesi abbia suscitato alcune reazioni. Malvino dice che sono «trendy per natura», come dimostra l'incipit del mio post: «Dopo che i miei "intellettuali" di riferimento di cose francesi si sono espressi, il mio endorsement va...»

Il suo, invece, va a Ségolène Royal, perché Sarkozy gli sta «terribilmente sul cazzo», gli «puzza di liberale taroccato», uno che dice di voler «ripulire le periferie dalla feccia».

Ebbene, proprio sull'argomento banlieu, al di là di uscite infelici, e anche strumentalizzate, Sarkozy promette di ricorrere anche a discriminazioni "in positivo", se necessario, superando il principio di uguaglianza formale, per sradicare ineguaglianze "di pelle, domicilio, e cognome". E comunque il rispetto della legalità, anche nelle periferie, è la prima delle questioni sociali. Perché di chi credete che fossero le centinaia di auto bruciate in quei quartieri, di de Villepin forse?

Sul fatto di essere trendy, cosa c'è oggi di più trendy di sostenere il ciclone Ségolène? Quelli che stanno con Sarkozy, si sa, sono o maschilisti o fascisti. Per quanto mi riguarda, tra chi appoggia la Royal perché donna (vedi Pannella e i radicali) e i "miei intellettuali", che qualche argomento, direi abbastanza fondato, si sono sforzati almeno di esporlo, non ho dubbi.

Probabilmente Sarkozy non è neanche liberale, e certo non tutto mi convince delle sue politiche (non sarò mai contrario all'ingresso della Turchia in Europa), ma tra due candidati di solito si tende a optare per il meno peggio. Ségolène, con le sue gaffe, mi sembra un fenomeno mediatico neanche troppo riuscito (ma questo lo vedremo). Il punto è che - almeno secondo quanto ci racconta Glucksmann (che non è noto per essere gollista, o "di destra", ma uno dei pochi intellettuali attivi di "sinistra liberale"), Sarkozy rappresenta un elemento di «rottura» in positivo con un certo becero gollismo, mentre in Ségolène non vi è nulla di nuovo rispetto a un socialismo conservatore che ancora «si crede moralmente infallibile e mentalmente intoccabile». Si può condividere o meno, ma è un'analisi, non un riflesso identitario.

Formamentis cede all'irresistibile tentazione di incasellare ogni cosa all'interno di categorie che non reggono più alla prova dei fatti (destra/sinistra). E allora la spiegazione di quel mio endorsement è che... beh, si sa... che volete? JimMomo «viaggia con una patente falsa, cioè sta temporaneamente a sinistra per migliorare la destra, che è poi il suo elemento naturale», e invece «non sopporta la sinistra». Dunque, sono preda del richiamo populistico alla «Francia del cuore», mentre «nel cuore di una nazione» non può esserci che «il solito vuoto del linguaggio ruffiano e carismatico». Se la nazione vota a destra, s'intende...

Oh, dico, mai uno che si soffermasse sul merito. Il più delle volte i commenti più arguti ai miei post sono tutti volti a etichettarmi di "destra" o di "sinistra". Quelli di là mi dicono che sono di sinistra, di qua mi dicono che sono di destra. Ma cosa sono destra e sinistra? Ammesso - e non concesso - che libertà ed equità siano concetti e valori che appartengono alla sinistra, certa sinistra non è più a "destra" della destra? Fate vobis, io mi accontenterei di dire qualcosa di liberale, di restare il più possibile attaccato, direi incatenato, ai fatti.

E a chi proprio non può fare a meno delle etichette vorrei ricordare di considerare almeno che il mio unico riferimento, di cui condivido le politiche al 99%, al momento è Tony Blair.

Grazie a quella volpe di Intini

La tesi del complotto «è suggestiva e insieme autoconsolatoria», osserva Massimo Franco, sul Corriere di oggi, ma il centrosinistra non ha che da prendersela con se stesso per quanto accaduto ieri al Senato. Si è trattato di «un maldestro pasticcio parlamentare» e dell'ennesima figuraccia politica dovuta all'«esigenza di non rompere con l'estrema sinistra», che non fa che confermare come oggi in Europa sia impossibile per una sinistra che voglia essere davvero democratica e liberale governare con i comunisti. Si possono sommare i voti alle elezioni, e anche vincerle, ma l'esito è inevitabilmente un malgoverno o un non-governo che aliena il consenso per gli anni a venire.

Segnalo la fantozziana intervista, a Radio Radicale, di Intini, tra i maggiori responsabili (purtroppo della Rosa nel Pugno) della figuraccia fatta ieri al Senato.

Bordon ha le idee chiare su quanto è accaduto: «Un errore di gestione da parte di chi ha dato indicazione di voto da parte del Governo». Cioè di quella volpe di Intini. Insomma, da un sottosegretario agli Esteri ci si aspetta maggiore accortezza. Anche se quella posizione gli fosse stata suggerita, avrebbe dovuto usare tutti gli strumenti cognitivi a sua disposizione e accorgersi della sua assurdità.

«Nel momento in cui la maggioranza vota contro un ordine del giorno che esprime parere favorevole all'operato del Governo si apre un problema politico», spiega correttamente Bordon. «Se ancora qualcosa contano gli atti parlamentari dal punto di vista formale, il Senato ha approvato l'operato del Governo. Tutto il resto è bizantinismo puro, che ci allontana dall'opinione pubblica, non è raccontabile...»

Da Chirac, e dall'Europa, i veri pericoli

La recente uscita del presidente francese Chirac, per il quale in caso di lancio di una bomba atomica iraniana su Israele prima ancora che il bersaglio sia colpito Teheran sarebbe «rasa al suolo», è emblematica di un sentimento diffuso tra i governi europei. La Francia - e l'Europa - mettono in conto l'eventualità di un attacco nucleare contro Israele. Non avvertono l'urgenza di fermare i piani di Teheran, perché confidano nel fatto che sarà Israele stesso a cavarsela, difendendosi da un eventuale attacco. Insomma, come dire che non ci riguarda.

Più che opportune, quindi, le domande che Ostellino gira al ministro degli Esteri D'Alema per sapere...
«Che cosa egli pensi di un Paese membro delle Nazioni Unite (l'Iran) che minaccia di distruzione un altro Paese membro (Israele); se e come l'Italia, tanto attenta alla diplomazia multilaterale, voglia far sentire nelle sedi multilaterali per eccellenza (le Nazioni Unite e l'Unione europea) la propria voce, che non sia il solito generico appello al "dialogo" fra le parti, di fronte alle ripetute minacce del presidente iraniano Ahmadinejad; come il nostro Paese possa e voglia concorrere, in concreto e in sintonia con i suoi alleati europei e gli Stati Uniti, a scongiurare la prospettiva di una guerra nucleare fra Iran e Israele; che cosa, infine, il governo cui egli appartiene intenda fare, sul piano interno e bilaterale, per evitare che i crediti alle nostre legittime esportazioni verso l'Iran si trasformino, di fatto e per quanto indirettamente, in unìoccasione di "affari illeciti" — come denuncia Washington — che comporterebbe una grave responsabilità politica e morale da parte nostra. Una risposta chiara e definitiva sarebbe utile e gradita».
Più diretto, contro Chirac, Oscar Giannino: «Lo vogliamo ammettere, che il campione della politica del no all'intervento in Iraq mostra di essere un vecchio pericoloso e irresponsabile di primo calibro?»

Ancora più irresponsabile visto che a Teheran avranno sicuramente registrato e inteso le dichiarazioni del presidente francese per ciò che significano: sostanziale via libera, anche se l'Europa formalmente è costretta a far vedere di voler dissuadere l'Iran dal dotarsi dell'atomica.

Thursday, February 01, 2007

Autostrade-Abertis. Dall'Ue sberla annunciata

Bruxelles dà ragione alla Bonino e torto a Di Pietro. Non si è capito, fino ad oggi, se la libertà di movimento che ha avuto il ministro delle Infrastrutture sia dovuta o meno a un sostanziale silenzio assenso da parte del Presidente del Consiglio nell'intralciare la fusione Abertis-Autostrade.

Comunque, l'intervento del prodiano Costa, oggi su Europa, lascia supporre che la ricreazione per l'ex p.m. sia finita e che Prodi voglia riprendere in mano la situazione. Sarebbe un successo lampante della Bonino, nonostante il profilo basso e responsabile mantenuto dal ministro del Commercio internazionale e delle Politiche europee.

La Bonino aveva avvertito il Governo preventivamente del rischio di andare a sbattere lasciando fare Di Pietro. E così è stato. E' stata accertata in via preliminare la violazione da parte dell'Italia della normativa europea sulle fusioni, ma il Governo può ancora presentare le sue obiezioni. Se non riuscirà a convincere la Commissione verrà formalmente aperto il procedimento di infrazione.

Nel comunicato della commissaria alla Concorrenza Kroes è spiegato cosa si rimprovera all'Italia. Non il fatto «che le autorità nazionali possano verificare che il titolare di una concessione rimanga redditizio sotto il profilo finanziario e in grado di adempiere ai propri obblighi di investimento dopo una concentrazione», ma che questo «processo di autorizzazione nazionale» venga di fatto «utilizzato per ottenere concessioni relative a problemi di regolamentazione precedenti» e «per risolvere eventuali problemi futuri derivanti dalle disposizioni di una concessione esistente».

In sostanza, si accusa il Governo italiano di aver sfruttato la situazione della possibile fusione per ritrattare una concessione già sottoscritta. Per riscrivere a proprio vantaggio le regole e i termini di un contratto esistente. Un comportamento autolesionista, tra l'altro, perché incide negativamente sulla certezza del diritto e sulla fiducia degli investitori.

Il Governo ha una nuova maggioranza: accetta o rifiuta?

Un Parisi sconsolatoHo visto cose che voi umani... oggi al Senato. Proprio non si può dire che questa volta sia stata l'opposizione a respingere quell'approccio bipartisan che su certe questioni di interesse nazionale come la politica estera tutti auspicano vi sia.

«Il Senato, udite le comunicazioni del Governo, le approva». Sono queste le uniche, semplici, inequivocabili parole contenute nell'ordine del giorno presentato oggi in Senato dall'opposizione nel corso del dibattito sull'ampliamento della base militare Usa a Vicenza. Ebbene, paradossalmente, il viceministro degli Esteri Ugo Intini, a nome del Governo, ha espresso parere contrario, accogliendo, invece, solo la mozione della maggioranza, ben più articolata, piena di condizioni e distinguo, e che si limitava a «prendere atto» delle comunicazioni del ministro della Difesa Parisi.

L'odg del centrodestra è passato (152 sì, 146 no e 4 astenuti. Tra i voti decisivi, quelli di Andreotti e De Gregorio), quindi precludendo il voto su ogni altro documento, contrario o anche solo "diminutivo" dell'odg già approvato. Tra un ordine del giorno che «appprova» incondizionatamente la relazione di un ministro e un altro che si limita a «prendere atto», ponendo condizioni, l'approvazione del primo preclude il voto sul secondo, perché lo batte o, come minimo, lo assorbe.

Per un giorno l'opposizione è stata quindi "maggioranza" e ha dato la fiducia al Governo, e la maggioranza è stata "opposizione". E il Governo? E' riuscito ad andare sotto dando parere contrario a un ordine del giorno che approvava incondizionatamente la sua linea di politica estera e di difesa. D'altra parte, da questa situazione il centrosinistra non poteva uscire indenne. Perché se anche vi fosse stato parere favorevole, l'odg dell'opposizione avrebbe ottenuto i voti di gran parte ma non di tutta la maggioranza. Non di Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi e di qualcuno dell'Ulivo. Dunque, con qualunque esito sarebbero emerse comunque le divisioni in seno alla maggioranza stessa sulla politica estera.
Se Intini fosse stato un poco sveglio, almeno il Governo non si sarebbe contraddetto. Avrebbe fatto miglior figura se non avesse rigettato un odg che approvava senza condizioni la sua linea. Un bizantinismo davvero incomprensibile. Invece, il viceministro della Rosa nel Pugno s'è dimostrato per quello che è: una mezza figura.

Dal punto di vista politico il risultato ora è che il Governo ha un'altra maggioranza rispetto a quella uscita dalle elezioni. E ciò non può non avere una ripercussione anche istituzionale. Per esempio, il Presidente del Consiglio dovrebbe venire in Parlamento a dire se accetta la fiducia da parte di questa nuova maggioranza e salire al Quirinale per illustrare al Presidente della Repubblica la situazione e le sue intenzioni. Lo farà? C'è da dubitarne, ma se non lo facesse vorrebbe dire che di fatto accetta di governare con maggioranze variabili.

Welby. Il medico fece il suo dovere

«La Commissione disciplinare dell'Ordine dei Medici di Cremona ha deciso all'unanimità di archiviare il caso Riccio». L'annuncio ufficiale, stamani, del presidente dell'Ordine Andrea Bianchi, in apertura di una conferenza stampa.

Né eutanasia, né accanimento terapeutico, ma l'accoglimento da parte del medico della richiesta del paziente di sospendere la terapia. In questa intervista Giuliano Amato traccia i confini tra eutanasia (intervento attivo per porre termine a una vita) e accanimento terapeutico, di cui ha senso parlare solo nei casi in cui il paziente non è in grado di esprimere la sua volontà, perché negli altri casi si tratta di semplice interruzione della terapia.

«Personalmente sono molto contento, questa vicenda era per me motivo di grande preoccupazione», commenta l'anestesista Riccio all'agenzia radiofonica GRT:
«Al di là dell'aspetto personale, deontologicamente parlando, questa decisione stabilisce un principio molto importante: interrompere una terapia ora è possibile anche quando questa, come si è trattato nel caso di Welby, è una terapia salvavita. Ora spero che sia l'occasione per permettere un ulteriore dibattito su queste tematiche nel nostro paese».
A questo punto bisognerebbe fare un po' di chiarezza per capire di quale legge ci sia effettivo bisogno.

Al Corriere Paolo Bodini, senatore dell'Ulivo:
«Approvo in pieno il comportamento di Riccio. Innanzitutto perché è tutelato dal codice deontologico. Ma anche da cristiano mi sento di dire che quanto è successo a Welby non viola né la legge né la morale: il malato che accetta il suo destino, magari stanco dopo una lunga sofferenza, non va contro Dio. Anzi il suo desiderio può essere quello di ricongiungersi con il Padre. Welby senza il respiratore sarebbe morto, non c'è stato nessun ruolo attivo del medico nel provocare il decesso».