Tuesday, May 31, 2005

Ratzinger bifronte, pronto a ogni evenienza

In Political Step, Pope Confronts Law on Fertility". In questo articolo il New York Times si occupa di noi, della campagna referendaria sulla legge 40. Cito:
«How can you say this is the great threat of the 21st century, it's a question of life and death - and then tell people to go to the beach?», asked Daniele Capezzone, secretary general of the Radical Party.
Ok, era solo per dovere di cronaca.

Ieri il capo dei vescovi italiani Camillo Ruini ha ribadito il suo appello all'astensione:
«E' ormai molto vicino il referendum riguardante la procreazione assistita. La nostra posizione in merito è nota ed è quella indicata anche dal Comitato Scienza & Vita: siamo cioè per una consapevole non partecipazione al voto, che ha il significato di un doppio no, ai contenuti dei quesiti sottoposti a referendum, che peggiorano irrimediabilmente e svuotano la legge, riaprendo in larga misura la porta a pericolosi vuoti normativi, e all'uso dello strumento referendario in una materia tanto complessa e delicata».
All'assemblea della Cei, Benedetto XVI non ha fatto mancare la sua parola:
«Siete attualmente impegnati a illuminare e motivare le scelte dei cattolici e di tutti i cittadini circa i referendum sulla procreazione assistita ormai imminenti: proprio nella sua chiarezza e concretezza questo vostro impegno è segno della sollecitudine di voi pastori verso ogni essere umano che non può mai essere ridotto a mezzo ma è un fine, come insegna Cristo e come ci dice ragione umana».
Dunque, Ruini ha ottenuto l'endorsement che tanto aspettava per la sua campagna astensionista, per il quale ha tanto sudato, pressando il Santo Padre? Da fine intellettuale, le parole del Papa sono cautamente soppesate. Un suo silenzio, o un passaggio troppo vago senza riferimenti alla scadenza referendaria, sarebbero apparsi come una sconfessione. Una strada comunque non percorribile, visto che la campagna è partita prima della morte di Wojtyla. Dunque, analizziamo quel testo.

Il sospirato endorsement papale è stato ottenuto, e forse esagera Antonio Tombolini, secondo cui nel parlare di «scelte» al plurale il Papa avrebbe «auspicato la pluralità di scelte civili e politiche dei cattolici». I sostantivi usati, «chiarezza e concretezza», non lasciano spazio a dubbi, rappresentano un convinto sostegno del Papa allo strumento politico, tattico e strategico, scelto dai vescovi italiani. Tuttavia, Ratzinger ha voluto anche sottolineare che si tratta del «vostro impegno»... «Vi sono vicino in tale impegno». In quel «vostro» rintracciamo un'ambivalenza, un distinguo dai vescovi italiani e da chi li guida che potrebbe tornare utile, il rispetto della loro autonomia, un sostegno solo "paterno" e non militante, che si addice al Primate di una Chiesa non italiana ma universale.

Questi distinguo non risolvono i nodi della polemica sull'ingerenza del Papa, e tantomeno sull'offensiva vaticana. Nota Marco Politi, su la Repubblica, che il discorso papale nel suo complesso fa supporre che «il neo-eletto lotterà perché l'Italia rimanga una trincea avanzata contro la secolarizzazione che ha invaso l'Occidente».
«Vincere la battaglia del referendum significa per Ratzinger contrastare lo spettro della de-cristianizzazione, da lui evocato ancora una volta ieri: "Una forma di cultura, basata su una razionalità puramente funzionale, che contraddice e tende a escludere il cristianesimo e in genere le tradizioni religiose e morali". Tendenza diffusa un po' ovunque in Europa. Ma – ed è questa la frase che ha fatto scattare l'attenzione dei presenti – "qui in Italia la sua egemonia non è affatto totale e tantomeno incontrastata"».
Le battaglie militanti però, dovrebbero esser condotte autonomamente dagli episcopati nazionali, che se ne assumono la responsabilità salvaguardando l'immagine universale del Papa.
Ecco io credo, l'ho spiegato in post precedenti, che la scristianizzazione del nostro continente non è dovuta né alla secolarizzazione né al relativismo. Se in America il sentimento religioso fiorisce, in Europa la sua debolezza si deve alla reazione di quanti vedono nella Chiesa un partito, nei vescovi i sodali del potere.

Ho già espresso la mia posizione sulla questione «libertà d'espressione e abuso di potere spirituale». In sostanza, mi opporrò sempre a chi sostiene che gli ecclesiastici di ogni grado e ordine non possono esercitare la libertà di esprimere il proprio pensiero o di condurre campagne. Sarebbe come uccidere una seconda volta Martin Luther King. Esistono però due questioni. La prima è che Santa Romana Chiesa ha uno status giuridico "particolare". E' a tutti gli effetti uno stato estero (Stato Città del Vaticano) ospitato sul territorio italiano, che percepisce il finanziamento pubblico dell'8 per mille, circa un miliardo di euro l'anno gestiti da Ruini, e a cui sono riconosciuti dei privilegi nell'insegnamento scolastico. Ho sempre sostenuto che rinunciando a queste forme di collusione con il potere mondano e temporale, ci guadagnerebbe la libertà d'espressione della Chiesa.

Nessuno per esempio, e passiamo alla seconda questione, potrebbe citare quella norma che sanziona il ministro del culto qualora nell'esercizio delle proprie funzioni (le omelie lo sono incontestabilmente) si adoperi per vincolare i suffragi. Già, perché è chiaro che si sia tutti liberi di esprimere il proprio pensiero, ci mancherebbe, ma esiste anche il problema dell'abuso delle proprie posizioni.
«Se durante una sessione di esami universitari ce la stessimo facendo sotto e il professore ci esortasse caldamente a votare per Berlusconi, o a votare "Sì" ai referendum, non sarebbe forse un abuso della sua posizione, non lo percepiremmo come un sopruso, un ricatto? Se il nostro datore di lavoro ci pagasse per andare a votare ai referendum, o ci spiegasse con accuratezza di particolari che per il bene dell'azienda e di noi dipendenti dovremmo votare per Berlusconi, non sarebbe un comportamento intimidatorio?

Nel caso queste esortazioni giungano dalle gerarchie di una Chiesa la cosa si fa più delicata. Se nelle mani del professore c'è l'esito del nostro esame e nelle mani del datore di lavoro ci sono il nostro impiego e la nostra paga, per i credenti nelle mani di vescovi e parroci c'è la loro anima, il loro rapporto con Dio, qualcosa che tocca nel profondo le coscienze».
Nessuno in questi casi si appellerebbe alla libertà d'espressione del professore o dell'imprenditore. Né mi risulta sia mai venuto in mente a un pilota dell'Alitalia, effettuato con successo l'atterraggio all'aereoporto di Fiumicino, di invitare i passeggeri a votare tizio, o caio, o a starsene al mare invece di augurare buon soggiorno. Nessuno impedisce a quel pilota di manifestare nelle sedi e nei momenti opportuni il suo pensiero.

A illustrare bene i termini della questione è Iuri Maria Prado, oggi su Libero. La domanda a cui le gerarchie ecclesiastiche dovrebbero rispondere, per capire se si tratti o meno di ingerenza e di abuso della propria posizione, è: «Chi non si comporta secondo le direttive della Chiesa, del suo papa e dei suoi ministri, che cos'è? Un cattivo cattolico? O un cattivo cittadino?»
«Sarebbe bene capirlo. Perché se non andare a votare risponde, nell'intendimento della chiesa che istiga a un simile boicottaggio, all'adempimento di un dovere "cattolico", allora bisogna concludere che l'esercizio di un diritto fondamentale (andare a votare) espone il titolare di questo diritto a una responsabilità molto grave: se vota (non importa come) non è un buon cattolico, appunto. Se invece la chiesa intende suggerire che non è il bavo fedele quello che non vota, ma il bravo cittadino, allora bisogna credere che la chiesa cerchi di attribuire a se stessa un potere anche più ficcante. Un potere che nemmeno lo stato laico e democratico pretende di esercitare».
Far credere che non si è buoni cattolici, che ci sarebbe da pentirsi, se ci si reca alle urne, è un abuso della propria posizione, un "ricatto spirituale" a chi ripone nelle mani di vescovi e sacerdoti niente meno che la propria anima. Siamo dunque alla salvezza in cambio del non voto, come un tempo in cambio degli averi? Non è questo forse un aspetto simoniaco dell'invito all'astensione da parte dei vescovi?

Harry non fa che distinguere tra referendum ed elezioni politiche, sarebbe scandalizzato se dal pulpito si indicasse di votare Berlusconi o Prodi, ma sui referendum, sui temi di bioetica, su questi il discorso è diverso. La distinzione mi pare davvero molto labile. Siamo "fortunati" perché i candidati a premier in Italia tengono nascoste agli elettori le loro idee in merito a questioni di bioetica. Ma se in una campagna per le politiche uno dei candidati si esprimesse decisamente per l'abrogazione della legge 40 e l'altro assolutamente in difesa, le gerarchie ecclesiastiche dovrebbero o no indicare ai cattolici chi votare? Dovrebbero, secondo Harry, perché il tema lo impone, ma non dovrebbero, sempre secondo Harry, perché tale indicazione alle elezioni politiche sarebbe odiosa.

Ma quale costituzione! Ma quale Europa!

Il presidente francese Jacques ChiracCome i professionisti dell'europeismo "corretto" si sono scelti gli avversari, e hanno perso. E c'è una parola sempre più vieta: liberale. Rilanciamo gli Stati Uniti d'Europa, o tanto vale tenersi il mercato unico

«La costituzione europea ha 448 articoli. 441 in più di quella degli Stati Uniti. Solo per questo andrebbe bocciata». George F. Will


Non è un «segnale» da recepire o da non sottovalutare, come domenica sera concedeva Romano Prodi rivelando così la sua idea di democrazia. Il "no" dei francesi al Trattato "costituzionale" europeo è una decisione, una volontà democraticamente espressa cui piegarsi. La responsabilità di questa decisione ricade per intero sull'establishment europeo, sui professionisti dell'europeismo "corretto" con la loro smisurata arroganza. Per anni, per decenni, la scelta deliberata è stata quella di tenere i cittadini europei fuori dall'Europa. Per anni ha dominato un pensiero unico sull'Europa (un'unica idea di Europa "politicamente corretta"). Domenica i cittadini francesi si sono ripresi il diritto a dire la loro, sono rientrati di prepotenza in un processo decisionale che li vedeva ai margini.

Ci hanno spiegato che è la vittoria dell'estrema destra nazionalista e xenofoba, dell'estrema sinistra anti-americana, anti-capitalista e anti-global, contro un'Europa «troppo liberista». Bertinotti esulta per la presunta sconfitta del «neoliberismo». Non cadiamo in questa mistificazione. Quello dei francesi è certamente un "no" anti-liberale, ma è un "no" a un'Europa che liberale non è, che pur essendo statalista e protezionista, pur essendo anti-americana e gollista, è accusata di non esserlo abbastanza. Sfido chiunque a rintracciare nell'Europa di Prodi, di Chirac, di Schroeder, o nel testo messo ai voti, qualche traccia di liberismo economico. Inoltre, l'Olanda, dove è altrettanto probabile l'affermazione dei "no", è certamente immune da quel pregiudizio anti-liberale, nazionalista e socialista, che pervade la Francia.

In Francia «liberale» è divenuto un insulto, il Trattato è stata attaccato dai sostenitori del "no" perché liberale e difeso da quelli del "sì" perché non-liberale. La Francia è sempre più socialista e nazionale. Persino Chirac, ci riferisce Glucksmann, ha recentemente dichiarato che «il liberalismo è un'ideologia nociva come il comunismo e, come il comunismo, finirà contro un muro!». Dall'alto, le elites francesi hanno chiamato alla resistenza «contro l'orco liberale» e così determinato la sorte del Trattato "costituzionale". Come ha scritto André Glucksmann sul Corriere della Sera, «la maggioranza del "no" è proteiforme, contraddittoria. Coagula angosce differenti, amalgama le insoddisfazioni e senza alcun imbarazzo intercetta i pregiudizi dell'estrema destra come dell'ultrasinistra». Ma a questi sentimenti, a queste fobie, cosa hanno contrapposto le elites di Bruxelles, le cancellerie europee, i campioni dell'europeismo politically correct? Non le hanno piuttosto alimentate?

Ha ragione Glucksmann: in Francia gli elettori non hanno fatto altro che seguire la «rotta indicatagli». Lo hanno fatto con maggiore coerenza e rigore di un de Villepin. Chirac e Schroeder, Zapatero e Prodi, hanno logorato e svilito l'idea di Europa che gli era stata lasciata in eredità, e raccolgono oggi ciò che hanno seminato. L’ostilità nei confronti dei nuovi membri dell'Est europeo, percepiti come minacce da arginare e partner da "silenziare", per Chirac stesso le capitali dell'Est farebbero meglio a «tacere»; le barriere innalzate contro l'«idraulico polacco» o l'industria estone; i contrasti e le paure per l'inizio dei negoziati di adesione della Turchia; l'allarmismo sul fenomeno dell'immigrazione; la strenua difesa dei privilegi nazionali attraverso i patti agricoli comunitari e le politiche protezioniste, a danno dei paesi nordafricani; l'ossessione per le liberalizzazioni, la concorrenza, il dumping, la delocalizzazione; l'orgogliosa opposizione della Vecchia Europa alla politica americana contro il terrorismo e per la democrazia in Medio Oriente. Questi sono stati gli argomenti sui quali Chirac e le sinistre francesi, Schroeder e Prodi hanno giocato, questi argomenti erano già di per sé anti-europei, e questi alla fine non potevano che essere i messaggi e i timori trasmessi agli elettori, che ne hanno tratto la più logica delle conseguenze.

Chiamare i cittadini a votare "sì", come ha fatto Chirac, con l'argomento che il nuovo Trattato avrebbe meglio tutelato gli interessi francesi, è già una sconfitta in partenza. Che senso ha vedere nell'Unione Europea un vincolo burocratico a cui strappare tutele e privilegi nazionali e non un progetto, una visione comune, che coinvolga una cittadinanza europea? Nessun senso. Infatti, i leader che per la tutela di quei particolari privilegi si sono battuti nella stesura del nuovo Trattato sono apparsi come la dimostrazione più evidente delle ragioni dell'anti-europeismo dell'estrema destra e dell'estrema sinistra. Se i compromessi alla base del nuovo Trattato dimostrano essi stessi quanto le rivendicazioni di Bové e Le Pen siano fondate, quanto la protezione di quei privilegi sia sentita come legittima, perché tenersi questa Europa che è solo un ostacolo?

Gli attuali leader europei portano con sé la responsabilità di aver ingrossato, con le loro stesse politiche comunitarie, cavalcando menzogne e illusioni, le file delle realtà politiche, culturali e ideologiche che domenica hanno votato in massa "no". Il paradosso sta nel fatto che gli stessi Chirac, Schroeder, Prodi hanno posto le premesse logiche e razionali per la sconfitta di questa loro Non-Europa per mano sia degli anti-europeisti sia degli europeisti.

Infatti, ciò che fa comodo tacere in questi giorni di commenti è che estrema destra ed estrema sinistra non avrebbero mai raggiunto il 55% dei voti se non avesse pesato una terza forza non organizzata. Quella degli europeisti che Daniel Cohn-Bendit ha definito "radicali", dei federalisti, delusi da questa Europa, da questo Trattato, da questi leader. Abilmente, da anni, i tecno-burocrati di Bruxelles, i professionisti dell'europeismo "corretto", gli ideologi dell'Europa inter-governativa e degli egoismi nazionali, si scelgono gli avversari: preferiscono nutrire gli istinti e le fobie di estrema destra ed estrema sinistra per meglio demonizzare il dissenso alla loro Non-Europa; invece, "silenziano" gli europeisti radicali, federalisti, che con buone ragioni oppongono a questa Non-Europa una diversa e più attraente idea di Europa, democratica, federale: gli Stati Uniti d'Europa. Rilanciamo gli Stati Uniti d'Europa o tanto vale tenersi il mercato unico.

Domenica è stata punita questa arroganza del "sì", degli euroburocrati abituati a pensare alla volontà popolare come a una ratifica formale e scontata da apporre su una decisione presa altrove. Quei professionisti dell'europeismo "corretto" si erano attrezzati bene, scegliendo gli avversari più facili da demonizzare, non potevano neanche immaginare che si potesse votare "no", credevano che a loro, i "buoni", la vittoria fosse dovuta. E doveva essere più facile contro questi "cattivi", "silenziando" gli europeisti più pericolosi, radicali, trasformare il referendum in un «test di europositività», come l'ha chiamato il filosofo Jean Baudrillard.

Ma finalmente, come ha scritto Enrico Rufi su Notizie Radicali, «la strategia di neutralizzazione» dei cittadini europei è «entrata in crisi».
«Il sì avrebbe rappresentato una sanatoria su tutta quell'architettura europea sempre più abusiva, che come federalisti noi andiamo denunciando da anni, spesso nella più totale solitudine; e avrebbe rappresentato un addio definitivo al progetto di Stati Uniti d'Europa (e possibilmente d'America) che ci è caro».
Quella dei "no" è stata quindi una vittoria anche dell'europeismo radicale. Ora abbiamo la possibilità di riaprire il dibattito, da federalisti, su "quale Europa", anche se l'establishment europeo, c'è da scommetterci, tenterà di annacquare, di far finta di niente e andare avanti, ancora una volta di neutralizzare il dibattito imponendo il suo pensiero unico "politicamente corretto".

E' uscita sconfitta l'idea di un'Europa a guida franco-tedesca; l'idea di Unione inter-governativa, che si prefigge come unico scopo il compromesso al ribasso dei vari egoismi nazionali; l'Europa da cui è bandita ogni politica liberale e liberista; l'Europa del centralismo, del dirigismo, del protezionismo con cui le oligarchie tecno-burocratiche e i poteri finanziari ci hanno portati al declino economico, sociale e politico. I paesi che hanno davvero sposato politiche economiche liberali e liberiste (vedi Repubblica Ceca e paesi baltici) crescono e fanno paura. Il presidente francese e quello tedesco inseguono il sogno di un'Europa anti-americana lungo l'asse Parigi-Berlino-Mosca, mentre gli altri Stati membri, che non hanno alcuna voglia di sacrificare Washington per Mosca e Pechino, dovrebbero adeguarsi. Il "no" di domenica è una prima sconfitta per il tentativo di Parigi e Berlino di ricavare per l'Europa, nel nuovo ordine internazionale, un ruolo di cerniera tra oriente (islamico, russo e cinese) e occidente (anglo-americano), di contrappeso al potere americano, rompendo quindi la comunità transatlantica, dividendo l'occidente a favore di un mondo multipolare.

Infine, la presunta "costituzione". Ha ragione Angelo Panebianco oggi sul Corriere della Sera: è stato un atto di «atto di arroganza» aver presentato come "La Costituzione" un macchinoso e caotico trattato inter-governativo, in totale dispregio del costituzionalismo liberale. Il diritto «all'integrità fisica e morale degli uomini e delle donne di sport», «all'assistenza sociale e abitativa» che garantisca una «esistenza decente», il diritto dei bambini a esprimere «pienamente il loro punto di vista», sono solo alcune delle astrusità che vi si leggono. E a quali ambiti viene ristretta la competenza dei Parlamenti nazionali se a Strasburgo ci si occupa anche di naselli e sogliole?. Solo demagogia? Non credo. Il nuovo Trattato e le istituzioni europee smarriscono i diritti fondamentali nella selva intricata e nell'ipertrofia burocratica dei "nuovi diritti". Siamo sicuri che quei 448 articoli non schiudano le porte all'avvento di un nuovo assolutismo, soft, burocratico e imperscrutabile?

Sunday, May 29, 2005

"Non". Si apre un'epoca nuova: il ritorno della politica

«La costituzione europea ha 448 articoli. 441 in più di quella degli Stati Uniti. Solo per questo andrebbe bocciata».
George F. Will, sul Washington Post.

I francesi lo hanno appena fatto. In molti ora vorranno cavalcare l'onda della sconfitta delle oligarchie tecnoburocratiche. Neofascisti, neocomunisti, regionalisti e antiglobalisti. Invece, a un'Europa velleitaria e astratta, burocratica e antidemocratica, centralista, dirigista e protezionista, dobbiamo sforzarci di contrapporre nuovo slancio visionario, l'idea di un'Europa federalista e liberale nella quale i cittadini si possano sentire protagonisti, lasciando perdere naselli e sogliole.

Saturday, May 28, 2005

Una compattezza non così granitica

«Non è solo questione di referendum, l'attuale gestione della Cei salta la mediazione dei laici e tratta direttamente con i poteri dello Stato»

Ha cercato di mostrare al paese la grande compattezza del mondo cattolico, e in parte ci è riuscito. Al congresso eucaristico italiano in corso a Bari, che domani verrà chiuso dalle attese parole del Papa, oggi il Cardinale Camillo Ruini ha richiamato i cattolici all'unità sui valori. Ma sui referendum il mondo cattolico non è affatto quel monolite che con granitica certezza la Cei cerca di far apparire. Qualche breccia importante si è aperta e si continua ad aprire. E' quella dei cattolici per il voto, dell'appello di Adista per la sacralità della coscienza in occasione dei referendum. In realtà, le insofferenze per l'invasività della campagna della Cei crescono, a prescindere dalle posizioni di merito sui quesiti.
«Ci sono fedeli che voteranno "No" e religiosi che voteranno qualche "Sì". Altri si asterranno. Ma per tutti vale il principio supremo della libertà di coscienza. Troppo pressante è stato percepito il diktat della gerarchia ecclesiastica. E' sembrato invadente che la Cei indicasse anche il modo di dire di no». Padre Felice Scalia

«L'atteggiamento per la libertà di coscienza è più diffuso di quanto si veda... sento che emerge fastidio anche fra i preti moderati. Perchè senza libertà, l'adesione diventa servilismo». Don Enzo Mazzi
Il materiale di propaganda paracadutato in parrocchia è sembrato il segno di un'organizzazione partitica. Spiace a parecchi parroci sentirsi trattare come funzionari di partito.
«Tramite corriere il Comitato Scienza e Vita ha inviato pacchi di volantini, almeno 2-300, compreso un espositore. Ho rimandato tutto al mittente... correttezza politica vuole che gli scontri avvengano là dove la democrazia ci ha abituati a risolvere le questioni: nell'urna... l'astensione è legittima, ma per il suo carattere di escamotage l'appello di Ruini a non votare è stato ritenuto poco civile da parecchi cattolici».
Don Gianfranco Formenton

«Fa impressione vedere manifesti astensionisti in chiesa, in sagrestia, alle porte delle parrocchie. Però una forzatura così pesante da parte della gerarchia ecclesiastica è controproducente».
Prof. Pasquale Colella

«L'intervento della Cei è legittimo e inopportuno... c'è il rammarico che non sia stato affidato al laico cattolico di maturare in autonomia le sue scelte... non è solo questione di referendum, l'attuale gestione della Cei salta la mediazione dei laici e tratta direttamente con i poteri dello Stato».
Lino Prenna

«Il compito della Chiesa consiste nell'educare, non nel decidere per conto degli elettori». Don Achille Rossi

«Il cristiano maturo va certamente illuminato dalla parola di Dio, ma poi decide con la libertà della coscienza che ha prevalenza sulle leggi civili o ecclesiastica... Uno Stato laico non si identifica in una religione, cristiana o ebraica o islamica. Il che non significa essere amorali, ma unire varie culture e varie fedi, mediando nella legislazione problemi gravi come questi... Voterò serenamente Sì per tre quesiti. Sono perplesso sull'eterologa».
Don Luciano Scaccaglia

Come si perdono le libertà costituzionali

Oriana FallaciOriana Fallaci si sente un'apri-pista, un esempio, con il suo processo si apre un «varco che consentirà di condannare per reato d'opinione coloro che, contrariamente ai magistrati, hanno il diritto e il dovere di prendere pubblica posizione. Giornalisti, scrittori, intellettuali, cittadini che rifiutano il politically porrect e osano andare controcorrente».
«Questo processo non è contro di me... Non è neanche il processo di un giudice in cerca di pubblicità, di un signore che esce dal suo minuscolo cosmo di provincia e finalmente vede il suo nome pubblicato sui giornali. E' un processo che mira a creare un Caso, il Caso Fallaci. Cioè un processo che mira a condannare una persona nota per poterne condannare altre. Io sarò condannata. E in certo senso, paradossalmente, sarà un bene. Una cosa che gioverà a chiarire le cose, a dimostrare che stiamo perdendo la libertà...»
Al processo Oriana non ci andrà «manco morta».
«No, non li degnerò della mia presenza. Questa è una causa inaccettabile, inammissibile, imperdonabile. Perché questa è una giustizia che condanna la vittima e assolve il carnefice. Che anzi al carnefice permette di portare in giudizio la vittima. Se la sentenza dirà che La Forza della Ragione costituisce reato, il ridicolo cadrà sull'intero sistema giudiziario». L'intervista concessa a Christian Rocca
Ho scritto spesso della rozzezza e della grossolanità di alcune delle argomentazioni della Fallaci, ma il processo a suo carico è inaccettabile e va difesa con la penna, con i denti, con tutto ciò che abbiamo, poiché sono sotto attacco le nostre libertà costituzionali. Se non le difendiamo oggi, le avremo perse e domani toccherà a noi subire i processi.

La conversione a U di Marcello Pera

Ma è sempre legittimo cambiare idea, ci mancherebbe

Fedele all'inversione di rotta che da quando è presidente del Senato ha intrapreso, arruolatosi nella battaglia ratzingeriana contro il relativismo, ce l'aspettavamo la presa di posizione del liberale Marcello Pera - un compagno che da un po' di anni, ci permettiamo di dire, sbaglia - per l'astensione ai referendum sulla fecondazione assistita.

Oggi. Si spiega al Corriere della Sera. La tesi di fondo è che la delicatezza del tema richiede non una decisione netta, ma il confronto, la riflessione e il compromesso parlamentare.
«Astenersi in modo deliberato e consapevole non significa lavarsi le mani dei quesiti referendari, piuttosto significa conoscerli, volere che la legge resti così com'è, e soprattutto significa affidare al Parlamento il compito della sua eventuale revisione».
Il suo è un approccio che ricalca le risapute considerazioni ratzingeriane su progresso scientifico, e teconologico, ed etica:
«... la nostra sapienza scientifica corre ad un ritmo tremendamente più veloce della nostra saggezza morale. Conosciamo e possiamo assai più di quanto le nostre intuizioni etiche sappiano dominare. In una situazione come questa, "sì" e "no" sono risposte così approssimative e così affrettate da essere inevitabilmente inadeguate... Pesare i diritti, anziché sforbiciarli, si deve e si può. Di fatto, il Parlamento lo fa tutti i giorni. Personalmente, ritengo che sia bene che continui a farlo anche con la fecondazione assistita. Ecco perché, se "sì" e "no" sono comprensibili, l'astensione non è un sotterfugio. È invece una pausa di riflessione morale e un omaggio alla democrazia parlamentare».
Per il presidente del Senato l'embrione è senza dubbio persona.
«... il ginecologo con le sue provette non vede persone quando tratta embrioni, così come non vedono persone il genetista o il biologo con i loro microscopi puntati su strie cellulari. Ma non le vedono, le persone, non perché non ci siano, semplicemente perché gli strumenti non sono adatti. La persona non si vede né si tocca, perché "persona" non è un termine empirico che denoti qualcosa. "Persona" è termine morale, filosofico, assiologico, religioso, culturale che connota qualcuno. Con la fecondazione, naturale o artificiale che sia, questo qualcuno c'è sùbito, fin dal concepimento. Perciò, fin dal concepimento, ha diritti».
Ieri. Le posizioni espresse oggi sono frutto senza dubbio di un cambiamento di idea, ovviamente legittimo, maturato dal presidente Pera in questi ultimi anni.
«Ritengo che si possa sacrificare una vita per un'altra, anche la vita di un embrione a favore della vita di una madre... anche uno Stato laico, certamente, in questi casi fa delle scelte morali: qualunque disciplina normativa si approvi, sottesa ad essa vi è una scelta morale. Ciò che sarebbe auspicabile è compiere il minor numero possibile di scelte morali, perché le scelte morali dello Stato incidono sulla libertà dei cittadini. È proprio sulla base di ciò che devo dire che questa legge, così com'è, non mi piace». (Marcello Pera, intervento pronunciato in Senato, seduta del 22 marzo 2000);

«La perdita degli embrioni. Qui esiste un delicato problema di coscienza per tutti. Ma questo problema non si risolve decretando d'autorità che un embrione è una "persona umana". Perché che cosa è una persona umana, quando lo si è o lo si diventa è questione difficile da trattare... davvero monsignor Sgreccia vuol farci credere che prelevare il seme in un modo o in un altro è moralmente rilevante? La morale dipende da come si eiacula? Nostro Signore non guarderà le nostre intenzioni piuttosto che rovistare sotto le nostre lenzuola?» (Marcello Pera, 27 dicembre 1988).

«Anche la scienza (...) deve essere posta sotto controllo. Ma da parte di chi? (...) C'è chi pensa che si deve delegare tutto allo Stato, chi propende per comitati di esperti, chi opta per l'autocontrollo (...). La scienza la deve controllare la gente. Tutta la gente, perché la scienza oggi occupa una parte decisiva di tutta la gente ed è giusto perciò che tutti abbiano almeno il diritto di metterci il naso» (Marcello Pera, 20 settembre 1988, in risposta all'Istruzione Ratzinger sulla bioetica del 22 febbraio 1987).

Il carrozzone va

Il solito accordo tra sindacati e governo che accontenta tutti e danneggia i cittadini. Gli statali ottengono un aumento pari al 5,01% (100 euro). La soddisfazione di Letta, Angeletti ed Epifani, la dice lunga più di qualsiasi analisi. Il problema però, non è l'aumento in sé ma la dimensione abnorme dell'impiego statale in Italia, una palla al piede del nostro debito pubblico e la condanna all'inefficienza di tutto il sistema.

Sono certo che ogni statale in buona fede non possa obiettare in coscienza che la metà del personale degli uffici in cui lavora non fa letteralmente un cazzo, o è talmente incompetente da danneggiare il lavoro altrui. Ecco, la mia provocazione è la seguente: 500 euro di aumento e riduzione del 50% degli impiegati statali.

Sul Corriere della Sera di oggi si vocifera di un piano segreto del Governo per la riduzione di 60 mila unità entro il 2007, e la mobilità per altre 50 mila. Mmh... piano segreto? Ma mi faccia il piacere!

Domenica in gioco il futuro democratico dell'Europa

Il settimanale satirico francese Charlie Hebdo prende in giro il catastrofismo dei sostenitori della Carta Ue: Votate sì altrimenti distruggeremo la terra, minaccia Darth VaderNo, No, No e No... Al referendum francese. No al nuovo centralismo democratico

Oggi secondo me Notizie Radicali si è superato. I tre editoriali sono di un livello che molti quotidiani si sognano. Diretti fino all'irriverenza ma corretti, chiari, pieni di informazioni e di opinioni ben fondante, su argomenti diversi. I miei complimenti agli autori e ai responsabili della Newsletter.
Luigi Castaldi parte dalla posizione di Gianfranco Fini sui referendum per interrogarsi sulla Destra che dobbiamo attenderci dalle "svolte" di cui è capace il suo leader. Alessandro Gerardi parla del mito del petrolio, su cui si fonda ogni teoria anti-americana e anti-occidentale che si rispetti. Ma non è che questo oro del demonio ci serve un po' a tutti? Infine, Enrico Rufi, il fustigatore della cultura dominante francese. Il suo "No" alla Costituzione europea sulla quale i francesi si esprimeranno domenica è anche il "No", fermo, di JimMomo.

Preso dal referendum sulla fecondazione assistita non ho dedicato molti post sull'argomento, ma non mi sembra esagerato definire epocale questo voto. Né mi sembra esagerato ritenere che una vittoria dei "Sì" porrà una seria minaccia sul futuro democratico dell'Europa. Questo testo costituzionale, un labirinto di centinaia di pagine e di articoli, rischia di consegnare un continente di nazioni democratiche a un assolutismo burocratico e imperscrutabile svincolato da ogni controllo del cittadino. Crollata l'Unione Sovietica, l'Europa intera e riunita potrebbe cadere nelle mani di una versione soft di potere sovietico che la porterebbe al definitivo declino economico e sociale. Certo, privo di repressione poliziesca del dissenso, il dissenso verrebbe neutralizzato dalla tecnocrazia, dai poteri forti della finanza, dal progressismo, dalle burocrazie e dalla corruzione.

A differenza di Rufi, vedo proprio nell'allargamento a est (come seconda chance alla bocciatura del nuovo trattato), e nell'allargamento alla Turchia, l'unica via di salvezza e di riscatto. La ratifica della Costituzione sottoposta a referendum significherebbe il tramonto definitivo del sogno federale e democratico d'Europa concepito da Altiero Spinelli. Tutti i federalisti e gli spinelliani dovrebbero esprimersi per il "No", che riaprirebbe un dibattito a oggi quasi chiuso. Il mio è quindi un "No" europeista, assieme ai tanti anti-europeisti che non amo, nazionalisti o marxisti. I cittadini francesi dovranno vigilare, perché la loro classe politica (da Chirac a Hollande), spalleggiata dalle cancellerie europee, dietro cui ci sono interessi giganteschi che sono rimasti nell'ombra durante la campagna, ricorrerà a brogli se necessario per far vincere i "Sì".

Per William Kristol, del Weekly Standard, le speranze per una «nuova Europa» sono riposte nel voto di domenica, un nuovo momento di liberazione per gli europei. Perché qualunque sia l'esito, la reale possibilità della vittoria dei "No" rappresenta di per sé una pesante sconfitta per l'arroganza dell'establishment europeo e un'occasione per ripensare e ridiscutere il progetto UE. A mio avviso il no aprirebbe questo dibattito, mentre il sì lo chiuderebbe, con il repentino ritorno dell'arroganza delle oligarchie tecnoburocratiche che oggi dirigono il processo.
«... the prospect for a broader debate, and a chance for wider rethinking - of Europe's failing welfare states and growth-stultifying, upward-mobility-denying economies; of its failing immigration and multiculturalism policies; of its anti-Americanism and coolness to the cause of freedom and democracy around the world; of its failure to be serious about the threats confronting it and us».
«The Economist, normally pro-European and somewhat pro-establishment, has called for rejection of the constitution because "the central thrust of the document is towards more centralization,"...»
«In Europe today, there are signs of Clinton-Giuliani-Gingrich-ism in the rise of Nicolas Sarkozy in France, and of some fresh-thinking young (dare I call them) neoconservatives and neoliberals throughout Europe... This is a moment of hope - for the prospects for a strong, pro-American, pro-liberty, more or less free-market and free-trade, socially and morally reinvigorated Europe. In any case, as Le Figaro's Ivan Rioufol suggests, the referendum, whatever its outcome, has already had a "liberating effect." Rioufol explains, "It introduced freedom of speech into the French political debate. Until now, the political oligarchy and the media's politically correct group-think had silenced any critical mind... The people's revolt and their demand for 'true talk' are sweeping away the old political scene and its political correctness."»

Friday, May 27, 2005

La legge 40 miracolata dall'astensione

«La democrazia non presuppone affatto quel relativismo etico che il magistero della Chiesa giustamente condanna»

Ci vado cauto nel sottoscrivere il lungo articolo di oggi del costituzionalista Gustavo Zagrebelsky su la Repubblica. Riconosce piena legittimatà giuridica alla scelta di astenersi dal voto ai referendum del 12 e 13 giugno, e anche alla campagna astensionista della Cei, ma ecco un passaggio significativo:
«Liceità giuridica e moralità politica sono cose del tutto diverse e non è insistendo sulla prima che si portano argomenti a favore della seconda. Ora, è evidente che siamo di fronte allo sfruttamento opportunistico di quella quota di astensioni fatalmente derivanti da disinteresse o indifferenza. I fautori del no vorrebbero annettersi gli indifferenti per far fallire il referendum e quindi salvare la legge, assegnando all'astensione dei "veri astensionisti" (gli indifferenti, per l'appunto) un significato che non ha. Ma soprattutto la posizione strumentale dei "falsi astensionisti" (gli interessati che si appoggiano sugli indifferenti) è avvertita come un atto di prepotenza, di imposizione, di slealtà. È come se - si passi la parabola - in una gara di corsa, il regolamento consentisse a un concorrente di partire avanti agli altri».
Concordo, a patto che il suo non sia un giudizio di moralità sulle persone, giudizi verso cui nutro sempre diffidenza. Per "moralità" politica credo si debba intendere opportunismo, cinismo politico, in questo senso ho sempre definito un "trucchetto" la campagna astensionista. Della Cei oggi, dei Ds ieri, di Craxi l'altro ieri. Scelte che definirei irresponsabili, senza chiamare in causa la moralità, che è sempre un po' antipatico. Se davvero il quorum non dovesse essere raggiunto (agli astensionisti basta raggiungere il 20% degli aventi diritto) la legge 40 sarebbe "miracolata".

Un'osservazione interessante poi è quella che sottolinea gli «effetti perversi» della posizione assunta dalla Cei. La chiamata a raccolta da parte della gerarchia è stata «perentoria e ha sorpreso e turbato anche molti cattolici» (I cattolici per il voto). Talmente invasiva e perentoria da non lasciare al fedele neanche la possibilità di scegliere quale strategia adottare nelle urne per "difendere la vita". A questa ingerenza si deve, ed è una lettura che mi convince, l'emergere prepotente di clericalismo e anticlericalismo. Zagrebelsky ricorda che il 22 febbraio 1987 la Congregazione per la dottrina della fede invitò i fedeli ad agire per «la difesa della vita fin dal concepimento, la condanna degli atti di procreazione diversi dall'unione sessuale naturale dei coniugi e il divieto di interventi sull'embrione umano non strettamente necessari alla terapia dell'embrione stesso». Tuttavia:
«... l'indicazione che giunge a vincolare perfino i comportamenti concreti nella strategia referendaria è compatibile con la dignità della missione politica dei "cristiani che partecipano alla vita pubblica come cittadini"?»
Un'accusa che i referendari possono rigettare al mittente è quella che giunge da più parti dopo i recenti proclami ratzingeriani, quella di relativismo: «La democrazia non presuppone affatto quel relativismo etico che il magistero della Chiesa giustamente condanna».

Thursday, May 26, 2005

Bush non segue l'elefantino alle "crociate"

Sono io che non capisco bene oppure quella di Giuliano Ferrara si chiama appropriazione indebita di presidente americano? Oggi lo ha rifatto rispondendo a una lettera di Christian Rocca. Dunque, cerchiamo di capire bene chi è che teme di dire come stanno le cose in America e qual è la politica (perché questa alla fine conta) del presidente Bush in merito alla ricerca sulle cellule staminali embrionali. Secondo Ferrara, addirittura per Rocca sarebbe «insopportabile l'idea che un leader da lui apprezzato abbia fissato un limite alla libertà estrema di un paese da lui (Rocca) tanto amato».

A me pare esattamente il contrario: per Ferrara è insopportabile l'idea che un leader da lui apprezzato pone un limite (discutibile), ma non un divieto sulla ricerca. Di più, Bush pone un limite non alla ricerca, ma all'uso di fondi federali, cioè di tutti i contribuenti, in quella ricerca. Per capirci chiediamoci: sarebbe d'accordo lui (Ferrara) a importare pari pari in Italia la stessa situazione normativa che vige in America su fecondazione assistita e cellule staminali embrionali, e a partire da quel punto fermo per poi discutere se investire o no soldi pubblici in quella ricerca? Io ci metterei la firma, lui (l'elefantino) temo di no.

Anche oggi Rocca non si astiene dal ribadire le profonde differenze tra il quadro giuridico americano e quello venutosi a determinare in Italia con la legge 40.
«... Bush non ha vietato la ricerca, non ha posto veti sul finanziamento pubblico statale (tantomeno su quello privato), né su quello federale sugli embrioni creati prima del 2001. Non c'è neanche bisogno di spiegare che il Far-west americano sulla fecondazione assistita non è stato messo in discussione».
Inoltre, con la legge 40, quei 21 bambini con cui Bush si è fatto fotografare ieri non sarebbero mai nati. Insomma, negli Usa c'è il cosiddetto Far West, che poi non è tale, ma è autogoverno delle coscienze. In discussione negli Stati Uniti c'è solo l'opportunità o meno di stanziare fondi federali per la ricerca su embrioni creati dopo il 2001. La cosa singolare è che Ferrara finisce per dare della posizione di Bush la stessa lettura che ne dà il «prestigiosissimo quotidiano liberal» New York Times nell'editoriale di oggi:
«Such convictions deserve respect, but it is wrong to impose them on this pluralistic nation... the president's intransigence provided powerful proof of the dangers of letting one group's religious views dictate national policy... Mr. Bush is imposing his different moral code... he seeks to impose his morality on a society with pluralistic views».
Il NYT se ne preoccupa mentre Ferrara se ne rallegra, ma entrambi riconoscono al presidente la volontà di imporre, di vietare. Sbagliano, quello di Bush è un compromesso, discutibile, ma non è un'imposizione, né un divieto.

Noi qui in Italia, che siamo più sfortunati, firmeremmo carte false per trovarci di fronte a un contesto normativo liberale come quello americano, dove nulla è vietato, la ricerca e la sfera personale sono salvaguardate nelle loro libertà, e ci si divide su dove allocare le tasse dei contribuenti, su come meglio utilizzarle rispettando le diverse sensibilità. Ho l'impressione che Rocca "sopporti" tranquillamente la posizione di Bush, e anch'io (pur non condividendola) tuttavia la "sopporto", mentre Ferrara, che ha tanta voglia e fretta di arruolare il presidente Usa nella sua crociata, ho l'impressione che dovrà rimanere a bocca asciutta.

Attacco alle libertà costituzionali/2

La blogosfera americana si mobilita contro la persecuzione giudiziaria di Oriana Fallaci. The Right Nation ci offre una prospettiva esauriente. The Jawa Report tenta (senza successo) di scatenare una sommossa, dichiarando: «I ran out of toilet paper this morning so I used what was available next to the can. A copy of the Koran». E chiedendo a chi vive in Italia di far avere notizia della sua dissacrante provocazione al «pubblico ministero fascista di Bergamo, Armando Grasso». Buzz Machine conclude il suo post chiedendosi: «Is there an Italian law against defaming America».

Tra gli altri, si sono scandalizzati con noi Roger L. Simon, Rick Ballard, The Moderate Voice, Instapundit.

Oggi qualcuno a sinistra si è fatto sentire. Troppo poco, ci vuole una rivolta contro i reati d'opinione, che in Italia non solo sopravvivono nelle pieghe del nostro ordinamento ma vengono tirati fuori da pm troppo zelanti e a seconda di come gira il vento. Idiot.

Pericolose tentazioni

Papa Pio IX (1846 - 1878)Riporto alcune conversazioni che si stanno svolgendo nei commenti dei blog Harry e Friedrich. Credo che possano in qualche modo essere utili a decifrare ciò che sta avvenendo.
caro harry ti racconto la mia storia per farti comprendere meglio le mie ragioni: sono un capo SCOUT dell'A.G.E.S.C.I. e alcune settimane fa avevo deciso di entrare a far parte del comitato locale per il sì. Le motivazioni non erano quelle dei radicali. Io credo che l'embrione sia un essere umano ma sono altresi convinto che su questioni di cosi grande rilevanza morale ed etica sia necessario abbandonare ogni forma di assolutismo e discutere liberamente per giungere a conclusioni il più possibili condivise. Questo presuppone che anche se considero l'embrione un uomo di fronte allo stato, vista l'impossibilità di dimostrare ciò in modo incontrovertibile devo partire dal presupposto che la mia veritò è solo parziale e mai sara la verità assoluta sulla quale si fonderà una disciplina giuridica. Una volta che ho spiegato tutto questo al mio parroco mi è stato risposto che lui avrebbe chiesto alla COMUNITA' capi - sarebbe il gruppo degli educatori che si riuniscono periodicamente - di farmi uscire dal gruppo al quale appartnevo perché se mi fossi esposto pubblicamente le mie opinioni non sarebbero state capite e avrebbero creato problemi educativi nel rapporto con i ragazzi.
moliberal
Il relativismo etico avanza a passi di gigante. Non ci sono più gli scout di una volta...

Caro amico, il tuo prete ha fatto bene a esonerarti dalla tua responsabilità. Se non hai le idee chiare su questioni fondamentali come la vita umana non puoi essere un buon educatore, mi dispiace.
mauro
La discussione seguita in questo post.

Il seguente passaggio è preso invece da quest'altro post.
"Pedofilia sul web, 186 indagati. Anche tre sacerdoti e un sindaco"

Ma sì, lasciamo che fallisca il quorum: meglio un bambino nato in meno che un bambino in più all'oratorio!
Quasi quasi mi astengo pure io! :)
Alex
Vede, caro Friedrich? Di fronte a persone come l'incauto Alex mi vedo obbligato a pensare che il suffragio universale sia in realtà un paradosso demagogico, non una realtà democratica. Prima di rilasciare un certificato elettorale ci vorrebbero i test attitudinali, come per la patente.
Bernardo
E Il referendum?
«Un ingannevole rito tecnocratico nutrito di false aspettative, di retorica populista, di consumismo dei sentimenti e della vita, di un nazismo istintivo e dal volto umano».
Bernardo
Libertà d'espressione e abuso di potere spirituale

«Stupido o traditore» un cattolico che si recasse alle urne il 12 e il 13 giugno, «criminali» anche i «buoni scienziati». Sono parole del ministro Buttiglione, ma potremmo aggiungere le "scomuniche" di Avvenire e di vescovi zelanti. Eppure emerge l'insofferenza per la invasiva campagna astensionista della Cei: scout dell'Agesci, membri delle Acli, Pax Christi, Beati i costruttori di Pace e altri, ma anche sacerdoti, vescovi e teologi. A fatica scettici o cattolici per il "Sì" (e ce ne sono) riescono a esprimersi, mentre si vorrebbero "silenziati".

Riportando queste citazioni non intendo sostenere che i membri del clero non abbiano diritto a esprimere la propria opinione. Intendo però sollevare un problema. La campagna della Cei e l'attivismo di vescovi, movimenti e parrocchie stanno creando, seppure involontariamente, un clima di intimidazione all'interno del mondo cattolico. Il Cardinale Tettamanzi ha parlato di indicazione «vincolante», che solo per «gravi motivi» si potrebbe disattendere «senza sentirsi in qualche modo a disagio o in colpa». Perché accade questo? Come è possibile? Il clima di intimidazione non si crea di certo quando a dirci come votare è il presidente della nostra associazione di bocciofili o il nostro allenatore in palestra.

Ciascun cittadino ha diritto a esprimere la propria opinione, ma questo diritto va graduato e moderato a seconda del ruolo che in quel momento il cittadino ricopre. Se durante una sessione di esami universitari ce la stessimo facendo sotto e il professore ci esortasse caldamente a votare per Berlusconi, o a votare "Sì" ai referendum, non sarebbe forse un abuso della sua posizione, non lo percepiremmo come un sopruso, un ricatto? Se il nostro datore di lavoro ci pagasse per andare a votare ai referendum, o ci spiegasse con accuratezza di particolari che per il bene dell'azienda e di noi dipendenti dovremmo votare per Berlusconi, non sarebbe un comportamento intimidatorio?

Nel caso queste esortazioni giungano dalle gerarchie di una Chiesa la cosa si fa più delicata. Se nelle mani del professore c'è l'esito del nostro esame e nelle mani del datore di lavoro ci sono il nostro impiego e la nostra paga, per i credenti nelle mani di vescovi e parroci c'è la loro anima, il loro rapporto con Dio, qualcosa che tocca nel profondo le coscienze. Quando un'autorità religiosa di qualsiasi grado esercita pressioni per determinare un nostro comportamento politico, per ottenere la nostra "obbedienza", si avvale – volutamente o no – di una posizione di forza acquisita grazie alla nostra stessa fede nell'origine divina di quell'autorità. Non possiamo definire questo un abuso di potere spirituale?

Uno dei problemi affrontati dai primi filosofi liberali qualche secolo fa fu proprio quello di come "sganciare", liberare gli uomini dalla convinzione di doversi attenere ai comandamenti delle autorità spirituali anche negli affari temporali. Su quali basi negare l'origine divina del potere del monarca assoluto? Dio potrebbe non essere d'accordo, ma il governo risponde a me e a ogni altro cittadino adulto, non a Dio. Senza risolvere tali questioni la critica all'assolutismo e le teorie liberali non avrebbero potuto affermarsi.

Se domenica prossima, 29 maggio, chiudendo a Bari il 28mo Congresso eucaristico nazionale, Papa Benedetto XVI pronuncerà la frase "la vita va difesa dall'inizio alla fine, dal concepimento alla morte, questo è quello che pensa la Chiesa", allora avrà affermato un valore, espresso la sua posizione parlando alle coscienze, ma se rivolgerà un invito esplicito a non recarsi alle urne, o a votare "No", se farà riferimento alla scadenza elettorale, allora approfitterà del sentimento religioso dei fedeli per ottenere da loro "obbedienza" a un preciso comportamento politico.

Su un fedele cui viene intimato di conformarsi alle direttive politiche di autorità che trovano la propria origine in Dio incombono, in modo più o meno conscio, i fantasmi della scomunica, del peccato, dell'esclusione dalla comunità religiosa di cui si sente parte. Un silenzioso ricatto spirituale. Persino il timore di essere escluso dalla salvezza eterna, nel caso si recasse alle urne, gioca un ruolo importante nel ridurlo all'"obbedienza". E' questo l'aspetto simoniaco di questa campagna astensionista della Cei. Un tempo la salvezza veniva comprata con i propri averi, oggi con la sottomissione, il più delle volte inconsapevole, a indicazioni politiche che nulla hanno a che fare con i dogmi della Fede. E' proprio per il rispetto della religiosità, e persino della libertà religiosa, che il potere spirituale non dovrebbe confondersi con quello temporale, non dovrebbe esigere dal credente di estendere la propria Fede dalla sfera spirituale a quella politica. E' il fondamento del principio di separazione tra Stato e Chiesa.

Così recita l'articolo 98 del Testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati (valido anche per le consultazione elettorali referendarie):
«Il pubblico ufficiale, l'incaricato di un pubblico esercizio, l'esercente di un servizio di pubblica necessità, il ministro di qualsiasi culto, chiunque investito di un pubblico potere o funzione civile o militare, abusando delle proprie attribuzioni e nell'esercizio di esse, si adopera (...) a vincolare i suffragi degli elettori a favore od in pregiudizio di determinate liste o di determinati candidati o ad indurli nell'astensione, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da lire 600.000 a lire 4.000.000».
Con sentenza n. 9153 del 1984, la Corte di Cassazione interpreta, giustamente a mio avviso, in modo restrittivo la legge, escludendo soltanto la legittimità che siano menzionati «vantaggi o danni, neppure di carattere spirituale» derivanti dal comportamento di voto. Le parole tassative con le quali i ministri del culto indicano l'astensione come comportamento doveroso e obbligatorio per i fedeli cattolici sembrano rientrare nella fattispecie prevista dalla legge.

Wednesday, May 25, 2005

Far tremare i tiranni è un gioco da ragazzi

Si chiama «A force more powerful», una forza piu potente, ed è un videogame che insegna a rovesciare le dittature pacificamente, un manuale elettronico per le rivoluzioni nonviolente. Ne scrive oggi Ennio Caretto sul Corriere della Sera:
«Lo sta sviluppando a Baltimora la Break away games, la stessa che programma i giochi di guerra del Pentagono. Verrà distribuito su Internet e fornito per vie traverse a chi si oppone ai regimi autoritari in versioni ad hoc l'autunno prossimo: una in russo per la Bielorussia, una in farsi per l'Iran, una in arabo per la Palestina, e così via. Conterrà le mappe di decine di città, caserme, commissariati, sedi occulte dei servizi segreti, ospedali, parlamenti. E insegnerà al rivoltosi come accattivarsi le forze armate e quelle dell'ordine, come unificare il dissenso, e come mobilitare i media e la popolazione». Leggi tutto
L'idea è di Peter Ackerman, il padre fondatore dell'International center on non violent conflict. Dal 2000, da quando aiutò Otpor ad abbattere Milosevic, spiega come si ottiene la «unanime sottrazione del consenso» ai regimi, sostiene le opposizioni con finanziamenti, seminari, film, libri, audio e ora videogames. Il modello, come per i radicali, è Gandhi, non Lenin: «Monopolizzare la violenza è votarsi alla sconfitta». Inizialmente, l'amministrazione Bush diffidò dei metodi di Ackerman, ma si ricredette dopo le rivoluzioni in Georgia e Ucraina e oggi il Dipartimento di Stato indirizza ad Ackerman numerosi movimenti.

Intanto, veniamo a sapere che in Iraq i terroristi hanno le nostre pistole. Chi gliele ha date? L'informativa dell'intelligence americana è lapidaria: nelle mani del terrorismo in Iraq sono state trovate oltre 10 mila pistole italiane Beretta. Con ogni probabilità sotto c'è un commercio illegale che risale ai tempi del regime di Saddam in violazione dell'embargo. Ma possiamo escludere la pista che porta ai nuclei antimperialisti?

Si scrive del caso Italia, finalmente

Dopo che per anni, inascoltati se non con Pannella in punto di morte, ne hanno parlato i radicali, il caso Italia sbarca sui quotidiani. La denuncia parte da Vincenzo Scotti, su il Riformista, e coinvolge «il declino del nostro sistema produttivo, il degrado del costume civile ed etico della nostra società, e l'involuzione del nostro sistema politico».

Alla base di tutto, una «accettata illegalità pubblica» che pratichiamo tutti, governati e governanti. Almeno finiremo nel baratro abbracciati. Assistiamo non solo alla quasi sparizione dell'idea della legge come regola «generale ed astratta» a favore di vantaggi ai singoli di ristrette corporazioni, ma anche alla diffusa violazione delle stesse norme costituzionali sulla base di stravaganti teorie sulla «Costituzione materiale». Il sistema politico, quello finanziario e industriale sono complici sull'orlo della bancarotta. Conclude Scotti:
«E non si chiami in causa la prima Repubblica, sono trascorsi più di dieci anni dalla sua fine: De Gasperi in sei anni, dal '47 al '53, con la sua coalizione cambiò il volto del paese dal punto di vista economico, sociale e politico, ribaltando l'eredità ricevuta».
L'architetto Massimiliano Fuksas, sul Sole24Ore, ha la sua teoria:
«Oggi in Italia sembra di stare in Unione sovietica alla fine dell'Urss: tutti assaltano le ultime spoglie rimaste. Politicanti e gruppi di affari, pseudo-imprenditori, immobiliaristi. Siamo alla medioevalizzazione dell'economia: si fronteggiano gruppi diversi e non c'è un potere legittimo che prevalga, capace di fare l'interesse generale... Ma Berlusconi non è l'artefice, bensì il rappresentante di questa Italia dove tutti vogliono esercitare tutti i margini possibili di potere».
Una eco di Pannella, che da tempo definisce Berlusconi solo «l'ultimo di loro». Fuksas propone la sua via d'uscita: «Vendere le idee invece che inseguire il potere».
«Creiamo piattaforme culturali, idee, scuole, ricerca che aiutino a creare le cose, a produrle, a venderle. La classe dei creativi in America è piu numerosa di quella degli operai e sta superando gli impiegati statali».

Attacco alle libertà costituzionali

Giudici di spalle
«Brutta giornata per il diritto se si scopre che in Italia i reati d'opinione esistono e non sono confinati, come meriterebbero, nel magazzino delle anticaglie».
Lo scrive oggi Pierluigi Battista, perché un libro, "La forza della ragione" di Oriana Fallaci, è stato trascinato in tribunale. E vabbè, non dovrebbe esserlo. Ma un giudice ha deciso addirittura di ignorare la richiesta di archiviazione formulata dagli stessi Pubblici Ministeri e di dar seguito alla denuncia del signor Adel Smith per "vilipendio alla religione". D'altronde, questo dobbiamo ricordarlo, esistono ancora, nelle pieghe del nostro ordinamento, questi reati d'opinione e che la Chiesa cattolica riceve ancora dalla legge una tutela particolare, ma ingiustificata in uno Stato laico privo di religione ufficiale. Un esempio recente è il sequestro di un server Indymedia per "vilipendio" alla figura di Papa Ratzinger, che un fotomontaggio sul sito dei no global riprendeva in divisa da nazista. Cattivo gusto? Può essere, ma la censura risparmiatecela.

Siccome si tratta di Oriana Fallaci, che su questo blog ho duramente criticato per le sue argomentazioni grossolane e superficiali qui e qui, ovviamante i media e gli intellettuali di sinistra non si scandalizzano, anzi, non si è levata neanche una voce di protesta. E un giudice trasforma la denuncia di un fanatico integralista in una "fatwa laicista".
«Pessima giornata se nessuno, ma proprio nessuno tra quelli che hanno legittimamente criticato le opinioni di Oriana Fallaci ha fatto sentire la sua voce per dire che mai le idee, anche quelle più distanti, possono essere messe sotto processo. Ulteriore e amara conferma della malattia italiana per cui si è incapaci di pensare che i principi valgono anche per chi la pensa diversamente e che le opinioni difformi vanno trattate e rispettate come opinioni e non come reati. Lontano, molto lontano dai tribunali».

Non avevamo ancora ingoiato il rospo del caso Submission, in realtà un caso di autocensura, ma la libertà d'espressione c'entra eccome e in fondo il pregiudizio ideologico è lo stesso.

Inoltre, proprio di questi tempi, la magistratura italiana sembra invece disinteressarsi degli atti di violenza antisemita compiuti nelle università e il mondo della cultura rimane indifferente ai commenti razzisti contenuti nella più diffusa traduzione italiana del Corano. Nelle scorse settimane, i gravissimi episodi di antisemitismo nelle Università di Pisa, Firenze, Torino, sono rimasti assolutamente impuniti e "silenziati". A fronte di questi palesi attacchi alle nostre libertà costituzionali, osserviamo sgomenti gli antimperialisti italiani che condannano Clementina Cantoni (Libero), non una di loro.

Mala tempora currunt. E speriamo che a nessuno venga in mente di denunciare parroci e vescovi che fanno campagna per l'astensione nelle loro chiese e nelle omelie. Altrimenti a Jimmomo toccherebbe gridare anche in favore dei clericali!

L'oleodotto della libertà

E' il titolo dell'articolo di Alessandro Tapparini, oggi su Notizie Radicali, di cui consigliamo la lettura. Proprio oggi infatti, a Baku, in Azerbaijan, alla presenza del segretario di stato Usa Condoleezza Rice e di vari altri esponenti di governi della regione ed occidentali (per l'Italia c'è il sottosegretario Margherita Boniver), viene ufficialmente inaugurato l'Oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, che farà del Caucaso e della Turchia un fondamentale "ponte" energetico tra il Caspio e quello che un tempo si chiamava il Mondo Libero.
La politica estera americana è fatta di interessi, mai come ora il primo interesse è l'espansione della demorazia.
«È abbastanza vero, tuttavia, che anche allo Zio Sam spetta qualcosa. E non soltanto in Ucraina, ma anche in Bielorussia, in Georgia, in Serbia e in una miriade di altre nazioni in Europa e, effettivamente, in tutto il mondo. Ciò di cui ci stiamo occupando noi, è il sostegno alla democrazia».
David T. Johnson
Leggi anche: The pipeline that will change the world (The Indipendent)

Neo-feudalesimo

Non possiamo non sottoscrivere parola per parola l'editoriale di Guido Rossi, oggi su la Repubblica. Le ragioni del declino dell'Italia vanno rintracciate nella cultura feudale predominante, nella classe dirigente (politica, industriale, intellettuale), ma anche presso l'opinione pubblica.
«L'asse portante di quella cultura è il disprezzo della modernità. L'Italia, in Europa, è il Paese che più d'ogni altro ha rifiutato e continua a rifiutare le regole del capitalismo. Destra, sinistra e centro si ostinano a sostenere, attraverso un’alluvione di leggi cui non corrisponde mai una disciplina uniforme, un sistema di tipo feudale, dove l'appartenenza al feudo val più della competenza, dove dietro l'opaca formula dell'italianità si nasconde la totale opacità delle regole, dettate e fatte rispettare dai vari feudatari di un ordinamento da Ancien régime».
Regole e organi che fanno dell'«opacità» un sistema per distribuire e mantenere privilegi.

Voci scomode rompono le fila

Lo «scisma sommerso» si fa sentire anche sul referendum. Tra i movimenti cattolici, a prescindere dal merito sui quesiti referendari, emerge l'insofferenza per la invasiva campagna astensionista della Cei (La Stampa). Scout dell'Agesci, Acli, Pax Christi, Beati i costruttori di Pace e altri, ma anche sacerdoti, vescovi e teologi.
«... compito dei vescovi è indicare valori, non imporre ai credenti scelte che competono alla coscienza e alla fede di ognuno...».
Tra i compatti sostenitori dell'appello della Cei figurano invece Comunità di Sant'Egidio, Focolarini, Comunione e Liberazione, Regnum Christi, Neocatecumenali, Opus Dei, Gioventù salesiana, Carismatici.
«Ritengo legittimo che siano vescovi e sacerdoti ad avere l'ultima parola su questioni di morale che influenzano profondamente la vita di tutti noi. La coscienza del singolo, come ribadito recentemente dal patriarca di Venezia Angelo Scola, non può inventare la verità e quindi è giusto affidarsi a chi ha maggiore esperienza e autorità, ossia l'episcopato italiano».
Ora, mi si consenta, sono legittime tutte le ragioni per astenersi o votare no, ma questa è pura sottomissione a un'autorità, dovrebbe inquietarci tutti, cattolici e non. E' questa la religione che vogliamo?

E Don Leonardo Zega, contrario ai quesiti abrogativi, rivendica l'autonomia della coscienza, l'ingerenza della Cei e la condanna nei confronti dei cattolici che si recheranno alle urne non gli vanno giù:
«Non ho mai espresso dubbi sul merito: sul fatto cioè che i cattolici italiani debbano respingere il tentativo di svuotare dal di dentro la legge, prima ancora di poterne verificare l'efficacia. Tantomeno dubito del diritto dei responsabili della Chiesa italiana di esprimere il loro dissenso e di mettere in guardia i cittadini, credenti e non, sia sull'inopportunità del referendum come tale, sia sulla capziosità delle quattro proposte abrogative... Ho soltanto manifestato il fastidio, che non è solo mio - e lo sa bene il maestro con la matita blu, arruolato da Avvenire per sgridare quanti non condividono il "pensiero unico" del quotidiano dei vescovi - per il modo in cui è stata impostata la campagna per l'astensione... Non me la sento tuttavia di bollare come cristiani anomali o peggio "alleati del nemico" coloro che scelgono di andare a votare per esprimere il loro no».
Donna Assunta Almirante conferma che ad andare al mare il 12 e il 13 giugno non ci pensa proprio e confessa che nel '74 disobbedì al marito e leader del MSI: seguì la propria coscienza e votò a favore del divorzio (Secolo d'Italia).

In America si è appena votato sulla vita

House of Representatives, Washington DC«Dio potrebbe non essere d'accordo. Ma il governo risponde a me e a ogni altro americano adulto, non a Dio».

Negli Stati Uniti la Camera dei Rappresentanti, con ampia maggioranza bipartisan (238 a 194), ha approvato il testo di legge che toglie i limiti imposti da Bush ai finanziamenti con fondi federali della ricerca sulle cellule staminali embrionali. Il presidente Bush aveva minacciato di ricorrere al potere di veto (nel discorso di oggi la parola "veto" non viene pronunciata), ben diverso da quello di divieto, che sembra vigere solo in Italia. Ancora lontana la maggioranza dei 2/3 (290) che occorrerebbe alla Camera per superare l'eventuale veto presidenziale.
«Research on stem cells derived from human embryos may offer great promise, but the way those cells are derived today destroys the embryo. I share the hope of millions of Americans who desperately want to find treatments and cures for terrible diseases such as juvenile diabetes and Parkinson's disease. That is why my administration completing - completed the doubling of the NIH budget to 29 billion a year, to encourage research. I also made available for the first time federal funds for embryonic stem cell research in order to explore the potential of these cells.

But I also recognize the grave moral issues at stake. So, in August 2000 first - 2001, I set forward a policy to advance stem cell research in a responsible way by funding research on stem cell lines derived only from embryos that had already been destroyed. This policy set a clear standard: We should not use public money to support the further destruction of human life».
Non bisogna farsi ingannare da quello che è un dibattito ben diverso da questo che si sta svolgendo in Italia. Nonostante Giuliano Ferrara tenti di mischiare le carte cercando di darci a bere che Bush stia per vietare la ricerca come in Italia, anche oggi Christian Rocca chiarisce la differenza profonda della realtà americana su questi temi:
«Negli Stati Uniti c'è totale libertà di ricerca sugli embrioni, così come non ci sono limiti né restrizioni di alcun tipo sulle terapie di fertilità. Nessuno, né Bush né il Comitato di Bioetica né gli antiabortisti, chiede di limitare la creazione di embrioni per la fecondazione in vitro, al contrario della legge italiana che pone il tetto massimo di tre embrioni per ogni donna che si sottopone all'assistenza medica per restare incinta... Nel 2001 Bush ha deciso di finanziare coi soldi federali soltanto la ricerca sugli embrioni già esistenti, cioè su quelli già creati in laboratorio ma non più utilizzabili a scopo riproduttivo. Bush ha deciso invece di non concedere soldi federali alla ricerca sugli embrioni creati dopo l'agosto del 2001... E' rimasta totalmente libera la ricerca finanziata dai privati, così come eventuali iniziative pubbliche pagate dai singoli Stati».
Il commento di Michael Kinsley, sul Los Angeles Times, riguardo l'utilizzo degli embrioni sovrannumerari:
«La natura stessa ne crea e ne distrugge milioni ogni anno. Nessuno obietta. Nessuno porta il lutto. Nella maggior parte dei casi non lo si viene neanche a sapere. Se la mia vita non vale più di queste cellule, allora è terribilmente ingiusto che io abbia la possibilità di difendere la mia tesi in un editoriale e loro no. Ma non ho nessun imbarazzo a dire che lo Stato deve valorizzare la mia vita più di questo ammasso di cellule. Dio potrebbe non essere d'accordo. Ma il governo risponde a me e a ogni altro americano adulto, non a Dio».
Gli embrioni sovrannumerari non diventeranno mai un bambino perché non saranno mai impiantati nell'utero di una donna. Per questa ragione, il sostegno alla politica liberalizzatrice della ricerca sulle cellule staminali sta crescendo, anche tra gli oppositori dell'aborto.

Monday, May 23, 2005

Il giardino del dissenso va fatto fiorire

Si è riunita nel giardino di una villa l'assemblea dei dissidenti cubani per il progresso della società civile. Un evento completamente censurato da Fidel Castro, che ha impedito la presenza di giornalisti e parlamentari europei sull'isola, negando visti e ordinando espulsioni. Se non ha impedito anche lo svolgimento della riunione è solo perché ha avuto puntati addosso gli occhi dell'occidente.

D'altra parte a Castro i dissidenti fanno il «solletico», la vera paura del dittatore è che i giornalisti tocchino con mano la miseria e il fallimento del castrismo, che raccontando la realtà della dittatura cubana in giro per il mondo rovinino l'immagine di Cuba, per molti ancora un mito. Un mito la cui forza presso ampi settori intellettuali e politici occidentali è davvero determinante per la sopravvivenza del regime, che si regge soprattutto grazie a quelle politiche di apertura dell'Ue possibili solo nel contesto dei pregiudizi anti-americani e anticapitalisti che accomunano le sinistre europee e Castro.

Per questa intervista a Oswaldo Payá, dissidente del Progetto Varela, Francesco Battistini, l'inviato del Corriere della Sera a Cuba per l'Assemblea per il progresso della società civile, è stato arrestato ed espulso.
«Questa non è una dittatura di sinistra. E' una dittatura e basta. Ogni volta che qualcuno viene qui a stringerle la mano, o a sostenere i suoi finti nemici, è come se calpestasse la testa dei nostri fratelli in prigione».
Anche la Repubblica ha avuto la sua giornalista espulsa. Peggio che nell'Iraq di Saddam, ha raccontato Battistini: «In questo momento c'è molto nervosismo fra gli oppositori a Cuba. I dissidenti sospettano l'uno dell'altro. Chiunque può avermi venduto ai servizi». Il regime ha stretto molto le maglie del controllo negli ultimi tempi, «cerca di controllare tutto. Quello che è capitato a me, la pressione psicologica che ho assaggiato io per 24 ore, ai cubani dissidenti capita tutti i giorni».

In effetti, la prima assemblea pubblica del dissenso cubano ha mostrato le profonde divisioni all'interno dell'opposizione, in particolare tra l'ala dura, sostenuta e finanziata da Washington, e i moderati, che respingono le ingerenze americane e degli esuli anticastristi. La riunione per il progresso della società civile è stata disertata dai più noti dissidenti moderati, come Oswaldo Payà, fondatore del Progetto Varela e premio Sakharov, Elizardo Sanchez e Manuel Costa Morua, nonché dalle cosiddette "Damas de blanco", le mogli dei dissidenti in carcere. I dissidenti moderati criticano la scelta di Martha Beatriz Roque Cabello di accettare finanziamenti dalle organizzazioni di anticastristi della Florida, sostenute dalla Casa Bianca, e di aver proiettato durante la riunione un video-messaggio registrato del presidente americano Bush. Secondo un giornale di Miami, gli esuli anticastristi avrebbero fatto arrivare alla Roque circa 130 mila dollari.

A me sembra tutt'altro che biasimevole che i dissidenti accettino il sostegno finanziario e politico degli Stati Uniti. Anzi, non mi spiego perché mai dovrebbero rifiutarlo, la cosa mi lascia perplesso, e gli Stati Uniti, concentrati sullo scenario mediorientale, dovrebbero essere persino più attivi nell'isola. Il regime di Fidel Castro è uno dei più repressivi, ultimi avamposti della dittatura comunista e, come l'Iraq di Saddam, si regge grazie al favore di cui gode presso ampi settori intellettuali e politici occidentali e grazie alla politica dialogante e "inclusiva" dell'Unione europea.

Lo stangolamento del regime, l'ingerenza della comunità internazionale e la destabilizzazione politica dovrebbero essere le armi da utilizzare per la caduta della dittatura castrista, viceversa l'atteggiamento qui in Europa è di indifferenza quando non di vera e propria complicità ideologica.

Non era libera Chiesa in libero Stato?/2

Vignetta. Un cardinale: non li abbiamo convinti all'astinenza, proviamo con l'astensioneL'appuntamento è a domenica prossima, 29 maggio, quando Benedetto XVI chiuderà a Bari il 28mo Congresso eucaristico nazionale, al quale hanno preso parte le 226 sedi vescovili e 25 mila parrocchie di tutta Italia. E sarà il primo giorno della verità per il nuovo pontificato di Papa Ratzinger. Cederà alle forti pressioni della Cei per un richiamo esplicito all'astensione sui referendum del 12/13 giugno, o resisterà abbandonando i vescovi italiani al destino che li aspetta per la loro scelta suicida? Si interroga oggi Oscar Giannino su il Riformista.
Il Papa sceglierà «di tornare a un ruolo di attore protagonista della vita politica italiana, come Giovanni Paolo II per 25 anni e con ottimi risultati ha evitato con cura di fare, interpretando la missione petrina come guida della Chiesa universale, discosta da quel mix di compromessi ed errori cui si riduce spesso la vita pubblica del nostro paese, e della quale gli errori e le forzature della legge 40 sono nuova espressione»?
Il peso del mondo cattolico, guidato dalla Cei e forte dell'8 per mille, si fa sentire sempre di più sulla campagna referendaria. Siamo a conoscenza per fonte diretta di una vigorosa campagna anti-referendaria all'interno delle chiese, di parroci che trasformano in comizi le loro prediche, che trasformano la funzione religiosa in una funzione partitica. Persino nelle scuole ai genitori giungono messaggi per l'astensione; l'ora di religione e di catechesi, fino ai corsi pre-matrimoniali, non si perde un minuto per invitare i fedeli all'astensione. Per chi decidesse di votare sono pronti gli anatemi: «stupido o traditore».

Qui sta il punto. Il principio di separazione fra Stato e Chiesa non viene infranto dalle prese di posizione - legittime - da parte di un vescovo o di un parroco di campagna, ma quando una scelta politica viene indicata al fedele in nome della contrapposizione fra l'autorità spirituale e quella civile. E' quando il credente sente la propria appartenenza alla religione cattolica e la propria fedeltà a Santa Romana Chiesa vincolate a una precisa opzione politica che scatta l'ingerenza e la probabile violazione del Concordato da parte dell'autorità religiosa.

Se il Papa deciderà di scendere in campo sarà una novità assoluta e rappresenterà inequivocabilmente la cifra del nuovo pontificato, una svolta all'insegna dell'ingerenza del Vaticano nella vita civile del nostro paese con la quale i molti liberali sedotti da Ratzinger non potranno non fare i conti. «Istintivamente e per la speranza che in lui riponiamo», l'appello è "Se ne guardi, Santità!".

Sul fronte politico, oggi registriamo che sul sito della Margherita emerge un sorprendente sondaggio secondo cui il 46% degli utenti sarebbe intenzionato a votare 4 sì, ma non c'è molta speranza che Rutelli ne voglia tenere conto, e che Italo Bocchino (An) procede sulle orme di Fini:
«Mi si rinfaccia: tu sei un uomo di destra, la destra dei valori, la destra di "Dio-Patria-Famiglia". D'accordo. Ma la mia intransigenza sui principi non può rendermi cieco di fronte alle difficoltà degli individui. La destra non è un totem dove si possono immolare le persone per un dogma... Non voglio credere che qualcuno ancora pensi a uno Stato-Leviatano che ammorba gli individui con la sua volontà incontestabile... Non chiudo gli occhi e mi tappo le orecchie. Cerco di farmi carico del problema, rendendomi conto che, probabilmente, come legislatore ho contribuito a rendere difficile la vita di alcune persone».

Sunday, May 22, 2005

Non è una di loro

Dunque nessuna indignazione, né commozione, né trepidazione, né fiaccolata, né manifestazione, per Clementina Cantoni, la ragazza di Care International rapita in Afghanistan ormai da una settimana. Sembra che Veltroni prepari una serata in piazza del Campidoglio. Tardi e poco sentita, quasi dovuta per non superare ogni colmo. Non è una di loro, non è una "compagna", non è una giornalista, ma soprattutto non ha condannato anticipatamente le guerre di Bush. Per lei centinaia di donne afghane manifestano, da noi nessuno: dove sono pacifisti e ong?

Questi rapimenti hanno dato origine a delle bruttissime pagine di ipocrisia e propaganda bieca sul nostro fronte interno, nelle nostre piazze e nelle nostre tv. Abbiamo dovuto sopportare gli insulti al povero Quattrocchi, la civetteria delle due Simona, la supponenza della Sgrena, mobilitazioni di fazioni e conventicole, milioni di dollari spesi in riscatti che chissà quante vite sono già costati. Ormai non è cosa nuova che la "vita" e la "pace", per alcuni, sono valori molto, molto relativi. Mi dispiace solo non stupirmi più come una volta.

Questa sinistra pacifista filo-fascista la conosce bene Christopher Hitchens.

Saturday, May 21, 2005

I primi colpi di sole

Falso al Foglio. Bush minaccia il "veto", Ferrara vorrebbe leggere "divieto"

La stagione estiva è alle porte e solo con un colpo di sole si può giustificare l'editoriale di oggi di Giuliano Ferrara. E' la prima volta che mi capita di leggere su Il Foglio, e proprio scritta dal direttore, una patente bugia.

Ferrara arruola Bush nella sua battaglia in difesa della legge 40, perché ieri il presidente ha preannunciato di essere disposto a usare il veto presidenziale contro questa legge bipartisan presentata al Congresso. Peccato Ferrara faccia credere che il veto minacciato da Bush sia un divieto sulla ricerca. Non è così, in America non ci sono divieti, ce lo ha raccontato ieri Christian Rocca. Bush semplicemente è contrario, e porrebbe il veto su una legge che lo permettesse, a finanziare con fondi federali la ricerca sulle cellule staminali embrionali. Non parla neanche, non ha mai parlato, di vietarla, se finanziata da fondi dei singoli stati o privati. Lontano anni luce dalla legge 40.

Della legge presentata da molti deputati e senatori repubblicani, Ferrara scrive chiamando in causa «manipolazione genetica, selezione eugenetica, scarto e eliminazione programmata, sistematica nei lager del freddo». F-a-l-s-o. La legge presentata pone dei limiti rigorosi, in nessuna circostanza si parla di creazione di embrioni a scopo di ricerca o della loro distruzione, ma solo di embrioni sovrannumerari e "donati".

Inoltre, Giulianone ci regala un'altra piccola svista. E' nelle librerie da oltre due settimane la traduzione italiana (Mondadori) del libro-inchiesta The Right Nation, dei giornalisti dell'Economist Adrian Wooldridge e John Micklethwait. Il titolo deciso è orrendo, ma pazienza, noi almeno ce ne eravamo accorti.

Caro direttore, in quanto a mistificazione ciò che ha scritto oggi meriterebbe la prima pagina dell'Unità. E' stata una settimana difficile, un po' di riposo al mare ci voleva: ma si ricordi... sotto l'ombrelloneeeeee!

Non era libera Chiesa in libero Stato?

Il mite Azioneparallela ha ragione a prendersela se vuole mandare la figlia alla scuola materna pubblica ma finisce dalle suore tramite convenzione comunale, e gli rifilano pure il bigliettino dell'arcivescovo (il mite Caffarra), con l'invito all'astensione dal voto il 12 e il 13 giugno.

D'altra parte, mettiamoci l'anima in pace, l'offensiva è in tutta Italia. Anche a Roma, volantini a messa, manifesti al Pantheon, celebranti scatenati come comizianti. Debbo al tesoriere di Radicali Italiani Rita Bernardini la segnalazione che domenica scorsa l'invito all'astensione è stato formulato dal celebrante della messa data in diretta televisiva nazionale!
Mettiamoci il problema dei cattolici per il "Sì" silenziati e insultati («stupidi o traditori»). Mettiamoci i cardinali come Pompedda: «Non aderire all'invito di non andare a votare non è passibile di scomunica. Ma il cattolico deve sentire la voce di prudenza del suo vescovo e, se non l'ascolta, compie una grave e imprudente disobbedienza».

Per fortuna, Riccardo Canevari, un attento lettore di Notizie Radicali ci ricorda l'intervento pronunciato da Camillo Benso Conte di Cavour alla Camera dei Deputati del Regno di Sardegna il 30 dicembre 1857:
«Ma se io non temo le lotte politiche, quando siano combattute con armi legali, non posso dire altrettanto , ove il clero potesse impunemente valersi delle armi spirituali di cui è investito per ben altri uffici che per far trionfare questo o quell'altro politico candidato. (...) Quando il clero potesse impunemente denunciare nei comizi elettorali i suoi avversari politici, a cominciare da coloro che reggono lo Stato fino all'ultimo fautore delle idee liberali, come nemico acerrimo della Chiesa, come uomo colpito dai fulmini divini, esso potrebbe facilmente ottenere da quella gente di opporsi e al Governo e alla maggioranza non solo colle armi legali, ma altresì coi mezzi materiali. Laonde io non esito a proclamare che se l'impiego abusivo delle armi religiose potesse farsi impunemente dal clero, noi saremmo minacciati, in un tempo più o meno lungo, degli orrori della guerra civile».
"Bravo! Bene!", acclamò l'assemblea, allora, liberale.

Ah, dimenticavo, oggi alle 16.00 JimMomo sarà alla maratona Blog in Progress sui referendum negli studi di Nessuno Tv, nonché, a seguire, a una seconda maratona, stavolta dove si corre davvero, organizzata da Radicali Roma. Ac-correte!

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I giorni difficili degli anti-referendari

Rutelli, Giovanardi, ButtiglioneCorea del Sud batte Italia, di nuovo. E l'1-2 assestato in tre giorni da Christian Rocca a Ferrara

Non si può negare che si sia trattato di un brutto risveglio, ieri, per gli anti-referendari. La sera prima, Giuliano Ferrara conduceva nervosetto la sua trasmissione ospitata su Radio Radicale. Nonostante l'informazione distorta delle tv (corretta invece sui maggiori quotidiani), con cedimenti emotivi al mito del clone umano sconfinati persino in toni tra il sarcastico e il razzista sulla nazionalità sudcoreana dei ricercatori, questa notizia proveniente dalla Corea del Sud ha colpito nel segno:
«Sono state ottenute le prime linee di cellule staminali embrionali «su misura», prelevate da embrioni clonati a partire da cellule adulte prelevate da 11 pazienti colpiti da diabete giovanile, lesioni del midollo spinale e immunodeficienza. La ricerca, condotta fra l'università sudcoreana di Seul e quella statunitense di Pittsburgh, è pubblicata online su Science-express».
Cosa sono riusciti a fare dunque i ricercatori sudcoreani, cosa c'è di eccezionale? Lo spiega anche Anna Meldolesi su il Riformista:
«Hanno sviluppato con il trasferimento nucleare - la cosiddetta clonazione - la prima linea di cellule staminali embrionali umane... è ormai possibile produrre con grande efficienza cellule staminali embrionali clonate, dotate del patrimonio genetico di singoli pazienti... non esistono ostacoli biologici che impediscano di utilizzare il trasferimento nucleare per produrre efficientemente cellule staminali umane pluripotenti con un patrimonio genetico predeterminato... nei test in vitro si sono dimostrate istocompatibili con i singoli pazienti, condizione indispensabile per evitare reazioni di rigetto in un eventuale trapianto cellulare».
«Dopo mesi di discussioni astratte sull'embrione, un salutare bagno di realtà per il dibattito sulla legge 40», è il commento dell'editoriale su il Riformista.
«Si ricomincerà anche a parlare seriamente delle prospettive della ricerca sulle cellule staminali embrionali. Quelle che secondo gli astensionisti del Comitato Scienza e Vita non servono a nulla, e che la comunità scientifica italiana chiede a gran voce di poter studiare».
Già, perché nonostante la strumentalizzazione in chiave "terroristica" della parola "clonazione", associata alla riproduzione di una copia esatta di un essere vivente, al posto del più preciso termine "trasferimento nucleare", il passo avanti compiuto dai sudcoreani toglierà di mezzo, presso l'opinione pubblica, uno dei principali argomenti utilizzati dagli anti-referendari. Nessuno vende illusioni ai malati, si tratta di speranze di cura, di promesse della scienza, ma la concretezza di queste ricerche è ora dimostrata e i frutti potrebbero divenire maturi prima che si faccia a tempo a incrociare le armi della prossima "battaglia culturale".

Non so se vi rendete conto. Si parla di malati di diabete e lesioni spinali. Dal punto di vista biologico mi sembra difficile poter parlare, nel caso sudcoreano, di fecondazione. Non vi è concepimento, ma un trasferimento di materiale gentico appartenente ai pazienti: si prende il Dna da cellule adulte (quindi un Dn singolo e riconoscibile appartenente a una personata già nata), lo si trapianta in un ovulo svuotato del suo nucleo. E le blastocisti da cui si ottengono le cellule staminali embrionali non sono soggetti umani neppure nell'America conservatrice di Bush.

L'1-2 assestato in tre giorni da Christian Rocca al direttore del suo giornale è da Ko. Mercoledì scriveva dell'approccio pragmatico con il quale la commissione bioetica nominata dal presidente Bush, con a capo il filosofo iper conservatore Leon Kass, avanzava in un libro bianco non divieti, ma quattro soluzioni per ottenere «cellule equivalenti alle staminali embrionali, senza ricorrere alla creazione, alla distruzione o al danneggiamento di embrioni umani». Soluzioni legate alla fecondazione assistita, già vietate dalla legge 40, che però, come sapete, in America non vige, perché lì per davvero sulla vita non votano.

Giovedì un Ferrara tramortito cercava di mettere una pezza con un articolo di Giulio Meotti sul pensiero moralista dello stesso Leon Kass. «Abbiate paura», era il monito: «Molte persone sono incapaci di esprimere giudizi su ciò che è bene e ciò che è male, giusto o sbagliato». Dove l'ho già sentita questa?. Ieri però Rocca tornava sull'argomento (goduria!), spiegando qual è la situazione normativa nell'America conservatrice di Bush. Il presidente dei "moral values" sa che legiferare è un'altra cosa. In questa America, quella conservatrice e del risveglio religioso, nessuna legge limita la fecondazione assistita, né la ricerca sulle cellule staminali embrionali se finanziata con denaro privato. E addirittura nel Congresso a maggioranza repubblicana «201 deputati, 17 in meno della maggioranza, e 58 senatori, 8 più della maggioranza, hanno già firmato una proposta di legge bipartisan che ribalta» la decisione di Bush di finanziare con fondi federali soltanto la ricerca sulle linee embrionali già esistenti nel 2001, e non su quelle create successivamente.

Si può o meno condividere la scelta di Bush (io avrei fatto diversamente), ma almeno l'aver posto un limite all'uso dei soldi dei contribuenti americani su una pratica «le cui implicazioni etiche e morali non sono affatto condivise» non lede certo la sfera personale dei cittadini e la libertà di ricerca scientifica. Quella presentata è una legge che consente l'uso dei fondi federali, ma pone dei «paletti per evitare che si costruiscano embrioni esclusivamente per scopi scientifici». Dunque embrioni sovrannumerari e "donati". Primi firmatari, alla Camera e al Senato, due repubblicani e a sostegno dell'iniziativa c'è una campagna di spot con le parole di Nancy Reagan favorevoli alla ricerca; il leader religioso e antiabortista John Danforth, pastore evangelico, ha spiegato che le cellule create in laboratorio, e non impiantate nell'utero, non possono essere paragonate ai feti che «diventerebbero persone seguendo il corso naturale delle cose».

Se poi volete avere un'idea di Giulianone all'angolo, rivedetevi il contraddittorio all'Università Bocconi con il segretario dei Radicali italiani Daniele Capezzone. Che giornatacce che devono essere.

Ieri invece, ha deluso Claudio Magris, sul Corriere della Sera, che inizia bene ma finisce male, parecchio male. Ci pensa Azioneparallela:
«Quanto all'essere la vita dell'uomo "una curva ininterrotta dal momento del concepimento a quello della morte" - a parte il fatto che anche la perdita dei capelli è abbastanza ininterrotta, ma nessuno chiama calvo chi è alla perdita del primo capello, e a parte pure che io mi riserverei di parlare di continuità per quei fenomeni in cui il tutto è coinvolto nel cambiamento (e in cui dunque alla fine non c'è quello che c'è all'inizio) e non invece là dove qualcosa rimane mentre qualcos'altro cambia, ma insomma questo equivale a dire (con il più metafisico e materialistico dei riduzionismi) che quel che c'è all'inizio, 46 cromosomi, è quel che c'è alla fine, e tutto il resto non conta quanto alla definizione di ciò che è uomo. Chi non vede che un simile irrigidimento "metafisico" del concetto di uomo è (eccome se lo è!) una filosofia? (Una cattiva filosofia, come più volte ho detto, che si mantiene solo su un pregiudizio biologistico infondato - perché la scienza può dirci che cos'è uomo dal punto di vista biologico, ma non che il punto di vista biologico è quello esclusivamente pertinente per definire cosa sia un uomo. E io vi assicuro che se un biologo scoprisse un giorno che mia figlia non è umana, che ha una biologia aliena, non smetterei di amarla né di considerarla mia figlia. Figuriamoci se scoprissi che è eterologa!!!)».