Wednesday, May 31, 2006

Vuoi vedere che Papa Ratzinger è sopravvalutato?

Pacelli, allora segretario di Stato, firma nel 1933 il Concordato tra Santa Sede e Terzo Reich. Siede alla destra, il vicecancelliere von PapenVuoi vedere che il fine teologo è un po' sopravvalutato? Vuoi vedere che, insieme ai suoi collaboratori, è anche un po' approssimativo? Nei suoi discorsi cade in baratri di impressionante banalità e anche nella prima Enciclica (quella del «non c'è sesso senz'amore») questo profondo messaggio teologico non ce l'ho visto.

Ci si mette di buona volontà Wind Rose Hotel a cercare un messaggio profondo al discorso pronunciato da Papa Ratzinger in visita ad Auschwitz, un significato che evidentemente a noi superficiali, a noi semplici (ma il Pastore non dovrebbe proprio ai semplici rivolgersi?) è sfuggito.

Intanto, animati non certo dalla stessa curiosità intellettuale di un blogger che apprezziamo, illustri quanti zelanti editorialisti si affannano a correre ai ripari. Primo fra tutti Galli Della Loggia, non certo nuovo a questo tipo di disinteressatissime (per carità!) operazioni. Poveri stolti, ma che avete capito? Il Papa non è che un brillante anti-conformista... oh! è uno autentico, un finissimo e «ispirato» teologo, «troppo lontano dalle convenienze del senso comune», e così via cantando. Come abbiamo potuto dubitare, dunque? La verità è che per quanto si affannino, alla lunga tutti si accorgeranno che Ratzinger non ha il passo di Wojtyla.

A chiudere la partita ci pensano le parole di 1972, per il quale la banalità è quella del Papa: «Le interpretazioni degli esegeti troppo zelanti tendono spesso a sorpassare il significato del testo e più che la comprensione favoriscono la confusione. Il fatto che si debbano imboccare percorsi anomali ad ogni piè sospinto ed invocare in continuazione l'anticonformismo del Papa per giustificare le sue parole o i suoi silenzi non depone a favore della chiarezza del messaggio. Forse qualche volta sarebbe più onesto ammettere che anche l'infallibile può sbagliare e che non tutto ciò che proviene dalle labbra del vicario di Cristo è santo. Forse sarebbe il caso di riconoscere che ad Auschwitz il Papa è sembrato un parroco di provincia che improvvisava. Forse bisognerebbe suggerirgli che in certi casi è meglio essere un po' più conformisti, soprattutto se si parla di un genocidio e si decide di farlo nel luogo in cui è avvenuto...»

Tra l'altro, nell'udienza di oggi Ratzinger si è corretto e, molto diplomaticamente, ha chiamato in causa esplicitamente l'antisemitismo, cosa che non aveva fatto nella sua visita ad Auschwitz, ricevendo molte critiche.

Ma quale «male primigenio», ontologico o teologico, quale Satana! Dietro la croce uncinata c'è stata, purtroppo, la «banalità del male» di cui ci ha parlato Hannah Arendt.

Sorprende invece la bassa strumentalizzazione della storia, persino su fatti così atroci, da parte di Ratzinger per sostenere, in soldoni, le sue battaglie politico-culturali di oggi, al fianco di Pera e Ferrara, fini intellettuali "laici". L'obiettivo dei «nazisti che volevano distruggere il popolo ebraico» era quello di «strappare» le radici del cristianesimo. Insomma, sterminare gli ebrei per far dispetto ai cristiani. E, d'altra parte, per ricordarci che le democrazie, se non hanno un fondamento etico (cattolico, ovviamente, di cui è custode la Chiesa di Roma), rischiano di cadere nelle mani di «bande di criminali».

Risulta però che con quel «gruppo di criminali» animati da «smania di distruzione e dominio» guarda caso la Santa Sede firmò un bel concordatino, nel 1933, un po' dopo, ci ricorda Malvino, l'uscita del Mein Kampf, «copione della Shoah». «Fanno accordi con Hitler, con Mussolini, con Franco, con Pinochet, perfino con Fidel Castro – basta che gli si faccia fare i comodi loro e chiudono un occhio, quando addirittura non benedicono le squadracce».

Dunque, al Papa interessava riaffermare le radici cristiane dell'Europa e la supremazia della legge morale sul relativismo delle democrazie. «Sull'altare di questi due obiettivi, Benedetto XVI ha scelto di lasciarsi sfuggire un'ulteriore opportunità di chiudere i conti col passato della Chiesa in quella buia parentesi della storia e di aprire una nuova pagina nei rapporti con l'ebraismo». Sono le conclusioni cui giunge Emanuele Ottolenghi in uno strepitoso articolo di oggi su il Riformista, di cui riporto qualche altro passaggio: «... il tentativo di esonerare il popolo tedesco attribuendo la colpa del Nazismo a una "cricca di criminali" che avrebbe preso il potere "mediante promesse bugiarde"... è una teoria storicamente inesatta oltre che moralmente evasiva e che a un papa che fa del rigore morale e della lotta al relativismo uno dei suoi vessilli, francamente calza male».
«Non sarebbe stato opportuno, quando il papa dice che "il passato non è mai soltanto passato", aggiungendo che "esso riguarda noi e ci indica le vie da non prendere e quelle da prendere", ricordare che fu l'effetto cumulativo di anni di propaganda dell'odio, essa stessa alimentata e aiutata da secoli di pregiudizio, a creare il terreno fertile per lo sterminio?
E se davvero invece tutto avvenne per mano di pochi criminali, perché allora tacere sul fatto che il suo predecessore al soglio di Pietro, Pio XII, tacque per sei lunghi anni sulla mostruosità del Nazismo, anche quando i suoi crudeli aguzzini fecero marciare gli ebrei diretti ai forni sotto le sue finestre romane?
Se così tanti morirono a causa di così pochi, perché il papa tacque, quando un gesto e una parola del pontefice, oggi come ieri, smuovono le coscienze e le cancellerie?»
Per quanto mi riguarda, sono sempre più convinto delle cose che ho scritto nei miei due post precedenti.

Il cuneo di Draghi sul Governo Prodi

Il Governatore della Banca d'Italia Mario Draghi«Totalmente d'accordo sulle priorità». Andiamole a vedere, allora, nel particolare, quali sono queste priorità esposte stamani da Draghi all'Assemblea generale della Banca d'Italia su cui Prodi si è detto «totalmente d'accordo». Si possono riassumere in: crescita, taglio della spesa pubblica e liberalizzazioni.

«Tornare alla crescita è la priorità assoluta». Tutte «le azioni da intraprendere, incluse le misure per il risanamento della finanza pubblica, divenuto imperativo», siano subordinate a questa priorità. Però Draghi "accoglie" l'emendamento Tombolini contro il «mantra della crescita»: ridurre la spesa pubblica, riducendo prima di tutto sprechi e privilegi.

«Per ricondurre i saldi della finanza pubblica su livelli che consentano una flessione prevedibile, continuativa e permanente del peso del debito vanno realizzati interventi strutturali che interessino le principali voci di spesa a tutti i livelli di governo». Occorre «agire immediatamente sulla riduzione delle spese della pubblica amministrazione, innalzando l'età media effettiva di pensionamento e responsabilizzando pienamente Regioni ed enti locali nel controllo della spesa». Finita qui? No, Draghi riapre il discorso fondi pensioni: «Bisogna poi accelerare sui fondi pensione (per i quali è necessaria una "piena concorrenza" tra tutte le istituzioni finanziarie), sbloccare l'utilizzo del Tfr a scopi previdenziali, rafforzare la diffusione dei Fondi comuni d'investimento...».

E' «necessario frenare la spesa primaria corrente», che negli ultimi dieci anni (governi di centrosinistra più Berlusconi) è cresciuta del 2,5% all'anno.

Riduzione del cuneo fiscale? Ben venga, ma di risorse per tagli significativi non ce ne sono e non mi pare che Draghi abbia parlato di aumenti della tassazione sulle "rendite" finanziarie o di imposte di successione: «Uno spostamento dell'imposizione dal lavoro ai consumi offre benefici», ma «le compatibilità di bilancio lasciano margini stretti per il finanziamento di una riduzione» del cuneo.

Draghi rammenta inoltre che «nel 2005 il fisco ha prelevato, tra imposte e contributi e senza contare l'Irap, il 45,4% del costo del lavoro», mentre «il valore medio dei Paesi Ocse è del 37,3%». Smentiti quindi quanti dicono che il costo del lavoro in Italia non è poi così maggiore che in altri paesi europei. Piuttosto, il costo del lavoro dovrebbe essere considerato per unità di prodotto e non per singolo lavoratore. Anche le lungaggini del sistema giuridico ed amministrativo «influenzano significativamente i costi e la competitività delle imprese», penalizzandole nel confronto internazionale.

Il capitolo liberalizzazioni ricorda l'agenda Giavazzi: «La gestione delle reti, l'ampliamento del novero dei fornitori sono problemi ancora irrisolti. Nei servizi pubblici locali la stessa privatizzazione ha fatto pochi passi avanti; la liberalizzazione manca quasi del tutto, tanto che la gestione può essere affidata senza gara a società pubbliche o miste... Le amministrazioni locali detengono ancora il controllo di molte imprese operanti nella fornitura di servizi pubblici».

Scontata la difesa della linea Biagi: «La rigidità nell'impiego del lavoro impone costi impliciti alle aziende», ma «con la diffusione dei contratti atipici sono stati recuperati in questi anni margini di flessibilità».

Su scuola e università la via indicata da Draghi è quella Tony Blair. Ai tanti tromboni che si aggirano nelle nostre università convinti dell'innata superiorità dell'istruzione italiana d'impostazione gentiliana, andrebbe fatto notare che «nel 2003 le quote di diplomati e laureati nella fascia d'età tra 25 e 64 anni erano in Italia rispettivamente pari al 34% e al 10% del totale, contro medie del 41% e del 24% nei Paesi dell'Ocse». Università di massa, quindi, quella del diritto allo studio "farsa", vuol dire meno laureati e più ragazzi che perdono tempo e risorse.

Anche i risultati sono critici. «A 15 anni gli studenti italiani hanno accumulato un ritardo nell'apprendimento della matematica equivalente ad un anno di scuola: secondo una indagine dell'Ocse, l'Italia figura al 26esimo posto su 29 Paesi». Però, dirà qualcuno di quelli sopra, sanno tutto, o quasi, sulle guerre puniche. C'è un ritardo complessivo che, ha aggiunto Draghi, «ci impone di guardate all'esperienza di altri Paesi europei, quali Svezia, Finlandia, Regno Unito, che hanno sperimentato strumenti per migliorare il rendimento di istruzione e di ricerca, rafforzando la competizione tra scuole e università, prima ancora che maggiori spese occorrono nuove regole che premino il merito di docenti e ricercatori».

Quest'ultimo passaggio è il caso di ripeterlo: «... prima ancora che maggiori spese occorrono nuove regole che premino il merito di docenti e ricercatori».

Adesso spunterà qualcuno che verrà a dirci che Draghi, come d'altronde Giavazzi, perde il suo tempo, che Prodi non farà mai queste cose. Certo, io non ci scommetterei. Il nostro ceto politico, di destra o di sinistra, non ha il coraggio e la statura di essere impopolare per non essere anti-popolare, ma chi ha più sale in zucca lo usa e Draghi, Giavazzi, Alesina e noi - nel nostro piccolo - non ci stancheremo di sgolarci per sostenere le riforme radicali di cui questo paese ha assoluto bisogno, pena il declino.

Tuesday, May 30, 2006

Amministrative. Per Berlusconi è una ri-perdita

Berlusconi con la spalla fasciata. La vignetta di Giannelli sul Corriere della Sera del 31 maggioQualche appunto, non proprio sintetico, sull'esito delle elezioni amministrative. A Berlusconi la spallata non è riuscita. Autolesionista non aver accorpato i due appuntamenti (politiche più amministrative) in un election day. L'evento avrebbe con ogni probabilità evitato un'affluenza di circa il 9% in meno rispetto alle amministrative del 2001 e del 14% in meno rispetto alle politiche in cui era riuscita la grande rimonta. Un'astensione che ha indubbiamente colpito il centrodestra. Invece, Berlusconi ha fissato la data delle amministrative pensando, nel caso fossero andate male le politiche, di offrirsi subito un'occasione di rivincita.

Così non è stato, anche perché gli italiani hanno mostrato maturità. Hanno resistito ai tentativi di politicizzare il voto amministrativo. Hanno preferito giudicare l'operato dei loro sindaci e l'affidabilità degli sfidanti, invece di emettere un primo severo giudizio sulla partenza infelice del Governo Prodi. In tanti, magari, sono stati tentati di farlo, ma perché punire i sindaci per colpe non loro?

Prova ne è che a Napoli, l'unica città in cui Berlusconi poteva sperare nel colpo, e su cui infatti ha profuso le maggiori energie, il suo impegno non ha avuto gli stessi risultati ottenuti alle politiche solo un mese e mezzo prima. E' a Napoli, quindi, che si vede la confitta della strategia berlusconiana della "spallata".

La bassa affluenza ha reso anche meno scontata, ma pur sempre netta, la vittoria della Moratti a Milano, di cui, confesso, sono contento perché l'ultimo dei questurini sarebbe stato più elegante di Ferrante.

Torino e Roma due casi a parte, dove veramente hanno pesato i volti dei candidati. Se sia Chiamparino che Veltroni hanno superato la fatidica soglia del 60%, ciò si deve anche alla coincidenza di due fattori. La loro trionfale riconferma dimostra che quando la sinistra ha mentalità di governo, riformista e non conservatrice, per esempio sul lavoro e sulle opere - basti ricordare la difesa della Tav da parte di Chiamparino e della Legge Biagi da parte di Veltroni - allora è capace di solide vittorie attraendo consenso dal "centro" dell'elettorato più pragmatico e modernizzatore. E' questa la sinistra che vince e convince. D'altra parte, la sonora sconfitta di Buttiglione e Alemanno non può che dipendere anche dal retrivo connotato specifico dei due candidati, cattolici tradizionalisti e anti-liberali.

Capitolo Rosa nel Pugno.
Buon risultato a Torino: 2,8%; disastroso a Milano: 1,4%; appena dignitoso a Roma (considerando il trionfo di Veltroni): 2%.

«Il centrosinistra ha perso per responsabilità principale di tutti coloro che hanno impallinato Umberto Veronesi. Ferrante ha perso perché si è messo nelle mani di un gruppo dirigente diessino che l'ha consigliato male, ed è apparso così poco credibile nei confronti del voto moderato». Ebbene, se Biscardini, capolista della Rosa nel Pugno a Milano, era consapevole di due questioni politiche così rilevanti, perché l'appoggio così automatico a Ferrante? Perché non considerare altre opzioni: andare da soli o persino con la Moratti? La "bruciatura" della candidatura Veronesi, da parte cattolica-diessina-comunista, costituiva una giustificazione più che sufficiente. Non solo l'elettorato radicale, ma credo che molta parte di quello socialista milanese, abbia preferito l'ex Ministro a una sinistra rappresentata dal volto di Ferrante.

Da registrare che a Napoli, dove la RNP non si è presentata, una lista di socialisti facenti capo allo Sdi ha preso il 3,3% (due consiglieri).

Con questi chiari di luna, sul piano dei risultati e dei rapporti interni allo Sdi, ci vorranno non pochi approfondimenti prima di dar vita al partito della Rosa nel Pugno.

Tornando ai risultati, l'analisi più equilibrata e completa, al solito, è quella di Stefano Folli, Sole 24 Ore. Per un'analisi più sistemica e meno congiunturale sulla straordinaria potenza delle sinistre alle amministrative, rivolgersi a Paolo Della Sala. Come mai a Napoli, ridotta a un cassonetto della spazzatura a cielo aperto, con economia «agonizzante» e criminalità imperante, la Iervolino ha trovato la riconferma?

La sinistra è impareggiabile nel costruirsi roccaforti di consenso clientelare, praticamente un «feudo, altro che federalismo». Gli appalti.
«Basta creare una rete di imprenditori amici, ai quali si concedono appalti da centinaia di migliaia di euro e dai quali si pretendono "donazioni". L'imprenditore edile diventa presidente di una società sportiva, "aiuta" la gestione di un circolo sociale. La commistione pubblico-privato è garantita anche da società miste, costituite ad hoc e gestite da persone fidate».
Il metodo garantisce «un controllo pieno e totale su due punti fondamentali».
L'offerta di posti di lavoro:
«... impieghi e assunzioni nei comuni, province, regioni, comunità montane etc.; quello degli impieghi nelle società edili -private ma "amiche"-; quello delle assunzioni nelle grandi aziende, gestiti dalla ipermacchina sindacale; quello diretto, attraverso le le Cooperative rosse e bianche e le banche di "ispirazione e controllo politico". Il ricarico nel caso di un appalto sui servizi sociali a una cooperativa è massivo: la coop è pagata dall'Ente in questione, si ottiene un beneficio politico attraverso la ricaduta di immagine; si allontana ogni possibile concorrenza (niente "libero mercato"); si offre lavoro; si guadagna».
La gestione delle concessioni edilizie:
«Il network imprese edili-appalti-amministrazione diventa un motore che funziona a pieno regime e a costo zero (gli appalti riguardano opere pubbliche, le concessioni le opere di privati). I soldi girano a pieno regime, si può offrire un posto di lavoro al figlio del compagno; il cittadino comune sa che se vuole ristrutturare casa ha bisogno di un amico nell'Ufficio tecnico del Comune, se vuole coltivare cocomeri di un amico nella Comunità Montana».

Tra le righe del discorso del Papa ad Auschwitz

Papa Ratzinger in visita ad AuschwitzSottile e fondata l'interpretazione che Giuseppe Di Leo, su il Riformista, ha dato della frase più discussa del discorso del Papa ad Auschwitz. Non voleva essere una sorta di assoluzione del popolo tedesco, quanto un monito sulle debolezze dei sistemi democratici.
«Riduttivo il termine "gruppo di criminali"? Sì, se a Ratzinger interessasse solo il fenomeno sociologico del nazismo. Ma al Papa tedesco preme insistere su un altro aspetto, ben più importante, che riguarda la procedura formale della democrazia: senza un riferimento all'etica qualsiasi regime democratico, ancorché perfetto sul piano procedurale, rischia di degenerare in regime totalitario».
Ecco, è un messaggio che tra le righe del discorso del Papa in effetti si intravede. Da parte mia, continuo a ritenere la democrazia soprattutto una procedura, regole, istituzioni. Ed è proprio quando la si vuole riempire di sostanza etica - per calcolo da parte dei suoi nemici, per paura della sua debolezza da parte di sinceri democratici - che viene sottoposta ai maggiori rischi. Il rischio che qualcuno approfitti delle procedure formali democratiche per sopprimere la democrazia è ineludibile. Voler mettersi a priori al riparo da questo rischio implica sopprimere la democrazia stessa prima che la minaccia si verifichi. E' come uccidere un paziente per evitare che il suo corpo degeneri in tumore.

La democrazia è il sistema di governo preferibile perché non mira a un suo assoluto dottrinario, semplicemente "funziona" perché tollera gli attacchi. Non può esistere una democrazia etica, che si fonda sull'etica, una specie di stato etico-democratico. E una democrazia anche a bassa intensità etica è una democrazia menomata.

«Era la Chiesa, non Dio che era assente ad Auschwitz». Così, tornando alle parole pronunciate dal Papa ad Auschwitz, Gian Enrico Rusconi, su La Stampa, contesta innanzitutto che «il primato della Chiesa-istituzione» rimanga, in queste occasioni, sempre «al di sopra di ogni sospetto, di ogni domanda». Persino più dell'Onnipotente.
«Chiedersi "dov'era la Chiesa?", "perché papa Pacelli è stato zitto?" non equivale affatto a formulare immediatamente atti di accusa. No. Come sappiamo, la questione è complessa».
«Pensiamo quale effetto liberatorio e illuminante per tutti (cattolici e laici, e ovviamente per gli ebrei) avrebbero avuto queste domande se fossero state espresse pubblicamente da Benedetto XVI. Invece di volare alto nel mistero teologico con l'evocazione del silenzio di Dio. Il Quale, interpellato, risponderebbe semplicemente: "Vi ho resi liberi e responsabili, non cercate alibi ai vostri crimini. Ma neppure alle vostre omissioni"».

E' questione «complessa», ma quale avrebbe dovuto essere il posto dei cristiani durante il periodo di dominio nella Germania nazista? Quela la testimonianza della Chiesa, anche in termini di sacrificio?
«L'immagine di un gruppo di malvagi che abusa di un popolo intero è davvero inadeguata in un discorso pubblico di dimensioni planetarie quale quello atteso da un Pontefice. Nella Germania tra gli anni Trenta e Quaranta ha funzionato un sistema - certamente perverso - di corresponsabilità di tutti i ceti dirigenti tedeschi, che la storiografia ha chiarito al di là di ogni dubbio. Compresa l'entusiastica e consapevole adesione di gran parte della popolazione al regime, alle sue teorie razziali, prima fra tutte l'antisemitismo militante. Ci sono state eccezioni, naturalmente, che proprio per questo acquistano uno straordinario significato morale, esemplare».

Pacifismo conservatore vs. interventismo liberale

Recensendo («da fratello maggiore americanista e antitotalitario») il nuovo libro di Christian Rocca (Cambiare Regime, Einaudi), Massimo Teodori traccia un quadro lucido ed esauriente - radici culturali e protagonisti attuali - dei due campi contrapposti nello scontro tra il pacifismo conservatore e l'interventismo antitotalitario e liberale:
«Ancora oggi nel mondo resistono una quarantina di dittatori e ancor più regimi semi-dittatoriali. Mentre i conservatori di destra e di sinistra ne prendono realisticamente atto per lasciare le cose come stanno, gli antitotalitari, neoconservatori o socialisti liberali alla Tony Blair, ritengono giunto il momento di affermare non solo una nuova strategia politica ma anche un nuovo diritto internazionale. Quello fondato sull'ingerenza umanitaria, cioè sul diritto di ingresso negli affari interni delle dittature per tutelare su scala internazionale l'interesse della democrazia e restaurare nei paesi in cui sono violati i diritti umani delle popolazioni. È questa la nuova frontiera imboccata da Bush e Blair... è questo lo scontro ideale tra il pacifismo conservatore e imbelle e l'interventismo antitotalitario liberale». Leggi tutto

Fallaci, la migliore alleata degli integralisti

Signora Fallaci, mi pare che il suo impegno sia finalizzato molto più a trasformare il nostro paese come i loro paesi, quelli islamici, dispotici e integralisti, che i loro come il nostro, laico e democratico. Da noi chiunque può edificare moschee e luoghi di culto di qualsiasi religione, naturalmente nel rispetto delle nostre leggi civili.

Dobbiamo esigere reciprocità nel senso che dovremmo pretendere dai paesi arabi e musulmani la stessa tolleranza che adoperiamo nel nostro paese, ma non nel senso di negarla perché gli altri ce la negano a casa loro. Sarebbe, questa, una nostra sconfitta. Seguendo le intemperanze fallaciane renderemmo noi stessi più simili a loro, cadendo in un integralismo speculare a quello islamico, mentre dovremmo sforzarci di portarli dalla nostra parte, democratica e civile.

Ben tornato Adriano

«La vita che continua». Adriano Sofri è tornato a firmare su Il Foglio la sua rubrica "Piccola Posta". «L'Olanda non doveva perdere Ayaan Hirsi Ali, comunque davvero si chiamasse».

La vita che continua. Le rondini, per esempio. Leggevo sui giornali che non arrivavano più, che ne sarebbero arrivate sempre meno. Però da me la prima coppia è tornata già con un azzardato anticipo. il 9 aprile, e ora è pieno, e le nidiate hanno già preso il volo. Leggevo dell'aviaria, di un allarme comprensibile e umano, ma con una specie di distrazione rispetto all'eventualità di un cielo malvisto e vuoto di uccelli. Seguo gli assidui convegni di Ahmadinejad — "La montatura dell'Olocausto", "il mondo senza sionisti" — e immagino un mondo senza uccelli e senza ebrei, così, per sventare il contagio. Sui giornali di sabato ho letto dell'allenatore della squadra olimpica irachena di tennis, Ahmed Rashid, e dei due giocatori, Nasser Mi Hatem e Wissam Adel Odah, che sono stati ammazzati a Baghdad perché indossavano i calzoncini corti. Ho letto anche che secondo genetisti inglesi è nato prima l'uovo che la gallina. Mi ricordo di Sarajevo, quando all'improvviso riusciva ad arrivare ai brulli mercatini una fornitura umanitaria di uova. Si scherzava: è morto prima l'uovo o la gallina? La vita che continua: ci sono le lucciole fra le piante, le stelle in cielo. In galera — 62 mila persone, al momento: ma lasciate che la Cirielli lavori, e vedrete che meraviglie — niente cielo stellato, niente lucciole, occhi sbarrati sul soffitto, o sulla branda di sopra. Non passa giorno — non passa notte — senza che ci pensi, alla galera. Non per solidarietà, per malattia. Fuori, me la prendo per le cose più diverse. L'Olanda non doveva perdere Ayaan Hirsi Ali, comunque davvero si chiamasse. L'Italia doveva convocare Lucarelli. Prodi doveva istituire un ministero per il Nord, con un ministro del Nord, non so, Illy. Guardo le facce in giro, ora che posso andare in giro, e troppe mi sembrano, con tutto il rispetto, brutte e arrabbiate, anzi nemmeno arrabbiate. Seccate, risentite. Specialmente quelle delle persone che guidano l'auto e parlano da sole. Poi torno e mi guardo allo specchio, temendo che anche la mia sia così, seccata, rancorosa. La vera differenza sono gli specchi. In galera non ci sono, uno non si vede per anni, poi viene fuori e non fa che incontrarsi, nelle vetrine, nei bar, nei bagni, e spesso non si riconosce e trasale, e poi si volta di qua e di là, si guarda e si riguarda, di fronte, di profilo, fa le facce, muove le gambe, così, per sgranchirsi. Per riabituarsi.

Ripartire da Ventotene?

On line il III numero di LibMagazineIl fallimento dei professionisti dell'europeismo "corretto"

E' on line il III numero di LibMagazine. Questa settimana dedicato completamente all'Europa, tra due ricorrenze. Il ventesimo anniversario della morte di Altiero Spinelli e il "No" alla ratifica del Trattato costituzionale europeo, espresso proprio un anno fa, il 29 maggio, tramite referendum, dai cittadini francesi. Di seguito le prime righe del mio (lungo) intervento.

Non basta più dire: «Europa». Oppure: «più Europa». Dovremmo interrogarci su «quale Europa». Diffidate da quei solenni discorsi nei quali, sfuggendo a questo interrogativo, personalità di spicco del nostro ceto politico, a partire dal presidente della Repubblica Napolitano e dal presidente del Consiglio Prodi, fanno professione di europeismo. Un dibattito sull’Europa che sia autentico e aperto al futuro dovrebbe vedere la politica impegnata a ragionare sul «fare l'Europa», su cosa l’unità europea dovrebbe essere esattamente.

All’indomani della bocciatura, nel giugno del 2005, del nuovo trattato costituzionale da parte dei cittadini francesi e olandesi, i leader europei annunciarono «un periodo di riflessione». Quale riflessione? Dov'è? Chi ne sono i promotori? A quali conclusioni stanno giungendo? L'impressione è che non sia in corso alcuna riflessione, che si stia vivacchiando, in attesa, una volta passata la tempesta referendaria, di riprendere il cammino là dove era stato interrotto, come se nulla fosse accaduto e come se si potessero archiviare quei milioni di "no" senza prima aver posto sotto una meticolosa, anche esasperante verifica l'approccio "europeista" che ha partorito la bozza costituzionale uscita sconfitta dalle prove referendarie.

Propedeutico a una riflessione reale, e non solo cosmetica, è il prendere atto del fallimento di un establishment, dei professionisti di una sorta di pensiero unico sull'Europa (il solo "politicamente corretto"), che hanno ridotto il sogno europeo a un incubo burocratico. Sperare che l'unità europea prendesse spontaneamente vita e forma dalla moneta unica è stato un atto di presunzione politica e aridità ideale.
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Giavazzi non demorde

Con la solita incisività e chiarezza espositiva Giavazzi non demorde e, a costo di diventare noioso, rilancia un'agenda di riforme ancor più dettagliata rispetto a quella, pressoché disattesa, avanzata in campagna elettorale.

Il suo editoriale di ieri sul Corriere parte con un monito a Prodi, ricordandogli la sorte del suo predecessore a Palazzo Chigi: «Cinque anni fa Silvio Berlusconi si giocò la legislatura nei primi tre mesi di governo». Perse tempo, «anziché approvare subito una riduzione delle tasse», quando la coalizione era ancora compatta e le elezioni successive lontane.

L'approccio di Giavazzi guarda più alla crescita che ai conti pubblici e mette in guardia il governo dall'«illusione che per tornare a crescere basti metter ordine nella finanza pubblica e rispettare i parametri di Maastricht». In realtà, spiega, «le difficoltà dei conti pubblici sono una conseguenza del virus che ha colpito l'Italia, non la causa prima. Il virus è la caduta della produttività». Segue l'impietosa galleria dei mille volti del declino italiano.

Occorre agire, ma agire subito, perché «la forza di un governo è massima il giorno in cui vince le elezioni. La maggioranza è coesa e le elezioni successive sono lontane. E' in queste settimane che si possono fare scelte coraggiose: sprecare questa forza per correggere i conti senza cambiare le regole sarebbe un grave errore».

Così il professor Giavazzi indica un'agenda dettagliata per i prossimi mesi. Prodi lo ascolterà? No, c'è da dubitarne, ma non smetteremo di sostenere la necessità di queste riforme liberali, per di più a costo zero. Gli avversari di queste riforme, la sinistra reazionaria e statalista, i poteri corporativi, sono forti e prevalgono da anni. Bisogna per questo darsi per vinti?

Il nostro sgolarci e dimenarci potrà suscitare il riso nella bocca degli stolti, ma non c'è lotta politica che sia gratis, non c'è avversario che ti dica "sì" per buon cuore. Basta avvistare le scontate barricate dei suoi avversari per ritenere l'"agenda Giavazzi" «lettera morta»? Di fronte alle difficoltà la soluzione è voltarsi dall'altra parte e far finta di niente o, peggio, mettersi a ridacchiare alle spalle di chi si dà da fare? Quanti ritengano sinceramente quelle riforme essenziali per fermare il declino, invece di cicaleggiare e abbandonarsi a facili ironie, farebbero meglio a cominciare a remare, altrimenti il sospetto è che si sia liberali per vezzo.

Come corollario all'agenda Giavazzi, Antonio Polito spiega che Schevchenko ha i suoi buoni motivi per preferire Londra a Milano.

Monday, May 29, 2006

Ratzinger banalizza il nazismo

Papa Ratzinger in visita ad Auschwitz«Io sono qui oggi come figlio del popolo tedesco, figlio di quel popolo sul quale un gruppo di criminali raggiunse il potere mediante promesse bugiarde... un popolo usato ed abusato come strumento della loro smania di distruzione e di dominio».

Dunque, il popolo tedesco come strumento involontario e inconsapevole nelle mani di una cricca criminale? E' questa l'idea che Papa Ratzinger s'è fatto della storia del Terzo Reich? Beh, diciamolo, piuttosto superficialotta. Anzi, da lasciare sbigottiti quanti hanno in mente l'immagine del fine teologo. Fine teologo, ma in Storia è da rimandare a settembre. Testo da preparare: «La banalità del male» (Hannah Arendt, 1963).

Magari fosse andata come dice Ratzinger, cioè che una banda di «criminali» prese il potere ingannando con le sue «promesse bugiarde» un popolo alla ricerca di riscatto nazionale e onore per la patria. Purtroppo, il nazismo, la Shoah, la Seconda Guerra Mondiale, furono molto altro.

La Arendt ha cercato di spiegare quanto di inquietante c'è in quella storia. E' inquietante proprio il fatto che fu una storia di uomini, dai più alti gerarchi ai più bassi burocrati, terribilmente "normali", «volenterosi carnefici» (D. J. Goldhagen, 1997) in grado di compiere con naturalezza atti mostruosi. Può dunque accadere - ed è accaduto nella Germania nazista - che un'intera società assista a un totale stravolgimento dei suoi standard morali restando impassibile, senza che i suoi cittadini emettano alcun giudizio su ciò che avviene.

Ciò non vuol dire, naturalmente, che il popolo tedesco sia dannato secula seculorum. Né che tutti i tedeschi fossero «criminali», impazziti, o ingannati. Già nel dopoguerra si vide quanto quel male così estremo fosse in realtà «banale», superficiale, privo di radici. Di quella sorta di "assoluzione" che il Papa ha voluto concedere a sé e ai suoi connazionali non si sentiva alcun bisogno.

Al di là dell'inasettezza di merito, infatti, la frase di Ratzinger è riduttiva non tanto perché sembra "assolvere" i tedeschi, ma perché non spiega, anzi banalizza il nazismo, e rivela una preoccupante, duplice ignoranza: dei meccanismi del potere (il luogo comune dei potenti che ingannano il popolo); e della storia come tipo di conoscenza. Dietro la Germania dal 1933 al 1945 non c'è una banda di criminali, né di fanatici - c'erano anche quelli ovviamente - ma fenomeni storici complessi, che vengono da lontano, come la nazionalizzazione delle masse (G. L. Mosse, 1974), il nazionalismo, l'antisemitismo, il mito della razza e altri ancora.

«Perché Signore hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto questo? Non possiamo scrutare il segreto di Dio, vediamo solo frammenti e ci sbagliamo se vogliamo farci giudici di Dio e della storia».

Come abbiano potuto tollerarlo gli uomini, è piuttosto la domanda da porsi. Come abbia potuto tollerarlo la Chiesa cattolica.

Saturday, May 27, 2006

Government by discussion. La lezione di Mill contro l'oligarchia italiana

John Stuart MillAd Alessio Boglino e Michele Lembo

«Il fine degli antichi era la divisione del potere sociale fra tutti i cittadini di una stessa patria: era questo che essi chiamavano libertà. Il fine dei moderni è la sicurezza dei godimenti privati; ed essi chiamano libertà le garanzie accordate dalle istituzioni a questi godimenti». Così Benjamin Constant nel 1819, distinguendo libertà positiva e libertà negativa, quest'ultima tipica degli uomini moderni.

Su La Stampa, ieri, una bella intervista a Nadia Urbinati, della Columbia University, studiosa di John Stuart Mill che nel suo ultimo studio si è concentrata in particolare su un aspetto meno noto del celebre filosofo liberale, la sua riflessione sulla democrazia rappresentativa.

Mill non si fermò a una concezione meramente elettoralistica della democrazia, che «presta attenzione solo al momento topico della decisione, in cui opera il principio di maggioranza», ma approfondì il tema della democrazia moderna prestando attenzione «all'intero processo che precede e che segue la decisione politica», sviluppando quella che la Urbinati chiama «teoria deliberativa della democrazia».

Ciò che Mill capì benissimo è che «in democrazia, il dibattito e la decisione sono due momenti entrambi essenziali, in quanto senza una deliberazione aperta e pubblica ne avremmo una versione del tutto insoddisfacente». Così, il filosofo liberale coniò l'espressione «government by discussion», governo per mezzo del dibattito, per descrivere il sistema rappresentativo. In questo senso, secondo la Urbinati, fu «il primo teorico consapevole della politica deliberativa».

Si tratta dell'einaudiano «conoscere per deliberare», motto fatto proprio dai radicali nelle loro battaglie sull'informazione.

La riflessione di Mill quindi, comprese anche la nozione di opinione pubblica, nel suo duplice aspetto. Da una parte, spiega la Urbinati, essa rappresenta «il "governo informale", il giudizio diffuso, in grado, grazie al sistema rappresentativo, di creare un ponte fra la società e lo Stato... in cui la persuasione sostituisce la semplice imposizione»; ma dall'altra, con il conformismo, «può soffocare le opinioni degli individui ed esercitare forti pressioni, limitare la loro libertà agendo come potente fattore di auto-censura». Per contrastare questa «censura invisibile», Mill riteneva che si dovesse coltivare la «contro-opinione» e che la valorizzazione del «dissenso» fosse «il maggior pregio della democrazia e la grande virtù politica degli uomini moderni».

Il contributo di Mill in questo senso è attualissimo per almeno tre motivi. Solo attribuendo il giusto peso alla circolazione dell'informazione, alla trasparenza dei processi decisionali, al corretto svolgersi della discussione, che sia pubblica e il più possibile aperta a tutti gli attori politici e sociali, solo avendo presente quanto sia vitale tutto ciò per una democrazia piena, dei moderni, ci si può rendere conto della mancanza di democrazia qui in Italia, dove in tutti i campi un potere di tipo oligarchico nasconde, sottrae, alla cittadinanza le sue dinamiche e le sue decisioni, esclude temi e soggetti dall'agorà.

In questo contesto è da apprezzare la lettera di Michele, che oggi su il Riformista ci invita a riflettere su un tema molto sentito, quello delle intercettazioni telefoniche:
«Mi domando che tipo di uso si fa delle intercettazioni. (...) Pensi che ricchezza per lo storico sarebbe avere il materiale, che so, dei giorni a cavallo del 25 luglio o dell'8 settembre 1943. D'Alema tempo fa, ricordando Berlinguer, ha detto che la vita di un leader politico è tutta pubblica, anche nei suoi aspetti privati. Mi chiedo se arriveremo mai ad avere regole chiare e precise sul privato-pubblico che passa nei fili del telefono, e che rappresenta di fatto, in alcuni casi, una parte importante del patrimonio storico del nostro paese, o continueremo a lasciare in mano questo materiale a chi se ne può servire, dosandone come crede l'afflusso nei media, a suo piacimento, conflitti d'interesse permettendo».
Insomma, è senz'altro un malcostume che dalle procure trapelino intercettazioni telefoniche che riguardano indagati e non e che finiscano sui giornali, ma lo è ancor di più in condizioni di democrazia piena e stato di diritto. Nell'attuale situazione italiana non rappresentano invece preziosi ritagli di conoscenza del modo di funzionare dell'oligarchia? Non costituiscono elementi di giudizio indispensabili, a un'opinione pubblica matura, per riprendere il controllo sui processi decisionali che riguardano la cittadinanza? Oppure, visto che questo materiale esiste, dovrebbe rimanere a disposizione di poche ristretti circoli che se ne servono a seconda dei propri interessi?

Tornando al «government by discussion», al governo per mezzo del dibattito, il carattere aperto e pubblico della decisione politica, connotato distintivo della democrazia dei moderni ancor più del principio di maggioranza, è da tenere in massima considerazione nelle politiche volte a promuovere, sostenere, esportare democrazia. Libertà d'espressione e d'associazione; libertà d'impresa; sistema dei media e tecnologie; accesso alle agorà e circolazione delle idee; sono tutti elementi essenziali da sviluppare nelle società non libere o parzialmente libere. La società aperta prima o contestualmente al momento elettorale, che è condizione necessaria ma di per sé non sufficiente per una democrazia, poiché il voto non è pienamente libero se non si alimenta del pane della conoscenza.

Inoltre, quanti sono ancora convinti che il dispotismo, la tirannia, sia lo stato naturale di certe società e zone del mondo, dovrebbero considerare che del carattere aperto e pubblico della decisione politica quasi tutti i popoli hanno in qualche modo, per periodi più o meno lunghi nel loro passato, fatto esperienza, come hanno ben ricordato sia il Nobel Amartya Sen che il prof. Bernard Lewis riguardo le società islamiche e orientali, con le loro antiche tradizioni di «governo attraverso il confronto».

Friday, May 26, 2006

Un Governo senza luna di miele

L'utopia prodianaC'è un "caso Prodi". Incapace da sempre, ora è anche cotto (non dico per ridere)

Tutti i governi godono presso la stampa, le parti sociali, gli opinion leader, di un clima di entusiasmo che dura all'incirca due-tre mesi pieni di aspettative di novità. Il periodo della cosiddetta «luna di miele». Non il Governo Prodi. L'avvio disastroso (la lottizzazione delle cariche istituzionali e degli incarichi di governo; le liti sulle deleghe; il ritardo nell'avvio delle concrete attività di governo; le scomposte esternazioni dei ministri; l'assenza di priorità dei 100 giorni) ha subito allarmato quanti in campagna elettorale lo avevano sostenuto, convincendoli a incalzarlo vivacemente e severamente.

Fra tutti, il Corriere Della Sera e Confindustria, quindi il Sole 24 Ore, ma anche il Riformista. Oggi tutti i giornali hanno registrato la freddezza con cui è stato accolto ieri Prodi all'assemblea annuale degli industriali e la distanza dei temi posti da Montezemolo, che si è rimesso in sintonia con lo "spirito di Vicenza", dai discorsi non proprio puntuali pronunciati dagli ospiti governativi, Prodi e Bersani.

E' sorprendente, inoltre, che i ministri insistano a non accogliere l'invito al silenzio giunto dal presidente del Consiglio, ma ancora di più pesa il silenzio dello stesso Prodi, tacita ammissione d'impotenza.

La parola chiave sembra essere «coraggio». Da ogni parte si invita Prodi ad avere «coraggio» riformatore, segno che tutti riscontrano nel premier un difetto di leadership, una debolezza dinanzi ai ricatti dei partiti, soprattutto quelli della sinistra massimalista, i veri vincitori delle elezioni. Dunque, il problema di un premier debole e sotto ricatto, senza «armate» alle spalle (le primarie non sono che un lontano ricordo), non era un'invenzione propagandistica dei suoi avversari.

Un problema che Stefano Folli tratta praticamente ogni giorno: «L'invito a "osare" è rivolto al premier perché non si accontenti di trovare via via il punto mediano di una coalizione frastagliata, ma sia capace di far sentire la sua impronta... di avere coraggio, appunto». Invece, «almeno un dubbio serpeggia a questo proposito».

Nemmeno la replica di Prodi nella seconda parte del dibattito sulla fiducia ha sciolto i dubbi, mentre persino i Ds, per bocca di Fassino (escluso dal Governo) nel suo discorso lo esortavano a «osare». «Di quale margine effettivo dispone il governo? Qual è la sua forza innovativa?», chiede Folli. «Se si deve stare alla lettera del discorso di replica, bisogna dire che ha prevalso ancora una volta la prudenza. Il tono era fin troppo pacato. E i contenuti pesati uno per uno con estrema cautela».

Al Senato e alla Camera abbiamo visto un Prodi già sfinito, in difficoltà persino ad articolare il suo pensiero, un programma esposto a tentoni come una lista della spesa.

Le concediamo la fiducia, anche se ci aspettavamo più e meglio, ma non per vivacchiare, bensì per riformare l'Italia e la sinistra, diceva Capezzone nel suo discorso d'esordio alla Camera.

Con altrettanta chiarezza è intervenuto Dario Di Vico, oggi sul Corriere: «gli organigrammi sono stati completati... ma lo scettro quello no, quello sembra essere rimasto per aria... Il deficit di politica lo si rintraccia nella mancanza di una vera agenda di priorità, lo si ritrova nell'imperversare delle lobby di tutti i tipi e nella tutt'altro che modica quantità di veleni...»

Montezemolo ha fatto tesoro dell'esperienza di Vicenza e ha saputo interpretare ragioni e pancia degli imprenditori. I passaggi più applauditi del suo discorso? Quelli in cui ha detto "cose di destra". «Quando ha fatto capire al nuovo governo che non farà sconti, quando lo ha invitato a non cambiare "le cose buone fatte da altri" e quando ha denunciato a gran voce l'invasione del professionismo politico, diventato "di gran lunga la prima azienda del Paese"».

Di fronte «all'incalzare di Montezemolo la risposta della politica è stata debole». Prodi e Bersani sono stati «didascalici». «Quando si lavora in scarsità di consenso, di risorse e di tempo si dovrebbe procedere adottando il criterio logico della selezione. Prodi e Bersani hanno scelto invece quello dell'accumulo dei temi e delle indicazioni». Servirebbe un'agenda stringente, le priorità dei 100 giorni o del primo anno, ma finora niente di tutto questo. Secondo Di Vico, è «il risultato del programmismo, aver concordato un programma dell'Unione troppo largo, un menu che accontenta tutti i gusti ma che tradisce l'indulgenza del cuoco».

l'agenda dell'ultim'ora, di questo venerdì sera, può servire. E' vaga, ancora troppo ampia, per lo più fatta di pars destruens (devastante dove colpisce le riforme della scuola e della giustizia), farcita di contentini con i quali si paga dazio ai partiti dell'estrema sinistra, e comunque priva di una visione complessiva di sviluppo.

Prodi appare cotto dal punto di vista nervoso. E, come già nel '98, incapace di gestire la situazione. La cruda realtà è che il bonario professore bolognese è la faccia giusta per cacciare Berlusconi, ma è totalmente incapace, sia dal punto di vista politico, sia dal punto di vista tecnico, di guidare un Governo. Nessun complotto o dietrologia. Di questo si rese conto D'Alema nel '98, quando si prese la responsabilità di sostituirlo, come un ufficiale che prende l'iniziativa vedendo il comandante immobilizzato e tramortito sul ponte durante una burrasca. Oggi, al Governo da vicepremier e ministro degli Esteri, D'Alema cercherà di tenere sotto controllo la situazione, ma il problema potrebbe ripresentarsi. Anzi, per molti versi lo abbiamo già davanti ai nostri occhi.

Stampa, osservatori, poteri più o meno forti, che avevano sostenuto la necessità della fine dell'esperienza berlusconiana, una volta ottenuta «l'alternanza» prodiana si stanno rendendo conto che ora il problema è Prodi. Ciascuno - da Mieli a De Benedetti, da Montezemolo ai Ds - si sta già guardando intorno alla ricerca di piani alternativi coerenti con gli interessi che rappresenta. Prodi è già solo, ognuno faccia il suo gioco.

Thursday, May 25, 2006

Le «armate» del despota Putin

Il prof. Quagliariello, in un suo recente "uovo di giornata", ammette di non nutrire per Putin «un'innata simpatia», anzi, nel ruolo della sua Russia vede «un'ambiguità di fondo». Tuttavia, avverte che sbagliamo, noi occidentali, ad accusarlo di utilizzare le sue «armate», gas e petrolio, come strumenti di politica estera. In fondo, «da che mondo è mondo» ogni paese «utilizza le sue risorse, quali esse siano, per affermare ed espandere la propria influenza».

Di tutt'altro segno l'analisi di Robert Kagan (Corriere, 24 maggio), che vede nella Russia una delle due grandi potenze (l'altra è la Cina) protagoniste di un «ulteriore round del conflitto tra liberalismo e assolutismo». Insomma, prende atto che la strategia dell'Occidente, «di cercare di integrare queste due potenze nell'ordine liberale internazionale», si fondava su un'aspettativa - la loro «graduale quanto ininterrotta trasformazione in società liberali» - finora disattesa. Al contrario, da esse è lecito attendersi che facciano «quello che gli assolutismi fanno da sempre»: resistere all'avanzata del liberalismo per la loro stessa sopravvivenza.

Dunque, siamo interessati alle «armate» di Putin non per una forma di ingerenza nella politica commerciale della Russia («da che mondo è mondo» ogni paese «utilizza le sue risorse... eccetera eccetera), ma perché il loro uso è volto a contrastare i processi di democratizzazione e quella politica - ammesso che sia davvero "commerciale" e non qualcos'altro - non sta contribuendo all'integrazione della Russia nelle normali dinamiche internazionali del mondo democratico.

Se neocon dev'essere, che sia Kagan, che sia l'originale, meglio diffidare delle imitazioni.

Boselli come parla stecca

«Sosteniamo la necessità di riaprire un dialogo perché per noi la concertazione è la chiave di tutto».
Enrico Boselli (AdnKronos, ore 18:36)

E' così, dopo un periodo più o meno lungo di silenzio, appena si trova a riaprire la bocca piazza la stecca.

Mi auguro che non si pensi di avviare il percorso costituente del partito della Rosa nel Pugno senza affrontare e risolvere tutti i nodi ideali e programmatici attraverso quella «meticolosa dialettica», persino «esasperante», tra le varie anime a cui si riferiva non troppo tempo fa Luigi Castaldi. No, non parlo di approfondire una trentina di punti sintetici, quelli di Fiuggi, non basterebbe. Se non si fa questo, cioè se non ci si ritrova in una cultura politica, se non si dà vita reale al cosiddetto ircocervo, a ogni passo le contraddizioni sono destinate ad esplodere, le due "anime" a non essere mai, veramente, una sola, e l'ircocervo a rimanere nel campo delle utopie. Si tratta di non cadere nel medesimo errore che gli stessi radicalsocialisti rimproverano a Margherita e Ds, cioè partire dagli apparati e dagli organigrammi.

Non importa quanto sia lungo e difficile, o è così o non si va lontano.

P.S. Per fortuna stasera ci sarà Capezzone a Porta a Porta. Come mai, mi chiedo, ma senza malizia, nella pagina dei ministri sul sito ufficiale del Governo Emma Bonino compare tra i ministri senza portafoglio (e invece tal Bianchi con)?

Soli

Studenti e minoranze animano «il fronte interno che sfida Ahmadinejad», ma l'Occidente che li seduce, con la prospettiva di una società aperta, libera e giusta, poi li abbandona, si dimentica di loro, che sono l'unica forza del cambiamento di regime possibile in Iran e quindi la soluzione anche al problema nucleare.

La sinistra non se ne è mai occupata; i realisti pensano che da che mondo è mondo ogni paese utilizza le sue risorse, quali esse siano, per affermare ed espandere la propria influenza; persino Bush ultimamente si è scordato di loro. Fargli sapere che siamo al fianco della loro lotta non sarebbe una mossa malvagia, anche per ricordare agli ayatollah la debolezza del loro potere, che si regge solo sull'illusione di potenza di bombe ancora da costruire.

«Indeed, we have nothing to negotiate with them».
Michael Ledeen, che se la prende con i creduloni di turno, conosce bene le tattiche dilatorie dei mullah - che ora cercano di convincere gli Usa che sono disponibili a un dialogo diretto - e invita a non farsi impantanare in negoziati che hanno come unico scopo quello di prendere tempo, mettere la comunità internazionale dinanzi al fatto compiuto, e isolare il fronte interno.
"You see?" the mullahs will say to the people, "the Americans recognize our legitimacy, they are not calling for our removal, on the contrary they are negotiating with us."
In realtà, nonostante l'assetto sempre più repressivo del regime, gli iraniani di ogni etnia si fanno forti di istanze locali per invocare il regime change. Ma questo sui giornali non si legge.

Ci mancava il ministro castrista

Quanto pesa nel suo Governo Romano Prodi se i suoi ministri continuano a esternare, per altro invadendo le competenze dei colleghi? Il ministro dei Trasporti Bianchi, in un'intervista al Corriere, ruba il mestiere a D'Alema e si prende gli Esteri per un giorno. Ripete la menzogna che l'Italia «è andata in guerra», quando - purtroppo - non è affatto così, e l'hanno chiarito persino le parole di Ciampi. Definisce Bush «guerrafondaio con i paraocchi», mentre si compiace che «ascoltare per ore e ore il discorso del primo maggio di Fidel, nella piazza grande», gli abbia dato «emozioni forti». Ammira la rivoluzione castrista e anche ciò che Castro ha fatto dopo. Pazienza, per quella «fetta» di diritti civili che non vengono rispettati, Cuba ha comunque un «potenziale umano straordinario». Vedrete, increduli nella "revolucion", «tra qualche anno, con gli investimenti in ricerca che sta facendo, sarà in grado di primeggiare nel mondo». Mentre aspettiamo, per ora primeggia solo nelle violazioni dei diritti umani. L'unico ponte di cui Bianchi mostra l'intenzione di volersi occupare è un "Ponte per... Cuba".

Wednesday, May 24, 2006

Il Codice da Vinci non delude

Ultima cena. Un particolare. Leonardo da VinciDomenica ho visto il film del momento: il Codice da Vinci. Mi trovo a sottoscrivere il conciso giudizio di Fragole e Parole: «Se non avete letto il libro andate pure a vederlo e poi leggetevi assolutamente il libro; per chi invece ha già letto il libro, risparmiate pure i soldi perché nel film non c'è nulla che la vostra immaginazione mentre leggevate non sia stata in grado di farvi vedere...»

Il film è il tipico thriller holliwoodiano ben riuscito. Quindi discreto, buono se considerate che mantiene viva l'attenzione per 2 ore e mezza. Senza colpi di genio tali da renderlo un capolavoro, ma tecnicamente ben confezionato, si vede che l'obiettivo era la mera riproduzione divulgativa del bestseller di Dan Brown, in modo che fosse immediatamente comprensibile. Per fortuna, senza fronzoli e inutili misticismi. Difficile, quando si tenta una trasposizione così fedele di un'opera letteraria, non dare l'impressione di scene scollegate ed enormi buchi tra un evento e l'altro, ma Ron Howard riesce nell'impresa e il film ha una trama autosufficiente anche agli occhi di chi non avesse la minima idea del libro da cui è tratta. Voto 6,5/7.

Qualche considerazione. Che sia stato stroncato così in fretta e in modo così unanime dalla critica appare sospetto. Ripeto: non è un capolavoro, è il classico prodotto holliwoodiano cui però non manca nulla e, a volte, dove non si vede la mano del regista il film ci guadagna. Comunque, thriller simili ne escono di continuo nelle sale eppure i critici non li bocciano con tanto zelo. Come mai questo sì?

Il film è entertainment; il romanzo è, appunto, un romanzo, un'opera di fantasia, per quanto possa fare riferimento a fatti o persone esistenti. Non vedo perché scandalizzarsi tanto. Ridicolo qualche sedicente intellettuale che lo ha paragonato ai Protocolli dei Savi di Sion. Insomma, nessun complotto anti-cattolico, altrimenti dovremmo cominciare a prendere in esame tutti i romanzi, con relativi film, sugli intrighi alla Casa Bianca.

Non c'era mica bisogno di Dan Brown e Ron Howard per accorgersi che la storia della Chiesa cattolica è una storia di potere e poteri. E, com'è inevitabile che sia, chissà quante mistificazioni si sono sedimentate sulla storia di Cristo nel corso dei secoli. Inoltre, a pensarci bene, l'Opus Dei non ne esce neanche troppo male. Nel romanzo si batte, uccide, commette efferatezze, ma la sua è una missione di alto profilo, custode di un segreto (o meglio, di una menzogna) millenario alla base della Chiesa. Nella realtà temo che l'Opus Dei svolga, in modo piuttosto opaco, funzioni pur sempre fondamentali ma un tantino più terrene, paragonabili più a una lobby di affaristi.

Contro più tasse. Oggi è la lotta di chi ha meno

Magistrale Oscar Giannino, oggi su Libero, lancia una vera e propria mobilitazione popolare contro l'aumento della tasse minacciato ieri da Visco.
«Abbassare energicamente le imposte in un paese in cui il prelievo fiscale è al 42 per cento del Pil e la spesa pubblica oltre il 48, serve a quattro cose distinte. A riprendere con maggior forza il sentiero della crescita. A sanare il gap che ci divide dalle economie trainanti del mondo, e insieme da quelle emergenti in Europa. A dare maggior libertà agli individui. A realizzare un maggior dinamismo sociale, cioè a far salire più rapidamente in alto nella piramide sociale chi oggi sta in basso.
(...)
Per raccogliere più imposte non c'è alternativa: bisogna abbassare le aliquote, non alzarle. [Ampliando così] la platea fiscale e facendo emergere imponibile nascosto. Altro che lotta agli evasori con le manette. (...) Abbassando decisamente le aliquote sono i ricchi che accrescono la propria quota parte di sostegno alla spesa pubblica, dimezzandola ai poveri».

Riformatori, ovunque siate, unitevi

La Costituzione... quella veraRiformatori di destra e riformatori di sinistra. Propongono vie diverse per giungere a un medesimo risultato: una costituente, una convenzione, per una riforma organica e profonda della Costituzione. E, nel merito, è probabile che concordino su molte delle riforme istituzionali da introdurre: premierato forte, uninominale, primarie, Senato federale, eccetera. Gli uni ritengono che il miglior modo di preparare le condizioni politiche per una costituente sia votare "sì" al prossimo referendum costituzionale sulla riforma Calderoli; gli altri ritengono che il modo migliore sia invece votare "no".

Il Comitato «No, per una riforma migliore», che vede tra i promotori i costituzionalisti Barbera e Ceccanti, e "riformisti" come Franco Bassanini, Mario Segni, Natale D'Amico, Claudia Mancina, Antonio Polito, Umberto Ranieri, Giorgio Tonini e molti altri, nasce infatti per distinguere il proprio "no" da quello dell'ex presidente Scalfaro, che guida il Comitato di quelli che la Costituzione del '48 non si tocca.

I sostenitori del dire no per dire sì hanno spiegato le loro ragioni in una conferenza stampa alla Camera. Così com'è la Costituzione proprio non va. "No" alla devolution della Casa delle Libertà, ma non perché la Costituzione sia intoccabile, bensì perché si tratta di una cattiva riforma. "Sì", invece, a «un incisivo processo costituente», perché, avverte Augusto Barbera, «nel Comitato per il No stanno passando delle posizioni conservatrici per lasciare la Costituzione così com'era nel '48. E questo non ci trova d'accordo».

Dall'altra parte, i Riformatori Liberali ritengono che solo una vittoria dei "sì" renderebbe percorribile la stessa proposta Barbera-Ceccanti, perché la nuova maggioranza si vedrebbe costretta «a inserire nell'agenda politica il rinnovamento delle istituzioni». Se, al contrario, vincessero i "no", «non si farà alcuna riforma e rimarrà la Carta del '48, peggiorata dalla pessima modifica» del Titolo V introdotta dalla sinistra. Sarebbe «la pietra tombale su ogni prospettiva di riforma».

L'unico modo per realizzare una riforma «migliore» passa attraverso la vittoria dei "sì" e «un accordo bipartisan per apportare i necessari correttivi». Ciò è possibile perché gli aspetti da correggere entrano in vigore solo dopo il 2011 e la riforma verrebbe inserita senz'altro nell'agenda politica proprio per l'incombenza del risultato del referendum. «Dopo oltre vent'anni di tentativi riformatori tutti falliti... i firmatari dell'appello... si illudono e gettano fumo negli occhi degli elettori raccontando che, in caso di vittoria del "no", questa maggioranza così eterogenea e così dominata dai pasdaran della "Costituzione non si tocca" che essi stessi denunciano, possa essere in grado di approvare riforme...».

Non sappiamo davvero quale scenario potrà favorire un processo ri-costituente. Certo, la vittoria dei "no" potrebbe rafforzare il concetto che la Costituzione "non si tocca", ma la vittoria dei "sì" potrebbe far scattare atteggiamenti conservatori nella CdL, che si accontenterebbe di difendere la propria riforma dai tentativi di modifica. La vittoria dei "sì" avrebbe l'effetto positivo di uno shock, infrangendo il tabù della Costituzione intoccabile, ma d'altra parte esporrebbe le istituzioni al rischio di ulteriore paralisi.

Mi pare che l'importante, a prescindere dall'esito del referendum, sia che i due fronti riformatori, a destra e a sinistra, riescano a parlarsi e a fare lotta politica subito dopo.


Ho trovato convincente, dal punto di vista riformatore, la radicalità dell'approccio di Piero Ostellino, sabato sul Corriere, nell'editoriale dal titolo «Né liberale né sovietica: la nostra è soltanto la Costituzione paradossale».

In quei «principi fondamentali» della nostra Carta costituzionale, nei quali tutti si dovrebbero riconoscere - così si usa dire nei discorsi ufficiali - Ostellino non si riconosce, perché «non sono quelli di uno Stato di democrazia liberale, bensì una finzione retorica, nella migliore delle ipotesi; una vecchia ipoteca sulle nostre libertà, nella peggiore. (...) aver cercato di convincere gli italiani che quelli fossero i principi di uno Stato liberale (integrato nell'Occidente capitalista) e, al tempo stesso, i "valori" del primo Stato socialista (l'Unione Sovietica collettivista), entrambi da preservare, è stato un inganno. (...) La nostra Costituzione è un ibrido fra i principi del costituzionalismo liberale e i programmi del costruttivismo sociale della Costituzione sovietica del 1936... Ma una Costituzione che non pone al centro dello Stato l'Individuo, bensì la Collettività, non è una Costituzione liberale».

Ostellino contesta che il lavoro sia alla base della Repubblica democratica, perché «in una economia di mercato, il lavoro non è un diritto, bensì una merce. Così, l'Italia è il solo Stato al mondo fondato su una merce. Un paradosso storico (...) La nostra Costituzione condiziona la libertà di intrapresa e la proprietà privata (art. 41 e 42) al concetto di "utilità sociale" e a quello di "funzione sociale". Una anacronistica perpetuazione della convinzione, già condannata dalla storia, che - come teorizzava allora il cattolico Dossetti, facendo eco al comunista Togliatti - le libertà "formali", borghesi, siano un mezzo, non il fine, sottoposte come devono essere al vaglio di quelle "sostanziali", collettive».

Decisamente un approccio radicalmente liberale, cioè che della libertà coglie la radicalità. E' questo l'unico modo per sfuggire al mesto destino dei vari riformismi, che non sono capaci di riformare nulla, neanche se stessi.

Tuesday, May 23, 2006

Solo l'ideale federalista può ridare slancio all'Europa

Non si tratta di superare lo «scetticismo», come ha detto domenica a Ventotene il presidente Napolitano, ma di prendere atto del fallimento di un establishment, dei professionisti dell'europeismo "corretto", che hanno ridotto il sogno europeo a un incubo burocratico.

Prende a mio avviso una cantonata l'editoriale di oggi su Il Foglio:
«Il problema dell'Europa non è più quello che assillava Spinelli, l'incontenibile volontà di potenza dei suoi stati. E' al contrario l'impossibilità di ciascuno di essi di competere singolarmente nel mercato globale e di pesare nella politica mondiale. Per questo l'ideale federalista di Spinelli resta una profezia, mentre il tema politico reale è l'integrazione interstatale. Se ad essa si nega una base storica e ideale si semina lo scetticismo, e non è sensato poi lamentarsi se questo si estende anche ai patti istituzionali».
E' proprio «l'integrazione interstatale» ad aver mostrato tutti i suoi limiti, ad aver atrofizzato l'ideale europeo. Se ai tempi di Spinelli il problema europeo era la potenza degli stati, oggi il problema è la loro impotenza, la cui somma rischia di essere la cifra dell'Unione, ma il succo non cambia: sempre gli stati sono il problema. Per questo «l'ideale federalista» rimane l'unica soluzione, l'unica forma autenticamente democratica tale da trovare nuovo slancio dai popoli europei.

Padoa Schioppa rimprovera all'Europa di non aver percorso la via spinelliana «fino in fondo». Oggi quindi «non è pronta all'appuntamento con la storia, non è in condizione di esercitare tutto il suo peso, che pure possiede, per spingere il mondo fuori dal dilemma equilibrio-egemonia, accompagnandolo verso un ordine di pace fondato sul diritto». L'Europa di oggi, afferma anche Pannella, non è propriamente quella immaginata da Spinelli e Rossi, navigante verso il modello federalista americano degli Stati Uniti d'Europa, ma quella «delle patrie, socialdemocratica e gollista».

Per riaprire un dibattito, che sembrava chiuso, sulla visione federale non bisogna cadere nella retorica del confuso europeismo dei discorsi ufficiali, ma riconoscere il fallimento della visione intergovernativa e individuare le precise responsabilità della classe politica che a quella visione si è legata, con le sue politiche anti-liberali e protezioniste che hanno perpetuato un modello istituzionale, economico e sociale insostenibile.

Se si vuole davvero l'Europa unita; se la si vuole democratica; allora può essere solo un'Europa federale.

Il terrorismo fiscale di Visco

Meno male che si era detto «serietà al governo». L'avvio della nuova compagine è disastroso. Non per le opere - o non ancora - ma per le parole. Dopo la poco decorosa notte dei sottosegretari e delle deleghe, ecco che ognuno di quei ministri, frutto della moltiplicazione e della lottizzazione partitocratica dei dicasteri, esterna a suo piacimento per marcare il proprio orticello di competenza. Dal canto suo Prodi è costretto a raccomandarsi per non dare l'idea di un premier debolissimo, senza convinzioni, esposto a mille ricatti, e l'immagine di una coalizione già frantumata.

Molto critici per questo avvio diversi quotidiani che hanno sostenuto la vittoria dell'Unione: il Corriere, il Riformista - che parla di controriformismo - il Sole 24 Ore. I ministri corporativisti attaccano la legge Biagi e la riforma delle pensioni. Poi ci sono i soliti "No" alla Tav, il mantra del ritiro dall'Iraq «subito» («un altro passo falso», per Biagio de Giovanni), il giudizio negativo di Giavazzi sull'assetto complessivo del governo dell'economia, l'Ocse scettico sulle riforme.

Soprattutto il solito Visco, che ci molesta brandendo la minaccia di nuove tasse, senza neanche avere l'accortezza di indicare misure precise che, con tutta evidenza, ancora non ci sono, ma solo ipotesi vaghe che contribuiscono a creare incertezza. Il suo non è che protagonismo. Non poteva esserci peggior palla al piede per Padoa Schioppa.

Visco è un genio impareggiabile nel creare quel clima di terrorismo fiscale che quasi fece perdere all'Unione le elezioni del 9 e 10 aprile e che oggi, a pochi giorni dal voto, rischia di fargli perdere le amministrative.

Salta agli occhi, inoltre, la differenza tra l'intervento di Fassino, che oggi alla Camera ha parlato da premier vero, e i discorsi di Prodi, che si trascinano sempre più stanchi, vuoti, inconsistenti, oscillanti, contraddittori, involuti nell'esposizione e nella padronanza di linguaggio.

Per quanto riguarda la Rosa nel Pugno, i contenuti e il piglio di Capezzone - nel suo discorso d'esordio alla Camera e nel commento alla replica di Prodi - sembrano quelli giusti, ma chi lo segue?

Sappiamo chi è

E per questo non lo vogliamo. Francesco Saverio Borrelli, alla testa del golpe giudiziario di Mani Pulite, è il nuovo capo ufficio indagini della Figc. Il mondo del calcio di tutto aveva bisogno tranne che di un personaggio così odioso, quintessenza del giustizialismo assassino. Finora i magistrati che conducono le inchieste sul «sistema Moggi» avevano dato prova di una discreta professionalità. Certo, le intercettazioni sui giornali, un nervo scoperto tra due principi contrastanti come il segreto d'ufficio e il diritto di cronaca, ma finora nessun arresto, e non era scontato.

Borrelli stavolta non sarà in una posizione tale da poter decidere arresti, ma certo è un oscuro segnale che non contribuisce a rasserenare il clima. Possibile che tra impunità e terrore non si sappia trovare una via di mezzo?

Cos'altro dovrebbe fare la sinistra...

... se non lottare contro le dittature e battersi per liberare i popoli oppressi?

«Cambiare regime La sinistra e gli ultimi 45 dittatori» è il nuovo libro di Christian Rocca, in libreria e su Bol.it. Come se lo avessi letto, ma comunque imperdibile. Riporto la presentazione internet:
Dinanzi alle decine di regimi dittatoriali del pianeta, i progressisti possono accontentarsi di difendere lo status quo e la stabilità? Non è, invece, piú coerente con la missione di una sinistra delle libertà promuovere la democrazia in tutte le sue forme e, dunque, lottare contro le tirannie? Da Carlo Rosselli ad Amartya Sen, da Arthur Koestler a John F. Kennedy, da Bill Clinton a Tony Blair, nel corso del Novecento la sinistra ha fatto dell'espansione della democrazia la sua migliore bandiera. In un mondo non meno tormentato, quella bandiera non deve essere abbandonata, a costo di sfidare le convenzioni del pacifismo e dell'antiamericanismo. Un libro non conformista che interroga la coscienza civile della sinistra italiana.

La prima tesi di questo libro è che cambiare i regimi dittatoriali sia cosa buona e giusta. La seconda tesi è che promuovere la democrazia sia un'idea di sinistra. La terza è che la sinistra liberale abbia il dovere di opporsi alle due varianti conosciute di fascismo islamico: quella teocratica e quella nazionalista. Il libro di Rocca è un'inchiesta su quanto sia conveniente promuovere la democrazia, sulle radici di quest'idea nella sinistra antitotalitaria italiana e americana e, infine, sui metodi nonviolenti per cambiare i regimi negli ultimi Stati ancora non liberi.

Monday, May 22, 2006

Trovati gli intrusi a Ventotene

Oggi a Ventotene, alla cerimonia di commemorazione dei vent'anni dalla morte di Altiero Spinelli, c'erano degli imbucati. Certo, europeisti di sicura fede sia il presidente Napolitano che Giuliano Amato, ma portatori, nelle loro parole e nella loro azione politica, di un'idea d'Europa ben distante da quella prefigurata da Spinelli e dal Manifesto di Ventotene. Non gli Stati Uniti d'Europa, un'Europa federale e democratica, ma l'Europa intergovernativa o, al massimo, il Superstato degli euroburocrati.

Ne è la dimostrazione il progetto di Costituzione - del quale Amato, da vicepresidente della Convenzione giscardiana, fu tra i massimi artefici - bocciato dai cittadini francesi e olandesi nel giugno del 2005. Nient'altro che un farraginoso trattato inter-governativo, una selva intricata di "nuovi diritti" e ipertrofia burocratica, la massima espressione dell'establishment europeo, dei professionisti dell'europeismo "corretto", in totale dispregio del costituzionalismo liberale. La nuova costituzione europea, con i suoi 448 articoli, 441 in più di quelli necessari, poneva le basi di un nuovo assolutismo, soft, burocratico e imperscrutabile.

Il "no" a quella costituzione non fu solo il "no" anti-liberale dei francesi a un'Europa che liberale non è, e che pur essendo statalista e protezionista, pur essendo anti-americana e gollista, veniva accusata di non esserlo abbastanza. Dal quel "no" è uscita sconfitta l'idea di un'Europa a guida franco-tedesca; l'idea di Unione intergovernativa, che si prefigge come unico scopo il compromesso al ribasso dei vari egoismi nazionali; l'idea di Europa come vincolo burocratico a cui strappare tutele e privilegi nazionali e da cui è bandita invece ogni politica liberale; l'Europa del centralismo, del dirigismo, del protezionismo, con cui le oligarchie tecno-burocratiche e i poteri finanziari ci hanno portati al declino economico, sociale e politico.

Nell'ideale spinelliano di Europa sono cresciuti invece Padoa Schioppa ed Emma Bonino. Il neo-ministro per il Commercio internazionale, insieme a Marco Pannella, ha partecipato con Spinelli alla prima legislatura del Parlamento europeo eletto con suffragio universale, condividendo le sue battaglie federaliste. Per la Bonino e i radicali ancora oggi il progetto di Costituzione europea varato dal PE nel 1984, meglio conosciuto come "progetto Spinelli", resta il modello di riferimento per una costruzione federale dell'Europa.

In questi ultimi anni i tecno-burocrati di Bruxelles, i professionisti dell'europeismo "corretto", gli ideologi dell'Europa intergovernativa e comunitaria, sono riusciti a sclerotizzare il dibattito su "quale Europa". Per meglio demonizzare il dissenso alla loro Non-Europa si sono scelti gli avversari più comodi, alimentando gli istinti e le fobie di estrema destra ed estrema sinistra e "silenziando" invece gli europeisti radicali, federalisti, che con buone ragioni oppongono a questa Non-Europa una diversa e più attraente idea di Europa, democratica, federale: gli Stati Uniti d'Europa.

La bocciatura della costituzione che avevano preparato offre quindi ai sostenitori della visione federale un'occasione imperdibile, forse l'ultima, per riaprire il dibattito e rilanciare la loro alternativa per gli Stati Uniti d'Europa. Per riuscirci però non bisogna permettere di annacquare messaggi come quelli di Altiero Spinelli nella vuota retorica di discorsi ufficiali dal confuso europeismo, come quelli di Napolitano e Amato in questa circostanza a Ventotene.

Bene ha fatto quindi Emma Bonino a denunciare «l'europeismo usurato e logoro», che ci ha ridotti all'immobilismo di oggi, e a sottolineare la necessità «che la Ue si muova uscendo da vecchi schemi e stereotipi».
Ancor più opportuno, in questo delicato contesto internazionale, l'appello che ha lanciato: «Sarebbe davvero utile e straordinario tradurre e diffondere il Manifesto di Ventotene in lingua araba, per aiutare quei paesi e quelle popolazione a capire che la democrazia si costruisce non solo negli Stati ma anche e soprattutto fra gli Stati».

Sunday, May 21, 2006

A Piccinini e gli altri: spiegate o rinunciate

Né dimissioni, né spiegazioni. Certo, la spocchia e l'arroganza di questi personaggi del nostro calcio è stupefacente. Ma se non dimissioni, e non spiegazioni, almeno delle rassicurazioni il ct della nazionale Marcello Lippi dovrebbe darle ai milioni di tifosi che si apprestano - nonostante tutto - a tifare per gli azzurri ai Mondiali che cominciano tra poco, il 9 giugno.

E' una questione di sensibilità che, evidentemente, non gli appartiene. Non stiamo qui, come Severgnini, a intimargli moralisticamente «o spiega o rinuncia». Va da sé che se resta, non essendo neanche indagato, creda fino in fondo alla sua totale estraneità e non abbiamo nessun diritto di metterla in dubbio. Possiamo, questo sì, sommessamente fargli notare che qualche parola da parte sua sarebbe apprezzata, opportuna. Ma rimane una questione rimessa alla sua sensibilità.

Certo, se qualcosa venisse fuori proprio durante i Mondiali il danno sarebbe enorme, speriamo che questo lo tenga a mente.

Domenica il Tg5, edizione delle 13, ha affidato a Sandro Piccinini una specie di "editoriale" proprio sulla posizione di Lippi. Anch'egli ha intimato al ct, incalzandolo con domande molto puntuali - dai suoi contatti con Moggi al figlio Davide che, dirigente Gea, cercava di strappare giocatori alla concorrenza promettendogli la Nazionale - «o spiega o rinuncia».

Tuttavia, ciò che appare evidente dalle intercettazioni, sempre senza entrare nel penalmente rilevante, è un tale intreccio di relazioni improprie, un mondo così vasto di pressioni e contatti organizzati, da ritenere difficile che nessuno, per anni, si sia accorto di nulla.

Dunque, a quanti oggi salgono sulle cattedre televisive o della carta stampata, intimerei: spieghino o rinuncino a fare le verginelle. Perché appare impossibile che giornalisti sportivi all'altezza di un Piccinini o dei tanti altri di Rai e Mediaset, Gazzetta o Corriere (dello Sport) non abbiano avuto sentore di un sistema così esteso e avvolgente. Sapevano? E se sapevano, perché non hanno denunciato? E se non sapevano, perché non hanno fatto inchieste? Non è questo forse il "mestiere" di un giornalista? Eppure, da Sensi a Gazzoni, da Zeman a Ronaldo, chi ebbe la forza di denunciare ci fu, ma inchieste giornalistiche zero.

Vedete, come non si tratta di arresti o condanne, aspetti penalmente rilevanti, ma del fatto che ciascuno, nel mondo del calcio come in quello del giornalismo sportivo, è implicato innanzitutto per la propria professionalità, cui deve rendere conto a lettori, spettatori, tifosi, "utenti" che in quei mondi hanno "investito" passioni, tempo, risorse.

Saturday, May 20, 2006

Ennesimo colpo di mano contra rosam

A sorpresa, nella serata di ieri, sono stati nominati i 23 componenti della Giunta per le elezioni del Senato che ha, tra i suoi compiti, anche quello di accertare la regolarità dell'elezione dei membri dell'assemblea. Dei 23 componenti, 13 sono senatori della maggioranza e 10 dell'opposizione. I senatori della maggioranza sono:
Guido Calvi, Anna Maria Carloni, Felice Casson, Giovanni Legnini (Ds); Antonio Boccia, Roberto Manzione, Giannicola Sinisi e Luigi Zanda (Margherita); Giuseppe Di Lello e Stefano Zuccherini (Rifondazione comunista); Tommaso Barbato (Udeur); Fabio Giambrone (Idv); Natale Ripamonti (Pdci-Verdi).
Decisamente presa come "pungiball" la Rosa nel Pugno, se venisse confermato, come denuncia Capezzone in una nota, che nella Giunta figurano due senatori interessati da un eventuale accoglimento del ricorso sugli otto senatori illegittimamente esclusi.
«Per sbarrare la strada al nostro ricorso, si nomina all'improvviso la Giunta per le elezioni, si allarga il divario tra maggioranza e opposizione, e si infilano dentro perfino due diretti interessati, cioè due senatori che vedrebbero a rischio il loro seggio se il ricorso fosse accolto. Complimenti a tutti! Cominciamo proprio bene. E, ripeto, rallegramenti al Presidente Marini e alla maggioranza per questa "bella impresa", ennesimo atto di ostilità contro di noi, e, soprattutto, contro la legalità e la decenza civile».

Da parte mia, non posso che ribadire quanto scritto solo pochi giorni fa. E' servito fare buon viso, buonissimo viso, a cattivo gioco? Rispondere all'ostilità permanente con un «sovrappiù di lealtà»? Possono i radicali prestare opera e immagine in una maggioranza su cui pesa il più grave vulnus alla legalità costituzionale degli ultimi anni? Vi sono le condizioni «pregiudiziali» minime?

La minaccia di uscire, come pure ho suggerito, rischierebbe a questo punto di apparire un bluff ancor più velleitario e debole di quanto non sia stato quello sulla Difesa, sempre che se lo sia stato. Ci vorrebbe una mobilitazione nonviolenta, ma questa difficilmente partirà da Pannella, parte in causa. Dovrebbe partire dall'intera Rosa in ogni sua componente.

Friday, May 19, 2006

Riconquistare la nobiltà al liberismo

Ci prova Corrado Ocone con un bell'articolo su il Riformista, di cui riporto qualche passaggio. Una delle parole che andrebbero «riconquistate» è proprio liberismo. «Bisognerebbe, se mai fosse possibile, cancellare tutte le incrostazioni e le sedimentazioni che un uso politico e culturale interessato ha su di esse depositato».

Liberismo «selvaggio»? «Indiscriminato»? «Immorale»?
Stato e libero mercato «non sono in antitesi. Sempre che lo Stato controlli e non gestisca. «Antitesi del liberismo sono il monopolismo e il protezionismo, non le regole...»

Il liberismo esprime «una concezione del mondo meritocratica certo, ma niente affatto antidemocratica: è il merito, appunto, il talento, la capacità, non condizioni estrinseche quali sesso, posizione sociale, razza, cultura di appartenenza, a determinare il destino personale. Tutto il contrario di ciò che è dato osservare in Italia...»

Libertà e uguaglianza nella libertà.
«Il liberista è democratico perché prende sul serio il principio dell'uguaglianza: ad ognuno va data la possibilità di esprimere al meglio le sue capacità e le sue forze, senza alcun vincolo che non sia nella stessa possibilità per gli altri di fare altrettanto. E senza nessun handicap che lo penalizzi già in partenza».

Certo, come tutti i concetti rappresenta più una «condizione ideale che di fatto non si realizza mai nella sua pienezza», ma deve rappresentare una bussola alla quale «regolare le nostre scelte».

E d'altra parte, «rigorosi liberisti furono pensatori non certo conservatori, per lo più oggi dimenticati o fraintesi, quali Gobetti e Salvemini. E, più di tutti, Luigi Einaudi, che esaltò la "bellezza della lotta" e ne mostrò, in pagine memorabili, la corrispondenza ai più profondi ideali di umanità e giustizia (altro che darwinismo sociale!)».

Prodi si candida alla mera gestione del declino

Romano Prodi durante il dibattito per la fiducia al SenatoAlesina: risanamento più crescita? Solo tagliando la spesa e abbassando le tasse

Un centrosinistra di «incapaci e bolliti», dichiara Capezzone a Tetris (Raisat Extra). Un Governo che è un po' Villa Arzilla, ma si intende che parla di «bollitura politica». Ma tra i molti bolliti uno è proprio un esponente della Rosa nel Pugno, che assicuratasi una poltrona importante di sottogoverno, da condividere con un esponente dei Movimenti, flirta con Bobo Craxi. Si tratta di Ugo Intini, viceministro agli Esteri, che flirta con quel Craxi che si è prestato all'operazione lista civetta ordita dai Ds "contra rosam". I due si ritrovano nei corridoi della Farnesina. Una pace in vista, dopo il giuramento, che s'intravede all'insegna più del nome di Craxi (Bettino) che di quello di Loris Fortuna.

L'importante ruolo cui è chiamato Intini, che proprio in materia di politica estera, e sul dossier più importante, avevo criticato duramente, non fa che confermarci quanto sia urgente dissipare ogni elemento di ambiguità circa le più importanti visioni politiche del nuovo soggetto politico liberalsocialista.

Passi falsi del nuovo Governo vengono individuati da il Riformista nel soppalcamento del Welfare (in tre: Lavoro, Solidarietà, Famiglia); nell'assenza dal discorso per la fiducia (lo notano l'Economist e Oscar Giannino) di grandi liberalizzazioni; nell'eliminazione scientifica di ogni responsabilità di governo per l'ala liberal dei Ds (Morando, Ranieri, Rossi, Debenedetti), a conferma che non c'è cosa peggiore che avere ragione in anticipo. A questo punto s'impegni Lanfranco Turci a fare da traghettatore nella Rosa.

Il più critico è però Stefano Folli su Il Sole 24 Ore, che a quello di ieri agggiunge l'editoriale di oggi, che mi pare centri il punto. Come nel '96 l'euro, nel 2006 «le riforme radicali (liberali)» potevano rappresentare la mission el Governo Prodi, «sarebbe stata un'operazione politica astuta, utile anche a mettere con le spalle al muro l'opposizione berlusconiana». Invece, in un discorso «diligente, accurato», osserva Folli, «nessun colpo d'ala tale da colpire la coscienza collettiva degli italiani. Nessuna idea che il governo si accinga a un cammino fuori dell'ordinaria amministrazione. Si dà invece un'impressione di cautela, per non urtare tutte le numerose e contraddittorie componenti dell'alleanza».

A parole mie, sorvolando sulla scarsissima qualità dell'eloquio di Prodi in questi due giorni di dibattito al Senato, sembra che si candidi alla mera gestione del declino.

Sempre sul Sole, da sottoscrivere Alberto Alesina. Come premessa, le belle parole che ha per Emma Bonino, e dall'autorevole docente di Harvard è un riconoscimento importante, «avrebbe meritato un dicastero ben più importante delle Politiche comunitarie; per esempio, la Difesa o gli Esteri (chissà se tra sette anni diventerà la prima donna Presidente della Repubblica italiana? Io lo spero)».

Ma la cosa più importante però è che Alesina va controcorrente rispetto al luogo comune che ormai i governi nazionali abbiano le mani legate dall'Europa: invece, dice, «i problemi dell'economia italiana si possono risolvere solo a Roma, non a Bruxelles». Spetterà a Padoa Schioppa «saper dire "no" ai ministri della spesa, saper imporsi alle cosiddette parti sociali che assalteranno la diligenza del bilancio pubblico... rompere con la tradizione dell'immobilismo e proporre riforme coraggiose e con tempi rapidi di attuazione».

Di ministri della spesa «ce ne sono troppi», anche perché, spiega in modo convincente, più ministri si traduce con «più pressioni sulla spesa». L'unica politica economica seria dovrebbe prevedere riforme «strutturali sulla spesa che ritocchino la dinamica delle uscite per pensioni e impiego pubblico». Insomma, conclude in modo efficace, «ridurre le spese correnti in modo da poter abbassare un po' le aliquote e allentare la pressione fiscale. Questo è l'unico tipo di risanamento della finanza pubblica compatibile con il rilancio della crescita».

Infine, nell'articolo di Fabrizio Forquet, sul Sole, si richiamano il manifesto di Ventotene e Altiero Spinelli, parlando dell'europeismo di Prodi, che però mi pare tutt'altra cosa. La radicalità federalista e democratica di Spinelli si colloca esattamente agli antipodi del centralismo euroburocratico di Prodi.

Antimilitaristi a piazza Tienanmen o a piazza Venezia

Su il Riformista di oggi:
Caro direttore, non mi sorprende più di tanto che quanti invocano l'abolizione della parata del 2 giugno siano gli stessi che possono vantare numerose foto con strette di mano, abbracci e sorrisi con generali, colonnelli, caudillos e subcomandanti vari. Si dicono antimilitaristi quando i militari in questione sono i nostri. Il nostro esercito, leale servitore delle istituzioni democratiche e di un'ideale di comunità internazionale cui nemmeno l'Onu riesce ad essere all'altezza. Non sembrano antimilitaristi invece, quando si tratta delle armate delle dittature comuniste o pseudocomuniste, o al cospetto di capi di stato che ostentano divise militari negli incontri ufficiali, o nei confronti di un capo fazione come Arafat, che si presentò all'Onu armato di pistola. Preferisco essere antimilitarista a piazza Tienanmen piuttosto che a piazza Venezia. Alcuni che si dicono per la pace "senza se e senza ma" in realtà sono guerrafondai spesso schierati dall'altra parte.

Una sana, fraterna, competizione con gli Esteri

E' un po' complicata, ma proviamo a metterla così. Alla Bonino hanno assegnato una delega che nel passato Governo faceva parte delle ex Attività produttive ed era curata da un viceministro, Adolfo Urso. Ora l'ex Commercio con l'estero, questa la dizione, è tornato a essere un Ministero, rinominato Commercio internazionale, cui sono state «trasferite le risorse finanziarie, strumentali e di personale» (il portafoglio) inerenti alle sue funzioni. Inoltre, alla Bonino va un'altra delega, ma questa senza portafoglio, cioè le Politiche comunitarie, non più ministero, curate in precedenza da Giorgio La Malfa, e parrebbe anche la Cooperazione ricevuta dagli Esteri.

La fiducia che riponiamo in Emma, nel fatto che saprà fare un ottimo lavoro e costruirsi spazi politici più importanti dei suoi predecessori, non deve però farci dimenticare il dato politico di queste nomine governative, cioè la palese ostilità che permane da parte dei «parenti ingordi» dell'Unione nei confronti dei radicali e della Rosa nel Pugno.

Proprio ieri, su L'Indipendente, qualcuno esprimeva il mio stesso fiducioso auspicio riguardo l'incarico della Bonino: «Sbaglia chi sottovaluta il ruolo che la Bonino potrà ritagliarsi... ha sufficiente esperienza politica e autorevolezza in ambito internazionale da poter trasformare quella che oggi può apparire una ridotta ministeriale... in un costante elemento dialettico nei confronti del ministero degli Esteri».

Credo che sia proprio questo elemento di competizione, sana, fraterna, ciò che debba sforzarsi di creare.
«Emma Bonino e i radicali infatti non sconteranno nulla a questo governo sui temi della politica estera, delle riforme del lavoro e del welfare. E' il difetto, e la virtù, di chi appunto possiede una visione e mira a incarnarla».

Stefano Folli, su Il Sole 24 Ore, ha dato un giudizio di sicuro più equilibrato e meno liquidatorio del mio, ma che condivido. Sempre dal Sole, non sembra fare sconti al nuovo Governo Guido Gentili, che ha puntato il dito sulla presenza, nella nuova compagine governativa, dei «nuovi "signori del no"».
«Non mancano i presidi di un riformismo vero. Ma colpisce il fatto che per evidenti (e per nulla sorprendenti) problemi di dosaggio politico interni alla frastagliata maggioranza si sia deciso di "spacchettare" alcuni dicasteri figli della legge Bassanini, creando nuovi ministeri per i quali sono stati nominati nuovi ministri». Anche Gentili si chiede: «E non poteva trovare collocazione migliore Emma Bonino?»

Mentre quali dovranno essere le materie su cui giudicare l'operato del Governo Prodi l'ha spiegato su La Stampa Luca Ricolfi.

P.S. Intanto, il mio intervento di ieri su Il Foglio ha incassato il plauso di Luigi Castaldi, che in particolare ha apprezzato la radicalità della mia analisi sul «profilo tattico» tenuto dalla Rosa nel Pugno dopo le elezioni. E osserva:
«Ogni metodo tattico appare (quand'anche non sia) opportunistico, se non è chiara la piattaforma strategica; l'ambiguità, insomma, e quanto di pernicioso deriva da essa in termini di immagine che si offre all'esterno e agli alleati in una compagine di governo, impone che la tattica non sia scollata dal progetto, non sia (né appaia) ondivaga...»
Il post di Malvino è lungo e va letto tutto. Se anche «l'opzione tattica» (il voto autonomo sulle iniziative legislative del governo Prodi che avessero contraddetto l'elaborazione programmatica della Rosa nel Pugno e l'appoggio esterno su quelle che le avessero accolte) fosse stata presa in considerazione, «dev'essersi deciso per il no. Il bluff (questo il termine col quale si sbriga solitamente un'opzione debole) era – appunto – debole. Il problema, soprattutto dopo la lettura dell'articolo di Federico Punzi, resta: era debole, quel bluff, se era un bluff?»

Comunque, non ho mai temuto - nell'esprimere le mie osservazioni - eventuali «strumentalizzazioni interessate» di avversari e nemici della Rosa nel Pugno. Le considero un danno minore rispetto a quello provocato da una specie d'"autocensura" nel dibattito aperto dell'agorà telematica. Rinunciare, per timore di venire strumentalizzati, mi sa un po' di complesso d'inferiorità. Ho fiducia che i miei argomenti, le mie idee, si sappiano distinguere agli occhi di uno spirito critico e di una mente libera da pregiudizi, perché di solito le strumentalizzazioni sono anche rozze. E, per i dubbi, sono sempre a disposizione.

Thursday, May 18, 2006

Alla Bonino non proprio un portafoglio, ma un borsellino

Emma Bonino con Napolitano e Prodi, in una foto di rito dopo il giuramentoSdi ricompensato nel sottopotere

Ugo Intini viceministro agli Esteri, un ruolo paradossalmente più importante del Ministero affidato alla Bonino, anche se il diverso spessore dei personaggi farà la differenza, siamo certi. Nell'ottica di chi ce lo ha messo, Intini sarebbe il filoccidentale, visto che come viceministro gli è stata affiancata la comunista Patrizia Sentinelli, esponente dei Movimenti.
Emidio Casula e Tommaso Casillo sottosegretari, rispettivamente alla Difesa e alle Infrastrutture (!)
Come si poteva dire di no?

Il giuramento dei ministri c'è stato e che ne è della condizione posta da Emma Bonino all'accettazione della nomina ministeriale? Quell'«elemento di chiarezza» chiesto all'Unione e dal suo leader circa la grave vicenda degli otto senatori regolarmente votati ed eletti fatti fuori per la mancata applicazione della legge elettorale?
Sandro Bondi è stato esplicito: piena disponibilità. Ah, già, ma è di Forza Italia.

C'è una grossa sorpresa però per quanto riguarda l'incarico a Emma Bonino. Ieri notte il Consiglio dei Ministri «ha definito le competenze del nuovo ministro per il Commercio internazionale e per le Politiche europee. Emma Bonino si trova quindi a guidare un ministero completamente nuovo e con portafoglio, che entra nella "top ten" dei dieci ministeri più "pesanti"», afferma una nota dell'ufficio stampa del ministro. «Da un lato - prosegue la nota - è stato deciso lo scorporo del Commercio con l'estero dal ministero per le Attività produttive, ripristinando il rango di ministero con il nuovo nome di ministero per il Commercio internazionale. Emma Bonino diventa così, insieme a Livia Turco, l'unica donna del nuovo governo a guidare un dicastero con portafoglio».

«Dall'altro, Emma Bonino avrà la responsabilità sul Dipartimento per le politiche comunitarie, con l'occasione modificandone la denominazione in "politiche europee", più in linea con quella ricorrente in seno all'Unione europea».

Saranno il tempo, e l'azione della Bonino alla guida del "nuovo" Ministero, a dirci se sia un'operazione di facciata o reale. In ogni caso, appare dettata dalla doppia esigenza di riparare alla disparità di trattamento riservata alla Rosa nel Pugno e di rispondere alle critiche per il fatto che solo a una delle sei donne ministro era stato concesso un ministero con portafoglio.

Comunque, crediamo che la Bonino debba sforzarsi, e ne ha le capacità, di apparire come un secondo, e parallelo, ministro degli Esteri, ampliando con il suo agire competenze e peso specifico.

Prodi al Senato: retorica "degli opposti" e grande bugia
Infine, aprendo al Senato il dibattito sulla fiducia, quello di Prodi non è certo stato un discorso programmatico, ma da iscrivere a quel genere di discorsi presidenziali di vuota retorica. Belle parole, molte anche condivisibili, ma molte anche contraddittorie. E' stato detto tutto e il suo contrario. Per esempio, il passaggio successivo a uno convincente dove ha parlato di scossa all'economia e mobilità, guardava nella direzione opposta, rilanciando su concertazione e lotta alla precarietà. Ma avremo tempo per giudichare dai fatti.

Particolarmente grave la palese bugia che gli è scappata, ma mi pare che i maggiori siti d'informazione non la riportino in modo corretto. Seguendo la seduta appare evidente come i senatori del centrodestra non abbiano contestato a Prodi di essere stato contrario alla guerra in Iraq, ma sono scattati quando il candidato premier ha sostenuto che l'Italia vi avesse partecipato. Ahimé, come ha spesso ricordato anche l'ex presidente Ciampi, non è vero, anche se non è vero che la Costituzione lo avrebbe vietato.