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Wednesday, March 07, 2007

«Maggioranza variabile» e vera separazione dei poteri

Le «maggioranze variabili» si addicono ai presidenzialismi o ai premierati, non alla partitocrazia

E' stato Giuliano Amato a parlare, al Corriere, di «maggioranza variabile», suggerendo a Prodi e all'Unione di uscire dal bunker e abbandonare il dogma dell'autosufficienza.

Ipotesi a cui già Bertinotti aveva posto dei paletti, ritenendola auspicabile per la legge elettorale ma non per altro: «Se le maggioranze a geometria variabile per dieci volte di seguito danno luogo, ad esempio, ad un allargamento al centro, allora quella diventa una maggioranza reale». Esistono «campi in cui far valere il criterio delle maggioranze variabili, solo nel caso in cui la maggioranza tutta lo ritenga, purché questo non metta in discussione la maggioranza medesima».

Nella serata di ieri è stato Casini, leader del principale elemento di "variabilità", a bocciare la suggestione di Amato: «O il governo ha i numeri o va a casa».

Si vorrebbero cambiare gli equilibri parlamentari, ampliando la maggioranza verso il centro. Ma visto che non si può farlo apertamente, perché la sinistra neocomunista si opporrebbe, si ricorre alle «maggioranze variabili». «Si resta a metà del guado. Si tenta di fare lo stesso l'operazione senza pagarne il prezzo politico», riassume perfettamente Stefano Folli.

Eppure, si sente dire che il concetto di «maggioranza variabile» si addice particolarmente alle democrazie mature, in cui maggioranza e opposizione sanno ritrovarsi su alcune materie ritenute «bipartisan». La politica estera, per esempio, è il tema «bipartisan» per eccellenza. Ma le cose non stanno proprio così.

La differenza fondamentale è che nelle democrazie in cui le votazioni sono spesso «bipartisan» - Stati Uniti e Gran Bretagna - non esiste commistione tra potere esecutivo e legislativo. Entrambi ricevono il mandato direttamente dagli elettori e rimangono in carica fino alla sua scadenza naturale. Ecco perché, se arriva alle Camere una legge gradita all'opposizione, capita spesso che alcuni suoi deputati la votino, non essendo in gioco la permanenza al governo degli avversari; e, viceversa, se arriva una legge sgradita a parte della maggioranza, capita che alcuni suoi deputati non la votino, sapendo di non far cadere il premier o il presidente. Il fatto che siano tutti più indotti a valutare nel merito e non per appartenenza toglie potere di ricatto alle ali estreme. Così, prima di tutto sulla politica estera a volte si sfiora persino l'unanimità.

Ancor più della legge elettorale è quindi l'aberrazione della "fiducia" che il Governo deve ricevere dalle Camere per essere legittimato a governare la fonte dell'instabilità italiana. Il Governo dipende dalla maggioranza che gli concede la fiducia, cioè da un patto politico tra partiti che nasce in Parlamento. I partiti di opposizione possono aggiungere il loro voto, se lo ritengono, ma la maggioranza dev'essere autosufficiente, altrimenti viene a mancare il patto e una nuova maggioranza deve dar vita a un nuovo governo. Dicesi parlamentarismo: il concetto di «maggioranze variabili» è incompatibile con il nostro sistema. Come corollario, il meccanismo della fiducia, associato a sistemi elettorali proporzionalisti, mette di fatto il Governo nelle mani dei partiti.

Presidenzialismo o premierato, incompatibilità tra candidatura e incarichi di governo e seggio parlamentare, sono le prime riforme da introdurre per una piena separazione dei poteri, principio base di ogni buon governo. Entrambe le istituzioni, Governo e Parlamento, devono avere la certezza che, tranne casi eccezionali, verrà loro consentito di terminare il mandato. Ciò toglierebbe molto potere dalle mani dei partiti e darebbe modo ai due poteri - del medesimo colore o in coabitazione - di concentrarsi sul loro lavoro invece che a studiare le tattiche per rimanere in sella. Le opposizioni, invece di manovrare o illudersi della spallata, avrebbero il tempo di rielaborare la loro linea politica.

Le esperienze citate, quella americana e quella britannica, dimostrano come presidenzialismo e premierato assicurino nel contempo governabilità e ruolo forte dei parlamenti, mentre il parlamentarismo italiano riesce a indebolire sia i governi che le camere.

Tornando alla situazione di oggi, Sechi ha perfettamente ragione nell'individuare in Prodi e in Bertinotti, chiusi nel bunker intenti a blindare governo e coalizione, i veri sconfitti della crisi, perché hanno provato a tirare un esilissimo filo che dovunque in Europa si è spezzato, quello che invece in Italia si pretende che tenga unite al governo due sinistre alternative fra loro, quella riformista e quella neocomunista. Ciò che non torna è perché i radicali si vogliano per forza infilare in quel bunker dal quale Ds e Margherita si tengono ben lontani.

3 comments:

remember said...

Quindi ennesimo intrallazzo all'italiana.

E le missioni di pace che prima andavano votate ogni 6 mesi ed ora invece una sola volta all'anno per non disturbare il manovratore e far sopravvivere questi cadaveri al potere?

remember said...

"Ciò che non torna è perché i radicali si vogliano per forza infilare in quel bunker dal quale Ds e Margherita si tengono ben lontani."

Se rispondi a questo....:
Tra il non riuscire a combinar nulla in Parlamento (a 20000 euro al mese + missioni e presidenze) ed il non riuscire a combinar nulla fuori dalle istituzioni che differenza c'è?

Anonymous said...

variando la maggioranza la fregatura non cambia...