Friday, June 29, 2007

Dpef di spesa, sprechi e beffe

Non ci sono le risorse per abbassare le tasse ma se ne trovano per aumentare la spesa. E' questa la cifra del secondo Dpef varato dal Governo Prodi. Se il primo conteneva obiettivi di riduzione della spesa in quattro settori (pensioni, sanità, pubblico impiego, enti locali), poi, a settembre, clamorosamente contraddetti da una Finanziara tutta tasse e nessun taglio della spesa, che cosa dobbiamo aspettarci dalla prossima Finanziaria, con un Dpef già oggi rinunciatario?

Un insulto all'intelligenza e alla pazienza dei cittadini; al danno, si aggiungono la beffa e la derisione. Solo così può essere definito un Dpef in cui si legge che la pressione fiscale scenderà l'anno prossimo dal 42,8 al 42,6%, cioè dello 0,2%, per raggiungere il 42% nel 2011. Prodi e Padoa-Schioppa vorrebbero darci a bere che lo 0,8% in meno di pressione fiscale in cinque anni, ammesso che la percentuale sia verificabile, voglia dire abbassare le tasse.

E ancora una volta, con azione a tenaglia, i sindacati e la sinistra conservatrice sono riusciti a massimizzare i risultati delle loro trattative separate con il governo.

Messo da parte lo "scalone", hanno ottenuto che tutto o quasi l'extra-gettito venisse impegnato per finanziare nuove spese, molte delle quali, come spesso accade, destinate a divenire correnti. Nel decreto legge sul tesoretto si prevedono misure complessive per 6,5 miliardi di euro. Nel dettaglio: 2,3 miliardi di «interventi per il sociale»; 2,3 «per lo sviluppo» e 1,9 miliardi per la «sicurezza e il funzionamento delle amministrazioni».

Addirittura, per raddoppiare, circa, la cifra del tesoretto da rendere disponibile subito nelle trattative coi sindacati e per le spese richieste dei ministri massimalisti, Padoa-Schioppa ha rivisto al rialzo la stima programmatica del rapporto deficit/Pil nei prossimi anni: dal 2,1%, per cui l'Italia si era impegnata con Bruxelles nel 2007, al 2,5%. In poche parole, ha accettato di ritardare il risanamento per finanziare, con maggiore deficit, non la riduzione delle tasse, ma altra spesa pubblica, senza alcuna organicità e progettualità: aumento delle pensioni minime (900 milioni di euro già in autunno, con un assegno "una tantum" tra i 300 e i 450 euro a settembre, e aumenti strutturali da gennaio); nessuna riforma per un sistema universale di ammortizzatori secondo il criterio welfare to work, ma altro denaro buttato nell'allungamento, senza alcun meccanismo di responsabilizzazione, della durata dei sussidi di disoccupazione ordinari, che tutelano appena il 17% dei lavoratori; altri soldi a pioggia, che diventeranno spesa corrente, a Ferrovie e Anas, senza l'indicazione di opere concrete.

Lo spiega ancora meglio Alberto Alesina: «Siccome le entrate fiscali sono aumentate, in modo inatteso e in parte inspiegato, non solo non le risparmiamo ma spendiamo ancora di più di quanto le tasse stiano crescendo, tanto che il disavanzo sale. Questo è un esempio da libro di testo di politica fiscale prociclica: quando le "cose vanno bene", e quindi le entrate aumentano, le si sperperano aumentando le spese, così che quando le cose andranno male, cioè le entrate fiscali scenderanno, per una recessione ad esempio, saremo con l'acqua (fiscale) alla gola. I deficit già alti aumenteranno e il debito ricomincerà a crescere e l'unico modo per farvi fronte sarà un'altra "fase uno" di aumenti di imposte, particolarmente dannose in un momento di difficoltà dell'economia».

Infatti, quell'extra-gettito sui cui si è fatto affidamento potrebbe rivelarsi effimero, come ha avvisato la Corte dei Conti, che lo ha definito un fondo «incerto e inaffidabile», rischioso da usare per maggiori spese in corso d'anno.

Un deficit al 2,5% invece che al 2,1% fa una grande differenza per un Paese come il nostro. «Con un debito alto e un sistema pensionistico che non riesce a star dietro all'invecchiamento della popolazione, ogni anno perso rischia di aumentare i costi del risanamento in futuro». E oltre ai numeri, c'è «un segnale negativo dato al Paese, ovvero che il Governo non è in grado di fermare la spesa pubblica».

L'Italia, conclude Alesina, avrebbe bisogno di tre cose: una legge elettorale «che rendesse partiti piccoli e corporativi meno cruciali per la sopravvivenza di un governo»; un «assestamento delle forze politiche in campo per cui i veri liberisti e riformisti che oggi sono divisi nelle due coalizioni in qualche modo si riuniscano sotto un solo tetto»; un leader «capace di dire "no" parlando con chiarezza all'opinione pubblica e affrontando se necessario qualche sciopero».

Non solo il Governo ha letteralmente ceduto la borsa ai "rapinatori", sindacati e sinistra massimalista, ma non è riuscito nemmeno a pretendere da essi di chiudere la partita sulle pensioni, inchiodandoli a una scelta responsabile sull'età di pensionamento. Raggiungere un accordo sullo "scalone" prima del Dpef era nelle intenzioni di Prodi e Padoa-Schioppa, per evitare di spendere due volte. Invece il Governo si ritroverà a settembre senza ancora poter contare su una cifra di risparmio certo dalla riforma delle pensioni. Peggio: si è già impegnato a stanziare 2,5 miliardi netti per «ammorbidire» lo "scalone", mentre di rivedere i coefficienti di trasformazione, quelli che serviranno a calcolare l'importo delle pensioni nel nuovo sistema contributivo, neanche se ne parla.

Ignorato del tutto, quindi, il quadro di dissesto e di declino tracciato dalla Corte dei Conti, che aveva sconsigliato l'utilizzo del tesoretto per nuove spese, dicendosi preoccupata per «l'estensione dell'area dei debiti sommersi di numerose amministrazioni centrali» e per «la persistente difficoltà di controllo della spesa corrente primaria nel pubblico impiego, nella sanità e nelle pensioni». Se non si inverte la tendenza, riducendo la spesa, aveva avvertito il presidente Balsamo, «si prospetta uno scenario di mantenimento della pressione fiscale su valori difficilmente tollerabili».

UPDATE ore 13,05: ed ecco che, appena pubblicato, dobbiamo reintervenire sul post per registrare la sonora bocciatura dalla Commissione europea. Il Commissario agli Affari economici Almunia esprime «profonda preoccupazione» per il Dpef, «per il limitato consolidamento dei conti pianificato per il 2008 e gli anni seguenti, che non è in linea con gli orientamenti stabiliti dall'Eurogruppo» e per la «persistente incertezza che riguarda la riforma del sistema pensionistico».

Tfr, ultime ore per scegliere

Giorni fa ricordavamo, anche a noi stessi, che si stava avvicinando il momento in cui, consapevoli o meno, avremmo effettuato un'importante decisione riguardo il nostro futuro: che fare del Tfr. Se non esprimerete una preferenza entro il 30 giugno, il vostro Tfr verrà automaticamente conferito al fondo negoziale della categoria a cui appartenete, gestito da Sindacati e datori di lavoro.

Siamo ormai alle ultime ore utili per decidere, per esprimere una preferenza, avverte oggi Francesco Giavazzi, sul Corriere della Sera, che, dice, si sarebbe aspettato «che in queste settimane il governo lanciasse una campagna di informazione per spiegare ai lavoratori l'importanza di questa scelta e i rischi del non scegliere... per spiegare ai giovani che fra trenta, quarant'anni quando andranno in pensione, l'Inps non esisterà più e la loro vecchiaia dipenderà da quanto avranno risparmiato e da come avranno investito i loro risparmi».

Il governo non ha fatto nulla di tutto questo, rifiutandosi anche di prorogare di sei mesi la scadenza, considerando lo stato di disinformazione in cui versa la maggior parte dei lavoratori per i quali la legge sceglierà per loro.

Giavazzi pone al Governo domande più che lecite, che però trovano risposte scoraggianti: «Perché ad un lavoratore non deve essere consentito di riscattare il 100% del capitale maturato al momento del pensionamento e farne ciò che vuole? Perché se un lavoratore decide di investire il suo Tfr in un fondo non previsto dagli accordi sindacali perde il diritto al contributo addizionale a carico dell'azienda? Perché se è scontento dei rendimenti offerti dal suo fondo di categoria deve aspettare due anni prima di poter trasferire i propri risparmi altrove? Forse perché la gran parte dei fondi negoziali sono co-gestiti dai sindacati?»

Al tavolo intorno al quale in questi giorni si discute di "scalone", di riforma delle pensioni, ha luogo «un balletto vecchio di almeno vent'anni» e, «come sempre, il governo ha invitato solo i sindacati. Ma che cosa sperava di ottenere dalla trattativa con una controparte i cui iscritti sono per lo più lavoratori già in pensione o prossimi alla pensione?»

Purtroppo Prodi ha già deciso di accontentare i sindacati: la legge Maroni verrà cancellata, si continuerà ad andare in pensione prima dei 60 anni, saremo l'unico paese europeo che abbassa l'età di pensionamento anziché alzarla. Eppure, conclude Giavazzi, al Governo converrebbe affrontare lo sciopero dei sindacati, perché «basterebbe avere il coraggio di spiegare ai cittadini quali privilegi si vogliono proteggere» con quello sciopero.

Sul Tfr Giavazzi suggerisce un articolo sul sito lavoce.info: "Non è d'oro il silenzio sul Tfr". Un altro sito utile dove documentarsi è tuapensione.it, che mette a disposizione una guida davvero molto ben fatta, che mette in guardia dalle trappole e smaschera i conflitti di interessi, molto spesso taciuti, dei vari attori coinvolti nella destinazione del Tfr: datori di lavoro, sindacati, banche, assicurazioni, governo, giornali e tv.

Quel pasticciaccio su Alitalia

Presi dalla trattativa-thriller sullo "scalone", dall'investitura di Veltroni e dal varo del Dpef, è passato in sordina il ritiro di Aeroflot dalla privatizzazione di Alitalia, dovuto, ancora una volta, all'inaffidabilità delle regole di gara e ai troppi vincoli che il nuovo proprietario dovrebbe rispettare nell'azione di risanamento dell'azienda.

«Dopo un accurato esame di tutti gli elementi», Aeroflot «ha deciso con dispiacere di ritirarsi». «Non è nella posizione di presentare un'offerta alla luce dei termini e delle condizioni posti», si legge nella nota della compagnia. Tra queste, «il mancato accesso alle informazioni critiche sia in relazione agli aspetti commerciali che a quelli operativi del business di Alitalia», nonché «le condizioni e i requisiti imposti per la privatizzazione, che limiterebbero significativamente le misure necessarie per il rilancio».

«La gara più pazza del mondo», l'ha definita Il Foglio. Guarda caso è rimasto in corsa solo il competitor italiano, Air One, sostenuto dalla banca "amica" del premier, Intesa-San Paolo. A fare concorrenza alla Air One di Carlo Toto sarebbe solo Matlin Patterson. Più in teoria che in pratica, perché gli manca un partner nazionale, requisito indispensabile per il Tesoro. Per quale motivo, se il passivo e le incognite sono tali e le condizioni così svantaggiose da aver indotto al ritiro tutti gli altri concorrenti, tutta gente solida, Air One e Intesa-San Paolo resistono? C'è forse sottobanco qualche garanzia che ad acquisto avvenuto interverrà una qualche forma di aiuto statale? Oppure i sindacati con Toto si mostrano più disponibili, sapendo che gli industriali italiani sono ben più abituati a trattare e malleabili di un eventuale acquirente straniero?

A questo punto, secondo indiscrezioni riportate da Il Foglio, sarebbe anche possibile che il Governo decida di sospendere la procedura e ricorrere al metodo della «trattativa privata». Quel che è certo è che si tratta dell'ennesimo pasticciaccio in cui si vede poco chiaro.

Thursday, June 28, 2007

Il rischio che il piano di Veltroni sia solo Veltroni

Dal discorso al Lingotto di Torino Andrea Romano ha visto emergere un Veltroni «vero leader del centrosinistra italiano». «Di quello reale e non immaginario», cioè di «un campo nel quale riformisti e massimalisti convivono a contatto di gomito, ogni giorno mandandosi al diavolo e ogni giorno rinnovando i sacri voti di un'alleanza che non ha alternative. Per ognuno Walter ha avuto un segno di attenzione, un impegno, una parola».

Ecco, è proprio questo, invece, il punto debole, a prescindere da quanto innovativo si giudichi, nel merito, il discorso programmatico di Veltroni. Chi ha detto che quell'alleanza «non ha alternative»? E secondo quale misteriosa alchimia Veltroni non subirà dai massimalisti quei veti che hanno subito dal '96 in poi Prodi, D'Alema, Amato, poi di nuovo Prodi?

Anche secondo Luca Ricolfi si tratta di domande lecite: «Come mai tutte le belle cose che dite di voler fare, una volta arrivati al governo non riuscite mai a farle? Tradotto più crudamente: perché la ciambella che non sta riuscendo a Prodi dovrebbe riuscire a Veltroni?» Solo per le sue doti personali? Sarebbe una mozione fideistica. Sarebbe un errore affidarsi alle presunte doti taumaturgiche di Veltroni, e indurre egli stesso a sopravvalutarle. Meglio la concretezza di un progetto politico.

E' vero che al di là di concretezze e vaghezze, Veltroni si è sforzato di tendere una mano ai ceti medi e produttivi, a quel centro pragmatico dell'elettorato, per il quale non importa se una cosa sia "di destra" o è "di sinistra", basta che serva, ma dovrebbe spiegare come intende rendere praticabili politicamente i suoi piani a fronte dei soliti veti di sindacati e sinistra comunista. Ci sarà tempo per valutare la credibilità dell'operazione.

John e Bob. E il Partito democratico, quello vero

E' stato forse troppo "cattivo" Christian Rocca, non nei confronti di Veltroni, «l'officiante del culto iconico» dei Kennedy, ma con i due fratelli, John e Bob, nel tentativo di illuminarne i lati oscuri che la sinistra finge di non vedere, che rimuove dalla propria memoria, in funzione del mito, che si vuole alimentare, di un'"Altra America", quella "buona", pacifista e "de sinistra". Ed ecco che ad uno ad uno vengono smontati i pezzi della mitologia veltroniana.

Senza ricorrere alle voci più infamanti, alle «frequentazioni», ai pregiudizi di Chomsky e Seymour Hersh, per raggiungere il suo scopo a Rocca sarebbe bastato fermarsi agli aspetti politici che ha ricordato. I fratelli Kennedy sono stati in prima linea contro il comunismo. "Falchi" in politica estera, disposti a usare la forza e sostenitori di quello che oggi si chiamerebbe "unilateralismo". Furono spregiudicati nell'avvalersi di Fbi e Cia, autorizzando operazioni come il fallito tentativo di invasione di Cuba, piani per uccidere Castro e attività controinsurrezionali in America Latina e in Asia. Di molti discorsi di John, oggi, si direbbe che sono scritti dai neoconservatori.

Bob ha preso parte attiva alla prima fase del maccartismo e una volta a capo del Dipartimento della Giustizia ha mantenuto alta, seppure con metodi più discreti, la guardia contro l'infiltrazione comunista.

John e Bob furono gli ultimi leader del Partito democratico prima della lunga deriva che dalla metà degli anni Sessanta, dallo shock del Vietnam, ha portato il partito che fu di Roosevelt e Truman su posizioni "radicali" sui temi della guerra, dell'economia e delle protezioni sociali. E' forse questo il Partito democratico che ha conosciuto Veltroni e dalle cui lenti ha creduto di conoscere gli Stati Uniti. Ma il partito dei Kennedy non fu questo, che sembrò aver smarrito la cultura di governo e l'entusiasmo per la missione democratizzatrice dell'America, a disagio nel pensare all'uso della forza, afflitto dai sensi di colpa e ritenuto unfit dalla maggioranza degli americani a proteggere la nazione.

Dopo i Kennedy abbiamo dovuto aspettare il clintonismo per vedere il Partito democratico uscire dalla crisi, dotarsi di una cultura di governo credibile per gli anni '90 e recuperare la fiducia negli effetti benefici sul mondo del potere americano.

Insomma, JFK e Bob Kennedy non erano dei Veltroni.

La domenica mattina senza Capezzone

«Domenica prossima la rassegna stampa di Radio radicale non sarà più condotta da Daniele Capezzone, al quale tra oggi e domani sarà comunicato ufficialmente che la sua ormai abituale trasmissione di lettura dei giornali domenicali non è più gradita. Questo capiterà a due giorni dal lancio della nuova avventura politica capezzoniana, un network di cui ancora non si conoscono né nome né simbolo né proposte, ma che ai radicali di stretta osservanza pannelliana pare con ogni evidenza un'eresia». Così, stamattina, il piccolo scoop di Christian Rocca.

Ma che prima o poi sarebbe accaduto era nell'aria da giorni. Da quando Bordin, sul forum di Radicali.it, rispondeva, a chi gli chiedeva a che titolo Taradash, dirigente dei Riformatori Liberali, continuasse a condurre la rassegna stampa il sabato mattina, che solo molti anni dopo la sua separazione dalla "casa madre" era stato richiamato a condurre la trasmissione. Il caso di Taradash, avvertiva quindi il direttore, lungi dal rappresentare un indizio di permanenza di Capezzone alla lettura della rassegna stampa domenicale, stava a indicare che appena avesse lanciato un suo progetto, sarebbe stato allontanato.

Bordin ha scelto di annunciare tramite Il Foglio la sua decisione: «Non se ne può più. La rassegna stampa e Radio radicale non possono diventare la cartina di tornasole del rapporto tra Daniele e il partito, sono altre le sedi e gli strumenti del confronto e del dibattito, ma Capezzone non partecipa più alle riunioni degli organi di cui è ancora membro e usa la radio per dire che è necessario superare tutti i partiti, compresi i radicali».

Leggendo l'articolo di Rocca, stamani alla radio, Bordin ha così motivato la sua decisione: si sa del «lancio di una nuova avventura... si sa che non ci saranno radicali, e che mira al superamento di tutti i partiti, radicali compresi. Ma non è detto che il superamento dei radicali debba passare per la rassegna stampa di Radio Radicale».

Una sola domanda: sicuro che «non ci saranno radicali» nel network che lancerà Capezzone?

Oggi pomeriggio la polemica è divampata in rete: su Corriere.it finisce la replica di Capezzone: «Apprendo dalla stampa la mia estromissione. Che dire? La cosa si commenta da sè, e spiace che una persona stimabile come Massimo Bordin debba ricorrere ad alibi e pretesti per "giustificare" quel che è sotto gli occhi di tutti, e cioè la chiusura di due spazi di parola e di comunicazione. Ci sarà da ridere, amaramente, la prossima volta che sentiremo parlare di "bavagli"... Siamo dinanzi a una brutta pagina, mi pare: e segni evidenti di settarismo e intolleranza si manifestano e si affermano proprio dove, e cioè in casa radicale, si è tante volte insegnato a combatterli».

Chi prenderà il posto di Capezzone nella lettura dei giornali la domenica mattina? Probabilmente, in un primo momento, uno dei redattori della radio. Poi si vedrà.

UPDATE ore 23,07: precisi come guardie svizzere Beltrandi, Turco e D'Elia aprono il fuoco di fila contro Capezzone. In realtà, a leggere, sembra più che si dimenino nel vuoto. E non ci resta che ridere.

Veltroni in campo: qualcosa di buono, non solo buonismo

Walter VeltroniA Torino un discorso con il freno a mano tirato, ma non in retromarcia

Non è stato un discorso di "rottura", né Veltroni, accettando la candidatura alla guida del Partito democratico (testo e video), ha rinunciato al suo voler tenere tutto e tutti insieme e alle sue tirate "buoniste". Nel tono della voce, nell'insistere sul concetto di «democrazia che decide», si è sforzato però di dare di sé un'immagine di leader capace di assumersi la responsabilità della scelta piuttosto che incline alla mera raccolta e gestione del consenso.

E in realtà, oltre al "buonismo", qualcosa di buono l'ha detto. Sarebbe sciocco ignorarlo, perché quella di ieri non è sembrata una farsa, né l'ingresso in scena di un leader già lesso. Guai a sottovalutarlo. Tanto vale, senza illudersi, prendere per buoni gli spunti di novità e, a partire da quelli, incalzarlo, sfidarlo, andare a vedere il suo gioco.

Certo, né Blair né Sarkozy, né Obama né Clinton, hanno parlato al Lingotto di Torino, semmai, in alcuni passaggi (quelli meno applauditi), sprazzi di ragionamenti, buone intenzioni ancora troppo vaghe, lo sguardo al futuro e ai giovani, lezioncine blairiane imparate a memoria ed echi lontani di una sinistra moderna e liberale. Poche le risposte concrete e impegnative, come sulla Tav o sugli affitti, ai molti problemi reali elencati. Un discorso con il freno a mano tirato, ma con due o tre paradigmi culturali finora estranei sia al prodismo che al "riformismo" ulivista.

Innanzitutto, denuncia, definendone i connotati, un "conservatorismo di sinistra" come fattore di blocco per il Paese e di immobilismo sociale; indica la crescita come premessa indispensabile per ogni politica di "equità e opportunità"; parla di concorrenza, competitività, merito; si dice per un "ambientalismo dei sì". Sulle pensioni rimane vago, parla di "patto generazionale", sembra dire "meno pensioni, più ammortizzatori", critica i sindacati che tutelano i pensionati ma non i giovani, ma poi appoggia «l'ammorbidimento dello scalone»; cita persino il modello americano, le tutele e le opportunità di quello inglese; critica la logica "tassa e spendi" e parla di riduzione della spesa pubblica, anche se non dice dove e come; sulle tasse capovolge il paradigma riformista e anche l'approccio Padoa-Schioppa, proponendo "pagare meno, pagare tutti" (dove il "pagare meno" viene prima del "pagare tutti"), anche se non quantifica il "meno"; rompe il tabù della sicurezza; difende il bipolarismo e il sistema maggioritario, citando il doppio turno francese; richiama i cattolici alla "ragionevolezza", va bene la famiglia fondata sul matrimonio ma sì anche ai diritti dei conviventi.

Il sindaco di Roma spera che la sola presenza sulla scena politica di un proprio leader sia sufficiente al Partito democratico per defilarsi dall'attuale fallimentare esperienza di governo. Dunque, nessuna critica, né dissensi espliciti, sull'operato del Governo Prodi. Anzi, è disposto a sopportare anche qualche contraddizione nell'impianto del suo discorso teso al "voltare pagina", pur di mandare un messaggio di "non belligeranza", di appoggio pieno al governo, che incoraggia a proseguire su questa strada, ai suoi occhi «riformista».

Ma al di là di tutte le "rotture", le politiche innovative, le prese di posizione chiare e dirimenti sui temi di stringente attualità, che potevano esserci e non ci sono state, è mancata - ma non avevamo dubbi - una dichiarazione essenziale: che il nuovo Partito democratico non farà alleanze elettorali con la sinistra comunista e massimalista. Era chiedere troppo? Abbiamo avuto, invece, la conferma dell'approccio opposto: «Il Partito democratico deve avere in sé un'ambizione, al tempo stesso, non autosufficiente ma maggioritaria». Non autosufficiente e maggioritario, all'interno dell'Unione, era già l'Ulivo e vediamo tutti come sta andando a finire. Si accorgerà con il tempo, forse, che il progetto di un partito che vuol dirsi democratico è per forza di cose alternativo al progetto di partiti comunisti e antagonisti, almeno quanto lo è rispetto a quello del centrodestra? Ne dubitiamo.

E' infatti il modo di concepire l'alleanza elettorale e di governo con la quale presentarsi davanti ai cittadini a chiedere la chiave di Palazzo Chigi a gettare su Veltroni l'ombra della continuità e a rendere poco credibile che il Partito democratico possa rappresentare davvero una novità rilevante politicamente e non, invece, la riesumazione dell'Ulivo, con tutti i suoi disastri e problemi di ingovernabilità. Che fine faranno le migliori, più moderne e liberali idee per il Paese - che pure stentano, se non latitano - se ai propri peggiori "alleati" e ai sindacati si concederà di nuovo di esercitare un potere di veto sull'azione di governo?

Se quindi, con il discorso di ieri, il sindaco di Roma tenta di spingersi culturalmente oltre l'Ulivo (tentativo fallito da D'Alema nel 2000), non riesce, dal punto di vista politico, ad approdare al Partito democratico che per definizione è tale se ha l'identità, ma prim'ancora la convinzione, di dover essere non solo maggioritario, a sinistra, ma anche autosufficiente, cioè di presentarsi ai cittadini come forza capace di assumere autonomamente le responsabilità del governo.

Veltroni riconosce che oltre ai «conservatorismi di destra» il Pd deve portare la sua sfida anche ai «conservatorismi di sinistra». Parla di «innovazione, talento, merito, pari opportunità» e critica la sinistra europea «apparsa imprigionata, salvo eccezioni, in schemi che l'hanno fatta apparire vecchia e conservatrice, ideologica e chiusa... Ad una società in movimento, veloce, portatrice di domande e bisogni del tutto inediti, si è risposto con la logica dei blocchi sociali e della pura tutela di conquiste la cui difesa immobile finiva col privare di diritti fondamentali altri pezzi di società». Vengono in mente gli outsider, i giovani, i lavoratori non garantiti, i piccoli imprenditori.

Veltroni individua nella «lotta alla precarietà, dei giovani e delle imprese, la grande frontiera attuale che il Partito democratico ha di fronte a sé». Eppure, non è chiaro come intenda declinare questa «lotta alla precarietà», se in termini liberali, o aderendo al fantoccio polemico che della precarietà è stato fatto in questi anni dai sindacati e dalla sinistra conservatrice.

Il sindaco di Roma raccoglie diligentemente tutti gli «indizi di un declino possibile»: l'invecchiamento della popolazione, «la scarsa istruzione e la debolezza della ricerca», l'inefficienza dei servizi, un sistema fiscale «in cui convivono sacche evasione e pressione troppo alta», l'«illegalità diffusa», le difese corporative, dei grandi e piccoli privilegi, dall'apertura alla concorrenza.

Ha ben presente che l'Italia «deve crescere, investire sulla sua competitività, sul talento e la creatività dei suoi ceti produttivi» e da diligente studente del blairismo deve aver letto da qualche parte che «senza crescita gli obiettivi di una grande forza dell'equità e dell'opportunità sono destinati a soccombere». Messa al bando «ogni nostalgia nazionalistica», semplicemente «anacronistica», ha imparato anche che «la nazionalità non si difende con le barriere, ma con maggiore competititivà e innovazione». Ha preso qualche appunto dai discorsi di Montezemolo e ci tiene a far vedere che non è un esponente di quella classe politica dalla cultura anti-industriale: definisce le medie imprese «il cuore dell'Italia che produce. Stanno creando sviluppo. Vanno sostenute e aiutate a diventare grandi».

Poi Veltroni apre «quattro capitoli» per il rinnovamento dell'Italia: «ambiente, nuovo patto tra le generazioni, formazione e sicurezza».

Come Blair e Sarkozy, e ormai anche Bush, sottolinea l'importanza del «futuro ambientale del nostro paese e dell'intero pianeta». Indica nella riduzione delle emissioni di gas serra, nel risparmio energetico, nelle fonti rinnovavili, nella «mobilità ecosostenibile», gli obiettivi. Ma si possono affrontare i cambiamenti climatici anche rispettando le leggi di mercato. Pensa a tasse sulle auto «legate alla qualità delle emissioni», alla detassazione degli investimenti in ricerca, e a «inasprimenti per coloro che si sottraggono».

L'ambientalismo che propone Veltroni «rifiuta la logica del no a tutto», vuole essere un «ambientalismo dei sì». E infatti, tra i pochi punti in cui si esprime con chiarezza, ci sono i sì alla Tav e ai rigassificatori.

Parlare di «nuovo patto tra le generazioni», implicitamente ammettendo il rischio di uno scontro generazionale, e di «interessi di quelli che non sono ancora nati», è già qualcosa che fa storcere naso, bocca e occhi ai sindacati e alla sinistra conservatrice.

Veltroni osserva che l'«età media si allunga... non è una disgrazia... ma lo può diventare solo se saremo conservatori, pretendendo di fare fronte alle nuove insicurezze e problemi con le vecchie ricette», ma poi sull'età di pensionamento non dice nulla di chiaro e, anzi, appoggia «l'ammorbidimento dello scalone» che sta preparando il governo.

Tesse le lodi del sistema a ripartizione, introdotto trent'anni fa al posto di quello a capitalizzazione. Attribuisce grande valore morale al fatto che «io lavoratore in attività pago oggi i miei contributi, che vengono usati per pagare le pensioni ai pensionati di oggi, in nome del patto, garantito dallo Stato, che prevede che i lavoratori attivi di domani pagheranno a loro volta la mia pensione... e così via, in un sempre rinnovato rapporto di solidarietà tra le generazioni». Peccato che non si accorge che proprio quel rapporto di "solidarietà" è venuto meno, è inaffidabile, perché i "nostri padri" si sono mangiati tutte le risorse e non vogliono lavorare nemmeno un anno in più per assicurare pensioni dignitose ai "figli". Non è forse più prudente che ognuno paghi per sé e la fiscalità generale intervenga nelle situazioni di povertà estrema?

Di nuovo «la lotta alla precarietà», che «non si vince senza riscrivere un patto generazionale tra gli italiani. Senza spostare le ingenti risorse oggi impegnate per far fronte agli squilibri del sistema pensionistico verso i giovani e la loro inclusione». Intende forse: meno pensioni, più ammortizzatori? Non lo dice. Arriva quindi la critica al sindacato, che «non può e non deve tutelare solo i lavoratori che sono in questo momento in presenza di un posto di lavoro o i pensionati, deve saper tutelare i giovani che faticano a entrare nel mondo del lavoro», ma anche la professione di fede nel «metodo della concertazione».

La mobilità sociale è un altro obiettivo caro a Veltroni, tanto da azzardare a chiamare in causa gli Stati Uniti: «Se c'è una cosa... che dovremmo far nostra è quel principio di mobilità verso l'alto che è il cardine del modello americano. Chi è in basso deve poter salire. Chi vuol cambiare deve poterlo fare. Deve avere la speranza di poterlo fare e le opportunità per farlo...». A proposito, prende a esempio «due bambini: uno è figlio di genitori entrambi laureati, l'altro è figlio di genitori con diploma di scuola media inferiore. Il primo ha sette volte le probabilità del secondo di laurearsi: un abisso di dispari opportunità, una immobilità sociale che è causa non ultima dello scarso dinamismo economico». Ridurre del 30% questo divario dovrebbe essere uno degli obiettivi del Pd. Con quali politiche?

Il nostro, prosegue, è un «orologio sociale sfasato, messo a punto per un tempo che non c'è più». Perché, si chiede, un nostro ragazzo non può avere «le garanzie, le tutele sociali e le opportunità che esistono per i suoi coetanei inglesi?». Veltroni porta come esempi positivi il modello americano e quello inglese, ma si guarda bene dal proporre la "rottura", soluzioni "americane" o "blairiane" ai problemi di cui parla.

Non poteva mancare il debito pubblico. Per abbatterlo è necessario «generare risorse», ma «ogni frutto aggiuntivo che il meccanismo potrà generare dovrà poi equamente essere utilizzato per la riduzione della pressione fiscale e per il sostegno alle nuove politiche del patto intergenerazionale».

Veltroni concede che la pressione fiscale è troppo elevata, gli adempimenti burocratici troppi, irritante la distanza tra ciò che il cittadino paga e ciò che riceve in cambio: poche infrastrutture, pubblica amministrazione inefficiente, lentezza della giustizia civile per il recupero del credito.

Propone una «riqualificazione della spesa pubblica», ma non indica settori e priorità. Chiama le pubbliche amministrazioni a «giustificare l'utilità di tutte le somme che richiedono, non solo di quelle aggiuntive» e a «valutare fino all'ultimo euro come sono stati utilizzati i soldi dei contribuenti». Se no? Chiede alla sinistra un cambiamento di paradigma culturale: sanzionare come «altrettanto esecrabili quell'imprenditore che evade, quel pubblico dipendente che percepisce lo stipendio e non fa quello che dovrebbe e chi offre lavoro in nero».

«Per troppi anni la sinistra si è accomodata nella logica del "tassa e spendi"», spesso fissando «nuovi compiti burocratici e nuovi costi a carico dei contribuenti che già pagano». Veltroni prende atto che la strategia fin qui seguita, secondo cui si potrà far pagare meno solo quando tutti avranno preso a pagare tutto, non produce i risultati attesi.

Occorre quindi una «spirale virtuosa: man mano che lo Stato abbassa le aliquote e semplifica gli adempimenti, i contribuenti accrescono il livello di fedeltà delle loro dichiarazioni, e la loro recuperata fiducia nello Stato crea quel clima di condanna sociale dell'evasione che oggi manca». Il suo «pagare meno, pagare tutti» sembra un capovolgimento di paradigma rispetto all'inverso, «pagare tutti, pagare meno», tipico della sinistra "di governo". In questo caso, cambiando l'ordine dei fattori il prodotto cambia in modo sostanziale. «Non sto proponendo, vorrei che fosse chiaro, la flat tax», mette subito le mani avanti, temendo di aver tirato troppo la corda.

Tuttavia, in concreto, Veltroni non si discosta da quanto promesso da Prodi e Padoa-Schioppa. Avverte che «il livello della pressione fiscale non potrà essere drasticamente ridotto» e assicura «una consistente riduzione della pressione complessiva nei prossimi tre anni», che però non quantifica.

Una delle poche proposte concrete riguarda la tassazione degli affitti e potrebbe essere estesa anche ad altre prestazioni professionali: aliquota del 20% sull'affitto percepito, uguale per tutti (l'aliquota più bassa dell'Irpef è il 23%) e significativa detrazione per chi lo paga, uscendo dal "nero".

Terzo capitolo, l'educazione e la formazione, che «sono al centro di tutto». Veltroni cita gli impietosi dati dell'Ocse, che ci vede agli ultimi posti per numero di diplomati (solo il 37,5%, otto punti in meno della media Ocse) e laureati (appena il 12% della popolazione, la metà della media Ocse) e per i livelli di apprendimento. Evoca in generale la necessità di premiare i più meritevoli, ma non tira alcuna conclusione, è vaghissimo.

Anche sulla sicurezza chiede alla sinistra di adottare un diverso paradigma culturale («è un diritto fondamentale che non ha colore politico, che non è né di destra né di sinistra»), di abbandonare un certo snobismo («nessuno scrolli le spalle o definisca razzista un padre che si preoccupa di una figlia in un quartiere che non riconosce più»), e di non sottovalutare la percezione dell'insicurezza («non esiste, se non per le statistiche, la microcriminalità. Per una donna anziana che viene scippata quella non è microcriminalità, ma una cosa che pesa terribilmente»).

Sulla legge elettorale e le riforme istituzionali spende forse le parole più chiare, in favore dei sistemi maggioritari e del bipolarismo. Vorrà pur dire qualcosa se ha citato come esempi positivi le elezioni presidenziali e legislative francesi e la stabilità nei Comuni e nelle Regioni. La stabilità, ha osservato, «è stata tanto più vicina, in quest'ultimo decennio, tanto più ci siamo incamminati lungo la strada del bipolarismo, iniziata con la riforma in senso maggioritario del vecchio sistema elettorale proporzionale».

Una riforma dovrà porsi «quattro obiettivi: contrasto della frammentazione, stabilità di legislatura, rappresentatività del pluralismo, scelta del governo da parte dei cittadini». Se il Parlamento non riesce, «sarà allora il referendum a spingere». Inoltre, superare il bicameralismo e ridurre il numero dei parlamentari e di tutti gli organismi elettivi.

E' a questo punto che Veltroni invoca una «democrazia che decide», secondo il binomio «delega e responsabilità». L'Italia è diventata il Paese «in cui tutti, a tutti i livelli, hanno il diritto di mettere veti e nessuno ha il diritto di decidere», denuncia, ma ci pare che Veltroni stesso si predisponga volentieri a farsi mettere veti dalla sinistra comunista e dai sindacati.

Sul capitolo laicità, naturalmente il suo è un appello al dialogo e alla sintesi. Quindi, critica la «contrapposizione esasperata tra integralismo religioso e laicismo esasperato». E' un «paradosso insostenibile».

La politica e le istituzioni hanno il dovere di cercare un «punto di equilibrio», tra «il valore pubblico delle scelte religiose delle persone e la laicità dello Stato. A nessun cittadino che abbia fede, quale essa sia, si chiederà di lasciare fuori dalla porta della politica il proprio percorso spirituale e i propri valori. Anche i non credenti devono rispettare e tener di conto le opinioni di chi, mosso dalla fede, può portare alimento alla vita pubblica. Al tempo stesso, ognuno è tenuto a rispettare quel che la nostra Costituzione afferma e salvaguarda: la laicità dello Stato Repubblicano».

Sono le frasi successive che forse non ci saremmo aspettati da Veltroni, il sindaco amico dei papi: «... ed è la democrazia stessa a imporre, a chi è legittimamente mosso da considerazioni religiose, di tradurre le sue preoccupazioni in valori universali e in proposte concrete ispirate alla ragionevolezza, e non specifici della sua religione. Se è certamente vero ciò che Savino Pezzotta ha detto, circa il valore costituzionale della famiglia fondata sul matrimonio, è altrettanto vero che, come hanno fatto tutte le altre grandi democrazie, anche in Italia è giusto riconoscere i diritti delle persone che si amano e convivono».

Brevissimo, infine, l'unico passaggio sulla politica estera, tanto per rivendicare l'intervento nei Balcani: «La pace dove non c'è non può essere difesa ma dev'essere ricostruita», in pieno accordo con la comunità internazionale, «agli antipodi» della guerra preventiva e dell'unilateralismo. Ma si sa, questo è il campo di D'Alema.

Wednesday, June 27, 2007

Sciolte le Brigate al-Aqsa. Svolta o ennesimo bluff?

Militanti delle Brigate dei Martiri di al-Aqsa«Abbiamo sciolto le Brigate dei Martiri di al-Aqsa». L'annuncio del capo dell'ala armata di al-Fatah, Zakkariya al-Zubeidy, riportato dal giornale arabo al-Sharq al-Awsat, meriterebbe di essere accompagnato con squilli di tromba.

Lo scioglimento di una tra le organizzazioni terroristiche protagoniste di quella sanguinosa seconda Intifada scatenata da Arafat nel 2000, responsabile di decine di attentati suicidi contro Israele nell'ultimo decennio, potrebbe rappresentare una svolta nei rapporti tra l'Anp e Israele. Al-Fatah, il partito che fu di Arafat e che oggi esprime il presidente Abu Mazen, potrebbe aver deciso di abbandonare l'uso politico della violenza contro Israele e, anzi, di combattere i gruppi terroristici, primo fra tutti Hamas, realizzando finalmente le condizioni affinché l'Anp possa esercitare i suoi poteri nei Territori.

L'annuncio giunge in seguito all'emanazione da parte del presidente dell'Autorità nazionale palestinese, Mahmoud Abbas, di un decreto che, autorizzando solo uomini dei servizi di sicurezza ufficiali a portare armi all'interno dei Territori, mette fuori legge tutti i gruppi armati palestinesi: «Tutte le milizie, i gruppi e le brigate armate che non appartengono ai servizi di sicurezza saranno trattate come organizzazioni illegali». L'ordine vieta a tali gruppi di condurre qualsiasi attività, segreta o pubblica, e avverte che saranno aperte indagini contro chiunque venisse colto a partecipare a tali attività. «Il governo deve fermare il fenomeno dei gruppi armati, impedire il porto d'armi e confiscare fucili, esplosivi e ogni altro tipo di armamento acquistato illegalmente», si legge nel decreto.

Il ministro dell'Informazione palestinese, Riyad al-Maliki, fa sapere che i membri delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa hanno accettato di consegnare le loro armi al governo in cambio di garanzie sul fatto che Israele non cerchi di arrestarli o ucciderli. Alcuni membri della milizia avrebbero smentito l'accordo, riferisce il sito israeliano Debka, che si dice scettico sulla possibilità che Abbas sia in grado di far rispettare il decreto, ma poi è giunto l'annuncio di al-Zubeidy, che ha spiegato: «Le brigate al-Aqsa hanno accettato di consegnare le armi e di entrare nella sicurezza dell'Anp seguendo un preciso piano politico dettato dalla presidenza».

Al recente vertice di Sharm al-Sheikh, infatti, Abbas ha promesso al primo ministro israeliano Ehud Olmert di raccogliere le dichiarazioni di rinuncia al terrorismo sottoscritte dai membri delle Brigate Al-Aqsa, di farsi consegnare le loro armi e arruolarli nelle forze di sicurezza governative. In cambio, Olmert avrebbe assicurato ad Abbas la loro immunità.

La messa al bando delle milizie, e lo scioglimento delle Brigate al-Aqsa, sarebbero quindi tra gli effetti del nuovo clima politico venutosi a creare dopo l'offensiva di Hamas nella Striscia di Gaza. Da una parte Israele, Stati Uniti e Unione europea sostengono il presidente dell'Anp, promettendo di sbloccare i fondi destinati al governo palestinese, in funzione anti-Hamas; dall'altra, Abbas, che per combattere Hamas e mantenere il controllo della Cisgiordania ha bisogno dei militanti delle Brigate al-Aqsa e del sostegno dell'Occidente. Per questo cerca di cogliere il momento di emergenza per imprimere ad al-Fatah una svolta "moderata", spingendolo verso l'atteso passo della rinuncia alla violenza, e per dotare l'Anp dell'autorità che non ha mai avuto.

Se il monopolio dell'uso della forza è tra le prime e propedeutiche prerogative di un'autorità statuale, allora dallo scioglimento delle organizzazioni terroristiche, e dalla sconfitta di Hamas e degli altri gruppi, passa l'ultima chance per la prospettiva della nascita di uno Stato palestinese. Tuttavia, la politica palestinese ci ha abituati a una condotta caratterizzata da ambiguità e opportunismi sistematici, praticati con spudoratezza. La storia dell'Anp, e di al-Fatah, è una fitta sequenza di accordi presi e infranti il giorno dopo, di promesse mai mantenute, di decreti e impegni cui non si è voluto, o saputo, dar seguito.

Blair saluta i Comuni. Inviato in Medio Oriente

«Ho sempre temuto e rispettato i Comuni... Saluto tutti, amici e nemici, è finita». E con un gesto ha chiuso il libro degli appunti di cuoio rosso. Così, il premier britannico Tony Blair, al termine del suo ultimo question time, ha salutato la Camera dei Comuni. E "amici e nemici" gli hanno tributato una vera e propria standing ovation.

Il leader dell'opposizione, David Cameron, ha sottolineato «gli importanti obiettivi» raggiunti dal premier laburista nei suoi dieci anni al governo, in particolare per quanto riguarda il processo di pace in Irlanda del Nord e il sostegno ai paesi in via di sviluppo. Parole di congratulazione anche dal leader del partito liberaldemocratico Menzies Campbell e dal premier del governo autonomo dell'Irlanda del Nord, Ian Paisley.

Ma Blair non si ritira. Assumerà infatti l'incarico di inviato speciale del "Quartetto" (Stati Uniti, Russia, Unione europea e Onu) per il Medio Oriente. Avanti!

Tuesday, June 26, 2007

Veltroni non può più nascondersi

Del veltronismo abbiamo già parlato in un post di qualche giorno fa, chiedendoci se nei prossimi mesi si aprirà davvero l'era del veltronismo "nazionale", se cioè il sindaco di Roma riuscirà a trasferire a livello nazionale il suo modello romano di creazione del consenso e gestione del potere.

Dipende.

L'estraneità del veltronismo alla politica "adrenalinica", fatta di scelte rischiose, potrebbe spiegare con largo anticipo il fallimento della sua trasposizione a livello nazionale. «Responsabilità, coerenza, coraggio di condurre battaglie ideali e culturali in campo aperto» sono le qualità della leadership citate da Andrea Romano parlando del blairismo, ben diverse però dal sonnacchioso galleggiamento di Veltroni, al quale si addicono di più «la dissimulazione elevata a metodo politico, il familismo come strategia, la tutela da ogni rischio come cifra della propria stagione».

A questo punto, tuttavia, Veltroni ha di fronte a sé due strade. Può porsi in continuità con il suo personaggio: continuare cioè a magnificare valori impossibili da non condividere, scansando ogni scelta che possa provocare divisioni, e a usare una retorica tanto vuota e generica da non scontentare nessuno, da non dover scartare nulla, per godere del consenso del più ampio arco di forze politiche e cercare di riprodurre la sua fortunata, anche se inconcludente, formula di potere. Oppure, può sorprenderci: decidendo che sia giunta l'ora di incassare l'ampio consenso di cui gode presso l'opinione pubblica e investirlo in un progetto politico qualificante, per il quale cioè sia disposto ad accettare la rottura di quella concordia, nella sinistra, sulla sua immagine di sindaco e candidato "buono per tutti".

Dovrebbe indicare per tempo cosa intende fare, avere il coraggio di scontentare qualcuno, pronunciarsi subito in modo netto su tre o quattro questioni, come le pensioni, le tasse, la Tav, la sicurezza, e via via su tutti gli altri temi dell'agenda di governo. Solo esponendosi, accettando il rischio della sfida politica in campo aperto, può vincere e, forte di una legittimità fondata su impegni chiari presi nei confronti dei cittadini, riuscire a governare.

Se vuole evitare di incamminarsi sulla stessa via prodiana al fallimento, guai a bissare le finte primarie che incoronarono Prodi nell'ottobre 2005. Da un nuovo plebiscito, stavolta per Veltroni, senza vere alternative e senza l'indicazione di una linea di governo chiara, dirimente, uscirebbe l'ennesimo programma di 281 pagine "fatto apposta per sommare le proposte di tutti i partiti della coalizione senza sostanzialmente sceglierne nessuna".

Perché la candidatura di Veltroni non sia solo un'operazione di cosmesi, e il Partito democratico non si riveli che un altro nome con cui chiamare l’Ulivo, ereditandone tutti i problemi, Veltroni dovrebbe rompere con la sinistra massimalista e comunista, dichiarare prima possibile che il Partito democratico si presenta ai cittadini come forza capace di assumere autonomamente la responsabilità del governo, e a questo scopo dovrebbe sostenere una legge elettorale uninominale. In un sistema maggioritario, infatti, con il suo 30% il Pd potrebbe aspirare a conquistare tutti o quasi i collegi non vinti da un partito di centrodestra. Quasi il 50% dei seggi in caso di sconfitta. Un po' di più in caso di vittoria.

Sarebbe questa la vera riforma della sinistra, e la via maestra per la riforma del paese, ma dubitiamo che Veltroni intenda intraprenderla. Non rimane che aspettare il discorso di mercoledì, al Lingotto di Torino.

Da LibMagazine

Altri mugugni "europeisti"

Mentre arriva puntuale il grido di dolore di una delle più autorevoli vestali dell'europeismo "politicamente corretto", il presidente Napolitano, che denuncia i «meschini ripiegamenti» sul ruolo dell'Europa, sembra più lucido Mario Monti, per il quale il «minitrattato rappresenta un maxiprogresso». Qualcuno, invece, avrebbe preferito che fosse ignorato il voto dei francesi e degli olandesi, essendo abituato nel proprio paese ad ignorare gli esiti referendari.

Anche Monti si dice sorpreso «che ci sia stata sorpresa» di fronte alla richiesta del presidente francese Sarkozy di eliminare dal testo il riferimento alla «concorrenza libera e non distorta» tra gli obiettivi dell'Unione europea. Già negli anni della Convenzione, ricorda, «la politica della concorrenza venne spesso attaccata. In prima linea erano la Francia di Jacques Chirac e la Germania di Gerhard Schröder». Eppure, non erano in tanti a lamentarsene. Solo ora che all'Eliseo c'è Sarkozy qualcuno scopre che i francesi sono protezionisti.

Capezzone-Ichino sui mali della pubblica amministrazione

Mercoledì 27 giugno, a partire dalle ore 21, a Milano, presso la Casa della Cultura (Via Borgogna 3, MM1 San Babila), si terrà l'incontro sul tema "Alle radici della paralisi della amministrazione pubblica (e come uscirne)". L'evento vede tra i promotori, oltre a LibMagazine, l'Associazione Radicale Enzo Tortora - Radicali Milano, LiberalCafè, Non dimenticare il futuro, Questa non è una pipa.

Interverranno Daniele Capezzone, presidente della Commissione Attività produttive della Camera (Rosa nel Pugno) e il professor Pietro Ichino, ordinario di Diritto del lavoro presso l'Università degli Studi di Milano ed editorialista del Corriere della Sera.

Il professor Ichino è animatore di una campagna contro i "fannulloni" nella pubblica amministrazione e volta a introdurre elementi di meritocrazia e criteri di valutazione dell'efficienza nella PA.

Né di destra, né di centro, né di sinistra

LibMagazineSono davvero molti i contributi degni di nota su questo nuovo numero di LibMagazine. Ne segnaleremo due. Da leggere tutto d'un fiato l'editoriale - un piccolo tesoro da investire - di Luigi Castaldi, che usa l'impegnativa formula del "noi" riuscendo a tracciare alla perfezione profilo, metodo e, direi, stato d'animo di questa impresa che è LibMagazine:

«Non è stato difficile, per noi di LibMagazine, definire il minimo comune multiplo di liberalismo che potesse unirci, sotto quel Lib- della testata...». E' il concetto di laicità. Però con «il senso meta-storico che il termine ha tratto dalla storia: laicità come estraneità dalla logica delle costruzioni ideologiche. Non solo anticlericalismo, dunque. (Be', sì, siamo anticlericali anche nel senso più ristretto del termine, ma non vorremmo che la laicità si esaurisse in quello. E dunque...) E dunque laicità come sinonimo di anticlericalismo (giacché clero e laico sono dicotomici in radice), ma chiarendo: contro ogni chiesa, cioè contro ogni costruzione ideologica.

Cioè: liberali contro ogni tipo di stato etico – fascista, comunista, cattolico... Liberali nel campo dell'economia e in quello dei diritti civili, nel campo della bioetica e in quello della politica estera... noi di LibMagazine pensiamo che non si possa essere libertari senza essere liberisti, o viceversa. Un libertario che storce il muso al liberismo non è un liberale: è un fricchettone un po' sfigato. Un liberista che storce il muso al matrimonio gay o alla liberalizzazione delle droghe non è un liberale: è un conservatore cui frizza il cuore a immaginare il dinamismo del mercato libero, immaginandone l'utile. Essere liberali – scriveva Mario Missiroli – è tremendamente arduo e penoso...»

Premesso questo, prosegue Castaldi, «di fronte al collasso delle strutture portanti di quelle categorie (sinistra, destra, centro) in cui si sono mosse le più potenti costruzioni ideologiche del XX secolo (comunismo, fascismo e magistero sociale della Chiesa di Roma), noi di LibMagazine troviamo indispensabile smarcarcene. Lo dirò per quanto mi riguarda, e nel modo che mi riguarda: i liberali non sono di sinistra, non sono di destra e non sono di centro. Possono trovarsi a sinistra, a destra o al centro, ma solo a volerceli vedere, cioè ad avere gli occhi che guardano ancora dall'interno di quelle costruzioni ideologiche. Questo – comprenderete – sarà importante dirlo per dipanare tutte, prima ancora di intrecciarle, quelle questioni di polemica politica che dovessero investirci. In qualche modo ci hanno già investito, con l'aver affidato a Daniele Capezzone la direzione politica di questa rivista on line. Il percorso politico di Daniele Capezzone ci è sembrato sostanzialmente coerente con quella laicità che ponevamo come minimo comune multiplo del nostro essere liberali, almeno sotto quel Lib- della testata.

«E sia chiara una cosa», conclude Castaldi: che «noi di LibMagazine non siamo settari e odiamo il settarismo. Come dire, intendiamo allargarci, cercheremo di non esaurirci nella testimonianza».

Segnaliamo, inoltre, la proposta di Francesco Nardi, che entra nel dibattito sull'«impiego migliore possibile del famigerato tesoretto», facendone una questione di responsabilità politica, quella «che da molti - specie a sinistra – è ridotta in confusione con la responsabilità penale dei politici, laddove - a noi pare -, a prescindere dalle perorazioni "di classe", un serio modo di intendere la politica dovrebbe far fronte ai debiti politici che un'azione legislativa – anche d'urgenza – costituisce nei confronti del Paese».

Si tratta di «quei debiti che si sono contratti sulla base di inefficienze politiche». Per esempio, quelle che hanno portato il Parlamento ad approvare l'indulto, contraendo così, giustamente, un debito «nei confronti dei principi di legalità e certezza della pena». Ebbene, si potrebbe usare l'extra-gettito per rinnovare l'intero sistema carcerario, in un sol colpo estinguendo quel debito politico, quindi occupandosi della sicurezza dei cittadini, e creando le condizioni per il rispetto dei diritti dei detenuti e per le finalità rieducative della pena.

I danni dei professionisti dell'europeismo

EuropeistiLe vestali dell'europeismo politicamente corretto si sono scandalizzate per l'esito deludente del vertice del Consiglio europeo di Bruxelles, dal quale faticosamente è uscito un accordo di basso profilo sul nuovo trattato dell'Unione. Emesse e ritirate patenti di europeismo; solenni discorsi di retorica europeista alternati a piagnistei e accuse. All'indice la Polonia dei fratelli Kaczynski. Ora che all'Eliseo c'è Sarkozy si scopre che i francesi sono protezionisti, mentre restano tra i "buoni" Italia, Spagna e Germania. Anche Blair finisce nella lista dei "cattivi". Non importa se grazie all'accoglimento delle sue richieste il premier britannico potrà evitare al trattato di dover passare per la stretta via referendaria, scongiurando quindi un'altra, probabile, sonora bocciatura, questa volta dagli inglesi.

Tra le cause dell'impasse c'è un equivoco di fondo sul concetto stesso e la funzione di una costituzione. Essa deve innanzitutto provvedere a regolare il funzionamento democratico delle istituzioni e a dichiarare i già noti diritti dei cittadini. Se invece, attraverso il trattato costituzionale, si pretende di far prevalere certe legislazioni del lavoro e protezioni sociali, un modello di politica economica, e persino una visione di politica estera, è inevitabile che non si trovi un accordo.

Si tratta degli ambiti della decisione politica ordinaria, non di un assetto che si vuole costituzionale. Tra l'altro, il rischio concreto è che su temi delicati come le garanzie dei cittadini, la giustizia, il modello economico e sociale, si perpetuino e, anzi, si diffondano, i mali del continente da cui giustamente i cittadini britannici, per esempio, intendono tutelarsi. Meglio una virtuosa competizione tra le varie legislazioni nazionali che un'omologazione alle politiche centraliste, dirigiste e protezioniste che ci stanno condannando al declino.

Alla base delle odierne difficoltà c'è anche un'analisi sbagliata della bocciatura, nel giugno del 2005, del nuovo trattato costituzionale da parte dei cittadini francesi e olandesi. All'indomani del voto i leader europei annunciarono «un periodo di riflessione». Per molti il tempo avrebbe dovuto sanare le ferite, "sbianchettando" gli esiti referendari, consentendo così alla macchina di ripartire esattamente dal punto in cui ci si era fermata, come se nulla fosse accaduto e se si potessero archiviare quei milioni di "no" senza prima aver posto sotto severo esame l'approccio "europeista" che aveva partorito la bozza costituzionale uscita sconfitta.

Da sole, l'estrema destra nazionalista e xenofoba e l'estrema sinistra anti-americana, anti-capitalista e anti-global, non sarebbero mai riuscite a bocciare la nuova costituzione europea. Quei "no" anti-liberali dei francesi a un'Europa che liberale non era – e che pur essendo statalista e protezionista, socialdemocratica e gollista, veniva accusata di non esserlo abbastanza – non avrebbero mai raggiunto il 55% dei voti, se non avesse pesato una terza forza non organizzata, che si finge di non vedere. Quella dei sinceri europeisti – liberali, democratici, federalisti – delusi da questa Europa, che non se la sono sentita di approvare un farraginoso trattato intergovernativo, una selva intricata di "nuovi diritti" e ipertrofia burocratica, massima espressione dell'establishment europeo e di una sorta di pensiero unico sull'Europa (il solo "politicamente corretto") che in totale dispregio del costituzionalismo liberale ha ridotto il sogno europeo a un incubo burocratico. La nuova costituzione, con i suoi 448 articoli, 441 in più di quelli necessari se guardiamo alla Costituzione Usa, poneva le basi per un nuovo assolutismo, soft e burocratico.

Non basta dire: "più Europa". Bisogna capire "quale Europa". E il dibattito su "quale Europa" è stato del tutto atrofizzato, negli anni, dalle oligarchie tecno-burocratiche di Bruxelles, dai professionisti di quell’europeismo politicamente corretto: gli ideologi dell’Europa intergovernativa e comunitaria. Per meglio demonizzare il dissenso verso il loro modello, si sono scelti gli avversari più comodi, alimentando gli istinti e le fobie di estrema destra ed estrema sinistra e "silenziando", invece, con arroganza e aridità ideale, quegli europeisti che con buone ragioni oppongono a questa Non-Europa una diversa e più attraente idea di Europa, democratica e federale: gli Stati Uniti d’Europa.

Ormai ci si muove nell'ottica del modello intergovernativo, divenuto ideologia ufficiale dell'europeismo. Per cui "più Europa" coincide con il rafforzamento di quel modello e i soli europeisti patentati sono coloro che lo sostengono. Gli stessi federalisti sono caduti nella trappola e si riducono ormai a considerare il rafforzamento del modello intergovernativo come un successo anche un loro, mentre in realtà proseguire su quella via allontana la prospettiva federale.

Il modello intergovernativo è parte del problema, ma nonostante le sconfitte i chierici dell'europeismo lo ritengono l'unica soluzione. E' strutturalmente inadeguato a far compiere all'Europa il salto di qualità verso l'unione politica. Se infatti, nel muovere i primi passi, all'Unione erano indispensabili le spinte dei governi e delle élite intellettuali, finanziarie e burocratiche, oggi l'unione politica non può che trovare la sua compiutezza e legittimità nei cittadini europei, tramite un assetto democratico e federalista.

Se la scelta è tra una versione debole e una forte di un potere intergovernativo da cui prende forma un Superstato visto come vincolo burocratico a cui strappare tutele e privilegi nazionali, allora è preferibile che rimanga debole. Finché non verrà superata la logica dell'UE come camera di compensazione degli interessi dei singoli stati membri, che è propria del modello intergovernativo, e non verranno invece individuati nei cittadini i soggetti di interessi e diritti cui la politica europea, nelle sue nuove istituzioni, democratiche e federali, dovrà rispondere, è più prudente che il Leviatano europeo non accresca troppo i suoi poteri.

Da LibMagazine

Monday, June 25, 2007

Appuntamento all'Independence Day

Non «l'ennesimo partitino», ma un network. Capezzone annuncia il lancio per il 4 luglio, data simbolica dell'Indipendence Day americano. L'idea è di sostenere «dieci obiettivi» di riforma liberale ispirati a «tre parole: competere, meritare, trasformare» e di mettersi sul mercato politico.

Un progetto aperto a tutti: ceti produttivi, politici, associazioni, think tank, semplici cittadini. A tutti i liberali che non si rassegnano al disastro di una vecchia politica che non molla la presa, travolgendo e trascinando con sé inesorabilmente destre e sinistre, perfino le esperienze liberali più radicate (come quella radicale italiana), e hanno voglia e idee per provarci ancora, per tentare un nuovo inizio.

Il metodo sembra quello radicale: «Abbiamo intenzione di far partire un'Opa, una offerta pubblica di alleanza: chi vorrà stare con noi, dovrà accettare i punti che proporremo». Il network sarà strutturato per «via territoriale, per via tematica e per via telematica».

Una sfida ai poli, dunque, che «in quattro legislature non hanno saputo fare uno straccio di riforma».

«Se non facessi nulla, dovrei iscrivermi alla categoria dei complici e degli ignavi».
Ci state?

Veltroni lascia la politica

Un lettore mi segnala questo video. Il sindaco di Roma, ospite da Fabio Fazio nel gennaio del 2006, annuncia che, se rieletto, abbandonerà comunque la politica al termine del suo secondo mandato.

Saturday, June 23, 2007

Chi sono i veri reazionari?

C'era da aspettarsi che le reazioni, guarda caso bipartisan, dal centrodestra e dal centrosinistra, alle critiche di Montezemolo alla politica che «non fa il suo mestiere», mirassero a banalizzare e a distorcere il ragionamento fatto ieri dal presidente di Confindustria, che ciascuno può riascoltare integralmente qui.

L'attacco ai sindacati non è ai lavoratori, ma ai sindacati, alle categorie privilegiate e ipergarantite, che difendono le loro posizioni di rendita ai danni di milioni di altri lavoratori e di outsider. Montezemolo non ha detto altro che quello che ormai in molti, anche tra i lavoratori, stanno comprendendo: che i sindacati agiscono come fattori di blocco e di conservazione contro gli interessi delle nuove generazioni, contro urgenti riforme di equità e di interesse generale, contro il welfare per tutti, la mobilità sociale e il merito.

Il mondo della politica (tutto: maggioranza e opposizione), a quanto pare, preferisce barricarsi, arroccarsi per difendersi dalle critiche di colui che vede come un possibile concorrente, fino al punto di negare, non voler riconoscere, fatti che a tanti cittadini sembrano sempre più evidenti. I sindacati attori della conservazione economica e sociale, e una classe di governo che ideologicamente esprime una cultura anti-impresa e anti-lavoro, sono sotto gli occhi di tutti.

Proprio oggi illustri esponenti di quella cultura, quattro ministri (Pecoraro Scanio, Ferrero, Mussi e Bianchi), hanno sottoscritto una lettera al Governo, chiedendo il «superamento della Legge 30» (Legge Biagi!), un «serio intervento di edilizia pubblica», il «rilancio della ricerca scientifica», l'«abolizione dell'iniquo» scalone sulle pensioni, la «redistribuzione delle risorse recuperate dalla lotta all'evasione fiscale».

Una linea che, se passasse, produrrebbe più disoccupazione e più spesa pubblica, condannerebbe i giovani lavoratori a non avere alcuna pensione, manterrebbe in vita un finto stato sociale che assicura una qualche forma di ammortizzatore sociale (costosa e inadeguata) a 17 lavoratori su 100, impedendo un sistema "welfare to work" universale.
Chi sono i veri reazionari?

Da qualche altro ministro - per esempio Bonino o Rutelli - ci aspettiamo una contro-iniziativa, tanto per far capire che c'è qualcuno disposto a tirare la corda anche dall'altra parte.

Friday, June 22, 2007

Moratoria mai così vicina, radicali mai così lontani

Foto by Dumplife su flickr.comI radicali sono vicini a tagliare con successo il traguardo di una loro battaglia storica, quella per la moratoria Onu sulla pena di morte. Il Consiglio dei ministri degli Esteri dell'Ue ha infatti preso «un impegno formale» a presentare la risoluzione all'inizio della prossima Assemblea generale dell'Onu, che si aprirà a settembre.

E' fallita, invece, l'iniziativa dello sciopero della fame (e della sete a intermittenza) «a oltranza». L'obiettivo proclamato dallo stesso Pannella, il 14 aprile, era, infatti, di scongiurare un ulteriore rinvio e di «ottenere» il voto sulla risoluzione nella sessione dell'Assemblea generale «attualmente in corso».

Il 13 giugno, Prodi, incontrando a Palazzo Chigi Emma Bonino, Marco Pannella e Sergio D'Elia, li assicurava di essere «fermamente e assolutamente» determinato a presentare subito, già a questa assemblea, la risoluzione.

Il 18 giugno, dopo la riunione del Consiglio Ue, Prodi si dichiarava invece «estremamente soddisfatto» per la decisione del rinvio alla prossima sessione dell'Assemblea generale, definendolo comunque «un grande successo dell'Italia, delle associazioni, di chi, come i Radicali, non ha mai cessato di battersi sulla questione, del Parlamento e del nostro Governo» e ringraziando il ministro degli Esteri Massimo D'Alema, «per aver insistito sulla necessità di procedere il più presto possibile con un atto concreto per una battaglia di civiltà che vede l'Italia in prima fila».

Mentre D'Alema ribadiva la richiesta italiana di presentare la moratoria già nella sessione in corso dell'Assemblea generale, senza ulteriori rinvii, il collega tedesco Frank-Walter Steinmeier, presidente di turno, faceva notare che l'orientamento maggioritatio degli Stati membri era per muoversi all'inizio della sessione successiva. Alla fine, il compromesso dell'«impegno formale» a presentare la moratoria agli inizi di settembre - che ha fornito ai radicali l'appiglio per cantare comunque vittoria - è arrivato grazie a Bernard Kouchner, ritornato ad essere per i pannelliani il «nostro amico», dopo che per il suo ingresso nel nuovo governo nominato da Sarkozy pareva essere stato degradato a "utile idiota" dell'odiato nuovo presidente francese.

Ma come hanno appreso la notizia della decisione del Cagre i radicali? Come sono usciti dal vicolo cieco della loro iniziativa «a oltranza». In modo piuttosto contraddittorio e pasticciato.

In un intervento telefonico a Radio Radicale, appena appresa la notizia del rinvio, Pannella, evidentemente male informato, tuonava contro l'Europa e il ministro D'Alema, che «in realtà ha giocato contro questa partita». A D'Alema «la coppa del grande buono a nulla», «ha ignorato testardamente le indicazioni del Parlamento italiano ed europeo». Il Cagre «non c'entrava nulla con l'iniziativa, se non per sabotarla». A settembre, ricordava Pannella con sarcasmo, «ce lo dicono da 14 anni».

In un secondo collegamento, 43 minuti dopo, non meglio precisate «informazioni superiori mutano totalmente il quadro della situazione». Grazie alla proposta del «nostro amico Kouchner è stato sconfitto il rinvio all'anno del mai». Insomma, di rinvio si tratta, ma diverso dagli altri, anche se sempre al settembre successivo, quello cui si rimanda da 14 anni. «Il successo è grande...», conclude Pannella, che però non salva D'Alema, «... malgrado l'insipienza e l'irresponsabilità del ministro degli Esteri».

Il giorno stesso interveniva in radio la Bonino, rivendicando il merito di «un successo che va certamente ascritto all'iniziativa nonviolenta radicale», ma avendo per il ministro D'Alema parole ben diverse da quelle di Pannella: «Penso che la posizione ferma tenuta dal ministro D'Alema abbia consentito una mediazione importante. Dico che è un successo, perché conosco bene quanto sia difficile avere l'unanimità dei 27 Paesi dell'Ue. E' il risultato della tenacia e di costi personali notevolissimi dei radicali che hanno saputo premere con determinazione sulla stessa tenuta del governo italiano affiché non si consentissero più rinvii senza data».

Anche altri rinvii rimandavano a una data, al settembre successivo, poi sistematicamente non rispettata. Cosa fa pensare che questa scadenza, al contrario delle altre, verrà rispettata, tanto da valutare diversamente dagli altri il significato di questo rinvio? La mediazione raggiunta è «vincolante per tutti» solo finché il Cagre, sempre sovrano, vorrà che così sia.

In una dichiarazione anche i digiunatori proclamavano «un sicuro e grande successo della iniziativa nonviolenta, dello sciopero della fame ad oltranza, della straordinaria mobilitazione internazionale dei Premi Nobel e delle unanimi prese di posizione del Parlamento italiano e di quello europeo».

Che con il compromesso del Consiglio Affari generali dell'Ue sia stato «scongiurato il rinvio all'anno del mai» della presentazione della moratoria è ancora tutto da vedere. Per ora, di un rinvio, l'ennesimo, si tratta, anche se stavolta accompagnato da un impegno lievemente più esplicito e determinato di quelli che hanno accompagnato rinvii precedenti. Non si capisce perché quella del settembre prossimo dovrebbe essere «una data che ora l'Ue, a differenza delle volte precedenti, è costretta a rispettare», trattandosi di una decisione su cui il Consiglio è totalmente sovrano.

Diciamo che ciò che i radicali hanno ottenuto è esattamente il rinvio contro cui hanno digiunato, con una promessa leggermente più impegnativa di quelle che si susseguono da 13 anni. Da una parte possono brindare al fatto che la moratoria sembra non essere mai stata così vicina come lo è oggi; dall'altra devono prendere atto che l'obiettivo dell'«oltranza» non è stato raggiunto. Tra l'altro, non si sono mai degnati di rispondere agli argomenti a favore del rinvio esposti in modo chiaro, settimane fa, dall'ambasciatore Fulci a l'Unità.

In tutto questo, il fatto che in questi mesi i radicali abbiano investito tutto e tutti, tempo, risorse, energie, sulla moratoria, lascia il sospetto che tra gli scopi non dichiarati ci fosse quello di allontanarsi il più possibile dalla realtà e dall'attualità italiana, che li vede imbarazzati quanto irrilevanti sostenitori di una fallimentare esperienza di governo illiberale.

Così, Francesco Damato, su il Giornale:
«Per fortuna di Marco Pannella ci sono ancora Paesi ostinatamente decisi a tenersi l'incivile pena di morte, ed altri disposti solo a parole a sostenere all'Onu una proposta di moratoria delle esecuzioni. Mi chiedo che cosa il buon Pannella, in condizioni diverse, avrebbe dovuto inventarsi, a che cosa avrebbe potuto appendere i suoi digiuni e appelli, guadagnandosi peraltro anche l'amichevole solidarietà del leader dell'opposizione, per distrarsi e distrarre i suoi militanti dall'aiuto che i radicali stanno dando alla miserevole sopravvivenza di questo governo e della sua maggioranza. Me lo chiedo naturalmente con la delusione di chi ha condiviso molte battaglie coraggiosamente condotte da Pannella nella sua ormai lunghissima attività politica. O di chi, pur sorpreso dalla decisione dei radicali di aderire con l'avventura della "Rosa nel pugno" alla Unione - si fa per dire - di Romano Prodi, consentendole di vincere per il rotto della cuffia le elezioni politiche dell'anno scorso, si è per un po' consolato scommettendo sulla loro capacità di tirarsene fuori in tempo per non esserne travolti nella caduta».

La moratoria Onu sulla pena di morte è una battaglia da portare avanti, ma se si ignorano totalmente, per mesi, passaggi cruciali dell'attività del governo di cui si fa parte, che hanno e avranno effetti negativi su milioni di cittadini (e di cui gli elettori chiederanno conto), il rischio è quello dell'effetto straniamento. Un soggetto politico incapace di calibrare le proprie forze su più fronti, in modo da non perdere di vista le questioni che più da vicino toccano i cittadini, è destinato ad autorecludersi in una nicchia ovattata.

I radicali come soggetto politico non sono mai stati, forse, più lontani di quanto lo sono oggi dagli italiani. Non perché, come spesso è accaduto, le loro iniziative sono state oscurate dai media, ma perché a voler affrontare le vere questioni sociali che oggi preoccupano i cittadini dovrebbero fare i conti con la condizione di irrilevanza in cui si sono cacciati. La giungla degli ultimi giapponesi di Prodi, da cui non sanno come uscire.

Merce che non si esporta non si espone

Sette i punti su cui l'Italia concentra le proprie richieste per rilanciare la partnership economica con la Cina. Li ha illustrati, durante i lavori della commissione mista italo-cinese, il ministro del Commercio internazionale Emma Bonino al collega cinese Bo Xilai: maggiore sensibilità di Pechino sul dossier "Industria, Servizi e Indicazioni geografiche" per il successo del Doha Round; tutela dei marchi e lotta alla contraffazione; idonee garanzie affinché il flusso commerciale di prodotti tessili cinesi sia controllato e graduale dopo la fine del regime delle quote; apertura della grande distribuzione cinese ai prodotti italiani; agevolazione dell'export di prodotti agroalimentari di grande qualità; abbassamento dei dazi doganali sull'importazione di aerei con meno di 100 passeggeri; apertura a Milano di uno sportello per gli investimenti cinesi in Italia.

Manca qualcosa nei dossier aperti dalla Bonino con i partner cinesi? Sì, democrazia e diritti umani. Così, ci saremmo accontentati giusto di un "reminder", di un asterisco, senza neanche clamorose piazzate. Ma d'altra parte, se sono merci che non si esportano, perché esporle?

Occhio al Tfr

In questi giorni, che ne siate consapevoli o no, effettuerete un'importante decisione riguardo il vostro futuro. Si tratta di comunicare la destinazione del vostro Tfr. In poche parole, le opzioni sono le seguenti: o si decide di conferirlo a un qualche fondo di previdenza complementare, di categoria o aperto, o di lasciarlo in azienda, che nelle aziende di almeno 50 dipendenti significa girarlo all'Inps, ma per il lavoratore non cambia nulla. Nel primo caso, la scelta è fatta e non si potrà più riportare il Tfr in azienda; nel secondo, invece, si potrà in qualsiasi momento cambiare idea e destinare il proprio stipendio differito a un qualche fondo pensione.

C'è però da fare attenzione alla clausola del silenzio-assenso. Cioè, se non esprimerete una preferenza entro il 30 giugno, il vostro Tfr verrà automaticamente conferito al fondo negoziale della categoria a cui appartenete, gestito da Sindacati e datori di lavoro. Per quanto mi riguarda, non mi fido di questa soluzione, né però, mi pare che ci sia ancora un mercato di fondi pensione aperti sufficientemente trasparente e concorrenziale, come per altro osservava il Governatore della Banca d'Italia Draghi.

In ogni caso, vi consiglio di diffidare delle campagne di "disinformazione" governativa e delle informazioni che giungono da varie fonti, quasi tutte, più o meno, in conflitto di interessi. E' legittimo che sia così. Non per questo si devono ignorare i "consigli", ma tenete in considerazione e soppesate i vari interessi in gioco di chi esprime un orientamento per una o l'altra soluzione.

Vi suggerisco di documentarvi sul sito tuapensione.it, che mette a disposizione una guida davvero molto ben fatta, che mette in guardia dalle trappole e smaschera i conflitti di interessi, molto spesso taciuti, dei vari attori coinvolti: datori di lavoro, sindacati, banche, assicurazioni, governo, giornali e tv.

Montezemolo accende il conflitto sociale

Una botta ai Sindacati, una al governo e una all'opposizione, ma tutte e tre colgono nel segno. Montezemolo va giù duro e volesse il cielo che abbia cominciato a fare sul serio, a dire le cose come stanno, a fare il suo mestiere senza i paludati tatticismi utili ad alzare il prezzo e a ottenere qualche obolo in più dalla politica.

1) «C'è una classe di governo che ha come mestiere creare problemi agli imprenditori... C'è un'inaccettabile cultura anti-industriale».

2) «In Italia serve un'opposizione che faccia meno propaganda e abbia un progetto politico. A noi non piace vedere show come quelli delle forze politiche che invadono i banchi del Governo. Quando il centrodestra era al governo abbiamo sentito tante volte parlare i suoi esponenti del taglio dell'Irap. Non abbiamo visto un euro di Irap tolta. È necessario tagliare la propaganda e avere un progetto politico».

3) «Se il sindacato non tiene conto dei problemi veri di competitività delle imprese che interessano anche i lavoratori, rischia di diventare il sindacato della pubblica amministrazione, dei pensionati e di qualche fannullone».

Per rendersene conto basta guardare agli iscritti e alle politiche conservatrici che impongono ai governi: non rischiano, i Sindacati rappresentano già ora innanzitutto se stessi, poi i pensionati, il partito della spesa pubblica (quindi gli statali) e inevitabilmente più di un fannullone e di un incompetente. Difendono il privilegio della pensione a cinquant'anni contro le pensioni dei lavoratori più giovani e un "welfare to work" universale; blindano i posti dei lavoratori ipergarantiti ai danni degli outsider, contro la mobilità sociale, il merito e la concorrenza.

Serve un po' di sano, democratico, conflitto sociale in questo paese sclerotizzato. Si confrontino gli interessi, si scoprano le carte in tavola e si vedrà quali sono le forze conservatrici e anti-popolari.

Thursday, June 21, 2007

Sua Bontà ci farà sapere, ma il sì è scontato

Walter VeltroniSi apre l'era del veltronismo "nazionale"?

Dovremo aspettare mercoledì prossimo per sapere se Sua Bontà Walter Veltroni accetterà di candidarsi alla guida del Partito democratico. Sarà un sì, perché il sindaco di Roma si è già "tradito". Vuol farsi desiderare, tutto qui, ma a chi pensa di darla a bere? La città scelta per l'"annunciazione" e il motivo addotto hanno un valore politico così preciso da non prestarsi a equivoci. Perché a Torino? «C'è una situazione difficile del Paese e c'è questo sogno del Partito democratico. E questi sono tutti elementi di valutazione che mi porteranno poi a scegliere, semplicemente e serenamente. Ho scelto di farlo a Torino perché è una grande città del Nord e del lavoro». Messaggio chiaro: la sinistra deve riconquistare la fiducia del Nord.

Perché scegliere una città in particolare, e con tale enfasi, per l'annuncio, se ci fosse la possibilità concreta di un passo indietro? Una settimana in più per alimentare il clima di attesa e creare l'evento. Ha doti di grande comunicatore, l'unico golden boy tra i suoi ingrigiti ex "compagni di scuola".

Ancora non è il leader del centrosinistra e la sua commedia zuccherosa è già diventata stucchevole: «E' una momento importante della mia vita politica e personale... Queste sono quelle cose per le quali bisogna soprattutto colloquiare con se stessi, con la propria coscienza e poi sentire le opinioni di persone che si stimano». Andiamo, caro Walter, falla breve, lo sappiamo che è una vita che aspetti l'investitura a salvatore della sinistra e della patria.

Che non sia destinata a reggere a lungo la coabitazione tra due leadership diverse - Veltroni alla guida del Partito democratico e Prodi dell'attuale governo - ne sono ben consapevoli i vertici di Ds e Margherita. Si tratta, però, o di salvare il Pd dotandolo di un leader forte e credibile, non compromesso con le politiche scellerate del governo in carica, seppure ciò significhi inevitabilmente delegittimare Prodi; o di rischiare di soffocarlo nella culla, affidando la segreteria a dei reggenti provvisori, di fatto all'ombra della fallimentare leadership prodiana. Ebbene, hanno deciso di sacrificare il Governo Prodi. Sembrano aver finalmente trovato il becchino per il cadavere di cui parliamo da mesi.

E ne sono convinti anche gli osservatori, che stavolta a licenziare Prodi, probabilmente già in autunno, sarà proprio Veltroni, una volta eletto leader del Partito democratico. Il più brillante a delineare lo scenario che si profila è Vittorio Feltri: Ds e Margherita sono ormai consapevoli che Prodi sta portando il centrosinistra alla rovina, procurando anche l'aborto del nascituro Partito democratico. Nei tre-quattro mesi d'estate, fino a metà settembre, la politica, come gli italiani, va in vacanza, e il premier non potrà fare troppe «cazzate». Ma in autunno la salma politica di Prodi verrà tumulata. Al suo posto, a Palazzo Chigi, un governo «piacione», con una decina di ministri, metà dei quali donne, che farà «un sacco di cose futili ma commoventi e popolarissime», «ammorbidirà toni e tasse, prometterà rose e fiori». Niente polemiche, parole buone per tutti.

Una volta consolidata l'immagine "buonista" della sinistra nel paese, Veltroni concorderà con il presidente Napolitano il percorso verso le elezioni politiche, il cui terreno sarà preparato da una finanziaria «elettorale, allegra, pacificatoria».

Pare che si apra, finalmente, l'era del veltronismo, da anni l'ultima, attesissima risorsa della sinistra. Chissà se da romano riuscirà a farsi nazionale.

Il veltronismo è ostentatamente compassionevole, si fonda sul buonismo, sulla cultura a portata di tutti, su un giro di relazioni vip e sullo svago cittadino come indispensabili strumenti di consenso e di governo, di soporifera egemonia. Non c'è miglior interprete di Veltroni di quella romanissima formula panem et circenses, così populistica ed ecumenica, che coniuga creazione del consenso e gestione del potere.

Il segreto del successo del Caro Sindaco nella fabbrica del consenso sta nella miscela vincente di un'immagine un po' cult, che attira l'intellettualume snob romano e "de sinistra" e il ceto impiegatizio gratificato da fugaci momenti di riscatto culturale, e un po' pop, capace di parlare al coattume delle periferie che si commuove davanti ai programmi di Maria De Filippi.

Il segreto del successo nella gestione del potere sta nell'eludere attentamente i problemi più spinosi e incancreniti della città, elargendo contentini a destra e a manca in un periodo di vacche grasse, per poi passare su tutto una mano di vernice fatta di manifestazioni culturali e sociali (cinema, musica, arte, letteratura, tempo libero) e di solidarietà in pillole. Piccoli gesti opportunamente ripresi dai fotografi e ingigantiti dai tg regionali, che in realtà rimangono occasionali e inutili. Esiste una vera e propria iconografia di soggetti deboli e umili, con i quali il Caro Sindaco ama farsi riprendere.

Roma è una città ormai compiaciuta del suo caos, delle sue occasioni di svago come dei suoi problemi perennemente irrisolti. E' così che vanno le cose, almeno divertiamoci, facciamone motivo di identità e orgoglio cittadino.

«Un mondo che sappia ascoltare il grido di dolore e il desiderio di futuro dei suoi bambini». Sembra di votare un film di Frank Capra. Veltroni si fa cantore di valori meravigliosi, impossibili da non condividere, mentre scansa tutto ciò che potrebbe dividere e alimentare quel conflitto che però in democrazia è il sale della politica, perché porta al momento della decisione con responsabilità.

«Non dirà niente, o userà formule sufficientemente generiche da non creare scompiglio. La sua è la cultura dell'et et, mai dell'aut aut: Veltroni somma, concilia, usa la formula magica del coniugare, è il sindaco juventino che si mette la sciarpa giallorossa, è la suggestione che unisce e mai la scelta che divide. Magnificherà tutti i valori condivisibili...», spiega Pierluigi Battista a Il Foglio.

Di Veltroni non si può certo dire che rappresenti la nuova politica, né, con i suoi cinquant'anni suonati, gran parte dei quali trascorsi nel Pci-Pds-Ds, un effettivo ricambio generazionale. La sua è una politica da cui sembrano aboliti per decreto tutti i rischi e le scelte (così tremendamente presenti, invece, nella vita quotidiana di ciascuno), nelle quali, inevitabilmente, una o più delle ipotesi in campo vengono scartate. Ecco, questa adrenalina della politica, fatta di scelte rischiose, sfide ideali, responsabilità, è estranea al veltronismo. Un'estraneità che potrebbe spiegare con largo anticipo il suo fallimento.

Centra il problema Dario Di Vico, sul Corriere: la «sciagura dell'unanimismo». Sarebbe un guaio «bissare le finte primarie del 16 ottobre 2005 quando un numero decisamente consistente di italiani orientati a favore del centrosinistra si mise in coda sin dalle prime ore del mattino per votare Romano Prodi, senza però che fosse in campo una candidatura veramente concorrenziale». Da un nuovo plebiscito, stavolta per Veltroni, senza vere alternative, uscirebbe l'ennesimo programma di 281 pagine «fatto apposta per sommare le proposte di tutti i partiti della coalizione senza sostanzialmente sceglierne nessuna».

Per non avviarsi sulla stessa via prodiana al fallimento, Veltroni dovrebbe quindi indicare per tempo cosa intende fare. «Resti pure sindaco... usi pure ampiamente la fantasia di cui dispone... sia però netto e abbia il coraggio di scontentare qualcuno. Dalla crisi della politica si esce con impegni lineari e convincenti ma anche estendendo ai partiti e alle coalizioni le regole della concorrenza. L'Italia non può continuare a essere il Paese dove le primarie si fanno per gioco. Solo chi si espone al rischio di perdere alla fine vince davvero».

«Responsabilità, coerenza, coraggio di condurre battaglie ideali e culturali in campo aperto» sono le qualità della leadership citate da Andrea Romano parlando del blairismo, ben diverse però dal sonnacchioso galleggiamento di Veltroni, al quale si addicono di più «la dissimulazione elevata a metodo politico, il familismo come strategia, la tutela da ogni rischio come cifra della propria stagione».

Al di là dei soliti pregiudizi

Una lettrice mi scrive:
Nonostante molte delle tue posizioni siano condivisibili, resta sempre molto forte l'impressione di un filoamericanismo acritico. Parli del liberismo americano come i comunisti dell'Unione sovietica, questo è il limite.

La sensazione è di un'adesione completa a quel sistema senza correzioni, che urgono visto le falle che ha prodotto. Uno stupro al minuto; milioni di persone senza diritto alla salute; industria delle armi; assoluta inadeguatezza della scuola pubblica, che poi crea milioni di persone manipolabili, ecc. ecc. Quando un sistema produce una fascia sempre più ristretta di persone che vivono sotto il livello della dignità umana
[forse s'intendeva dire ampia], per me quel sistema è malato. Non mette al centro il cittadino. Non può essere che ogni volta che si pongono queste problematiche si venga tacciati di antiamericanismo.

Quali sono le tue risposte a tali problematiche? Ad esempio: se le industrie inquinano e diventano impermeabili ai richiami per ragioni di profitto, che la politica dica "falla finita" per te è un'ingerenza indebita dello stato? E' statalismo? E' il dovere della politica stare dalla parte dei cittadini? Se le assicurazioni per questioni di profitto derubano o non garantiscono più il cittadino, è un indebita ingerenza della politica dire: "questo non lo puoi più fare"?

Nei tuoi articoli purtroppo c'è una tale ceca fiducia, "nonostante gli evidenti risultati", nel sistema liberistico americano. Insomma, un'illusione. Forse la nostra vecchia Europa nonostante le enormi pressioni fa bene a cercare soluzioni. Che c'è di così orribile nella socialdemocrazia? Vogliamo che siano i preti ad occuparsi di welfare? Meglio lo stato con le sue regole "al servizio del cittadino" che l'elemosina dei preti, o no? Sei d'accordo con gli americani nel far portare un braccialetto elettronico hai polsi dei lavoratori? Sono queste mancate risposte che rendono debole il Partito Radicale e non certo l'anticlericalismo! In fin dei conti noi siamo europei, queste cose contano.


Cara A. T.,
ti ringrazio per la critica, sempre utile, e per l'attenzione. Credo che il mio filoamericanismo, e il mio liberismo, che tu definisci «acritici», siano supportati, nei miei post, da dati reali, da una certa documentazione. Ci provo, almeno.

Gran parte delle cose che affermi sono luoghi comuni che non hanno alcun riscontro nella realtà. Perdona la brutalità: non leggere solo la Repubblica o l'Unità. Una famiglia media americana ha accesso a servizi mediamente migliori dei nostri, sia nell'istruzione che nella sanità, per fare solo due esempi. A costi maggiori? Be', intanto, per usufruire di servizi che organizzazioni indipendenti come l'Ocse ogni anno giudicano incomparabilmente superiori a quelli italiani, potrebbe valere la pena di spendere di più. Ma comunque, bisognerebbe rendersi conto dei costi che il nostro Stato sostiene per servizi di qualità scadente.

Ebbene, credo che i conti non tornino. Quelli sono in definitiva soldi nostri, che vengono spesi male e che tu ed io sapremmo spendere meglio premiando il gestore di servizi più efficiente e conveniente. Esempio: l'Ocse ha di recente calcolato in circa 100 mila dollari le spese che lo Stato italiano sostiene per portare un alunno dalle elementari all'università. Con i risultati di apprendimento più bassi tra i paesi dell'emisfero occidentale. Quei 100 mila dollari, immagina di averli in banca a disposizione per l'istruzione di tuo figlio.

Considerando che non esiste un sistema perfetto, poiché il presupposto di una società libera è che coesistano interessi diversi, anche tra loro divergenti, l'importante è che ci siano strumenti per tutelare i propri interessi e i propri diritti.

L'ostacolo maggiore è continuare a considerare lo Stato come un ente neutrale naturalmente portato a favorire l'interesse del cittadino. Non è così. E' una burocrazia enorme naturalmente portata allo spreco, a distribuire privilegi per servire le clientele dei politici, e ad accrescere le aree di sua competenza. In alcuni settori non si può fare a meno dello Stato, ma sempre come male necessario. E' gestito da uomini e donne come noi, che perseguono loro finalità e interessi. Per questo le attività di cui si occupa devono limitarsi allo stretto necessario.

Soprattutto a garantire la certezza del diritto. Nonostante in Italia la spesa pubblica abbia raggiunto ormai il 52% del Pil, cifra esorbitante anche rispetto agli altri paesi europei, il nostro Stato fallisce proprio nel suo compito essenziale, che nessun privato potrà mai assicurare: l'amministrazione della giustizia. Poter contare sul fatto che nessuno, o in pochi, siano disposti a consegnarsi per qualche centinaia o migliaia di euro ai tempi biblici della giustizia, con esiti davvero imprevedibili nell'interpretazione delle leggi, è la più solida polizza di assicurazione di impunità per soprusi di ogni tipo. A perderci sono i singoli cittadini, ma anche la nostra economia, che in un contesto di incertezza normativa non attrae investimenti e non produce benessere.

Auguri

P.S.: il partito radicale, l'anticlericalismo, e il welfare dei preti non capisco cosa c'entrino.

Wednesday, June 20, 2007

Patetiche stupidaggini

Il presidente Bush indossa un paio di CrocsCapita di tornare da qualche giorno di viaggio e leggere autentiche stupidaggini. Di quelle che raramente appaiono così cristalline. Così Harry, ormai due settimane fa, in questo post di cui si è accorto Malvino:

«Che milioni di persone si esaltino per un paio di orribili e ridicoli zoccoli colorati di nome Crocs (...) non si esaurisce in un discorso sulla mera sacrosanta libertà di scelta, ma in qualcosa di più grave e pericoloso. La libertà di omologarsi al brutto e (si può dire?) all'alienante è, piuttosto, una rinuncia alla libertà. Ovviamente i Crocs non sono la causa, ma uno dei più visibili e banali sintomi del fenomeno, che dovrebbe consentire a tutti di riflettere su qualcosa di più profondo».

Che Harry ritenga «orribili e ridicoli» i Crocs - per onestà nei confronti dei lettori confessiamo di possederne un paio blu navy - poco male, ce ne faremo una ragione. Che un paio di sandali nasconderebbero addirittura «qualcosa di più grave e pericoloso» su cui tutti dovremmo «riflettere» pare l'ennesimo allarmismo da fine del mondo imminente di cui le cronache sono piene. Un patetico residuo, da ultimi reazionari, degli anatemi contro quelle "mode" - ammesso che i Crocs siano di moda - che dall'illuminismo alla società di massa hanno via via abbattuto le vecchie credenze e messo in discussione le fonti tradizionali dell'autorità in tutti i campi dell'attività umana.

Dalle dottrine politiche liberali ai nuovi generi musicali, dietro ogni novità che prendeva piede secondo i censori dell'epoca si nascondevano le tentazioni del demonio e gli inequivocabili segni di decadenza che annunciavano la fine del mondo. Campane che ormai risuonano come risibili dischi rotti, cui nessuno presta più attenzione.

Ad ogni epoca il suo censore. A noi toccano in sorte gli Harry, come moralizzatori del gusto. Oggi non si può condannare la libertà di scelta sic et simpliciter, così si introducono subdoli distinguo.

Si definisce «sacrosanta» la libertà di scelta, ma la «mera» libertà, ci avvertono, può diventare facilmente «libertà di omologarsi al brutto», che in definitiva è «una rinuncia alla libertà». E' la libertà e basta, caro Harry. Accettala com'è o rigettala, senza nasconderti dietro l'artificiosa e tendenziosa distinzione tra una mera libertà di scelta, che in realtà sarebbe la sua negazione, e un diverso tipo di libertà, quella "vera", evidentemente retta, i cui canoni sarebbero impartiti da una qualche entità morale ed estetica superiore.

Se la libertà non è libertà anche di scegliere il brutto e di sbagliare (ammesso, e non concesso, che risulti possibile definire con esattezza e in modo definitivo ciò che è buono e cattivo, bello e brutto), che libertà è?

McDonald's, la Coca Cola, il codice a barre, le multinazionali sono accusati da no global e terzomondisti dei peggiori crimini contro l'umanità, primo fra tutti proprio quello di omologazione dei popoli al brutto e al cattivo, di alienazione e rinuncia alla "vera" libertà. Un altro esempio di come sia a sinistra che a destra, seppure con diversi approcci, resista la pretesa di esercitare un controllo etico sulla libertà di scelta degli individui, di porre loro dei limiti che nella migliore delle ipotesi rimangono pedagogici o solidaristici, nella peggiore sconfinano nel proibizionismo e nella violenza.

La libertà di scegliere il "brutto" è libertà. Chi invece ritiene che equivalga alla sua rinuncia, dovrebbe per prima cosa assumersi la responsabilità di proporre cosa fare. Innanzitutto, a voler essere coerenti, istituire una specie di Authority del gusto, che stabilisca cosa sia decente e cosa no. In una parola: la Censura.