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Tuesday, June 12, 2007

Perché i cittadini hanno il diritto di conoscere

D'Alema e FassinoGiuliano Amato conferma di non aver abbandonato la condotta che gli consentì, da delfino di Craxi, di passare indenne dalla Prima alla Seconda Repubblica: qualsiasi cosa accada, mettersi sotto l'ombra della Quercia. Così prende le parti di avvocato d'ufficio sulle intercettazioni Ds/Consorte: «È evidente che tutto questo mi lascia perplesso, e uso una parola tenue. In passato ne ho usate di forti per esprimermi su questa follia tutta italiana... Qualunque cosa venga detta al telefono, se tocca incidentalmente un processo, esce. Quale che sia la sua rilevanza. È chiaro che il sistema non funziona».

E sono curioso di sapere se da queste parti si sono accorti che il loro amato Berlusconi ha già solidarizzato con D'Alema.

Accade, certo, che venga violato il segreto d'ufficio, ma non è questo il caso. Il giudice Forleo ha stabilito che quelle intercettazioni avessero rilevanza processuale, seppure non per i politici coinvolti (i quali, come si sa, non sono indagati), e quindi dovessero essere trascritte. Ieri ha deciso che le trascrizioni depositate non fossero più sottoposte a segreto processuale.

Non si capisce perché, invece, su quali basi normative, il Tribunale di Milano abbia vietato la riproduzione dei documenti, costringendo gli avvocati a prenderne solo visione, eventualmente segnandosi degli appunti, in poche ore. Mettere gli atti giudiziari non più segreti integralmente a disposizione delle parti e della stampa, quanto meno diminuirebbe il rischio che del materiale venga fatto un uso parziale e distorto.

E infatti, «abbiamo fatto anche più di quello che dovevamo», si difendono i presidenti della Corte d'Appello e del Tribunale di Milano, che ricordano come in modo del tutto legittimo sia stato permesso alle parti processuali di «prendere visione delle trascrizioni depositate, con le sole limitazioni ricavabili dalle norme», e fanno notare come già con la richiesta del Pm al Gip fosse «caduta ogni limitazione di conoscibilità del contenuto di tali intercettazioni per le parti processuali, tant'è che queste ultime erano già state messe in condizioni dalla Procura di ascoltare il supporto fonico di tali intercettazioni».

Eppure, Milano «sta diventando un circolo mediatico illegale», denuncia con bella faccia tosta il senatore Ds Guido Calvi, avvocato. Eppure, Calvi se ne stava zitto, quindici anni fa, quando la Procura di Milano faceva ben altro. In quegli anni, se fossero venuti in possesso di intercettazioni telefoniche nelle quali un indagato, conversando del merito cui si riferiva l'ipotesi di reato, fosse stato invitato da un suo "referente politico" a non parlare, a diffidare delle comunicazioni via telefono, e ad incontrarsi di persona (come nel caso della telefonata tra D'Alema e Consorte), i pm avrebbero fatto subito scattare la richiesta d'arresto, per evitare l'ulteriore inquinamento delle prove e recidere i legami tra l'indagato e il mondo politico, e fatto recapitare un avviso di garanzia a quel politico. Questo accadeva allora, quando Calvi e suoi amici Ds non solo tacevano, ma cavalcavano l'onda giustizialista e spalleggiavano la Procura di Milano. E se accadesse oggi, sì che ci sarebbe da protestare.

Oggi, invece, senza che alcun politico sia oggetto di persecuzioni giudiziarie, e nemmeno sotto inchiesta, la "casta" s'indigna semplicemente perché vengono divulgati stralci di conversazioni da cui il pubblico può venire a conoscenza di alcuni conflitti di interessi e comprenderne l'entità, eventualmente sanzionandola nelle urne.

Il ministro della Giustizia Mastella è prontamente tornato a chiedere l'immediata approvazione al Senato della sua legge-bavaglio contro la pubblicazione delle intercettazioni (si badi: parliamo di quelle non più sottoposte a segreto processuale), già varata dalla Camera, guarda caso quasi all'unanimità (ecco come hanno votato i deputati).

L'art. 68 della Costituzione, spesso chiamato in causa, garantisce i deputati da provvedimenti dell'autorità giudiziaria nei loro confronti, ma non dalla divulgazione di notizie che li riguardino, né tutela la loro privacy.

Il fatto che i politici intercettati non abbiano commesso un reato non rende il contenuto di quelle telefonate meno rilevante. E dal momento che le intercettazioni sono state autorizzate da un magistrato - non carpite in modo illegittimo da un media scandalistico o da avversari politici - e ritenute processualmente rilevanti (sebbene a carico di altri) da un giudice, il fatto che esse vedano coinvolti politici di primo piano, addirittura ministri, le rende notiziabili. Se poi l'intera inchiesta dovesse rivelarsi infondata, allora i malcapitati politici potrebbero accusare i magistrati di aver abusato del loro potere, sollevando un polverone giudiziario al solo scopo di poterli intercettare.

Ma come si fa, oggi, a negare il carattere di notizia e la rilevanza di conversazioni, legalmente intercettate, tra politici di primo piano e banchieri indagati, circa operazioni che riguardano l'assetto bancario italiano e i rapporti tra banche e partiti? La magistratura sta indagando su alcune scalate bancarie presunte illegali all'Antonveneta e alla Bnl e sui protagonisti di quelle operazioni. Come non ritenere di estremo interesse pubblico il fatto che, pur non infrangendo alcuna legge, i vertici dei Ds e di altri partiti "tifavano" e si adoperavano per favorire quelle scalate? I cittadini devono sapere, anche perché il Parlamento dovrà presto decidere se autorizzare o meno l'utilizzo di quelle intercettazioni nei processi. Come non rendersi conto che in questo caso il diritto del pubblico a essere informato e la funzione di controllo democratico attraverso la conoscenza prevalgono senz'altro sul diritto del politico alla privacy e alla riservatezza della sua attività?

Per quanto mi riguarda, né manette, né campagne moralizzatrici. Non pretendo che D'Alema e Fassino vengano indagati, né ritengo il loro comportamento "immorale". Anzi, sono persino orientato a concordare con Oscar Giannino, quando osserva che «per il pluralismo finanziario del Paese... il piano industriale banco-assicurativo Unipol-Bnl sarebbe stato di grande utilità». E, soprattutto, come i lettori di questo blog possono testimoniare, non mi sfuggono né «l'oliata e silenziosa macchina da guerra del potere prodiano, che da Telecom ad Alitalia non consente a nessuno di toccar palla senza che nessuno scriva una riga né intercetti», né altri conflitti di interessi.

Non pretendo nulla dai Ds, se non che la loro pretesa superiorità morale sia seppellita per sempre e sia acclarato che i conflitti di interessi esistono, riguardano potenzialmente tutti e l'unico modo per controllarli è che siano noti.

La questione è politica: sono convinto che poter gettare l'occhio sulle stanze del potere attraverso il buco della serratura che a volte la stampa dischiude, anche se spesso in modo non del tutto disinteressato, è la sola arma in possesso dei cittadini per valutare, soppesare in che modo e quanto i politici siano influenzati dai loro conflitti di interessi. Sono questi squarci sul funzionamento dell'oligarchia che si aprono periodicamente, e non leggi illiberali che prevedono ipocrite incompatibilità, gli unici strumenti di controllo. Che i conflitti di interessi di ciascuno siano trasparenti. Saranno gli elettori a sanzionare o meno i comportamenti dei politici se giudicheranno il loro operato troppo condizionato o condizionabile.

Non per il comportamento in sé di D'Alema e compagnia bella, per il loro conflitto di interessi, ma per aver negato con forza e insistentemente, all'epoca di quelle telefonate, di essersi interessati dell'Opa di Unipol alla Bnl, quindi per aver mentito di fronte all'opinione pubblica, in altri paesi non sospettabili di giustizialismo sarebbero state chieste a gran voce le loro dimissioni.

*****

Altri testi:
«Siete padroni della banca».
Fassino-Consorte, 18 luglio 2005, ore 13:26.
- Consorte: Ciao Piero, sono Gianni.
- Fassino: Allora? Siamo padroni della Banca?
- C.: E' chiusa, sì.
- F.: Siete padroni della banca, io non c'entro niente (ride).
- C.: Si, sì, è fatta.
- F.: E' fatta.
- C.: Abbiamo finito proprio cinque minuti fa, è stata una roba durissima però, insomma...
- F.: E alla fine cosa viene fuori? Fammi un po' il quadro, alla fine.
- C.: Alla fine viene fuori che noi abbiamo... eh... diciamo quattro banche... dunque, quattro cooperative...
- F.: Sì...
- C.: Che sono...
- F.: Che prendono?
- C.: Quattro cooperative il 4%...
- F.: L'una...
- C.: No, l'1% l'una...
- F.: L'1% per quattro, perfetto.
- C.: Per quattro... poi abbiamo...
- F.: Diciamo Adriatica, Liguria...
- C.: Piemonte...
- F.: Piemonte...
- C.: E Modena.
- F.: E Modena, perfetto. E poi?
- C.: E Modena... Poi ci sono, diciamo quattro banche italiane...
- F.: Sì.
- C.: Che l'un per l'altra hanno il 12%.
- F.: Come totale?
- C.: Come totale.
- F.: E quindi...
- C.: Quindi le banche più... più la...
- F.: Sì?
- C.: Le cooperative...
- F.: 1.2% e poi?
- C.: Poi abbiamo tre banche internazionali, che sono Nomura, Credit Suisse e Deutsche Bank...
- F.: Uhm...
- C.: Che hanno l'un per l'altra circa il 14 e 1/2%...
- F.: 14 e 1/2%...
- C.: Sì, poi abbiamo Hopa che ha il 4 e 99...
- F.: Sì
- C.: Poi abbiamo 2 imprenditori privati: Marcellino Gavio e Pascop, che hanno l'1 e 1/2...
- F.: Insieme?
- C.: Insieme. E poi ad oggi c'è Unipol che ha il 15...
- F.: Chi? Unipol?
- C.: Unipol. Quindi la prima cosa è che queste quote acquisite sono... sono state acquisite da... non da noi, ma dagli alleati...
- F.: Uhm
- C.: Dagli immobiliaristi che sono totalmente fuori...
- F.: Tu adesso...
- C.: Io?
- F.: Che operazione fai dopo questa?
- C.: Ho lanciato l'OPA!
- F.: Hai già lanciato l'OPA obbligatoria?
- C.: Esatto, questa mattina...
- F.: Sì
- C.: Allo stesso prezzo...
- F.: Sì...
- C.: Al quale sono state fatte le cessioni delle quote delle azioni degli immobiliaristi...
- F.: Due e sette?
- C.: Esatto. Per eliminare ogni tipo di speculazione che non... non sono trattate tutte allo stesso modo...
- F.: E certo, bene!
- C.: La legge ci avrebbe permesso di lanciare a 2 e 52...
- F.: E la BBVA cosa offre?
- C.: 2 e 52, ma in azioni. Noi offriamo soltanto cash!
- F.: Cazzo!
- C.: No? Quindi è una cosa totalmente diversa. E in realtà noi abbiamo già in mano il 51 però. Per cui, tutti questi soldi...
- F.: Perché tu.., perché la cess... perché, va beh, noi abbiamo 15 più 4 delle COOP, fa il 19 a noi...
- C.: Sì, sì...
- F.: Certo, certo...
- C.: Quelle aziende...
- F.: Uhm...
- C.: Ci hanno rilasciato a noi un diritto...
- F.: Sì
- C.: Ad acquisire le loro azioni...
- F.: Sì.
- C.: A nostra semplice richiesta, se dall'OPA non dovessero arrivare azioni
- F.: Ho capito.
- C.: Quindi noi, come Unipol, prendiamo comunque il 51...
- F.: Ho capito...
- C.: Se invece dall'OPA ci arrivano le azioni, loro quelle se le tengono...
- F.: E cioè se tu arrivi al 51 in altro modo loro si tengono quelle.
- C.: Esatto. Quindi è un'operazione che nessuno aveva né immaginato né pensato.
- F.: Bene, bene, bene.
- C.: E abbiamo smontato l'alleanza con gli immobiliaristi perché non c'è. Non siamo noi che abbiamo comprato gli immobiliaristi. Abbiamo smontato i parvenu che dicevano operazioni nazionalistiche, perché abbiamo tre banche internazionali!
- F.: Certo!
- C.: Poi abbiamo alleati delle aziende, quindi soci stabili e noi abbiamo il 51...
- F.: Eh...
- C.: Poi... abbiamo smontato il discorso...
- F.: Possibili ricorsi in sede giudiziaria o...?
- C.: Ad oggi ne vediamo neanche uno, ma se li fanno...
- F.: Cioè il fatto che contestualmente si abbiano tutte queste cessioni, loro cosa lo con...
- C.: Eh. E abbiamo proprio costruito così, questo è il concreto...
- F.: Uhm...
- C.: Di cui... che le azioni le azioni le avevano già in mano, no?
- F.: Uhm...
- C.: Per cui lanci l'OPA, ma guarda caso allo stesso prezzo cui è stato trattato queste azioni, quindi non hai penalizzato proprio nessuno. E la nostra offerta è decisamente migliore di quella degli spagnoli.
- F.: Bene, bene.
- C.: Invece quello che avverrà è che io li denuncio. Tutti. Uno per uno.
- F.: Prima di denunciare, aspetta. Prima portiamo a casa tutto.
- C.: E qui. .. l'operazione è finita, eh!
- F.: Perché loro sono... adesso si scontreranno ancora di più. Ieri hai visto il "Corriere", no? No, tu non l'hai visto, ieri hai lavorato tutto il giorno. Ieri il "Sole" ha fatto un'intera pagina contro di me, eh...
- C:. Eh, ma adesso...
- F.: Intera pagina!
- C.: Ma perché, là, Piero, questi imbecilli guardano a questa operazione in chiave esclusivamente politica...
- F.: Ma sì, ma son dei deficienti...
- C.: Esclusivamente politica. Questi dicono "cazzo! Adesso i Ds oltre ad avere il mondo cooperativo, oltre ad avere Unipol, oltre ad avere il Monte dei Paschi - che non è così - hanno anche Bnl"...
- F.: E va bene...
- C.: Questo è il ragionamento demenziale che fanno, è questo qui...
- F.: E sì, va bene. Intanto noi lavoriamo. Bene!
- C.: Però noi intanto andiamo avanti. Noi andiamo avanti.
- F.: Bene... demenziale (ride)...
- C.: No, direi proprio di no. Ma noi sosterremo che è demenziale (ride)...
- F.: Ma voi avete fatto un'operazione di mercato, quello che ho sempre detto io...
- C.: Industriale. Un'operazione industriale e di mercato.
- F.: Industriale e di mercato... esatto, esatto!
- C.: La verità. Oh, e poi è indiscutibile...
- F.: bene, molto bene.
- C.: Quindi... niente, Piero, andiamo avanti, ma...
- F.: Congratulazioni!
- C.: Fino a che abbiamo. .. siamo raggiunti... Ti ringrazio!
- F.: E, bravo, bravo...
- C.: Anche per l'aiuto che ci hai dato. Siamo arrivati ad un punto importante secondo me...
- F.: Bene, bene, bene...
- C.: Va bene?
- F.: Ottimo, vediamo.
- C.: Ciao Piero. Grazie, ci sentiamo presto.
- F.: Adesso dovete occuparvi bene... no, un consiglio.
- C.: Sì.
- F.: Occupatevi bene di cosa comunicate in positivo, il piano industriale...
- C.: Sì. Ma adesso chiamo Barabino.
- F.: Perché il problema adesso è di costruire che noi abbiamo... che voi avete un piano industriale...
- C.: No, ma l'abbiamo veramente!
- F.: E, lo so... non ne parla mai...
- C.: faremo, faremo adesso... faremo anche una conferenza stampa...
- F.: Perché sembra... fino adesso loro stanno accarezzando l'idea che... che era soltanto un problema di accaparrarsi la banca, poi, però non... non sanno cosa fare. .. non è così, capito? Eh?
- C.: Guarda, noi invece sosterremo questa tesi...
- F.: Eh...
- C.: Che loro la banca la stavano svendendo...
- F.: Esatto!
- C.: E che...
- F.: No, e anche quello... che l'hanno gestita coi piedi...
- C.: Quello, quello...
- F.: Bnl è stata gestita coi piedi...
- C.: Sì, però quello non lo voglio dire oggi...
- F.: Eh?
- C.: Questo lo dirò fra 4 o 5 mesi, quando avrò visto dentro...
- F.: Eh...
- C.: Io adesso dico che era un'operazione...
- F.: Uhm...
- C.: Che stava svendendo, visto i valori proposti da BBVA...
- F.: Uhm...
- C.: La banca agli spagnoli, svuotandola di contenuti...
- F.: Uhm...
- C.: E che, come tutte le banche, avrebbero portato via tutte le attività qualificate a Madrid...
- F.: Eh...
- C.: E avrebbero ridotto Bnl ad una rete. Noi, invece, la banca rimarrà a Roma, gli porteremo milioni di clienti...
- F.: Uhm
- C.: Forse un milione e due, contemporaneamente rilanceremo tutte le attività, gli porteremo Unipol Banca e faremo una delle prime 4 o 5 banche italiane. E' tutto dimostrato. Adesso vedremo.
- F.: Bene.
- C.: E dopo ci...
- F.: Bene, auguri...
- C.: Adesso si poteva parlare. Grazie, Grazie!
- F.: bene, bene. Vediamoci presto.
- C.: Ciao, sì presto...
- F.: va bene.
- C.: Richiamo per fissare la settimana. Ciao.
- F.: Ciao.
- C.: Ciao.

Padoa-Schioppa ha perso la calma

Un po' di approssimazione. La tensione fa brutti scherzi. Fatto sta che il ministro Padoa-Schioppa evidentemente sta perdendo la calma, insieme alla residua credibilità di integerrimo euroburocrate. Prima si è visto sospendere dal Tar la rimozione di un consigliere di amministrazione della Rai, Angelo Maria Petroni; poi è stato tirato in mezzo al caso Visco-Guardia di Finanza; si è rifiutato di sottoscrivere - evento rarissimo - un rapporto dell'Ocse che si limitava a ricordarci ciò che tutti sanno: che la riforma delle pensioni va accelerata. La settimana nera del ministro si era chiusa con quel goffo attacco al generale Roberto Speciale, con il quale credeva di aver chiuso il caso a favore del governo.

Ieri è arrivata la doccia fredda dalla Corte dei Conti, a confermare quanto tutti avevamo capito ma il Governo si rifiutava di ammettere: cioè che per fretta e incompetenza mancava qualcosa nell'atto amministrativo con il quale il governo aveva sostituito il generale Speciale con il generale D'Arrigo a capo della Guardia di Finanza.

L'ufficio controllo preventivo di legittimità della magistratura contabile ha infatti deciso di chiedere chiarimenti sulla regolarità del decreto di nomina del generale D'Arrigo. I rilievi dovrebbero essere formalizzati oggi al Ministero dell'Economia, che avrà 30 giorni di tempo per rispondere. Il Governo, fa sapere il portavoce Sircana, risponderà oggi stesso ai rilievi. Se i chiarimenti o gli elementi integrativi risulteranno convincenti, allora il provvedimento di nomina sarà registrato. Altrimenti, la decisione toccherebbe al collegio della Sezione di controllo.

Il ministro in aula aveva ignorato le molte richieste di chiarimento sugli atti emanati dal governo e autorevoli esponenti della maggioranza, come l'on. Violante, avevano negato con insistenza in televisione che vi fossero problemi.

Il problema invece c'era, eccome. Il decreto di nomina di D'Arrigo avrebbe dovuto essere preceduto da un altro provvedimento, motivato, di revoca del generale Speciale. Il provvedimento varato dal Governo e controfirmato il 2 giugno scorso dal Presidente della Repubblica, invece, era unico. «Se i rilievi della Corte dei Conti - ha spiegato il costituzionalista Sergio Fois - sono per mancanza o insufficienza di motivazioni, il provvedimento va reiterato». Insomma, l'atto va emanato ex novo e serve una nuova firma di Napolitano.

Nuovo numero di LibMagazine

La visita di Bush; il caso Visco e il Partito democratico sempre più vittima del logoramento del Governo Prodi; il ricordo di Enzo Tortora; gli ultimi sviluppi sul caso Welby; i «ballottandi» che bussano alle porte del monsignore. Questi alcuni dei temi trattati sul numero di questa settimana di LibMagazine, che ha già dovuto rispondere alla prima insinuazione.

Pare infatti, che nel corso dell'ultima direzione di Radicali italiani Valter Vecellio abbia affermato: «Tutto quello che ci viene annunciato da Il Foglio [Sabato 9/6 in un articolo pubblicato da Il Foglio si dava notizia, tra le altre cose, della direzione politica di LibMagazine affidata a Daniele Capezzone n.d.r.] suppongo che abbia dei costi e, siccome la minestra non è mai gratis, vorrei sapere chi paga, perché paga e come paga».

Quante cose vuole sapere Vecellio. Così la nota di LibMagazine: «L'associazione LibEdizioni, proprietaria di LibMagazine, appresa la notizia ed al semplice scopo di dissolvere eventuali dubbi dei lettori, precisa che al momento nessun finanziatore esterno ha disposto sostanze a sostegno delle sue iniziative».

Il che, indirettamente, vuol essere anche un invito a farsi avanti.

Con più cazzimma del «sillogismo» di Vecellio parla Malvino.

A proposito, da chi ho sentito pronunciare l'espressione «limaccioso»? Ah, già, ci sono: da Cofferati, nei confronti del libro di Marco Biagi, poco prima che venisse ucciso.

Monday, June 11, 2007

Il conflitto di interessi dei Ds

Conversazioni tra i "furbetti del botteghino"

Nulla di particolarmente nuovo. Dalle intercettazioni depositate dal giudice Forleo a Milano ad emergere sono i tentativi dei Ds, tramite Unipol, di comprare una banca, la Bnl, in modi che la magistratura stabilirà quanto fossero leciti, comunque con l'aiuto dei "furbetti del quartierino" e il gioco di squadra tra Consorte e i leader del partito forti delle loro posizioni istituzionali. Per carità, sembra che non ci sia nulla di penalmente rilevante, ma un macroscopico conflitto di interessi nell'esercizio delle loro funzioni, questo sì.

Tramonta definitivamente, ammesso che ancora qualcuno fosse disposto a crederci, il mito della "verginità" dei Ds, della loro estraneità all'intreccio politica-affari-banche e, quindi, della superiorità morale della sinistra rispetto al berlusconismo.

Dal Fassino euforico che esclama «Ma allora abbiamo una banca?!» al dalemiano «Facci sognare!» indirizzato a Consorte. Dalle intercettazioni si può intuire che i leader Ds non fossero informati nello specifico dei dettagli tecnici dell'operazione, ma solo dei suoi aspetti più generali, economici e "politici". Si può però supporre che al loro forte interessamento nell'apprendere le ultime notizie corrispondesse un altrettanto risoluto sforzo nello sfruttare la propria posizione di potere politico per facilitare la scalata a Bnl del gruppo ad essi legato.

Qualcuno obietterà che la diffusione delle intercettazioni telefoniche dà luogo a una gogna mediatica, ma se a finire sui giornali sono le conversazioni che un uomo politico intrattiene con dei banchieri indagati, circa operazioni che riguardano l'assetto bancario italiano e i rapporti tra banche e partiti, allora direi che il diritto del pubblico a essere informato e la funzione di controllo democratico attraverso la conoscenza prevalgono senz'altro sul diritto del politico alla privacy e alla riservatezza della sua attività. Sempre meglio la pubblicazione, quindi, rispetto a un uso occulto come armi di ricatto tra opposte fazioni che di quelle trascrizioni possono fare un migliaio di oligarchi.

Poter gettare l'occhio sulle stanze del potere attraverso il buco della serratura che a volte la stampa dischiude, anche se spesso in modo non del tutto disinteressato, è la sola arma in possesso dei cittadini per valutare, soppesare in che modo e quanto i politici siano influenzati dai loro conflitti di interessi. Sono questi squarci sul funzionamento dell'oligarchia che si aprono periodicamente, e non leggi illiberali che prevedono ipocrite incompatibilità, gli unici strumenti di controllo. Che i conflitti di interessi di ciascuno siano trasparenti. Saranno gli elettori a sanzionare o meno i comportamenti dei politici se giudicheranno il loro operato troppo condizionato o condizionabile.

E adesso un po' di dialoghi.
D'Alema-Consorte:
- D'Alema: Lei è quello di cui parlano tutti i giornali?
- Consorte: Guardi, la mia più grande s.... io volevo passare inosservato ma non riesco a farcela.
- D'Alema: Eh... inosservato, sì!
- Consorte: Massimo, ti giuro, il mestiere che faccio io più si passa inosservati e meglio è... niente Massimo, sto provando a farcela... Con l'ingegnere abbiamo chiuso l'accordo questa sera.
- D'Alema: Ah!
- Consorte: Nel senso che loro ci danno tutto. Adesso mi manca un passaggio importante e fondamentale. Sto riunendo i cooperatori perché sono tutti gasati... Gli ho detto, però, dovete darmi i soldi, non è che potete solo incoraggiarmi.
- D'Alema: Di quanti hai bisogno ancora?
- Consorte: Di qualche centinaio di milioni di euro.
- D'Alema: E dopo di che fate da soli?
- Consorte: Sì, sì.
- D'Alema: Tutto da soli.
- Consorte: Sì, Unipol, cinque banche, quattro popolari e una banca svizzera.
- D'Alema: Ah, ah.
- Consorte: E... eh... (parola incomprensibile) lì poi andiamo avanti. Ah no! C'è Opa anche Opa che lo fa. E andiamo avanti, facciamo tutto noi. Avremo il 70% di Bnl.
- D'Alema: Ho capito.
- Consorte: Secondo te Massimo ci possono rompere i c....... a quel punto?
- D'Alema: No, no, no. Sì qualcuno storcerà il naso, diranno che tu sei amico di Gnutti e Fiorani.

«Facci sognare! Vai!»
Da una telefonata tra D'Alema e Consorte del 7 luglio 2005, alle 23:18. A un certo punto il telefono viene passato a D'Alema che, rivolgendosi a Consorte a proposito della scalata di Unipol a Bnl, dice:
- D'Alema: va bene. Vai avanti vai!
- Consorte: Massimo noi ce la mettiamo tutta.
- D'Alema: facci sognare. Vai!
- Consorte: anche perché se ce la facciamo abbiamo recuperato un pezzo di storia, Massimo. Perché la Bnl era nata come banca per il mondo cooperativo.
- D'Alema: e si chiama del Lavoro, quindi possiamo dimenticare?
- Consorte: esatto. E' da fare uno sforzo mostruoso ma vale la pena a un anno dalle elezioni.
- D'Alema: va bene, vai!

«Comunque ho fatto un po' di chiacchierate anche milanesi... insomma alla fine, se ce la fate, poi vi rispetteranno». Così D'Alema, il 4 luglio 2005, a Pierluigi Stefanini, presidente di Holmo, la holding della cooperative che controlla Unipol. «Eh, Gianni [Consorte], andiamo al sodo, se vi serve resta». «Serve». D'Alema a Stefanini: «Ringrazia i nostri amici... fate bene i conti, non sbagliate i conti».

Ricucci-Latorre
«Ormai questa mattina a Consorte gliel'ho detto: "Datemi una tessera perché io non gliela faccio più", eh!».
- Latorre: Stefano!
- Ricucci: eccolo! Il compagno Ricucci all'appello!
- Latorre: (ride)
- Ricucci: ormai questa mattina a Consorte glielo ho detto: "datemi una tessera perché io non gliela faccio piu", eh!
- Latorre: ormai sei diventato un pericoloso sovversivo.
- Ricucci: e si, eh!
- Latorre: un pericolo sovversivo, rosso oltretutto.
- Ricucci: c'è anche il bollino stamattina!
- Latorre: sì.
- Ricucci: ho preso da Unipol io tutto... Ho preso, tutto a posto, abbiamo fatto tutte le operazioni con Unipol quindi...
- Latorre: sì, sì.
- Ricucci: non ti posso dire niente, eh!

Fassino-Consorte:
«Sto abbottonatissimo», assicura Fassino, il 5 luglio 2005, a Consorte.
- Fassino: Gli... gli altri cosa fa? Perché mi ha chiamato Abete.
- Consorte: sì
- Fassino: chiedendomi di vederci, non mi ha spiegato, cioè voglio parlarti, parlarti a voce, a voce, viene tra un po'.
- Consorte: uhm.
- Fassino: su quel fronte lì cosa succede?
- Consorte: mah, guarda, su quel fronte lì... eh noi con... però tu... ma questa... eh... non gliela devi dire a lui...
- Fassino: ma io non gli dico niente, voglio sapere, voglio solo avere elementi utili per il colloquio.
- Consorte: no, no, no. No, no. Ti sto infatti...
- Fassino: sto abbottonatissimo.
- Consorte: eh. No, ma ti dico anche quello che puoi dire e non dire, solo questo.
- Fassino: ecco meglio così. Dimmi tu.
- Consorte: noi, sostanzialmente con gli spagnoli un accordo l'abbiamo raggiunto.
- Fassino: sì.
- Consorte: anzi, non sostanzialmente ma di fatto proprio, concreto. Uhm! Naturalmente ci siamo riservati di sentire i nostri organi.
(...)
- Fassino: ma sarebbe un accordo che si configurerebbe come?
- Consorte: l'accordo si configura che noi aderiamo alla loro ops...
- Fassino: eh.
- Consorte: loro ci danno il controllo di Bnl Vita.
(...)
- Fassino: vi passano a voi le quote di Bnl Vita?
- Consorte: sì.
(...)
- Consorte: sì, sì e soprattutto ci danno tutti gli assets, quindi otto miliardi di euro che Bnl Vita gestisce, cioè tutta l'azienda proprio, praticamente no? Poi ci danno un altro oggetto...
- Fassino: ehm.
- Consorte: che però non si può dire oggi.
(...)
- Consorte: e poi d'altra parte il vero problema è che noi non riusciamo a chiudere l'accordo con Caltagirone, questo è il problema vero.
- Fassino: qual è il problema?
- Consorte: fa richieste assurde.

Consorte-Latorre:
«Abete e Della Valle devono stare fuori dalla Bnl», dice Consorte a Latorre, il 7 luglio 2005.
- Consorte: siamo qua con i nostri amici banchieri a vedere come... facciamo a rimediare sti soldi.
- Latorre: ah, te l'ho detto, firmo io le fidejussioni, non rompere eh. Stai tranquillo.
- Consorte: ma tu non sei credibile con i soldi, non c'hai una lira! Tu mi porti solo debiti.
- Latorre: se c'è una cosa che non ti porto sono i debiti.
- Consorte: senti hai parlato con Massimo?
- Latorre: sì ma lui domani deve andare a Massa Carrara.
(...)
- Consorte: domani vado in Consob.
- Latorre: uhm.
- Consorte: incontro le cooperative... Mi devono dare ancora un po' di soldi... Se me li danno... eh... andiamo avanti.
- Latorre: partiamo.
- Consorte: sì.
- Latorre: va bene. Va bene.
- Consorte: con questi signori abbiamo chiuso.
- Latorre: come si sono presentati?
- Consorte: bene. Hanno spergiurato che loro neanche se glielo danno nel c... danno le azioni agli spagnoli. Gli hanno posto solo una condizione per contratto. Che Abete e Della Valle devono star fuori dalla Bnl.
- Latorre: eh, va be' e questa l'abbiamo posta pure noi questa condizione.

Padoa-Schioppa come Juppé

Dopo aver avallato i progetti di spremitura dei contribuenti ideati dal viceministro Visco, e registrato il messaggio lasciato dal Nord nelle urne, adesso, al Tg1, il ministro Padoa-Schioppa promette che sarà possibile abbassare le tasse e assicura che farà accettare ai Sindacati la riforma delle pensioni. Francesco Giavazzi non ne è troppo convinto, trovando non poche analogie tra la situazione in cui si trova, oggi, l'attuale governo e quella in cui si trovava l'ex presidente del Consiglio francese Alain Juppé.

Juppé riuscì a riportare, seppure per un breve periodo, in equilibrio i conti pubblici, «non intervenendo sulle spese, che aumentarono, ma con un sostanzioso incremento della pressione fiscale». Tuttavia, «quando in autunno affrontò la riforma previdenziale, venne travolto dagli scioperi... e costretto alle dimissioni». La sorpresa non fu l'opposizione dei sindacati, che «facevano il loro mestiere». Ad affondarlo «fu il mancato sostegno della classe media e della borghesia».

Così, oggi, il nostro ministro dell'Economia si dice certo di poter convincere i Sindacati ad appoggiare la sua riforma pensionistica, ma «non capisce che, come Juppé, verrà travolto dai ceti medi del Nord, che già lo hanno abbandonato, non dai sindacati».

A tenere «ben presente» l'esperienza di Juppé è Nicolas Sarkozy, la cui strategia è «radicalmente diversa», anche grazie all'ampia maggioranza parlamentare conquistata ieri. Primo passo, «un'ampia riduzione delle tasse destinata a favorire un po' tutti». Prima dell'estate.

Le riforme più delicate e importanti, come l'unificazione dei contratti di lavoro, in autunno. Giavazzi definisce «intelligente» il progetto di Sarkozy per il mercato del lavoro, delegato a «due dei migliori economisti francesi: Olivier Blanchard e Charles Wyplosz». Il nuovo contratto offrirà «garanzie crescenti nel tempo». «Precari all'inizio, ma con la prospettiva di divenire dipendenti stabili... se il rapporto tra lavoratore e impresa dimostra di funzionare».

La strategia di Sarkozy non gli impedirà di avere contro i Sindacati e la sinistra, ma gli garantirà la fiducia e l'appoggio del ceto medio, conquistati con i tagli alle imposte e la detassazione degli straordinari, che lo aiuteranno a resistere alle proteste.

L'impressione però è che la nostra classe politica, e persino autorevoli "tecnici", ciò che vogliono a qualsiasi costo evitare è proprio quel rischio che fa grandi le leadership, quello di risultare a volte impopolari ad alcuni per non essere antipopolari nei confronti di tutti i cittadini. Cercando di rinviare il momento delle decisioni indispensabili, fuggono dalle proprie responsabilità. Sperano così di non scontentare nessuno, soprattutto corporazioni e burocrazie, finendo invece per esasperare tutti.

Cuore di mamma

Si è presa un bel «e levati, stronza» dai manifestanti di sabato scorso, al corteo anti-Bush, la madre di Carlo Giuliani, Haidi, oggi senatrice.

Al giornalista che per La Stampa le ha chiesto se tra quei ragazzi avesse «rivisto suo figlio», ha risposto decisa: «No. A Genova i manifestanti sono stati aggrediti dalla polizia e hanno resistito alle violenze delle forze dell'ordine, nel caso di Carlo dei carabinieri. Sabato in Corso Vittorio Emanuele la polizia non aveva fatto nulla. Quindi mi sembra che la differenza fondamentale sia questa».

Insomma, se sono i figli degli altri ad attaccare le forze dell'ordine e a spaccare vetrine allora non sono più "resistenti", ma "compagni che sbagliano": «Sono ragazzi che hanno perfettamente ragione ad essere arrabbiati. Solo che usano molto male la loro rabbia... non hanno gli strumenti culturali per capire perché lo sono, e per capire che cosa sia utile fare. Dovrebbero capire che la rivoluzione non si fa a bottigliate». Con gli estintori, forse? O con qualcos'altro?

Sunday, June 10, 2007

Patetiche e marginali le manifestazioni anti-Bush

Non più di 10-15 mila al corteo "No War", dove "Prodi = Bush". In piazza del Popolo 50, 100, 200. Questo l'ordine di grandezza dei presenti al «presidio» per "L'altra America", convocati da tre partiti di governo: Rifondazione comunista, Comunisti italiani, Verdi.

Se un dato politico si può trarre dalle manifestazioni di ieri contro Bush è che pur essendo fenomeno diffuso l'antiamericanismo nel nostro paese, rispetto a qualche anno fa oggi la quantità di italiani che ritengono di scendere in piazza per la "pace", contro la politica americana, si è assottigliata fino all'irrilevanza. Una triste marginalità ben descritta da questo articolo di Aldo Cazzullo.

«Alle tre e mezzo c'era più folla intorno al presidente emerito che sotto il palco», ironizza Luca Telese su il Giornale, che si riferisce al gelato "americano" preso proprio a piazza del Popolo dall'ex presidente Cossiga, che in mattinata dalle finistre del suo appartamento in Prati aveva esposto ben cinque bandiere: americana, britannica, israeliana, italiana, sarda.

Anche Pannella insiste con la sua versione di "Altra America", che si riconosce in Lincoln, Martin Luther King e Ike Eisenhower. Nomi che secondo il leader radicale dovrebbero far riflettere Bush. Avevamo già invitato Pannella, invece, a riflettere e a leggere un po' di stampa in lingua inglese.

Per quanto riguarda il bilancio politico della visita del presidente Bush in Italia e dei suoi incontri con Napolitano e Prodi, Maurizio Molinari osserva che «a prevalere sono stati i dossier che consentono ai due leader di operare in sintonia e in tempi stretti» (clima, interdipendenza globale, Kosovo e Libano), mentre sono rimasti «sullo sfondo i dissensi su Afghanistan, Iraq, Abu Omar e Calipari».

«Un nuovo inizio», lo ha definito Molinari, nei rapporti tra Prodi e Bush, «apparso convinto dell'esistenza di un'agenda compatibile con il governo italiano nel lungo termine».

Simile la lettura di Augusto Minzolini: «Il primo comandamento della diplomazia prevede che quando non si è d'accordo su un argomento, è meglio accantonarlo». E' quello che hanno fatto Bush e Prodi. Obiettivo della diplomazia Usa era «attutire», «rammendare». E «con George W. che in queste commedie è un vero mattatore».

Il rapporto tra Bush e Prodi «non è quello della pacca sulle spalle, ma la classica amicizia che secondo il protocollo diplomatico debbono dimostrare i capi di governo di due Paesi alleati, specie se hanno litigato da poco». Un'«amicizia diplomatica», appunto, mentre quella che unisce Bush e Berlusconi è «vera, personale, non fosse altro perché i due si piacciono. Parlano lo stesso linguaggio e quasi sempre la pensano allo stesso modo».

Ma il sigillo che ha colto l'aspetto più rilevante dei buoni rapporti ostentati sia da Bush che da Prodi l'ha messo Mario Sechi: «Ogni volta che George Bush gli dava una pacca sulla spalla, Romano Prodi perdeva voti dalla tasca della giacca», sfotte. E, aggiungiamo noi, gli si vedeva bene una ruga di paura sul viso. «Dopo le urne, anche le piazze, care al centrosinistra, si sono svuotate», osserva Sechi, mettendo il dito proprio là dove più duole alla classe dirigente della sinistra italiana, «in larghissima parte figlia del Sessantotto», che può «abbandonare perfino il controllo delle istituzioni, ma non può permettersi di perdere quel consenso popolare che le ha consentito di perpetuarsi, credere di essere nel giusto e perseverare nei propri errori».

Friday, June 08, 2007

Signora Flavia, che figura!

Flavia Franzoni Prodi, moglie del presidente del Consiglio, con le altre first lady al G8Si è presentata al G8 così come si trovava, come appena uscita dal supermercato, o un'insegnante di scuola media in gita.

In posa nella foto di gruppo insieme alle first lady del vertice G8, non si può certo dire che Flavia Franzoni Prodi sia stata una buona testimonial della moda italiana. I concittadini delle altre signore, alcune sobriamente eleganti, ci baderanno senz'altro meno, non essendo certo la moda il prodotto d'eccellenza nazionale.

In pieno giorno, sotto un sole deciso di inizio estate, tra il grigio chiaro, l'azzurrino pastello, il beige e il bianco delle altre ladies, la signora Flavia sfoggiava la sua solita lunga giacca blu scuro, la magliettina di cotone presa da Upim, anch'essa blu, occhialini al collo e la sua anonima borsetta, sempre blu, dalla chilometrica tracolla, come forse negli '70 la portavano le signore di mezza età.

Abbiamo capito che la signora Flavia ci tiene a farci sapere che non ci bada, che la sua modestia è uno stile di vita orgogliosamente esibito, ma il gusto e la moda italiani, famosi in tutto il mondo, gridano vendetta.

La barbarie di Stato si accanisce ancora su Welby

Giudice in una vignettaL'Italia credo sia il solo paese al mondo in cui un giudice respinga una richiesta di archiviazione avanzata dalla pubblica accusa.

E' accaduto, naturalmente, su un fatto politicamente rilevante. La morte di Piergiorgio Welby. Il gip di Roma Renato Laviola ha disposto l'imputazione coatta del medico Mario Riccio, che la notte tra il 20 ed il 21 dicembre scorso diede seguito alla richiesta del paziente di sospendere il trattamento terapeutico e di essere sedato perché non soffrisse nei suoi ultimi istanti di vita.

Il giudice, nel respingere la richiesta di archivazione del pm, ribadisce più volte che esiste «un diritto al rifiuto delle cure, per motivi etici o religiosi», ma definisce quello di Welby un caso a parte. Di «eutanasia passiva». Il reato contestato è «omicidio del consenziente», perché Riccio in questo caso particolare, si fa notare, è arrivato a Roma apposta, non essendo il medico curante del paziente (?). Difficile davvero comprendere come questa circostanza possa cambiare tutto.

Eppure, in base alla consulenza medico-legale disposta dalla procura è escluso qualsiasi rilievo causale tra la sedazione e la morte di Welby. Gli stessi procuratori hanno accertato che il decesso non fu causato dalla sedazione, ma dall'insufficienza respiratoria provocata dalla legittima interruzione del trattamento effettuata su richiesta del paziente.

Il Tribunale di Roma, lo scorso autunno, a una richiesta esplicita di Welby, ancora vivo, aveva dato una risposta "kafkiana", ammettendo che aveva ragione - il diritto a sospendere la sua terapia era costituzionalmente garantito - ma che non si poteva procedere perché non tutelato concretamente dall'ordinamento. Una illogicità giuridica, visto che dell'ordinamento la Costituzione non solo fa parte, ma è il pilastro fondamentale. Fu un espediente, neanche troppo sottile, per non assumersi la responsabilità della decisione, criticato dall'ex presidente della Corte costituzionale Gustavo Zagrebelsky: «Se un diritto c'è (tanto più se previsto nella Costituzione) non può mancare un giudice davanti al quale farlo valere».

Morto Welby, quella responsabilità se la sono presa i pm, che nelle motivazioni alla richiesta di archiviazione per il medico scrissero: «L'interruzione della ventilazione meccanica realizzava la volontà di Piergiorgio Welby in esplicazione di un diritto a quegli spettante che trova la sua fonte nella Costituzione e in disposizioni internazionali recepite dall'ordinamento italiano, ribadito inoltre in fonte di grado secondario quale il codice di deontologia medica». E infatti, il dott. Riccio fu poi "assolto" dall'ordine dei medici.

Dobbiamo ritenere che la decisione di oggi del gip Laviola sia il primo caso di obiezione di coscienza a cui di recente la Pontificia Accademia per la Vita ha richiamato non solo operatori della sanità, ma anche magistrati? E' presto per dirlo, ma la tempistica autorizza qualche sospetto.

Adesso si apre uno scenaro paradossale, che solo il bizantinismo italiano poteva concepire. Sarà infatti la stessa procura che aveva avanzato la richiesta di archiviazione, e che probabilmente la rinnoverà, a dover procedere nei confronti di Riccio e chiederne il rinvio a giudizio.
«In molti paesi stranieri interrompere le terapie in un malato terminale quando non c'è più alcuna speranza di ripresa ed è il paziente stesso che non intende prolungare oltre la sua inutile agonia, è una prassi che avviene ogni giorno in tutti gli ospedali. Io stesso, quando lavoravo negli Usa, ho sospeso le terapie a malati per i quali non c'era più nulla da fare».
E' quanto afferma Ignazio Marino, medico chirurgo di fama internazionale e presidente della Commissione Sanità: «Non significa uccidere, ma accettare la fine naturale della vita... Non è accettabile imporre l'uso della tecnologia contro la volontà della persona. Questo è un principio riconosciuto dal codice deontologico scritto e approvato dai medici italiani».

Inoltre, osserva Marino, la sedazione dei pazienti terminali è riconosciuta anche dall'etica cattolica già da molti anni, da quando Papa Pio XII nel 1957 disse:
«Se tra la narcosi e l'abbreviamento della vita non esiste alcun nesso causale diretto, posto per volontà degli interessati o per la natura delle cose, e se al contrario la somministrazione dei narcotici cagiona per se stessa due effetti distinti, da un lato l'alleviamento dei dolori, dall'altro l'abbreviamento della vita, è lecita».
Il senatore Marino dunque spinge per una legge del Parlamento che chiarisca la materia. Tuttavia, a questo punto, se il diritto di un paziente a sospendere la sua terapia è costituzionalmente garantito, occorre prendere in considerazione il rischio concreto che una nuova legge potrebbe addirittura restringere libertà e diritti che ora sono garantiti e che solo la malafede del gip che ha avuto la sfortuna di trovarsi di fronte Riccio non vuole riconoscere.

Conversazione con Mina Welby (LibMagazine, 2 aprile 2007)

Il gelato ai senatori? Sì, ma in faccia

«Ci rivolgiamo a voi con una richiesta di miglioramento della qualità della vita in Senato. La bouvette non è provvista di gelati. Noi pensiamo che sarebbe utile che lo fosse e siamo certi di interpretare in questo il desiderio di molti. E' possibile provvedere? Si tratterebbe di adeguare i servizi del Senato alle esigenze della normale vita quotidiana delle persone. In attesa di riscontro, porgiamo cordiali saluti».
I senatori Rocco Buttiglione e Albertina Soliani si rivolgono così al Collegio dei Questori del Senato.

Ma ecco un esempio, forse più calzante, della «normale vita quotidiana delle persone».

«Ho l'impressione che la politica vive un po' fuori da questo mondo. Oggi c'è una mozione bipartisan per avere il gelato in Senato, mi sembra veramente ridicolo. Io sono un piccolo imprenditore e per prendere quanto prende un modesto impiegato bancario devo far girare decine di migliaia di euro, poi tolte le spese, tolte le tasse, quindi chiaramente diviso per due, eccetera, a fine mese mi ritrovo con quei 2/3 mila euro... mi sembra veramente ridicolo... se un'azienda in attivo di 200 mila euro con 20 dipendenti che con l'Irap paga più tasse di quanto ha guadagnato si deve indebitare per pagare le tasse, mi sembra... state fuori dal mondo. Grazie».
Marcello da Roma (Filodiretto a Radio Radicale con l'onorevole Massimo Donadi, capogruppo dell'Italia dei Valori alla Camera).

Gli antiamericani cambiano i piani di Bush a Roma

Bandiera Usa e Tricolore alla finestraAlla fine il presidente Bush non andrà a Trastevere, dov'era in programma la visita alla basilica di Santa Maria e alla comunità di Sant'Egidio. «L'incontro è stato spostato all'ambasciata americana per motivi logistici», ha reso noto il portavoce della Casa Bianca. E' forse la scelta più opportuna, ma rimane il rammarico per il fatto che il presidente della più grande democrazia, di una nazione nostra stretta alleata, non possa fare quattro passi a piedi nei caratteristici vicoli di Trastevere.

Naturalmente l'opposizione ha chiesto al ministro dell'Interno, Giuliano Amato, di riferire in Parlamento, accusando il governo di non essere in grado di garantire la sicurezza. Ma chi potrebbe garantirla proprio a Trastevere, a cospetto dei toni minacciosi e dei precedenti violenti della galassia di sigle antiamericane che domani confluiranno su Roma per sfilare contro Bush? Cosa sarebbe potuto accadere se qualcuno si fosse messo in testa di assediare Trastevere? Un disastro. Conoscendo il quartiere, e i suoi stretti vicoli, la mission sarebbe stata impossible per chiunque in presenza di un tale stato di allerta. E forse ancora più impossible se al governo ci fosse stato Berlusconi.

La responsabilità del governo non è tanto quella di non essere riuscito a dare ai servizi Usa sufficienti garanzie per quanto riguarda l'ordine pubblico e l'incolumità dell'illustre ospite nel famoso quartiere romano. Sì, certo, il presidente degli Stati Uniti, le istituzioni italiane, le forze di polizia, tutti sotto scacco dei disobbedienti, dei no global, della sinistra comunista di lotta e di governo, dei sedicenti "pacifisti" casco & spranga.

Il problema, più che di incapacità "tecnica" del governo, è di natura politica. La visita di Bush a Trastevere sarebbe stata possibile se non ci fosse stato nel nostro paese un diffuso sentimento di odio antiamericano incanalato in movimenti organizzati. Tanto che la stessa ambasciata Usa ha esortato i cittadini americani in città a «evitare le manifestazioni», tenendo presente che potrebbero esserci episodi di «violenza».

La responbsabilità di chi oggi è al governo è di non aver combattuto e isolato politicamente, anzi, di aver alimentato e legittimato, per anni, l'ideologia antiamericana, figlia orfana del comunismo. Scritte come «Bush Roma sarà la tua tomba» e «Bush massone servo degli ebrei Roma ti schifa» danno la misura del livello di odio e di razzismo di settori minoritari ma non irrilevanti della sinistra italiana.

E perché, vi sembra da paese civile che ogni volta che questi teppisti scendono in piazza centinaia di onesti commercianti debbano vivere ore di panico, sudare freddo per paura che la loro attività venga devastata? Non è giusto, ma è questa la cultura che il nostro paese esprime. Lo Stato gli paga pure il biglietto del treno per farli venire a Roma a sfasciare vetrine. L'unica cosa da fare è augurarsi che il primo che si muove venga riempito di mazzate. Solo questo.

Thursday, June 07, 2007

Democrazia è sicurezza

Interessante articolo di Christian Rocca, qualche giorno fa su Il Foglio, sul libro "The End of Alliances – La fine delle alleanze", di Rajan Menon, professore di Relazioni internazionali e studioso della New America Foundation.

Entro il 2020, sostiene, scompariranno le alleanze militari americane. Divenute «irrilevanti rispetto alle sfide» di oggi, «si stanno lentamente dissolvendo». Chiuderanno la Nato e i patti con Giappone e Corea del Sud.

Tuttavia, ciò «non comporterà il disinteresse americano dagli affari del mondo». Già oggi le alleanze militari della Guerra Fredda sono seriamente d'ostacolo, perché «inibiscono pensieri strategici alternativi in America e rendono immaturi i nostri partner che vivono sotto l'ombra americana». Quindi dalle alleanze ("alliances") si passerà agli schieramenti ("alignments"), «un modo meno rigido e più limitato di interpretare i rapporti con i paesi amici e di confrontarsi con i nemici».

«Quando le circostanze che hanno creato un'alleanza svaniscono, gli obiettivi pratici condivisi cominciano a dissolversi in modo lento ma risoluto». Perché «il requisito fondamentale di un'alleanza, specialmente di un'alleanza militare, è quello per cui i paesi membri devono essere d'accordo che ci sia un pericolo comune, chiaro e attuale». E oggi, sul terrorismo o sulla Cina, questo accordo non c'è più.

La Nato e le altre alleanze militari che legano gli Stati Uniti ai paesi amici sono certamente dei residuati della Guerra Fredda, inadeguati - per strutture e mancanza di accordo su nuovi obiettivi condivisi - ad affrontare le sfide del presente. In questo gli argomenti di Menon sono più che fondati. E probabilmente l'idea classica di alleanza militare è, come dice, ormai sorpassata, troppo rigida e limitata.

Tuttavia, continuiamo a sostenere l'idea di una alleanza delle democrazie, un'organizzazione con un proprio braccio militare, sulla base della convinzione che le democrazie possano riconoscersi in pericoli comuni, chiari e attuali, e in un obiettivo condiviso per la propria sicurezza a lungo termine: espandere la democrazia. Certo, non principalmente con l'uso della forza.

Non so dire quanto tempo ci vorrà perché un numero sufficiente di paesi democratici, e soprattutto le leadership dei paesi europei, se ne convincano, riconoscendo lo stretto legame che c'è tra democrazia e sicurezza. Intanto, "democrazia e sicurezza" s'intitolava la conferenza di qualche giorno fa, a Praga, alla quale è intervenuto il presidente Bush, ribadendo alla presenza di dissidenti di più parti del mondo il concetto guida della sua politica estera: «... espandere la libertà non è solo un imperativo morale, ma è il solo modo realistico di proteggere i nostri popoli nel lungo periodo».

Se le maggiori minacce alla nostra sicurezza giungono là dove per un motivo o per un altro non c'è democrazia, non c'è libertà e non si rispettano i diritti umani, e se ha una validità la teoria della "pace democratica", allora sarà possibile trovare un nuovo comune denominatore per un'alleanza, certo non più solo e non prevalentemente militare, tra le nazioni democratiche, strutturata magari a livello regionale.

Ddl liberalizzazioni: rimarrà solo la lisca

E' un po' di giorni che il Sole 24 Ore se ne occupa ma oggi lo fa con l'editoriale in prima pagina di Andrea Boitani. I già timidi e parziali provvedimenti di liberalizzazione previsti nei ddl Bersani e Lanzillotta si vanno svuotando ulteriormente. Le liberalizzazioni italiane «stanno deragliando». Come il marlin pescato da Santiago nel romanzo "Il vecchio e il mare", e lentamente divorato dai pescecani di passaggio, ne rimarrà solo la lisca. Evidenti i segni di «un grave arretramento politico e anche culturale all'interno delle stesse forze riformiste della maggioranza».

Eppure, come ha ricordato il Governatore Draghi nelle sue Considerazioni finali, «una maggiore concorrenza nei servizi pubblici, in particolare quelli locali, potrebbe contribuire alla crescita economica e al benessere dei consumatori, a cominciare da quelli a minor reddito».

Sulle aziende municipalizzate, veri e propri bacini di sfogo e clientelismo della classe politica, un compromesso al ribasso; vietate le gare nei servizi idrici, addirittura la «titolarità delle concessioni di derivazione delle acque pubbliche assegnata agli enti pubblici», una "nazionalizzazione" di fatto; lo stralcio degli articoli sull'abolizione del Pubblico registro automobilistico; ritirata la norma volta a togliere ai notai l'esclusiva nelle cessioni di immobili del valore catastale fino a 100mila euro; la scure del ministro Turco sulla vendita dei farmaci in supermercati e parafarmacie; i nuovi monopoli concessi ai tassisti. E tutto questo prima ancora che il ddl arrivi in Senato. Sparita dall'agenda, nel frattempo, la riforma delle Autorità indipendenti.

Insomma, «dalle lenzuolate stiamo arrivando ai fazzolettini».

Lincoln, Martin Luther King e Ike

Chissà se, preso dalla battaglia per la moratoria Onu sulla pena di morte, Pannella darà seguito alla sua idea di una manifestazione, un sit in, di benvenuto a Roma per il presidente degli Stati Uniti, della più grande democrazia al mondo. Qualche adesione, secondo quanto riportano i giornali, l'iniziativa la sta già ottenendo.

A stuzzicare l'immaginazione del leader radicale soprattutto l'idea di preparare uno striscione con i nomi di Abramo Lincoln, Martin Luther King e Ike Eisenhower. Nell'attesa, facciamo notare che nessuno sembra aver capito che agli occhi di Pannella quei tre nomi dovrebbero apparire come una provocazione, o comunque risultare non particolarmente graditi a Bush, nei confronti del quale Pannella negli ultimi mesi è diventato sempre più critico.

Ebbene, se Pannella davvero crede che quei nomi possano in qualche modo infastidire Bush, vuol dire che del presidente americano non sa e non ha capito proprio nulla. A parte il fatto che due di quei tre personaggi appartengono al Pantheon del Partito Repubblicano, comunque tutti e tre ispirerebbero entusiasmo in qualsiasi presidente americano, e in particolare proprio a Bush.

Scontro con l'Ocse. Governo in crisi di nervi

Altra perdita secca di credibilità del Governo Prodi, che dimostra ormai di aver perso il controllo dei nervi, addirittura rifiutandosi di firmare, unico tra i governi dei paesi membri, un rapporto dell'Ocse sulla tenuta dei sistemi pensionistici che si limita a chiedere una riforma più rapida e a ripetere ciò che tutti sappiamo: che le riforme Dini e Maroni vanno «accelerate». Le riforme delle pensioni in Italia hanno migliorato il sistema previdenziale, ma i tempi di applicazione sono troppo lunghi, afferma l'Ocse.

Ebbene, per il Governo italiano i dati riportati sono «fuorvianti».

Eppure, l'Italia resta il paese Ocse con i contributi pensionistici più alti (il 32,7% della retribuzione fino al 2006 contro una media Ocse del 20%).

Il rapporto sottolinea come la maggior parte dei Paesi Ocse preveda il ritiro dal lavoro per gli uomini a 65 anni. In Australia, Belgio, Portogallo e Regno Unito si sta riequilibrando l'età di pensionamento tra uomini e donne, mentre solo quattro paesi (oltre l'Italia, il Messico, la Polonia e la Svizzera) prevedono età diverse di ritiro tra uomini e donne.

Per l'Ocse inoltre solo in Ungheria e Regno Unito si registrerà un aumento della pensione futura mentre in Francia, Germania, Italia, Giappone e Svezia i benefici futuri saranno tagliati tra il 15 e il 25%.

Tutto ciò è davvero fuorviante...

Si tengano la poltrona, ma la faccia l'hanno persa

E' andata a finire nell'unico modo in cui poteva andare a finire. Nessuna sorpresa, ieri, al Senato. Venga messo a verbale che la mozione approvata - l'unica - dalla maggioranza, non contiene alcun apprezzamento alla Guardia di Finanza, ma solo all'operato del Governo, e la si finisca lì.

Una piccola, patetica sorpresa, la scelta del ministro Padoa-Schioppa di andare all'attacco, perdendo così l'ultimo angolo di faccia che gli era rimasto, dopo che al Generale Speciale, per telefono (parole non smentite), aveva molto all'italiana assicurato: «... noi in cambio avremo un occhio di riguardo, le troveremo una buona sistemazione». La sistemazione era alla Corte dei Conti (poi rifiutata da Speciale), il supremo organo di controllo degli atti amministrativi.

Decisamente, qualcosa non torna. Per smontare il suo lungo e retorico, quanto inutile, discorso, e lasciare in mutande il ministro, basta chiedersi come abbia potuto egli stesso proporre il Generale Speciale per quell'alto incarico alla Corte dei Conti, mentre di lui pensava tutto il male possibile. Ieri sera, in aula al Senato, lo ha accusato di una gestione «opaca» e «personalistica» della Guardia di Finanza, piena di favoritismi compiuti usando in modo disinvolto trasferimenti, premi, ed encomi, «venute meno le regole etiche e deontologiche»; e di «mancanza di lealtà» nei riguardi dell'autorità politica, per l'«assenza di una comunicazione serena, di trasparenza, di prudenza e di riservatezza».

Se il comportamento di Speciale fosse stato davvero degno di tali gravi accuse, non sarebbe stato difficile per il Governo sostituirlo esibendo ottime motivazioni, ben prima che scoppiasse sui giornali il caso con Visco, né raccogliere le prove sufficienti a deferirlo agli organi di giustizia civile e militare, anziché proporgli una promozione alla Corte dei Conti.

Sotto il peso di questa semplicissima contraddizione crolla tutta la requisitoria del ministro, insieme a ogni residua briciola di credibilità.

Non sfugga che Padoa-Schioppa ha anche garantito «la legittimità sostanziale e formale» dell'atto del governo. Ci auguriamo per lui che si sia accertato dell'intenzione della Corte dei Conti di ricevere il provvedimento, qualunque esso sia (perché ancora non ci è dato sapere cosa precisamente disponga), conferendo con l'onorevole Luciano Violante, che nel pomeriggio, alla Camera, incontrava per l'appunto i magistrati della Corte, per raccomandarsi, supponiamo, e trovare un appiglio giuridico.

Wednesday, June 06, 2007

Bush e Sarkozy per superare Kyoto

Dicevamo che Bush si sarebbe presentato al vertice G8 in Germania pronto a discutere più apertamente di clima, disponibile ad aprire una nuova fase diplomatica insieme agli alleati europei (Blair, Merkel e Sarkozy) sul tema del surriscaldamento globale.

Oggi, su Il Foglio, un preciso articolo di Carlo Stagnaro, dell'Istituto Bruno Leoni, spiega i termini di questa apertura. Il presidente americano, «a lungo considerato il grande nemico di Kyoto, ha assunto una posa più dialogante». Il segnale di apertura è stato colto, per esempio, dal ministro britannico per l'Ambiente David Miliband, che al Financial Times ha auspicato l'avvio di una discussione «urgente e dettagliata». Ci sarà.

Premessa obbligata: «Retorica a parte», chiarisce subito Stagnaro, «Bush non è più ostile a Kyoto di quanto non sia stato il ticket Bill Clinton–Al Gore. Il presidente avrebbe potuto ritirare la firma al trattato, concessa dal suo predecessore, e non l'ha fatto; avrebbe potuto inviare il protocollo al Senato per la ratifica e non l'ha fatto, come non l'aveva fatto Clinton. Perché? Perché egli sa, come lo sapevano Clinton e Gore, che il Senato non avrebbe mai dato il suo assenso... si può affermare che, non facendolo affossare dal Senato, Bush abbia salvato Kyoto».

La disponibilità americana a discutere di rimedi al cambiamento climatico si basa però su alcuni pilastri condivisi in modo abbastanza bipartisan da Repubblicani e Democratici: valorizzazione dell'energia nucleare (in sintonia con la Francia); coinvolgimento delle economie emergenti, India e Cina in testa, negli sforzi di riduzione delle emissioni di gas serra; l'anno di riferimento – il 1990 – è considerato troppo favorevole all'Europa; «l'allergia» agli obiettivi vincolanti, perché una volta accettati, non possono essere «ignorati o stiracchiati», come fanno spesso gli europei con gli obiettivi di Kyoto.

L'approccio Usa, conclude Stagnaro, rimane «ostile alla logica kyotista – "targets & timetables" – e, rispetto alla visuale europea, presta maggiore attenzione alle dinamiche (come l'innovazione e il trasferimento tecnologico) che agli aspetti statici (le emissioni hic et nunc)».

Dal vertice G8 in corso non bisogna aspettarsi quindi obiettivi vincolanti entro precisi limiti quantitativi e temporali, come auspicava la Merkel alla vigilia, ma è possibile che si giunga con reciproca soddisfazione, degli europei e degli Stati Uniti, a un accordo di massima in «un quadro post-Kyoto». Lo stesso presidente Bush ha dichiarato di essere giunto in Europa «con un forte desiderio di lavorare con voi su un accordo post-Kyoto e di vedere come è possibile raggiungere importanti obiettivi».

A questo punto, vedremo se certi ambientalisti sono davvero interessati al clima del pianeta o se rimangono abbarbicati a Kyoto come a un feticcio. Vedremo chi è davvero interessato a trovare soluzioni compatibili con il modello di sviluppo, e chi, invece, utilizza l'ambientalismo come grimaldello ideologico contro quel modello di sviluppo.

Chi è sinceramente impegnato a mettere in piedi una politica credibile di riduzione dei gas serra non può non riconoscere la necessità di superare la Kyoto logic. Personalmente non mi convincono le teorie sulle cause prevalentemente umane dei cambiamenti climatici, ma chiunque si rende conto che da una riduzione dei gas serra non possiamo che guadagnarci in salute.

Dilettanti: maldestri e arroganti

Non riescono a governare neanche se stessi

Seduta sospesa, oggi al Senato, e poi ripresa. Tutte le opposizioni avevano chiesto di rinviare il dibattito sul caso Visco-Guardia di Finanza a quando fossero emersi elementi di fatto più precisi sugli atti giuridici varati dal Governo e fosse stata possibile la presenza in aula di Prodi, oggi impegnato al G8.

Qual è il problema? Manca il decreto di destituzione del Generale Roberto Speciale dal comando della Guardia di Finanza, perché ci si aspettava che accettasse il «contentino» alla Corte dei Conti. Decreto che, come atto amministrativo, deve contenere delle motivazioni ed essere sottoposto al giudizio della Corte dei Conti (l'organo di controllo per gli atti amministrativi corrispondente alla Corte costituzionale per quelli legislativi). Questo decreto di revoca non c'è e quindi è probabile che la Corte dei Conti rinvii al mittente anche quello di nomina del Generale D'Arrigo, perché se lo accettasse si troverebbero due generali nella stessa carica. Nel frattempo, le deleghe sulla Guardia di Finanza saranno restituite a Visco.

Da tutto questo affiora un Governo palesemente e gravemente incompetente delle più basilari procedure amministrative, fatto di dilettanti allo sbaraglio, maldestri persino nel tutelare se stessi. Stupisce che Padoa-Schioppa accetti di mettere la faccia su questo «squallore», come lo ha definito in aula Andreotti, e sconcerta il ruolo da utile idiota del presidente della Repubblica Napolitano, che ha firmato l'atto di nomina del Generale D'Arrigo senza preoccuparsi di quello di revoca dall'incarico del Generale Speciale e che, cadendo dalle nuvole, ha detto nei giorni scorsi di non voler entrare nella vicenda. Abbiamo un presidente che si limita a firmare ciò che gli passano senza rendersi conto di cosa si tratti e senza esercitare la sua fondamentale funzione di controllo del rispetto delle regole.

Chi si farà avanti per certificare il decesso?

Romano ProdiDall'inizio il problema è stato sempre lo stesso: come ridurre i danni e liberarsi in fretta del cadavere?

Ma che tonti, che balordi, certi blog di centrodestra (qui ce n'è un'alta concentrazione), che non hanno capito nulla dell'articolo di D'Avanzo su la Repubblica, lo hanno scambiato per una banale difesa d'ufficio di Visco e del Governo sulla vicenda che ha portato alla destituzione del Generale Speciale. Eppure, bastava farsi prendere meno dai cori da curva sud, leggere meglio, unire i puntini dalla A alla Z, come ci ha aiutato a fare ieri mattina Massimo Bordin, in quella rassegna radiofonica dove le trame più oscure della nostra politica diventano improvvisamente tutte trasparenti e persino ovvie.

Parlavamo, tempo fa, della debolezza del partito-Repubblica nei confronti dell'attivismo del partito-Corriere. Ebbene, uno strattone, e bello forte, l'ha tirato il partito-Repubblica. La P-Scalfari ha ripreso a colpire. Non per difendere, semmai per affossare il Governo Prodi.

Il teorema dell'«agglomerato» di potere occulto, dissepolto da D'Avanzo, è ovviamente merce avariata, ma dinanzi a certo giornalismo non è importante capire se la ricostruzione regge, piuttosto guardare chi va a colpire. D'Avanzo imputa al Governo Prodi di voler proteggere quell'«agglomerato» ancor più del passato governo di centrodestra e chiede all'Esecutivo di «rendere conto delle sue scelte contraddittorie». Un duro atto d'accusa, per il reato più grave che possa esistere agli occhi di ogni "sinistrese": la collusione con i poteri occulti e deviati dello Stato.

Perché? Semplice. Prodi sta mandando a puttane il Partito democratico, sta soffocando il neonato nella culla. Da una parte con un'azione di governo scellerata, suicida, con la sua pretesa di tirare a campare per tutta la legislatura, che condannerebbe a dissanguamento certo i partiti costretti a sostenerlo; dall'altra, ostinandosi a voler essere anche il leader del Partito democratico. In questo modo il Pd perderebbe la partita ancor prima di scendere in campo. In proposito sondaggi e urne sono chiarissimi. Delle due l'una: o la nascita del Partito democratico si rinvia a fine legislatura, col rischio che se Prodi cade si ritrovano tutti impreparati; oppure si fa subito, ma allora serve un leader, che non può essere Prodi.

D'altra parte, ricorda Giuliano Ferrara, l'editore di Repubblica l'aveva spiegato per bene alla vigilia delle elezioni, e D'Avanzo non ha fatto altro che scrivere di conseguenza: «Prodi amministra il caseggiato, si stagliano all'orizzonte due leader di una nuova generazione, Veltroni e Rutelli, e il Partito democratico è uno strumento utile di cui prendere anche la tessera, a patto che sia la numero Uno».

Ecco «perché... a nome di chi e contro chi» è stato scritto quell'articolo «fantastico». Ed è evidente «perché adesso». Perché «le cose vanno davvero male... Prodi non regge, e non dà quel che avrebbe dovuto dare, non si può essere troppo generosi quando si si è deboli. Il pericolo di un ritorno del Cav. è giudicato grave e imminente. Ecco la nuova P2».

A sentire Cossiga, che quando è in forma di cose ne tira fuori, «è in corso un regolamento di conti nel centrosinistra che parte da lontano e arriva fino al caso Unipol. E chi lavorò per far affossare la scalata Unipol alla Bnl? La Margherita, con Rutelli e Parisi».

Anche per Oscar Giannino l'articolo di D'Avanzo rappresenta «un triste ammainabandiera. Una specie di 8 settembre. Lo scioglimento delle righe di un esercito che si era presentato come determinato e compatto, e che si scopre giorno dopo giorno sempre più privo di fiducia nei suoi capi e nella linea di operazioni».

«Tutti ormai lo ammettono, nei Palazzi romani, in primis molti leader dell'attuale maggioranza. Prodi è bollito, non regge più». Ed è stata la Repubblica a «puntare contro il governo Prodi non un fucile sia pure ad alta precisione, ma una batteria di obici ad alzo zero, promettendo di far fuoco e fiamme anche nei prossimi giorni. Ed è un'accusa mica da ridere, quella che ha sparato il quotidiano di Carlo De Benedetti», spiega Giannino su Libero: «Hanno accusato il governo Prodi e il premier in persona di essere peggio del governo di Arnaldo Forlani, che nel 1981 venne travolto nel discredito popolare per il montare della questione P2... evocare l'ombra della P2 per i propri lettori e per il popolo della sinistra è qualcosa di gravissimo, di incommensurabilmente più temibile che presentare il bilancio di una coalizione debole e divisa, o sottolineare la ripulsa espressa alle urne amministrative...».

Il governo Prodi, è l'accusa, «appena entrato in carica, invece di affondare il coltello risanatore in questo marcio annidato tra generali della Finanza, ha preferito invece stringere con esso un cinico patto di potere basato sulla reciproca non belligeranza».

Se quella di D'Avanzo, ovviamente, non è che scadente marmellata complottistica, non sfugge però il suo obiettivo politico. Nota Giannino, che «i leader del centrosinistra da settimane hanno affidato ai grandi giornali sfoghi anonimi sul fatto che Prodi è arrivato al capolinea, e sembra non rendersene conto», così come hanno fatto «banchieri pubblici e privati».

Il poveretto è morto e non se n'è accorto, e quelli non sanno come sbarazzarsene: un "classico". Che sarebbe andata a finire così, su questo blog, lo avete cominciato a leggere già da molto tempo prima delle elezioni, quando i leader del centrosinistra mi parevano intenti alla riduzione del danno, nell'attesa di capire come liberarsi del futuro premier. Ma anche subito dopo il voto, quando ipotizzavo la fine anticipata del prodismo rispetto al berlusconismo, quando prospettavo un'uscita di scena indecorosa, o sottolineavo l'esistenza di un vero e proprio "caso Prodi", premier notoriamente incapace da sempre, e per di più già cotto.

Oggi, dopo il voto alle amministrative e il caso Visco-Guardia di Finanza, le campagne sui costi della politica e le critiche di Montezemolo, nonché l'affondo di Repubblica, la fine imminente è un'evidenza sotto gli occhi di tutti, tanto da averci indotto, giorni fa, a parlare di «governo con il morto», proprio perché ormai il problema è come liberarsi di un cadavere che scotta e l'impressione è che i parenti siano costretti ancora per un po' a fingere che sia politicamente vivo. Un po' più a lungo che per un week end.

Non sarà oggi, ma si tratta, ormai, solo di capire chi dovrà sbrigare le ultime formalità per la tumulazione del poco compianto cadavere politico di Romano Prodi. «Dentro l'Unione tutti hanno elaborato un piano di fuga per salvarsi "in extremis"», scriveva Minzolini su La Stampa. C'è da augurarsi che gli «ultimi giapponesi» abbiano fatto bene i loro conti.

Tuesday, June 05, 2007

Bush, presidente dei dissidenti

Bush interviene alla conferenza su democrazia e sicurezza a PragaAlla vigilia del G8, Bush incalza Russia e Cina su democrazia e diritti umani

In Russia «le riforme... sono deragliate, con preoccupanti implicazioni per lo sviluppo della democrazia». Così, il presidente Bush ha criticato la presidenza Putin, intervenendo a una conferenza su libertà e democrazia, a Praga, alla presenza dell'ex dissidente Natan Sharansky e dell'ex presidente cecoslovacco Vaclav Havel, due protagonisti del crollo dell'Unione sovietica.

Aggiungere che per emergere le società libere hanno bisogno di «tempi diversi in diversi luoghi» e che «l'America può mantenere un rapporto di amicizia con un paese e cercare di spingerlo verso la democrazia allo stesso tempo» non risparmierà al presidente Usa l'ira di Putin.

Il discorso di Bush ha riguardato anche la Cina. Il presidente americano si è rammaricato del fatto che i leader cinesi «credano di poter continuare ad aprire l'economia della nazione senza aprire il suo sistema politico» e ha annunciato l'intenzione di incontrare, durante la stessa conferenza, il dissidente cinese Rebiyah Kadeer, il siriano Mamoun Homsi e dissidenti presenti di altre dittature (Bielorussia, Birmania, Cuba, Corea del Nord, Vietnam, Siria, Iran, Sudan e Zimbabwe).

Molti dissidenti, ha poi osservato, non hanno potuto prendere parte alla conferenza perché ingiustamente incarcerati dai loro governi. Bush ha chiesto la loro «liberazione immediata e senza condizioni» leggendone i nomi da un elenco: Alexander Kozulin (Bielorussia), Aung San Suu Kyi (Birmania), Oscar Elias Biscet (Cuba), Padre Nguyen Van Ly (Vietnam), Ayman Nour (Egitto). «Agli occhi dell'America, i dissidenti democratici di oggi sono i leader democratici di domani».

«Ho impegnato l'America per l'obiettivo ultimo della fine della tirannia nel nostro mondo. Qualcuno ha detto che ciò mi qualifica come un presidente dissidente. Se stare dalla parte della libertà nel mondo mi rende un dissidente, allora porterò questo titolo con orgoglio».

Bush è quindi tornato al cuore della sua dottrina di politica estera, che in realtà ha radici profonde nella storia politica americana. La guerra al terrorismo «è più che un conflitto militare. Come la Guerra Fredda, è una battaglia ideologica tra due visioni dell'umanità profondamente diverse... Le armi più potenti in questa battaglia contro l'estremismo non sono proiettili o bombe - ma l'appeal universale della libertà. La libertà è il disegno del nostro Creatore e il desiderio di ogni anima. La libertà è il miglior modo di sciogliere la creatività e il potenziale economico di una nazione. La libertà è il solo ordinamento di una società che conduce alla giustizia. E la libertà umana è la sola via per realizzare i diritti umani... Ma espandere la libertà non è solo un imperativo morale - è il solo modo realistico di proteggere i nostri popoli nel lungo periodo».

Dei temi del vertice G8 di domani in Germania e dell'«ombra lunga della Russia di Putin» tratta il mio contributo per il numero di questa settimana di LibMagazine:

Si è aperta una settimana che rimetterà al centro dell'attenzione la politica estera. Il G8 del 6 giugno a Heiligendamm, in Germania, è stato preceduto da due "trailer" indicativi della trama del film cui assisteremo nei prossimi mesi: le due interviste che il presidente americano George W. Bush e quello russo Vladimir Putin hanno concesso alla stampa internazionale per presentare la loro agenda. Molti dei ruoli dei protagonisti li troveremo cambiati rispetto al modo in cui eravamo abituati a vederli, e scottanti, ad alta tensione, si preannunciano alcune scene.

Il presidente Bush troverà in Europa un ambiente meno ostile. Al posto di Schroeder e di Chirac alla guida di Germania e Francia siedono Angela Merkel e Nicolas Sarkozy. Tony Blair è al suo ultimo G8, ma chi gli succederà a Downing Street manterrà Londra al primo posto tra le capitali europee "amiche" degli Stati Uniti. Il presidente americano giunge con le migliori intenzioni nei confronti degli alleati europei
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LibMagazine, nessuno lo fa meglio

LibMagazineCome annunciato, LibMagazine festeggia un anno circa dalla sua nascita rinnovandosi nella grafica e nella redazione.

Ma veniamo subito alle novità. Innanzitutto, la collaborazione di Daniele Capezzone, che della rivista diviene direttore politico ed esordisce con un intervento dall'emblematico titolo "Atene piange, Sparta non ride". Della redazione fanno parte anche due big come Emanuele Ottolenghi, storico ed editorialista, direttore del Transatlantic Institute di Bruxelles, e Luigi Castaldi, autore di Malvino, che curerà una rubrica settimanale: Unicuique suum.

Da oggi LibMagazine uscirà con cadenza settimanale (ogni martedì) anziché bisettimanale e presto diventerà una testata registrata. I ruoli essenziali sono stati già definiti: direttore è il fondatore, Francesco Nardi. Come direttore responsabile Roberta Marilli. Il sottoscritto sarà vice direttore insieme a Enrico Gagliardi, e Michele Fronterrè il caporedattore.

Naturalmente auguri a tutta la squadra e un caloroso invito a tutti i lettori: cliccate, leggete, linkateci, avanzate proposte, critiche e temi di discussione.

A LibMagazine quindi una dedica musicale, che speriamo sia di buon augurio.

"Nobody Does It Better", di Carly Simon, in una versione live dei Radiohead.

Monday, June 04, 2007

Referendum oscurato. Radicali? Non pervenuti

«Rete4 e ItaliaUno non hanno dedicato al referendum nemmeno un minuto. Porta a Porta ci ha fatto sapere che non intende dedicargli neanche un secondo, nonostante il Garante abbia precisato anche in altre campagne elettorali che i servizi nazionali debbono dare con obiettività, imparzialità e completezza, informazioni su un atto politicamente importante qual è la raccolta delle firme. La verità è che buona parte dell'informazione televisiva è informazione di regime, cioè più legata al potere politico. Siccome questo è un referendum che dà fastidio, meno se ne parla, meglio è».

Firmato Marco Pannella? Rita Bernardini? No, parole di Mario Segni, coordinatore del comitato promotore del referendum elettorale. Già, perché i radicali, da giorni asserragliati al piano terra della sede della Rai in viale Mazzini, qualche spazio in più l'hanno ottenuto, questa volta non per il referendum, ma per parlare della loro battaglia per la moratoria Onu sulla pena di morte (iniziativa lodevole, proprio tutti l'hanno riconosciuto): doppia intervista ieri su Raidue (Pannella di prima mattina e Bonino all'ora di pranzo), servizi sui tre telegiornali.

Per il povero Segni nulla. Non dico digiunare per le iniziative degli altri, ma che so, una citazione, un comunicato, magari una "raccomandazione" al presidente e al direttore generale, con i quali sembra ormai essersi instaurata una certa intimità.

Il referendum elettorale è vittima esattamente dello stesso oscuramento e degli stessi attacchi, anche da parte delle istituzioni, toccati ai molti referendum radicali. Eppure, chissà perché, questa volta ai radicali non interessa il diritto dei cittadini a essere correttamente informati sulla raccolta delle firme in corso, ma solo che lo siano sulla loro iniziativa per la moratoria. Qualcosa ci dice che se quel referendum fosse stato promosso da loro, allora sì, avrebbero chiesto "risarcimenti" informativi anche per quello. Insomma, la censura di "regime" operata dal duopolio Rai-Mediaset è solo contro i radicali? Il diritto all'informazione e le regole del servizio pubblico valgono sempre e per tutti, oppure a singhiozzo, e ciascuno deve pensare ai fatti suoi, a rivendicare telecamere solo per la sua piccola, grande priorità del momento?

E che cosa devono pensare i cittadini comuni, quelli che se osassero solo avvicinarsi all'ingresso di viale Mazzini verrebbero sgombrati senza tanti complimenti e invece vedono che dei parlamentari bivaccano in Rai come se fosse casa loro? Non penserebbero che in fondo sì, fanno parte anche i radicali dei "privilegiati", magari solo più squattrinati e malandrini? Meno piazzate e più Parlamento, dal momento che sono stati eletti.

Attacco congiunto al darwinismo

I fondamentalisti cristiani sembrano aver trovato alleati nella loro battaglia contro la teoria dell'evoluzionismo. Di chi poteva trattarsi se non di fondamentalisti islamici? Magdi Allam ci informa, oggi sul Corriere della Sera, che l'Italia, dopo altri paesi europei, è stata «invasa da centinaia, forse migliaia di copie di un volumone di circa 800 pagine patinate a colori di ottima qualità». Pesa 6 chili e su internet viene venduto a euro 75,45, ma è stato tradotto in italiano e spedito in regalo a scuole, biblioteche, giornali, istituzioni scientifiche.

Si tratta dell'"Atlante della Creazione", di Harun Yahya, pseudonimo del "teologo" e scrittore islamico turco Adnan Oktar, sostenitore del complotto mondiale giudaico-massonico, un tale che in un suo precedente lavoro, del 1996, la "Menzogna dell'Olocausto", sosteneva che «ciò che viene presentato come olocausto è la morte di alcuni Ebrei a causa dell'epidemia di tifo nel corso della guerra e della fame».

Nel libro regalato in tutta Italia, oltre a bocciare senz'appello il darwinismo, gli attribuisce tutti i mali della nostra epoca: fascismo, nazismo e terrorismo. Un «investimento impressionate», osserva giustamente Magdi Allam, per «l'indottrinamento a una versione oscurantista dell'islam», per «plagiare i nostri figli sottoponendoli a un lavaggio del cervello ideologico». Chi ha pagato? Chi ha fornito gli indirizzari? Pare che ci sia dietro l'Ucoii, l'organizzazione integralista legata ai Fratelli Musulmani, ma rimangono gli interrogativi sulla provenienza di un vero e proprio fiume di denaro destinato alla propaganda ideologica.

Riforme liberiste, a beneficio dei più deboli

In modo molto efficace, nell'editoriale di oggi sul Corriere della Sera, Francesco Giavazzi dimostra come le riforme cui la sinistra si oppone strenuamente, e che il centrodestra non è riuscito a fare o a portare fino in fondo, sono anche le uniche in grado di aumentare il benessere di chi oggi se la passa peggio.

Meno tasse, più concorrenza e flessibilità nel mercato del lavoro
«Perché le famiglie italiane hanno smesso di accrescere i loro consumi?», si chiede Giavazzi: «La spesa delle famiglie è erosa dalle rendite, frenata dall'incertezza sull'esito di riforme che toccano in profondità la loro vita», ha detto la scorsa settimana il Governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi. Secondo il ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero (Rifondazione comunista), «se salari e pensioni non crescono come aspettarsi una crescita dei consumi?». «Hanno ragione entrambi», osserva Giavazzi: «E' vero che i salari reali non crescono. In sei anni sono aumentati solo del 3%, ma comunque più della produttività, immutata dal 2001. Se non riprende la produttività, i salari reali non possono crescere, a meno di mandare in malora le imprese».

Scuola, università, ricerca di qualità
Ma la produttività dipende anche «dall'innovazione e quindi dalla qualità del capitale umano: se non si migliora la scuola non c'è speranza», avverte l'economista, che spiega: «In un'economia di servizi senza una buona istruzione si è perduti perché si rimane schiacciati in mestieri sottopagati».

Innalzamento dell'età pensionabile
«E' vero che le pensioni sono basse: la pensione media è di circa mille euro al mese. Ma come si possono pagare pensioni più alte in un Paese in cui 16 milioni di pensionati sono sostenuti da solo 24 milioni di lavoratori, quasi 7 pensionati per ogni dieci lavoratori? Se non si lavora di più, è difficile pagare pensioni più dignitose».

A tutto questo aggiungete anche che occorre lavorare di più, e da prima, per pagare un sistema di welfare to work universale, mentre ad oggi solo il 17% dei lavoratori hanno la possibilità di usufruire di una qualche forma di ammortizzatore sociale.

Schiaffo morale al governo

Con lettera indirizzata al ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa, il generale della Guardia di Finanza Roberto Speciale ha annunciato la rinuncia all'incarico presso la Corte dei Conti, conferitogli venerdì scorso dal Governo come dorato risarcimento per la destituzione dal comando dell'Arma, subita per aver denunciato le pressioni ricevute dal viceministro Visco in difesa di Unipol.

Una mossa ampiamente prevista, quella dell'ex comandante, che ricorrerà al Tar del Lazio: «Non sono interessato a svendere la mia dignità e nessun incarico può riparare l'oltraggio che ho ricevuto», avrebbe detto al presidente della Commissione Difesa del Senato, Sergio De Gregorio.

Nell'intervista rilasciata al Corriere pochi giorni fa era già chiaro che Speciale avrebbe venduto cara la pelle:
«Da quello che ho capito, mi cacciano con effetto immediato... Ho già parlato con insigni giuristi, i quali mi hanno detto che se faccio ricorso non c'è partita. Vinco alla grande. Qui siamo proprio fuori da ogni regola giuridica... Io avrei una parola per definire quello che hanno fatto, ma non la posso dire. Allora mi limito a dire che il provvedimento è immotivato. Non c'è una ragione. È un atto irrazionale, forse preso sull'onda dell'emozione. Io ho fatto il mio dovere e mi sbattono fuori. Eh, no. Io mi devo tutelare. E lo farò».
L'ha fatto innanzitutto riportando le imbarazzanti parole usate dal ministro Padoa-Schioppa nel presentargli il "compromesso": «Siamo arrivati a un punto in cui bisogna prendere una decisione, allora la cosa migliore sarebbe che lei presentasse una lettera di dimissioni e noi in cambio avremo un occhio di riguardo, le troveremo una buona sistemazione». Un "italian style" da cui in pochi hanno la forza di dissociarsi.

«Un baratto. Di questo si tratta. E allora prima che io accetti un baratto ci penserò mille volte». Ci ha pensato e ha detto no. Ora, come nel caso del consigliere Rai Petroni, il Tar del Lazio potrebbe reintegrare nel suo ruolo anche l'ex comandante della Finanza, e sarebbe per il Governo un colpo di quelli che difficilmente si incassano senza patire serie conseguenze.

UPDATE ore 20,41: Il generale Speciale invece del Tar sceglie la pensione anticipata:
«Non voglio che nessun italiano possa immaginare che resti abbarbicato alla poltrona. Mi ha destituito un Governo legittimo del mio Paese e io sono un soldato, sbatto i tacchi ed obbedisco, ma non mi chiedano nient'altro, perché mi hanno violentato, non mi hanno consentito neanche l'onore delle armi e, nonostante ciò, esco a testa alta e a schiena diritta».

Cos'ha in mente Putin?

Putin e Bush (White House photo by Eric Draper)Mercoledì si terrà il vertice G8 in Germania. Il presidente Putin si è fatto annunciare da un'intervista minacciosa, in cui ha evocato esplicitamente la possibilità che i missili nucleari russi tornino a essere puntati contro città e obiettivi militari europei se gli Usa insisteranno con il loro progetto di uno "scudo" anti-missile a protezione dell'Europa da installare con il coinvolgimento decisivo di Polonia e Repubblica Ceca.
«Se il potenziale nucleare americano si allarga al territorio europeo noi dovremo darci nuovi bersagli in Europa. Spetta ai nostri militari la definizione di questi bersagli così come la scelta tra missili balistici e missili da crociera. Ma questo è soltanto un aspetto tecnico».
Mosca non accetterà che nuovi sistemi di difesa, che Washington dichiara volti alla tutela da possibili minacce iraniane, intervengano a modificare l'equilibrio strategico tra Russia e Stati Uniti.

Né l'amministrazione Usa né la Nato sembravano voler replicare, in un primo momento, probabilmente per non alimentare polemiche che avrebbero potuto restringere gli spazi di manovra nei colloqui diretti di questa settimana. Ma alla fine il consigliere per la sicurezza nazionale, Hadley, e un portavoce Nato si sono fatti sentire, osservando che la retorica e i toni duri usati dal presidente russo non aiutano il dialogo e la soluzione dei problemi.

Quali i motivi che hanno indotto Putin ad alzare di nuovo la tensione con l'Occidente? Lo storico Richard Pipes, sentito dal Corriere, non crede «che una crisi di questa gravità sia dettata solo dall'installazione dei sistemi radar e antimissilistici americani in Europa». Ci dev'essere dell'altro sotto, «che Putin possa averla causata a scopi elettorali»: «Non sono così sicuro che voglia ritirarsi l'anno venturo. Una situazione di emergenza potrebbe consentirgli di dire al Parlamento che deve restare al comando del Paese per risolverla, e di ottenere un emendamento costituzionale al riguardo. Non penso che la Duma glielo negherebbe e che i russi protesterebbero, anzi».

Insomma, Putin starebbe alzando il livello dello scontro con l'Occidente per accreditare nell'opinione pubblica russa l'esistenza di un nemico esterno che solo lui può fronteggiare. Ciò gli darebbe il consenso necessario per formalizzare il passaggio a un regime autoritario. Sta all'Europa e agli Stati Uniti evitare che si realizzi questo scenario, innanzitutto mettendo bene in chiaro con il presidente russo che non sarebbe accettato.

Secondo Pipes, «la colpa è anche dell'Europa, che non ha appoggiato e continua a non appoggiare il nostro presidente al cento per cento. L'Europa si sta comportando in maniera irresponsabile, ha dimenticato che l'appeasement non dà mai risultati...». L'unico modo di evitare che la crisi giunga a un punto di non ritorno è «presentare a Putin un fronte comune Ue-Usa a partire dalla riunione del G8 di questa settimana». G8, Ue e Nato dovrebbero «compattarsi e mettere Putin con le spalle al muro». Di fronte al ritorno della Russia ai metodi dell'Urss, «tocca all'Occidente in blocco dimostrarle che ciò è inaccettabile». Come? Gli strumenti non mancano:
«Condizionando l'ingresso della Russia nel Wto ai progressi della democrazia in casa e alla distensione fuori; riducendo gli investimenti nell'industria e nella finanza russa. Prendendo decisamente le parti delle ex repubbliche sovietiche in Asia».
Ma i nuovi protagonisti entrati da poco nella scena europea dimostreranno di avere la stoffa da leader?

Tutti questi temi sono trattati in un articolo che uscirà domani sul nuovo numero di LibMagazine, che si presenterà con parecchie sorprese: una nuova veste grafica e novità editoriali.

Blair oltre la destra e la sinistra

Blair in visita alle truppe nei Balcani«E' stato detto che rimuovendo Saddam o i Talebani - regimi autoritari che però mantenevano un certo ordine - la sventura di iracheni e afghani si è aggravata ed è stato permesso al terrorismo di crescere. E' un argomento seducente ma pericoloso... Significa che poiché queste forze malvagie e reazionarie combatteranno duro, attraverso il terrorismo, per impedire a quei paesi e ai loro popoli di andare avanti sulle proprie gambe dopo che le dittature sono state rimosse, noi dovremmo lasciare quella gente sotto la dittatura. Significa che la nostra determinazione a combattere per ciò in cui crediamo si misura con la determinazione dei nostri nemici a combatterci, ma in proporzione inversa.
(...)
Non c'è niente di più ridicolo del tentativo di rappresentare la democrazia e la libertà come idee "occidentali" che, sbagliando, tentiamo di applicare a nazioni o popoli cui risultano aliene. Ci possono certamente essere governi cui sono aliene. Ma non popoli. Chi mai ha votato per sbarazzarsi della democrazia? O ha preferito la polizia segreta alla libertà d'espressione? Questi valori sono universali. Dobbiamo attaccare l'ideologia degli estremisti avendo fiducia in noi stessi: la loro idea reazionaria dello Stato; il loro rifiuto a lasciare che la gente viva in pace; la loro visione del tutto regressiva sulle donne. Dobbiamo condannare non solo i loro barbari metodi terroristici, ma soprattutto attaccare il loro odio contro l'Occidente. Contro tutto questo abbiamo bisogno di sostenere e di aiutare a mobilitare il vero e moderato Islam. Non c'è niente di più assurdo dell'idea che rimuovere i Talebani in Afghanistan, o Saddam e i suoi figli in Iraq, e sostituire i loro regimi con l'opportunità di votare, sotto il controllo delle Nazioni Unite, sia in qualche modo un aggressione ai musulmani».

Tony Blair confida al settimanale The Economist «cos'ha imparato» nei suoi dieci anni alla guida della Gran Bretagna. Ne viene fuori un efficace ritratto della sua leadership, dell'orizzonte ideale in cui si inseriscono le decisioni che ha preso. L'interventismo democratico come bussola della politica estera; «apertura contro chiusura» al posto del vecchio schema «sinistra contro destra»; il diverso ruolo dello Stato - Enabling State - e del welfare, dei servizi pubblici e dei Sindacati; l'importanza della legalità; la riforma dei partiti. Quella che Blair definisce «pro-gay-rights, tough-on-crime» è il tipo di posizione che manda in confusione i tradizionali punti di vista sinistra/destra.

Saturday, June 02, 2007

Friday, June 01, 2007

Ritorsione del Governo. Radicali? Non pervenuti

«Non ci crederete, ma i radicali sono al governo. Non la sinistra radicale che ha perlomeno il merito di farsi sovente nominare: dico i radicali del fu Marco Pannella, il leader che può sopravvivere a tutto fuorché a se stesso. I radicali sono rientrati in Parlamento dopo dieci anni, e sono al governo per la prima volta dopo trenta: ma non lo sa nessuno. Pannella ha deciso che affidabilità verso Prodi significhi paresi politica, subalternità a un governo che dei diritti civili se ne sbatte altamente...»

Neanche aveva finito, Filippo Facci, di scrivere queste parole, che stamattina si svolgeva un vertice dell'Unione sul caso Visco-Guardia di Finanza. Presenti, si leggeva nelle cronache, tutti i segretari di partito e, comunque, tutti i partiti rappresentati. E invece no, nessuno ha convocato la segretaria dei Radicali italiani, né qualche altro esponente radicale.

E' andato Boselli, ma per lo Sdi o per la Rosa nel Pugno? Anche se fosse per la Rosa nel Pugno sarebbe grave, perché il soggetto non ha vita democratica e nessuno ha eletto Boselli segretario.

Questi sono i problemi, che tanti radicali avvertono e che Pannella elude nella sua lettera «a, su» e contro Capezzone. Sei mesi di lotta nonviolenta per la moratoria Onu sulla pena di morte. Ok, benissimo, ma fingendo di non far parte della maggioranza e di non essere al governo, appartenenza di cui però gli elettori chiederanno conto. Una condotta subalterna che ha prodotto i risultati di stamattina: neanche convocati al vertice di maggioranza.

Un vertice in cui viene presa una decisione gravissima, ratificata nel pomeriggio dal Consiglio dei Ministri, in cui siede anche Emma Bonino, di cui, però, non c'è traccia. Dopo il clamore suscitato dalle accuse mosse a Visco da un generale della Guardia di Finanza, per aver esercitato pressioni su di lui allo scopo di proteggere Unipol, il viceministro oggi ha rimesso la delega sulla Guardia di Finanza. Ma allo stesso tempo, puntuale è scattata la vera e propria ritorsione del Governo, che ha rimosso dal comando della GdF il suo principale accusatore, il generale Roberto Speciale, spedito alla Corte dei Conti. Al suo posto, il generale Cosimo D'Arrigo.

Scruton, reazionario più che conservatore

«Sono di destra da quando credo nell'autorità, nell'ordine, nella legge, nella proprietà e nella tradizione».
Così il filosofo conservatore Roger Scruton in un'intervista a il Giornale.

Credo nella legge e nella proprietà.
Non nella tradizione.
Nell'autorità e nell'ordine dipende. Se esercitati da poteri costituzionali sottoposti a legittimità democratica.

Difficile, ormai, trovare chi sia contro la proprietà privata, per il disordine e l'anarchia, contro la legge e il principio di legalità. A distinguere Scruton, a identificarlo "di destra", rimane, forse, la tradizione.

Un conservatorismo controcorrente, quello di Scruton? Direi di sì, quindi reazionario, nel momento in cui la storia, i valori e gli stili di vita corrono sempre più velocemente divorando i loro precedenti, "tradizionali", a cui si mostra legato. Ma anti-conformista direi di no. Si può sfidare la corrente, per reagirle e andarle contro, ed essere al tempo stesso conformisti, come esistono i conformisti dell'anti-conformismo.

Ormai anche la sinistra (almeno quella avanzata e liberale) ritiene l'autorità, purché fondata sulla legittimità democratica, la proprietà e il rispetto della legge dei valori, mentre la tradizione è ciò che ancora differenzia conservatori e liberali. Aveva un qualche senso definire anti-conformisti questi concetti quando aveva ancora senso parlare di destra e sinistra e in anni in cui una certa cultura di sinistra, antagonista rispetto i sistemi democratici e capitalisti, era diffusa ed egemone. Andiamo, invece, verso tempi in cui la cultura liberale troverà sempre maggiori spazi a "sinistra". Certo, nulla accade inevitabilmente, e prevengo l'obiezione: l'Italia non fa testo, per milli motivi che sapete bene.

UPDATE: sull'argomento Scruton è più esauriente Malvino.

«Vengo per discutere un'agenda basata sulla libertà»

«Il compito dell'America è promuovere la democrazia nel mondo, anche in luoghi che non sembrano troppo ospitali.
(...)
Nel momento in cui c'è una transizone verso una nuova leadership il mondo deve lavorare per la libertà, non per la stabilità. In cima all'agenda non ci deve essere il nome di chi governa ma elezioni libere, stampa libera, liberazione dei prigionieri».


Concetti non nuovi per il presidente americano George W. Bush. Durante il suo viaggio in Europa verrà a Roma per incontrare il Papa e Prodi, di cui ha detto: «Spero che l'incontro gli dia più coraggio in Afghanistan». Queste e altre interessanti dichiarazioni ha fatto Bush presentando alla stampa i temi del prossimo G8.

Le politiche dell'amministrazione Usa per la riduzione dei gas serra sono molto più avanzate di quanto si creda comunemente a causa della mancata firma sui protocolli di Kyoto. Gli Stati Uniti puntano a un accordo in cui ogni nazione abbia «un obiettivo compatible con la propria economia». Quanti governi europei possono annunciare che «nel corso del prossimo anno metà delle vetture saranno flex-fuel»?

Altre "sorprese" di Bush, ovviamente taciute dai nostri mainstream media, ce le segnala 1972: la richiesta di nuove sanzioni contro il Sudan per il genocidio in Darfur e il raddoppio dei fondi per la lotta all'Aids.

Sì, ma non basta potare i rami

Bene hanno fatto i radicali a passare ai fatti, dopo le parole, e a presentare sia alla Camera che al Senato, insieme al senatore Cesare Salvi (Sinistra democratica), proposte di legge per ridurre gli sprechi e i costi della politica.

Si tratta in tutto di 3-4 miliardi di euro l'anno, denuncia Sergio D'Elia: «Non sono spese per sostenere la democrazia, semmai per alimentare l'antipolitica». Enormi quantità di soldi dei contribuenti «finiscono nelle tasche di consulenti, componenti di commissioni, amministratori di enti inutili. Questo fiume di soldi non arriva nelle tasche dei destinatari per le loro capacità professionali, ma solo grazie agli amici e agli sponsor politici. E' una rete clientelare che ha le dimensioni di un esercito nemico dello stato di diritto e delle libertà economiche».

Un enorme, diffuso conflitto di interessi, denuncia Cesare Salvi: «Ritenere che questo conflitto esista solo per la persona di Silvio Berlusconi è fare un torto alla verità». Salvi ha chiesto a Prodi di ridurre il numero dei componenti del suo governo (102 tra ministri, viceministri e sottosegretari) e indicato gli obiettivi di ridurre a 400 il numero dei deputati e a 200 quello dei senatori.

Tuttavia, il rischio di queste iniziative è di ridurre tutto a un'effimera campagna di moralizzazione, senza proporre soluzioni "di sistema". Spesso i promotori non si rendono conto che è il sistema, non la moralità dei singoli e della classe dirigente, a produrre le caste. Una volta potati, ammesso che si riesca a passare per quella via, i rami torneranno presto a crescere, se non verrà ridotta alla radice la quantità di ricchezza prodotta dalla nazione in mano ai politici e se non verranno introdotte le riforme istituzionali di modello anglosassone. Ancora una volta la soluzione è la Riforma.

Facevo notare in un post di qualche giorno fa, che per quanto si tratti di una vasta realtà di sprechi e privilegi che vanno certamente colpiti, quelli relativi all'abuso di autoblu, agli stipendi d'oro e alle indennità, o al numero dei dipendenti del Quirinale e all'esercito dei consulenti, sono poco rilevanti se inseriti negli ordini di grandezza della spesa pubblica che alimenta caste e clientele della politica. Sono le pensioni dei cinquantenni a pesare, la spesa sanitaria, i milioni di dipendenti pubblici, le velleità redistributive, i mille rivoli dei programmi assistenzialisti, le regalie alle corporazioni sindacali e confindustriali. Per ridurre la spesa pubblica non si può partire dai tagli sulle varie voci di spesa, perché quando ci si siede a tavolino tutto sembra indispensabile ai governi che non vogliono scontentare nessuno per non perdere quote di consenso. Si deve partire "affamando la bestia". Tagliando radicalmente le aliquote fiscali.

Il modello castità/celibato destinato a fallire

Immagine dal documentario della Bbc Sex Crimes and the Vatican... almeno su grandi numeri

«Un grande fraintendimento, è solo un segreto processuale ed equivale al silenzio che il magistrato chiede quando è in atto un'inchiesta».
In quella che da parte di Monsignor Fisichella, ieri da Santoro, voleva essere una spiegazione, c'è il cuore del conflitto tra giurisdizione della Chiesa e giurisdizione dello Stato, che per me, come ho già spiegato, resta la questione più importante sollevata dal "Crimen Sollicitationis" e dalle successive lettere attuative dei Papi.

Quel «segreto processuale» che la Chiesa chiede ai propri membri, pena la scomunica, determina di fatto che reati contro la persona severamente puniti dal codice penale italiano non vengano portati a conoscenza dell'autorità giudiziaria civile. Quindi, ciò che per la Chiesa è solo un «segreto processuale», diciamo a garanzia dell'indagine e dell'indagato, considerando che il territorio italiano non è (non più, o non ancora) sotto la giurisdizione dello Stato Città del Vaticano, equivale a favoreggiamento.

Nessuno chiede alla Chiesa di mettere alla gogna i sospetti, di sbandierare ai quattro venti crimini di cui c'è solo il sospetto, ma unicamente di comunicare all'autorità giudiziaria civile fatti e presunti responsabili. Non solo di non esercitare più pressioni sul clero o sulle vittime perché rimangano in silenzio, ma di incoraggiarli a denunciare i fatti sia alla Congregazione per la Dottrina della Fede, come previsto dai suoi documenti interni, sia alle autorità civili. D'altronde, se è il «segreto processuale» ciò che interessa, anche il magistrato dello Stato italiano, come ben sa Fisichella, avendolo preso come termine di paragone, è tenuto al suo rispetto.

Mi pare, per fortuna, che non sia stata una delle peggiori performance di Santoro. Insomma, si è dato una regolata, e anche Fisichella è stato composto, pur nell'imbarazzo e - incredibile a dirsi - nella sorpresa. Sì, appariva stupito. Le sue risposte davano spesso la sensazione di uno fuori dal mondo, sinceramente non in grado di rendersi davvero conto di essere chiamato a rispondere. Solo perché l'ostia è "corpo di Cristo", dovremmo concludere che un abuso sessuale contro un minore abbia la stessa gravità di un furto di ostie, essendo due reati contro la persona? Non un lapsus, Fisichella ha risposto sinceramente: per la Chiesa è così.

Senza voler né accusare tutti i preti di essere pedofili, né criminalizzare alcuno (anzi, a parziale attenuante dei rei), bisognerebbe chiedersi se tra le cause degli abusi sessuali su minori commessi dai membri del clero, accertata la loro abnorme frequenza, non ci sia proprio la Chiesa come istituzione.

Bisogna con serenità e pragmatismo affrontare il problema dal punto di vista psicologico e sociologico. La castità dall'adolescenza fino alla fine della propria vita è una condizione limite che la Chiesa impone al clero, centinaia di migliaia di uomini e donne che vivono in comunità monosessuali. Un'autentica sfida esistenziale, di cui credo non si possa negare il carattere estremo.

Bisogna chiedersi se il modello della castità e del celibato sui grandi numeri non sia inevitabilmente destinato a fallire. In pochi hanno la forza di carattere necessaria e sono portati per una tale ascesi da uno degli impulsi più forti come quello sessuale. E' inumano pensare di congelare in uno stato di perenne inaffettività migliaia di persone. La sessualità, in qualche modo, alla fine trova uno sfogo. In rapporti che possono essere eterosessuali e omosessuali, che per l'ordinamento ecclesiastico sono comunque punibili ma che non costituiscono reato per la legge civile, ma anche, come abbiamo visto, nei casi peggiori, in abusi su minori.

La consapevolezza, anche se inconscia, dell'inevitabilità di questi sfoghi dalle forme più varie spiega in parte i comportamenti omertosi e ha portato anche i vertici della Chiesa a sottovalutare il fenomeno per lungo tempo. Castità e celibato svolgono la funzione di assicurare la totale obbedienza degli ordinati non permettendo loro di stabilire legami che possano confliggere con la fede e la lealtà alla gerarchia. Ma, almeno sui grandi numeri, i danni possono essere maggiori dei benefici. La Chiesa dovrebbe quindi pensare a una riforma di struttura, a rivedere il voto di castità e il celibato, magari restringendoli ai vertici del clero.

Non è così che si promuove la cultura liberale

Ha già provocato la rivolta dei redattori del Giornale. Un inserto settimanale di ben 12 pagine a colori stampate in 300 mila copie. E' il Giornale della libertà, organo dei Circoli della Libertà della signora Michela Vittoria Brambilla. Ben 12 pagine a colori stampate in 300 mila copie non sono uno scherzo. Servono monete d'oro a sacchi.

Se Berlusconi pensa di contribuire così (lui che potrebbe tanto) alla rivoluzione culturale e informativa di cui il paese avrebbe bisogno, investendo una cifra enorme su un foglio di propaganda, legittimo quanto però becero, e uno strumento incapace di animare un dibattito culturale aperto e fecondo, be', si sbaglia di grosso. La cultura e l'informazione, soprattutto quelle liberali, si promuovono finanziando libere intelligenze, non gruppi di manipoli. Ed è un peccato, perché ci sono piccole realtà di area liberale di grande valore.

Un'altra occasione sciupata da un Berlusconi che sempre più si allontana dal lasciare un segno positivo nel paese.

P.S.: a questo proposito, suggeriamo la rilettura di questa lettera aperta a Berlusconi di Christian Rocca. Ringraziando Ettore che ce l'ha ricordata.