Monday, March 31, 2008

Neanche Sua Santità ha il dono della verità

Le recenti manifestazioni di monaci e non - quelle pacifiche ma soprattutto quelle violente - rappresentano una risposta - quanto si vuole discutibile, ma una risposta - a un interrogativo che dovremmo cominciare a porci seriamente anche noi in Occidente e che si pone (non da oggi) Enzo Reale su Ideazione.com: «Quale risultato concreto, quale miglioramento reale nelle vite di milioni di tibetani ha prodotto mezzo secolo di "moderazione" e di "compromesso" nei confronti di un potere che non ha esitato a compiere – per usare le parole dello stesso Dalai Lama – un vero e proprio genocidio culturale?».

In queste settimane dal Tibet è giunta una risposta chiara: nessun risultato. Secondo gli esponenti del Congresso giovanile tibetano, la politica della "Via di mezzo" è al capolinea. Da qui in avanti potremmo sempre più avere a che fare con «la storia di due Tibet».
«Il primo è quello dei libri proibiti, delle entrate segrete, dei monasteri distrutti, delle preghiere spezzate. Più di mezzo secolo di terrore di Stato imposto da Pechino ha ridotto la regione ad una tragica caricatura di se stessa, umiliato i suoi abitanti, profanato le sue tradizioni. E' questo il Tibet che due settimane fa ha provato a rialzare la testa e a gridare di rabbia come gli uomini disperati a volte sono costretti a fare: prendendo a calci i simboli dell'oppressione. Poi c'è l'altro Tibet, raccontato dai circoli radical-chic di Hollywood e nutrito dalla cattiva coscienza dell'Occidente democratico: qui l'uomo in carne ed ossa si spegne per fare spazio al puro spirito, alimentato dalle leggende del Buddha e dai miti della nonviolenza. E' a questa immagine da cartolina che la stampa, la politica e lo spettacolo hanno abituato l'opinione pubblica nel corso degli anni, come se il sorriso bonario del Dalai Lama bastasse da solo a stemperare il dolore e l'accettazione del martirio fosse il destino ineluttabile di milioni di uomini senza armi, da ammirare proprio perché soffocano in silenzio, simboli di uno stoicismo perduto che la sofferenza non fa che esaltare. L'illusione che i due Tibet possano convivere è destinata ciclicamente a fare i conti con la realtà».
«E se la Via del Dalai Lama fosse sbagliata?» Mi accontenterei che si ammettesse che fino ad ora non ha portato a nulla, come ha tristemente ammesso lo stesso Dalai Lama: «Non sono riuscito a ottenere risultati positivi». E, quindi, che da qui si ripartisse, che tra i tanti "amici" del Tibet in giro per il mondo, soprattutto occidentale, prendesse avvio una seria riflessione politica. Nel nostro piccolo tenteremo di dare un contributo su Ideazione.com.

I ministri Ue rinviano la pratica Tibet

Sabato scorso i ministri degli Esteri dell'Unione europea, riuniti a Brno, in Slovenia, hanno deluso le aspettative. Ho creduto che alcune singole ma autorevoli prese di posizione precedenti al vertice anticipassero il formarsi di una linea per la prima volta da anni più ferma di quella di Washington nei confronti della Cina. E invece, nella dichiarazione finale del vertice i 27 non accennano nemmeno ai Giochi olimpici, pur avanzando per il Tibet richieste sacrosante, come «la fine delle violenze e un trattamento in conformità con gli standard internazionali per le persone arrestate», il «libero accesso per la stampa» e «un dialogo sostanziale e costruttivo» con il Dalai Lama per la «preservazione della cultura, della religione e della lingua tibetana». Di fatto, la stessa identica cauta posizione espressa da Bush, che abbiamo criticato. L'Ue si appiattisce sulle posizioni Usa quando non dovrebbe, mentre quando dovrebbe associarsi preferisce flirtare con l'anti-americanismo.

Quando incontra sulla sua strada un ventre molle Pechino sa approfittarne subito. In risposta alla dichiarazione di Brno, il Ministero degli Esteri cinese ha infatti accusato l'Ue «d'interferenza» nei propri «affari interni», ribadendo che «la questione del Tibet è completamente un affare interno della Cina» e che «nessun paese straniero o organizzazione internazionale ha il dirittto d'interferire».

Friday, March 28, 2008

La cordata sempre più fantasma, e anche il WSJ abbandona il Cav.

Sarà anche un'astuta mossa elettorale (il che è ancora tutto da vedere), ma di certo è di cattivissimo auspicio per la prossima azione di governo, che si annuncia di nuovo deludente dal punto di vista delle politiche liberali.

Annunciando il suo veto sulla «irricevibile» offerta di Air France per Alitalia e l'intenzione di promuovere egli stesso una cordata di imprenditori e banche italiani a difesa dell'"italianità" della compagnia, Berlusconi ha forse guadagnato qualche lunghezza sul suo principale avversario nella corsa al voto. Con il caso Alitalia tema centrale nel dibattito politico il Governo Prodi viene tirato per i capelli dentro le ultime due settimane di campagna elettorale. Vuol dire rinfrescare la memoria degli italiani sui fallimenti di Prodi, «uno scheletro che Veltroni - parole di Berlusconi - voleva nascondere nell'armadio» e che ora si ritrova davanti, costretto persino alla difesa d'ufficio di una posizione, sulla (s)vendita di Alitalia, che appare effettivamente debolissima. Il leader del Pd non è più protagonista della scena e probabilmente vede neutralizzati i suoi sforzi per recuperare consensi al Nord, l'ossigeno necessario alla rimonta.

I nomi della cordata anticipati ieri da Augusto Minzolini su La Stampa - Benetton e Ligresti, Mediobanca e persino Eni (che comunque prima di qualsiasi atto informerebbe il Tesoro!) - hanno tutti smentito. Ovvio, finirebbero per caratterizzarsi troppo politicamente. Ma ciò che conta, per il momento, è che si percepisca che Berlusconi sta lavorando per salvare Alitalia dall'umiliazione dell'acquisizione francese. Il maggior punto di forza di questa operazione essenzialmente elettoralistica sta infatti nel muoversi e nell'agire di Berlusconi già da primo ministro in pectore, rafforzando nell'opinione pubblica la sua immagine di uomo che sa governare ancor prima di vincere le elezioni (dimostrando quindi di averle già vinte).

L'operazione-verità su Alitalia - sulla sua necessaria e improrogabile "svendita" e sui sacrifici della ristrutturazione, comunque inferiori a quelli del fallimento - poteva rappresentare un'ottima occasione per esercitare quello spirito bipartisan da più parti auspicato. Invece, Berlusconi ha deciso di far leva demagogicamente sui peggiori istinti assistenzialisti, statalisti, nazional-popolari (Mingardi ha ricordato l'appello mussoliniano «l'oro alla patria»), purtroppo ancora radicati nell'opinione pubblica, ergendosi a tutela di clientele localistiche e interessi sindacal-corporativi ma certo non della generalità dei cittadini del Nord, e ancora meno del Centro-Sud.

Vedremo se alla fine nelle urne verrà premiata questa scelta tattica. Oggi quasi tutti i commentatori ritengono di sì, forse sottovalutando un'area liberale molto delusa, che dai sondaggi non emerge perché non si esprime a favore del Pd, ma che potrebbe ricorrere all'astensione provocando al PdL enormi danni nelle regioni cruciali per il Senato.

Come andrà a finire, il giorno dopo le elezioni, è facilmente prevedibile: o la fantomatica cordata annunciata da Berlusconi si dileguerà; oppure, Alitalia le verrà ceduta a un valore ancora inferiore - e prossimo davvero allo zero - di quello al quale oggi Air France è disposta a comprarla. Nel valutare l'offerta dei francesi, tra l'altro, bisogna concentrarsi non solo sul prezzo che verrebbe pagato per ciascuna azione, ma anche sui due miliardi e mezzo di euro in investimenti e copertura debiti. Chi potrebbe investire tanto nella ristrutturazione, garantendo un'esperienza e una solidità simili ad Air France nel settore aereo, con soldi propri e non prestati da banche magari interessate solo a ricevere in cambio qualche altro favore "politico"?

L'alternativa è tra svendere ad Air France e svendere a una cordata di amici dei politici. Sempre di svendita si tratterebbe, perché il valore della compagnia è quello che è. L'unica differenza è che nel primo caso Alitalia sarebbe inserita nel primo gruppo al mondo con possibilità di sviluppo e prestigio internazionale; nel secondo, gli acquirenti non sarebbero comunque in grado di far competere Alitalia con altri grandi gruppi, ma solo di mantenere un monopolio sulle rotte interne, una beffa per gli utenti.

Neanche Berlusconi, come Prodi, ha avuto rapporti facili con la stampa internazionale, soprattutto quella europea, per lo più a causa dell'incessante opera di demonizzazione che proveniva dal centrosinistra italiano e influenzava fin troppo le redazioni e i giornalisti esteri. Ricordiamo tutti l'Economist, che lo giudicava «unfit» per guidare l'Italia, ma anche il Financial Times non è mai stato tenero.

Adesso, proprio a causa delle sue posizioni su Alitalia, ad abbandonare il Cav. è persino il Wall Street Journal, la bibbia del liberalismo conservatore e del libero mercato di stampo anglosassone, che in passato lo aveva sempre difeso. «Per quanto riguarda l'economia, Berlusconi ha deluso nel suo ultimo mandato da primo ministro», ci ricorda un editoriale di qualche giorno fa. E aggiunge che «a giudicare dalle sue promesse prima delle elezioni-lampo indette per il mese prossimo in Italia, nelle quali è il favorito, un suo terzo mandato come premier non sarà una meraviglia».

I suoi recenti orientamenti su Alitalia «potrebbero ben presto corrispondere a scelte di governo ufficiali e mandare a monte l'unica cosa che ancora si frappone tra la compagnia di bandiera e la sua bancarotta. E sono anche segnali della sua mancanza di impegno per realizzare le riforme economiche». Nei suoi cinque anni a Palazzo Chigi, ricorda il WSJ, Berlusconi «non ha trovato dei salvatori per Alitalia. Invece ha traccheggiato mentre il debito della compagnia si impennava arrivando a circa 1,3 miliardi di euro a gennaio. Gli elettori italiani potrebbero chiedere a Berlusconi perché non ha venduto la quota Alitalia quando ancora valeva qualcosa. Il valore della compagnia è caduto del 70% negli ultimi due anni».

Ma l'ex premier potrebbe essere attaccato ancor più duramente «per la sua incapacità di sistemare l'economia italiana quando ne aveva la possibilità». Berlusconi, ricorda ancora il WSJ, «aveva promesso riduzioni fiscali, riforme nel mercato del lavoro e liberalizzazioni, mancando gran parte degli obiettivi. Il Pil è cresciuto complessivamente del 3,6% nei cinque anni del suo governo; peggio dell'8,6% della Francia e del 4,5% della Germania nello stesso periodo, ben al di sotto del 17,7% spagnolo o del 13,4% britannico».

Accusandolo inoltre di offrire «copertura politica» alla «linea dura» dei Sindacati, il WSJ conclude che in questa vicenda Berlusconi «ha dimostrato di avere un carattere più corporativo, ostile alla competizione del libero mercato, che liberista intenzionato a fare ciò di cui l'Italia ha bisogno per rianimare la sua barcollante economia. E' un politico disposto a qualsiasi cosa pur di riprendere il potere. E questa è tutt'altro che una bella notizia per l'Alitalia, oltre che per l'Italia intera».

Se ci facciamo poche illusioni sul fatto che l'editoriale del Wall Street Journal possa scuotere Berlusconi dalla sua vena assistenzial-statalista, ci auguriamo che almeno alle orecchie di qualcuno nel PdL possa suonare come un preoccupante campanello d'allarme.

Olimpiadi, non regaliamo al regime l'oro politico

da il Riformista

Caro direttore, l’idea del Riformista va nella direzione giusta per superare il dibattito sul boicottaggio, che rischia di dividere anziché unire. Quanti lo escludono a priori, però, non vengano a raccontarci la balla delle Olimpiadi come evento esclusivamente sportivo da non inquinare di politica. È innegabile che un risvolto politico l’avesse già la scelta di assegnarle a Pechino e che la Cina aspiri ad utilizzarle politicamente. Avrebbero un valore politico le eventuali assenze dei leader occidentali, ma l’avranno certamente le loro presenze e la propaganda nazionalista che pervaderà l’evento. Con il governo cinese sempre più propenso a fare marcia indietro rispetto agli impegni formali (su diritti umani e libertà di stampa), presi con il Cio come condizioni per l’assegnazione, è sempre meno scontato che i Giochi possano rappresentare di per sé, come ci viene detto, un momento di apertura della Cina al mondo e un’occasione per favorire il rispetto dei diritti umani. Prendiamo atto che l’unica cosa che non possiamo impedire è che attraverso le Olimpiadi passi un messaggio politico. Concentriamoci sulla vera posta in gioco: possiamo almeno impedire che a trarre beneficio da quel messaggio sia solo la dittatura. Se, come probabile, il regime manterrà il totale controllo mediatico dell’evento, riuscirà a orientare a proprio favore il segno politico dei Giochi, ricavandone prestigio internazionale e nascondendo sotto il tappeto i propri orrori; se, invece, qualcosa gli sfuggirà di mano, se i governi occidentali assumeranno qualche iniziativa, le minoranze e i dissidenti riusciranno a esprimersi, allora il messaggio politico che uscirà sarà di aiuto al cambiamento. Per questo dovrebbero adoperarsi governi, forze politiche e mezzi di informazione occidentali.

Thursday, March 27, 2008

Le lacrime dei monaci e le prime defezioni politiche dai Giochi

Ieri e oggi ha avuto luogo nella capitale tibetana, Lhasa, la breve visita sotto strettissima sorveglianza concessa dal regime cinese ai giornalisti di alcune testate internazionali ben selezionate. Una farsa che si è ritorta contro i suoi organizzatori quando, nonostante le restrizioni, un gruppo di circa 30 monaci tibetani è riuscito ad avvicinare i giornalisti stranieri al tempio di Jokhang (qui il video, da Corriere.it).

In lacrime hanno urlato al mondo «il Tibet non è libero!», «Vogliamo un Tibet libero!». Le autorità mentono, «il Dalai Lama non è responsabile delle violenze», hanno denunciato i monaci, rinchiusi nel tempio dal 10 marzo scorso, quando tutti i monasteri più importanti furono circondati dall'esercito cinese in seguito alle manifestazioni. L'apparente normalità della vita nel tempio, fino a pochi minuti prima dell'arrivo dei giornalisti assediato dai militari, è solo una messa in scena, hanno rivelato davanti a microfoni e telecamere. «Sappiamo che probabilmente verremo arrestati per questo, ma dobbiamo continuare a lottare», ha detto uno dei monaci, poco più che ventenni.

Lhasa è una città «segnata e spaventata», sempre più divisa tra tibetani e cinesi di etnia han, scrive Shai Oster per il Wall Street Journal. «Vi prego, aiutateci», è quanto ha sussurrato una tibetana ai giornalisti, tra cui Geoff Dyer per il Financial Times.

Sul fronte diplomatico potremmo, per la prima volta da anni, assistere a un atteggiamento più fermo nei confronti di Pechino da parte dell'Europa piuttosto che da parte di Washington.

Il presidente americano Bush ha avuto un colloquio telefonico con il presidente cinese Hu Jintao, al quale ha espresso la sua «preoccupazione», esortandolo ad «avviare un dialogo concreto con i rappresentanti del Dalai Lama» e a consentire «accesso a giornalisti e diplomatici» in Tibet, ma ha confermato la sua presenza alla cerimonia inaugurale dei Giochi, attirandosi non poche critiche. «Bush non ha altra scelta che quella di cancellare il suo viaggio a Pechino», ha scritto il conservatore Washington Times, concludendo che «Bush non può stare sul suolo cinese senza trasformare in una barzelletta la sua agenda per la libertà».

Lo speaker del Parlamento tibetano in esilio è stato ascoltato ieri dalla Commissione Esteri del Parlamento europeo e durante il dibattito in plenaria sulla situazione in Tibet il Dalai Lama è stato formalmente invitato dal presidente Poettering. Mentre da Londra, oggi, il premier britannico Gordon Brown assicura che anche «la Gran Bretagna parteciperà alla cerimonia di inaugurazione dei Giochi Olimpici», giungono gli annunci delle prime defezioni europee: il primo ministro polacco Donald Tusk e il presidente ceco Vaclav Klaus a Pechino non andranno. Il presidente francese Sarkozy si è detto «scioccato» per il Tibet e si «riserva il diritto di decidere se partecipare alla cerimonia d'apertura», precisando che si consulterà comunque con gli alleati europei prima di prendere una decisione.

E' l'ora di incalzare, perché Pechino mostra di temere i boicottaggi politici. «Spetta ai comitati olimpici nazionali invitare i rispettivi capi di Stato e di governo alla cerimonia inaugurale. Se accettano o meno, dipende da loro», mettono le mani avanti i cinesi.

«Tutte le opzioni rimangono aperte», aveva dichiarato giorni fa il presidente francese, riferendosi non al boicottaggio delle Olimpiadi ma all'ipotesi di una sua eventuale assenza alla cerimonia inaugurale, che cadrà in agosto, proprio quando sarà presidente di turno dell'Ue. «Mi appello allo spirito di responsabilità dei leader cinesi», aggiungeva ribadendo la sua richiesta: che si «avvii il dialogo tra il governo cinese ed il Dalai Lama. Regolerò la mia risposta alla risposta delle autorità cinesi». Una posizione che veniva ribadita ieri dal ministro degli Esteri Kouchner: la Francia è contraria al boicottaggio delle Olimpiadi, ma «per la cerimonia d'apertura dei Giochi vedremo secondo l'evoluzione della situazione. Ne parleremo venerdì alla riunione dei ministri degli affari esteri dell'Unione europea».

Intanto, l'Onu continua a dare il peggio di sé. Nel corso di una riunione del Consiglio per i Diritti umani a Ginevra la discussione sulla situazione in Tibet è stata bloccata in seguito alle reiterate proteste cinesi, denuncia Amnesty International. La rappresentanza di Pechino ha chiesto inoltre l'annullamento di un briefing del Partito Radicale, nel quale era previsto l'intervento dello speaker del Parlamento tibetano in esilio.

Gli spiragli e i dubbi di Cavalera

Ci risiamo. Anche oggi Fabio Cavalera, sul Corriere della Sera, mostra un eccessivo e mal riposto ottimismo per quello che interpreta come uno «spiraglio» aperto da Pechino sulla crisi tibetana. Accoglie fin troppo generosamente i presunti «impegni» presi dal presidente cinese Hu Jintao, nient'affatto «di fronte alla comunità internazionale», come scrive, ma semmai al telefono con Bush. Ma rimaniamo sconcertati quando, riguardo una delle misure repressive più odiose - la campagna di «rieducazione patriottica» nei monasteri buddisti tibetani - Cavalera confessa di non capire se «abbia la funzione di promuovere il dialogo [sic!] o se sia al contrario una sorta di lavaggio del cervello, un'arma psicologica per chiudere la bocca alle opposizioni».

Di questi dubbi Federico Rampini, su la Repubblica, per fortuna non ne ha. Pechino, scrive, «insiste con i metodi di sempre»:
«Si riaprono le porte dei laogai. Per i monaci buddisti tibetani catturati nelle retate di questi giorni comincia un'odissea tristemente nota, la deportazione nei lager cinesi. E' il trattamento che il regime di Pechino riserva ai seguaci del Dalai Lama dagli anni Cinquanta: lavori forzati, sedute di rieducazione politica cioè lavaggio del cervello, indottrinamento patriottico, umiliazioni e spesso torture».
Di dialogo con il Dalai Lama non se ne parla proprio, soprattutto in questo momento di debolezza politica del leader spirituale tibetano. Anzi, il Quotidiano del Popolo, organo ufficiale del Partito comunista cinese, ha assicurato che «la Cina schiaccerà con forza tutte le iniziative secessioniste». Gli «spiragli» li vede solo Cavalera, per ora. Perché ci appaiano anche a noi ci vorrà una maggiore pressione dall'esterno sul regime cinese.

Wednesday, March 26, 2008

Boicottaggio o no, le Olimpiadi saranno comunque un evento politico

Resta da capire a beneficio di chi...

Una breve gita a Lhasa, con percorso predefinito e sotto la massima sorveglianza delle autorità, è tutto ciò che il governo cinese ha concesso a 26 reporter di 19 testate internazionali (escluse Bbc e Cnn) per verificare la situazione in Tibet, rispondendo con una farsa alla richiesta di apertura ai media avanzata da tutte le principali capitali occidentali.

Dovevano essere i Giochi della trasparenza e dell'apertura della Cina al mondo, ma oggi è chiaro che saranno le Olimpiadi della censura e del controllo poliziesco, al servizio di una macchina propagandistica messa in moto per trasformare l'evento sportivo nella trionfale celebrazione della potenza della Cina popolare. Pechino aveva promesso che in vista dei Giochi, e durante il loro svolgimento, la stampa avrebbe goduto di maggiore libertà di movimento. Ad oggi, invece, ci ritroviamo con il Tibet sigillato, off limits per stampa straniera e turisti; il divieto di accesso esteso a tutte le province limitrofe; e giorni fa è stato annunciato anche il divieto assoluto, da adesso fino a tutta la durata delle Olimpiadi, di trasmettere in diretta da Piazza Tienanamen.

Le autorità cinesi sono ormai di fronte a un bivio: impedire ai giornalisti occidentali di informare liberamente dalla Cina e dal Tibet, suscitando però nei propri confronti l'ostilità del mondo dei media; oppure, permettere ai giornalisti di fare il loro lavoro, sapendo però di fornire occasioni di visibilità al dissenso interno. Accantonata l'"operazione simpatia", su cui prevale l'esigenza di soffocare qualsiasi voce che metta in discussione la sua autorità, Pechino sembra aver scelto una clamorosa marcia indietro rispetto agli impegni formali presi con il Comitato olimpico internazionale come condizioni per l'assegnazione dei Giochi.

Il governo cinese si prepara a controllare atleti, turisti e giornalisti con tutto l'apparato tecnologico di cui dispone, dalle microspie alla cyberpolizia per monitorare internet e le e-mail, e limitandone i movimenti. Contro il Dalai Lama e la sua «cricca» ha scatenato una guerra mediatica fatta non solo di censura, ma anche diffondendo in modo martellante, per mezzo delle tv governative, immagini – alcune persino false o di repertorio – volte a documentare unicamente le violenze commesse dai manifestanti tibetani contro la popolazione di etnia han, al fine di alimentare il nazionalismo e la xenofobia presso l'opinione pubblica cinese. Completando l'opera con le accuse di manipolazione rivolte ai media occidentali, ha già ottenuto i primi risultati, a giudicare dal risentimento contro i tibetani che emerge da forum on line e blogosfera.

E' un errore pensare – e un inganno far credere – che le Olimpiadi saranno un evento politicamente neutro, esclusivamente sportivo, che verrebbe "inquinato" dal boicottaggio occidentale. Innanzitutto, perché già al momento dell'assegnazione dei Giochi a Pechino si era consapevoli del valore simbolico e politico che questa scelta avrebbe comportato e dell'enorme opportunità che si stava regalando alla Cina per accreditarsi nel consesso delle nazioni civili. Bisognava pretendere, ma si può e si deve pretendere ancor di più oggi, che a questa apertura di credito, a questo "regalo", corrispondano progressi concreti, verificabili, da parte di Pechino nel rispetto dei diritti umani e della libertà di stampa.

Quanti in questi giorni ci ripetono che sarebbe sbagliato boicottare le Olimpiadi, perché non si mescolano sport e politica, e perché saranno comunque un momento di apertura della Cina al mondo, un'occasione per porre sotto i riflettori anche il tema dei diritti umani, o si sbagliano o mentono. Non riescono o non vogliono vedere che boicottaggi o no – ancor di più alla luce di quanto accaduto in Tibet – le Olimpiadi assumeranno comunque e inevitabilmente un connotato politico. Avrebbero un valore politico le eventuali assenze dei leader occidentali, ma l'avranno anche le loro presenze e la propaganda nazionalista di cui sarà permeato l'evento.

L'unica cosa che non possiamo impedire, dunque, è che attraverso le Olimpiadi passi un messaggio politico. Possiamo impedire, invece, che sia solo Pechino a trarre beneficio da quel messaggio. Se, come probabile, il governo cinese saprà mantenere il totale controllo mediatico dell'evento, riuscirà a orientare a proprio favore il segno politico dei Giochi, ricavandone prestigio internazionale e nascondendo sotto il tappeto i propri orrori; se, invece, qualcosa gli sfuggirà di mano, se i governi occidentali decideranno di assumere qualche iniziativa, o se le minoranze e i dissidenti riusciranno a esprimersi, allora il messaggio politico che uscirà non sarà del tutto favorevole al regime.

Emma Bonino e Wei Jingsheng, radicali spesso in disaccordo

da ilfoglio.it

Da quando è ministro Emma Bonino si è comportata come se Wei Jingsheng, il più autorevole tra i dissidenti cinesi e premio Sakharov, non fosse anche autorevole membro del Consiglio generale del Partito Radicale. Ha sistematicamente ignorato le sue parole sulla Cina.

Quando durante la visita di un'ampia delegazione governativa italiana in Cina, nel settembre del 2006, Prodi arrivò persino a garantire al governo cinese il suo appoggio alla richiesta di Pechino di revocare l'embargo europeo sulle armi, in vigore dal massacro di Piazza Tienanmen (quanto sciagurata fosse quella promessa ce ne rendiamo meglio conto oggi), la Bonino non fece e non disse nulla, difendendo anche in Parlamento, nei giorni successivi, la posizione espressa da Prodi sull'embargo.

Poche settimane dopo, proprio quel suo compagno di partito, Wei Jingsheng, durante la sessione del Consiglio Onu sui Diritti Umani a Ginevra (non proprio il solito convegno di dissidenti) si esprimeva senza mezzi termini contro ogni ipotesi di sospensione dell'embargo europeo sulle armi alla Cina: «La decisione da parte dell'Unione europea di togliere l'embargo avrebbe l'effetto di rafforzare la parte più intransigente ed autoritaria all'interno del Partito Comunista cinese, e di incoraggiarlo a continuare la pianificazione della guerra contro Taiwan; un conflitto, quello contro Taiwan destinato a coinvolgere gli Stati Uniti, ma anche la stessa Unione europea e destinato a destabilizzare il continente asiatico», avvertiva il dissidente.

Nel dicembre dello stesso anno - il 2006 - Jingsheng interveniva anche al Consiglio generale del Partito Radicale per letteralmente scongiurare i compagni radicali di fare tutto il possibile perché l'embargo non venisse revocato. Esortazione che la Bonino fece finta di non udire.

Oggi la crisi in Tibet vede Emma Bonino e Wei Jingsheng ancora una volta di opinioni diverse, sull'opportunità di minacciare il boicottaggio delle Olimpiadi di Pechino. La Bonino lo esclude a priori, nascondendosi dietro le parole del Dalai Lama, che per ovvie ragioni non potrebbe in ogni caso incitare al boicottaggio; mentre Jingsheng ritiene che quanto meno minacciare di boicottare i Giochi sia un valido strumento di pressione nei confronti di Pechino, proprio in ragione dell'alto valore propagandistico e politico che il regime ha attribuito all'evento. E ricordando, tra l'altro, che la promessa di progressi nel rispetto dei diritti umani, e di permettere maggiore libertà di movimento ai mezzi d'informazione, faceva parte del patto sottoscritto da Pechino con il Cio per l'assegnazione dei Giochi.

In un articolo per Global Viewpoint, tradotto e pubblicato in Italia dal Corriere della Sera, Wei Jingsheng definisce «inaccettabile» il fatto che il presidente del Comitato olimpico internazionale rifiuti di prendere posizione contro la repressione dei tibetani. Il Cio «ha il preciso dovere di agire», «dato che la promessa di migliorare la situazione dei diritti umani è stata una condizione per attribuire i giochi a Pechino». Dunque, conclude Jingsheng, «qualora il Cio e il resto della comunità mondiale non inducano ora Pechino a fermare la repressione e a garantire maggiormente i diritti umani, il boicottaggio dei giochi sarà ritenuto ampiamente giustificato».

Friday, March 21, 2008

Pechino spera di mettere il Dalai Lama fuori gioco

Altri 19 tibetani uccisi nella provincia di Gansu, stando a quanto riferisce il governo tibetano in esilio a Dharamsala, in India, per il quale il numero delle vittime della repressione sarebbe salito a 99 accertate. Ancora proteste anche nelle province di Sichuan e Qinghai, mentre continuano a giungere ulteriori conferme della militarizzazione del Tibet. Nella capitale sono arrivati almeno duecento camion e seimila soldati. Ma altre migliaia si stanno dirigendo verso la regione attraverso i valichi montuosi della Cina occidentale. Il governo di Pechino è pronto ad effettuare ulteriori rastrellamenti nelle aree della rivolta.

Qualche capitale europea comincia ad alzare la voce. All'indomani dell'espulsione dal Tibet degli ultimi due giornalisti stranieri ancora presenti, i tedeschi Georg Blume e Kristin Kupfe, la Germania ha chiesto a Pechino di riaprire le porte della regione ai giornalisti occidentali: «Il governo tedesco dice chiaramente ai cinesi: restate aperti, vogliamo sapere esattamente cosa sta accadendo in Tibet», ha affermato il ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier. Tanto, ha spiegato al settimanale Bild, un gran numero di giornalisti arriveranno per i Giochi e «sotto il tappeto non si può nascondere nulla».

Stessa richiesta, «riaprire senza indugio il Tibet agli stranieri» e in particolare ai giornalisti, è stata avanzata dalla Francia: «Ciò che ci preoccupa è sapere cosa sta accadendo in Tibet», ha dichiarato un portavoce del Ministero degli Esteri francese, che non si è espresso, invece, sull'ipotesi di un'inchiesta indipendente internazionale, invocata dal Dalai Lama e appoggiata dalla democratica americana Nancy Pelosi. Boicottaggio no, inchiesta sì, è la posizione della speaker della Camera dei Rappresentanti Usa: «Se non abbiamo il coraggio di denunciare quanto facendo la Cina, allora non avremmo più l'autorità morale di denunciare altre violazioni di diritti umani nel resto del mondo».

Sta cambiando anche l'atteggiamento dell'India. E' ripresa, infatti, nonostante sconsigliata dallo stesso Dalai Lama, la marcia nonviolenta degli esuli tibetani che da Dharamsala erano intenzionati a varcare il confine con la Cina per penetrare in Tibet. Sarà perché ispirata alle marce di Gandhi, o perché gli occhi del mondo sono puntati anche su questa marcia, ma nel Punjab le autorità indiane non si sono opposte come nei primi giorni e i dimostranti ricevono la solidarietà della popolazione.

Pechino ha reagito bruscamente sia alle pur caute parole di Papa Benedetto XVI («Nessuna tolleranza coi criminali che devono essere puniti severamente»), sia allo stesso Brown, riguardo l'annunciata intenzione di incontrare il Dalai Lama: la Cina è «seriamente preoccupata» e ricorda che il Dalai Lama è «un rifugiato politico coinvolto in attività secessionistiche contro la Cina sotto la copertura della religione». Naturalmente il Dalai Lama tenta di sfruttare il minimo spiraglio, e ha ribadito anche questa mattina di essere disposto a incontrare le autorità cinesi, compreso il presidente Hu Jintao.

Ma ormai è chiaro che il premier cinese Wen Jiabao, nel colloquio telefonico di qualche giorno fa con il premier britannico Gordon Brown, non ha fatto altro che ripetere le condizioni che la Cina ha sempre posto al Dalai Lama. Il punto è che secondo i cinesi il Dalai Lama non soddisfa ancora quelle condizioni, mentre è noto che le ha accettate pubblicamente da anni, e lo ripete ad ogni occasione utile, senza che Pechino mantenga mai fede alla parola data. Infatti, a chi gli faceva notare che la massima autorità spirituale tibetana ha ribadito più volte il suo doppio no – alla violenza e all'indipendenza – il portavoce del Ministero degli Esteri cinese ha replicato: «Le sue azioni dimostrano che non è sincero».

Da anni la Cina finge di non credergli, perché in realtà non alcuna intenzione di dialogare con il Dalai Lama, legittimandolo, mentre il tempo gioca a suo sfavore: alla sua morte nessun successore potrà godere dello stesso prestigio, sempre che Pechino non riesca a sostituirlo con un monaco di sua fiducia o che il popolo tibetano nel frattempo non sia già quasi scomparso dal punto di vista demografico e culturale. Al momento non c'è alcuna possibilità che venga annunciato un incontro tra le autorità cinesi e il Dalai Lama, contro cui Pechino ha invece avviato una vera e propria campagna di demonizzazione. A maggior ragione adesso, perché il regime apparirebbe debole agli occhi dei tibetani, dimostrando che le rivolte violente della scorsa settimana hanno avuto effetto.

La Cina non farà mai questo "regalo" al Dalai Lama, proprio adesso che è in crisi la sua immagine di leader, non solo spirituale ma anche politico: è attaccabile da Pechino per le aggressioni dei ribelli tibetani contro i cinesi han; e contestato sul fronte interno, dove soprattutto tra i giovani si diffonde lo scetticismo per il suo approccio moderato e l'obiettivo di una semplice autonomia.

Tra le cose che il Dalai Lama chiede non c'è solo di non boicottare le Olimpiadi e di non isolare la Cina, ma anche di essere ricevuto dai governi occidentali. Il nostro non l'ha fatto e i ministri che oggi pendono dalle sue labbra non mossero un dito. Ma in questo momento il Dalai Lama ha disperato bisogno di una vittoria politica, anche minima, per dimostrare alla sua gente che la sua politica è ancora in grado di produrre qualche risultato. I governi occidentali dovrebbero sostenerlo, altrimenti per la Cina sarebbe facile metterlo fuori gioco.

Le Olimpiadi sono già un evento politico, per Pechino

Oggi sui giornali si dà massima evidenza alla conferma che Bush sarà presente alle Olimpiadi di Pechino, nonostante tutto. Male, grave e sorprendente errore da parte del presidente Usa garantire a Pechino la sua presenza già oggi, a fronte della repressione in corso in Tibet, contraddicendo gli elementi base della sua dottrina di sicurezza. Ma è strano che per alcuni giornali, se parla Bush, allora «abbandona» i tibetani, se invece sono l'Unione europea, Veltroni, Fini, D'Alema e la Bonino ad escludere ogni boicottaggio, allora semplicemente si attengono alla posizione del Dalai Lama.

Ieri la presidenza dell'Unione europea ha diffuso un comunicato in cui si motiva in modo davvero bizzarro il no al boicottaggio: «Le Olimpiadi moderne sono state spesso usate, e a volte abusate, da politici e da regimi politici per promuovere vari obiettivi di Stato, economici e politici». Ma come, la Cina non si sta forse accingendo a trasformare i Giochi in un'immensa operazione (forse la più grande nella storia dell'umanità) di propaganda politica di stampo nazionalista, il simbolo della sua potenza e ed egemonia regionale?

Non si può negare che la stessa decisione del Cio di assegnare i Giochi a Pechino sia stata una decisione di natura politica. Tra l'altro, non solo in Tibet, ma per la stessa organizzazione dell'evento, la Cina ha violato le norme del contratto firmato con il Cio per ottenere l'assegnazione e le disposizioni della Carta olimpica per quanto riguarda «promozione di una società pacifica e difesa della dignità umana». Vedremo se potrà di più il panico che si sta scatenando tra i 12 grandi sponsor che hanno sborsato una media di 100 milioni di dollari a testa per finanziare i Giochi e che oggi temono un danno d'immagine se i Giochi dovessero svolgersi sotto l'ombra dei massacri.

A sostenere le ragioni del boicottaggio, quanto meno del non escludere prima del tempo questa opzione, è Bernard-Henri Levy:
«Le Olimpiadi, ci dicevano, avranno l'effetto di aprire automaticamente la Cina al mondo e, quindi, alla democrazia. I cinesi, ci dicevano, sapendo che saranno osservati come non lo sono mai stati, desidereranno offrire un'immagine decente di se stessi e del loro regime. La verità obbliga a dire che, per il momento, si è verificato esattamente il contrario».
Dopo un lungo elenco di ciò che sta accadendo, non solo in Tibet, conclude che «o l'effetto "ripulitura di facciata" non ha avuto conseguenze, oppure ha intensificato, al contrario, le violazioni dei diritti umani». A tutto ciò si aggiunge «la repressione più brutale che la regione "autonoma" abbia conosciuto da quella di 18 anni fa, subito dopo Tienanmen».
«Avvertiti della nostra pusillanimità durante i massacri in Darfur e le violenze in Birmania, i cinesi hanno capito, o creduto di capire, che noi non ci saremmo dati maggiormente da fare se avessero messo il Tibet a ferro e a fuoco. Di fronte a tale cinismo, insisto nel pensare che sia ancora possibile tenere il linguaggio della fermezza, che secondo i cinesi non osiamo articolare perché siamo troppo vigliacchi o dipendenti da loro. Non è troppo tardi per utilizzare l'arma dei Giochi ed esigere da loro, almeno, che smettano di uccidere e applichino alla lettera la Costituzione sull'autonomia regionale tibetana. Non si mescolano sport e politica? Non si priva il mondo di un grande divertimento come le Olimpiadi? D'accordo, amici sportivi. Ma non invertiamo i ruoli. Sono i cinesi a rovinare la festa. Sono loro che disprezzano i principi dei Giochi olimpici... È ancora possibile salvare sport, onore e vite umane. È ancora possibile, rischiando, come ha appena fatto Barack Obama, evocare la possibilità, semplicemente la possibilità, del boicottaggio, e dire sì all'ideale olimpico e dire no ai Giochi della vergogna».

La faccia tosta di D'Alema

Da Il Foglio:

Al direttore - Ci vuole la faccia tosta di D'Alema per chiedere alla Cina di dialogare con il Dalai Lama quando neanche lui ci ha voluto dialogare, evitando accuratamente di incrociarlo durante la sua visita in Italia dello scorso dicembre. Oggi, nel bel mezzo della campagna elettorale, sentiamo D'Alema avvertirci che la difesa dei diritti umani comporta anche "in qualche caso scelte coraggiose e rinunce", perché è un "tratto irrinunciabile della politica estera italiana". Adesso scoprono che la legittimazione del Dalai Lama è importante, ma D'Alema e i ministri che oggi si mobilitano non fecero nulla perché il Dalai Lama fosse incontrato dal governo. E Vernetti è l'unico cui va dato atto di riconoscere l'errore: fu "un'opportunità" perduta non incontrare il Dalai Lama quando venne a Roma. "Hanno prevalso ragioni di Stato", ammette, mentre allora si disse addirittura che il leader tibetano non aveva chiesto incontri o che Prodi e D'Alema avevano improrogabili impegni. La realtà è che il governo italiano, tra quelli europei, ha avuto una delle politiche più servili e appiattite, proprio sui diritti umani, nei confronti della Cina, arrivando persino a promettere il suo appoggio per la revoca dell'embargo europeo sulle armi. Che occorra un'altra politica, che veda unita l'intera Ue, è ormai indubbio, ma i ministri di questo governo hanno perso ogni credibilità per poterci venire a dire, oggi, quali forme di pressione su Pechino siano appropriate e quali no, e per esserne addirittura interpreti.

E a proposito, vi siete chiesti come mai nei giorni scorsi a ricevere l'ambasciatore cinese in Italia, e a riferire sulla crisi in Tibet davanti alle Commissioni Esteri di Camera e Senato, non sia andato D'Alema. Temeva forse di "bruciarsi" la reputazione a Pechino?

Il Dalai Lama come alibi

Da il Riformista:

Caro direttore, fa bene a porre la questione della legittimazione politica del Dalai Lama, la cui posizione ragionevole per l'autonomia del Tibet è l'unica che può portare al successo la causa tibetana. Peccato che il nostro governo non l'abbia capito, lo scorso dicembre, quando il Dalai Lama venne a Roma ma Prodi e D'Alema lo evitarono accuratamente e nessuno degli altri ministri disse una parola perché invece lo incontrassero. Oggi solo Vernetti ammette l'errore e racconta che a prevalere furono "ragioni di Stato", mentre allora si accamparono improbabili scuse. Quale credibilità hanno quei ministri per poterci venire a dire, oggi, quali sono le forme di pressione appropriate su Pechino e per esserne addirittura interpreti? Non so se il boicottaggio delle Olimpiadi sia realistico ed efficace. Forse no, ma a chi lo esclude a priori chiedo di non celarsi dietro le parole del Dalai Lama, che per ovvie ragioni non potrebbe in ogni caso chiederlo, e di dirci quali sono, in concreto, gli altri strumenti di pressione di cui disporremmo. In concreto, se il governo cinese rispedisce al mittente le ragionevoli richieste avanzate in queste ore, cosa rischia in termini politici? Se comunque non siamo disposti, come Unione europea, ad arrecargli un danno politico, vuol dire che stiamo prendendo in giro noi stessi e i tibetani.

Tra l'altro, tra le cose che il Dalai Lama chiede non c'è solo di non boicottare le Olimpiadi e di non isolare la Cina, ma anche di essere ricevuto dai governi. E il governo di cui i radicali, ed Emma Bonino, facevano parte, non l'ha ricevuto. Ma non li ho sentiti protestare.

Thursday, March 20, 2008

Alitalia, delirio elettoral-clientelare

Non mi piace passare da "indignato speciale", ma credo che ormai sulla vicenda Alitalia la politica italiana abbia toccato il fondo. Quella che sembra una svendita di Alitalia ad Air France - ed effettivamente lo è - poteva essere evitata se i gioverni che si sono succeduti dal 1997 ad oggi avessero preso dieci anni fa la decisione che già allora appariva inevitabile. Lo scandalo vero è che i politici non vogliono capire, o fingono di non capire, che trascinando la situazione fanno il gioco degli acquirenti, perché intanto il valore della compagnia crolla e, quando molto presto non sarà più in grado di assicurare i voli, verrà regalata a prezzi ancor più stracciati o fallirà.

Il peggio di sé, in questo momento, lo dà Berlusconi, al quale sarebbe bastato tacere per non trovarsi a gestire la patata bollente dopo le elezioni. Invece no, è pronto a mandare tutto all'aria (o così sembra) lanciando per pura propaganda elettorale quello che mi sembra palesemente uno dei tanti bluff di questi ultimi anni. Una fantomatica cordata costituita da soggetti affidabili (!) come Toto di AirOne, Banca Intesa (ma Passera ha già smentito: «Nulla sul tavolo»), Ligresti, e i figli dello stesso Berlusconi.

C'è da rimanere allibiti: Berlusconi sbatte le porte in faccia ad Air France, che sarebbe certamente in grado di rilanciare Alitalia, anche se oggi viene svenduta, e si fa promotore di una cordata italiota di cui farebbero parte i suoi figli! E già dal Wall Street Journal al Guardian siamo i zimbelli d'Europa.

L'alternativa è tra svendere ad Air France e svendere a una cordata di amici (e figli!) dei politici. Sempre di svendita si tratterebbe, perché il valore della compagnia è quello che è, e Spinetta, seppure con l'arroganza tipica dei francesi, ci ha detto la verità. L'unica differenza è che nel primo caso Alitalia sarebbe inserita nel primo gruppo al mondo con possibilità di sviluppo e prestigio internazionale; nel secondo, gli acquirenti non sarebbero comunque in grado di far competere Alitalia con altri grandi gruppi, ma solo di mantenere un monopolio sulle rotte interne, una beffa per gli utenti. L'esperienza dei "coraggiosi" l'abbiamo provata con D'Alema e oggi Berlusconi ce la ripropone in versione addirittura familista.

Alitalia è costata a ciascun italiano (neonato compreso) 270 euro. Praticamente ciascuno di noi avrebbe diritto a un volo gratis. Peccato però che a fronte dell'aiuto statale per sopravvivere, il prezzo dei voli Alitalia è praticamente off limits per la stragrande maggioranza degli italiani, ai quali dunque dell'italianità e della sopravvivenza della compagnia non frega proprio nulla. Possibile che posizioni così assurde vengano prese per qualche migliaio di dipendenti? No: qui semplicemente siamo al delirio elettoral-clientelare.

Tra Fini e Tremonti, tra Maroni e Formigoni (secondo i quali Alitalia dovrebbe rimanere inchiodata a Malpensa perché tanto le perdite le pagano i contribuenti mentre le loro clientele se la godono), si prepara un governo tutt'altro che liberale e riformatore. E c'è un limite anche alla logica del "meno peggio".

Tremonti come il giovane Anakin

Al libro anti-mercatista di Tremonti, "La paura e la speranza", ha risposto anche Carlo Stagnaro (IBL), con un articolo pubblicato martedì su Il Foglio, contenente anche una piccola punta di ironia niente male sul finale. Spiega che «il maggior limite del suo ragionamento sta nella convinzione che la globalizzazione sia un esperimento di ingegneria sociale, come il comunismo», mentre «il mercato, in quanto istituzione, non può essere programmato»; e che piuttosto «i presunti guasti della mondializzazione dell'economia sono sovente riconducibili all'interventismo pubblico, in assenza del quale i danni potrebbero essere inferiori».

In effetti, come abbiamo avuto modo di osservare, i beni globalizzati sono proprio quelli oggi acquistabili a prezzi generalmente ridotti rispetto a qualche anno fa. Abbigliamento ed elettronica, per esempio. Per questo oggi non soprende una i membri di una famiglia che fatica ad arrivare alla fine del mese, quindi ritenuta povera dalle statistiche, possiedano un telefonino. I beni non globalizzati ma protetti invece (guarda un po', quelli alimentari, i più colpevoli del caro-vita lamentato da Tremonti), risentono di un fenomeno inflattivo, certamente dovuto anche, ma non solo, all'emersione dalla povertà di parti importanti di Terzo mondo, che consumano di più e fanno crescere la domanda di materie prime fondamentali come petrolio e grano. Ma perché non apriamo ai prodotti agricoli e alimentari dei Paesi in via di sviluppo?

In realtà, osserva Stagnaro, «l'enfasi di Tremonti sulla necessità di un ritorno allo Stato nega l'orizzonte delle scelte individuali, perché sostituisce l'arbitrio della politica alla libertà del singolo di votare coi piedi e coi soldi».

Poi c'è tutta la parte del libro in cui Tremonti parla di valori e di identità giudaico-cristiana. «Per uscire dal "lato oscuro della globalizzazione" l'ex ministro propone una iniezione di valori, come se la ricchezza ci avesse prosciugato l'anima». Stagnaro si chiede se sia proprio così e fa notare che «il luogo-simbolo della globalizzazione, l'America ricca e consumista, è anche il paese dove il senso religioso è più diffuso, la famiglia è qualcosa di più della reversibilità della pensione, si continuano a fare figli e il valore delle donazioni spontanee raggiunge la mostruosa cifra del 3,5 per cento del reddito. Donazioni, per inciso, attribuibili soprattutto ai molto ricchi e ai molto poveri, non a quel ceto medio spaventato e welfarista a cui si rivolge Tremonti. Su un piano più concreto, Tremonti affianca proposte di grande buonsenso – come la deregulation nell'Ue – a questioni di dubbia efficacia, come la riproposizione del protezionismo (che è una tassa implicita)».

Come già Mingardi su il Riformista, anche Stagnaro coglie l'approccio culturale e lo stato d'animo di Tremonti: la paura, dalla quale è difficile che nasca la speranza: «L'incertezza sul futuro, che è la condizione umana, non dovrebbe portare al panico, perché difficilmente da lì può sorgere la speranza. Come dice Yoda in Guerre Stellari, "la paura è la via che porta al lato oscuro"». Ci vuole ogni tanto un po' di sano... umorismo (?).

Ormai, chissà, forse... solo pernacchie vi meritate

Tra coloro che hanno aderito alla manifestazione di ieri per il Tibet c'era anche il regista Marco Bellocchio, che come tutti i comunisti sul finire degli anni '60 subì l'infatuazione per la Cina maoista. Ebbene, il Riformista lo ha intervistato e ha fatto bene, perché ne esce l'immagine perfetta dell'intellettuale italiano da spernacchiare. Gente che dovrebbe tacere per senso del ridicolo (suo).

Bellocchio riesce a dire che la Cina «non perde occasione per mostrarci quello che ormai è diventato il suo vero volto». Ormai? Cioè, c'è stato un momento in cui il volto è stato diverso da quello mostrato in Tibet? Ma no, è che ormai è «una grande potenza capitalista mondiale che schiaccia chiunque si ribelli alle "sue" regole. Di comunista e maoista, in quella grande terra, non è rimasto più nulla». Come dire che non è il Bellocchio degli anni '60 e '70 ad averci visto male, ma loro, i cinesi, ad aver tradito comunismo e maoismo. E oggi a schiacciare i ribelli non è un regime comunista ma una «potenza capitalista». Bel coraggio... Ma non è finita qui.

«Chissà, forse era una nazione "chiusa" già all'epoca». Chissà, forse? «L'autocritica mia e di gran parte della sinistra italiana andava fatta molto prima». Già, forse... «La nostra infatuazione per Pechino è sempre stata virtuale». Già, forse. E qui ci scappa la pernacchia: d'altronde, ammette, «io in Cina non ci sono mai stato».

Pechino spegne l'ottimismo del Corriere

Si infrange impietosamente l'ottimismo del Corriere della Sera e del suo corrispondente, Fabio Cavalera, unici oggi tra giornali e inviati a vedere un'apertura nello scambio telefonico tra il premier britannico Brown e quello cinese Jiabao. «La Cina avverte: "Colloqui a due condizioni"», è il titolo al pezzo, in cui si legge del colloquio telefonico effettivamente avvenuto tra Wen Jiabao d Gordon, riferito ai Comuni nel question time di ieri e nel quale il premier cinese si sarebbe dichiarato «pronto ad avviare colloqui con il Dalai Lama a due condizioni: che dica no alla violenza in Tibet e no all'indipendenza».

Può darsi che Wen abbia pronunciato queste parole al telefono con Brown, e questi le abbia riportate per cercare di impegnare il suo interlocutore a dargli seguito, ma se non confermate anche in pubblico sono parole il cui valore è prossimo allo zero.

E infatti questa mattina dal Ministero degli Esteri cinese arriva la precisazione: «Alcune notizie non sono molto precise». Jiabao ha solo ribadito la «disponibilità al dialogo» alle «condizioni da sempre poste dalla Cina» al Dalai Lama (che in teoria da anni sono state da lui accettate senza che iniziassero mai dei colloqui). Riguardo l'annunciata intenzione di Brown di incontrare il Dalai Lama, la Cina è «seriamente preoccupata» e ricorda che il Dalai Lama è «un rifugiato politico coinvolto in attività secessionistiche contro la Cina sotto la copertura della religione».

Naturalmente il Dalai Lama tenta di sfruttare il minimo spiraglio, e ha ribadito anche questa mattina di essere disposto a incontrare le autorità cinesi, compreso il presidente Hu Jintao.

Intanto, sono stati cacciati anche gli ultimi due giornalisti stranieri ancora presenti in Tibet, i corrispondenti tedeschi Blume e Kupfer. E, mentre a Lhasa la situazione sembra ormai normalizzata (non in altre province, dove piccole ma singnificative rivolte proseguono - come questa in cui è stata issata la bandiera tibetana su un edificio pubblico), la morsa militare si stringe intorno al Tibet: il governo cinese ha inviato centinaia di camion e migliaia di soldati in assetto di guerra, secondo quanti riferiscono fonti locali, media e ong dei diritti umani.

Un reporter della Bbc ha riferito di convogli di oltre 100 veicoli che si stanno dirigendo verso il Tibet attraverso i valichi montuosi della Cina occidentale. «Negli ultimi due giorni ho visto un numero crescente di militari diretti verso il confine tibetano, ma stavolta si tratta di un dispiegamento ancora più consistente. Sembra proprio che la Cina abbia deciso di aumentare sensibilmente la sua presenza militare in Tibet». Facile immaginare che vi rimarranno fino ad agosto e la nostra impressione è che l'esercito cinese stia formando un vero e proprio cordone sanitario intorno al Tibet.

Dopo la prima ondata di repressione, per porre fine alle rivolte a Lhasa e nelle altre province, seguirà insomma una seconda ondata, più lunga - forse mesi - lenta e intensa, più meticolosa e sistematica ma molto meno vistosa, mentre la regione è sigillata, off limits per gli stranieri, turisti o giornalisti.

Alla manifestazione, senza illuderci né dimenticare

Da Ideazione.com

Probabilmente quanto doveva accadere in Tibet è già accaduto da un bel pezzo. Facile per Pechino soddisfare gli appelli a porre fine alla repressione, ora che non c'è più niente da reprimere. Il più è fatto e si ha il sospetto che l'ultimatum fosse poco più che un inganno per i tibetani e un diversivo per l'Occidente. Mentre tutti aspettavano la mezzanotte di lunedì (le 17 in Italia), il grosso delle retate si scatenava già tra sabato e domenica, come qualche immagine ha documentato. A meno di una settimana dall'inizio delle proteste, Pechino è già riuscita a rimettere sotto il suo tallone la testa dei tibetani, per di più al riparo da occhi indiscreti, assestando un colpo micidiale alla resistenza interna, che probabilmente non riuscirà a riorganizzarsi nei mesi, se non negli anni a venire. Segno che la lezione birmana i cinesi l'hanno imparata in fretta, mentre l'Occidente l'ha volutamente ignorata.

Le uniche immagini trapelate sono quelle pubblicate lunedì dal sito Phayul.com, e successivamente anche da altri. Si vedono cadaveri con fori di proiettili, anche alla nuca. Nel segno della nonviolenza, il Dalai Lama invita di nuovo Pechino al dialogo, nonostante lo accusino di aver organizzato gli scontri e lo insultino definendolo «un lupo sotto le spoglie di un monaco», e nonostante la Cina gli abbia dichiarato una vera e propria guerra: «Conduciamo una lotta senza quartiere contro la cricca del Dalai Lama», ha affermato il numero due del Parito comunista tibetano, Zhang Qingli. Tra manifestazioni, appelli, dichiarazioni, è bene che non ci si faccia illusioni o si dimentichino alcune cose.

Non sappiamo se il boicottaggio delle Olimpiadi sia realistico ed efficace, ma vorremmo sapere dai politici che lo escludono a priori quali sono, in concreto, gli altri strumenti di pressione di cui si dispone. Non si nascondano dietro la veste del Dalai Lama, che per evidenti ragioni di opportunità politica non potrebbe comunque incitare al boicottaggio delle Olimpiadi, ma magari si aspetta qualche gesto da parte dell'Occidente. Esigere che il regime cinese ponga fine alla repressione; che avvi un dialogo con il Dalai Lama sulle basi dell'autonomia e dei diritti del popolo e della cultura tibetana, quindi escludendo ogni minaccia alla sovranità e integrità territoriale della Cina; che apra le porte a una missione internazionale (Ue e Onu); che conceda libertà di circolazione ai media. Sono tutte richieste sacrosante, concrete, ragionevoli. E' davvero il minimo che possiamo pretendere da Pechino, ma sarebbe già molto.

Manca però la minaccia di una sanzione che ci renda credibili, che dimostri che facciamo sul serio. In concreto, se il governo cinese rispedisce al mittente queste proposte minime e ragionevoli, cosa rischia in termini politici? Sarebbe opportuno che i politici rispondessero a questa domanda, perché solo dalla risposta si può capire se ci stiamo prendendo in giro da soli, oppure se davvero c'è almeno la volontà di agire. Si è detto, per esempio, che lo sport non dovrebbe venire coinvolto da ciò che spetta alla politica risolvere. Giusto, ma allora perché ad agosto capi di Stato e di governo non se ne restano a casa, non accompagnando le federazioni sportive alle Olimpiadi? La loro presenza non sarebbe anche quella politica che invade lo sport? Non sarebbe di fatto una legittimazione politica alle politiche repressive di Pechino?

Ma il mondo dello sport non può neanche pensare di vivere in un altro pianeta. Ciò che accade in Cina riguarda eccome anche gli atleti e lo spirito stesso dello sport. E il rischio, sentendo i toni dimessi di questi giorni, è che, consapevoli o inconsapevoli, gli atleti, le federazioni e i governi occidentali si rendano strumenti di un'immensa operazione di propaganda nazionalista orchestrata dal regime cinese. Si può svolgere serenamente una competizione sportiva in uno stadio mentre tutto intorno la dignità umana viene calpestata? I Giochi, si dice, sono una grandissima occasione proprio per mettere al centro dell'attenzione mondiale il tema dei diritti umani in Cina e quindi anche del Tibet. Ecco, qui esprimiamo la certezza, purtroppo, che ad agosto tutti se ne saranno scordati e l'evento filerà via liscio secondo quanto programmato dalle autorità cinesi (anche perché non volerà una mosca in tutto il Paese), tutti con il naso all'insù ad ammirare le spettacolari coreografie o le prodezze degli atleti.

Né possiamo dimenticare che in questi due anni molti politici hanno perso ogni credibilità per poterci venire a dire, oggi, quali siano le forme di pressione appropriate su Pechino e per esserne addirittura interpreti. Prodi e D'Alema, che hanno evitato con cura di incontrare il Dalai Lama, ad esempio; e tutti i ministri della missione in Cina del 2006, silenti mentre Prodi assicurava a Pechino il proprio appoggio per la revoca dell'embargo europeo sulle armi. Chi al governo è stato artefice o complice passivo di questa miope politica ammetta di aver sbagliato o taccia.

Prendiamo atto, infine, che l'Onu è inutile, se non dannosa; e che, boicottaggio o no, bisogna rivedere nel suo complesso la nostra politica cinese. E' fallito un certo modo di intendere la strategia dell'engagement. Qui nessuno pensa di mettere in discussione l'apertura commerciale e i rapporti economici con la Cina. Sarebbero loro a isolarci, non noi a isolare loro. Libero commercio e sviluppo economico restano fattori e presupposti di cambiamenti politici, progressi nei diritti umani e rapporti pacifici tra le nazioni. Ma il caso cinese dimostra che non è sufficiente restare a guardare, come se gli sviluppi desiderati fossero automatici e inevitabili. Non è l'istanza moralistica dell'ingenuo idealista, ma puro realismo politico, perché del nazionalismo cinese oggi sono vittime i tibetani, ma un giorno potremmo esserne vittime anche noi.

Tuesday, March 18, 2008

L'ipocrisia di Ue e Usa, che restano a guardare

Sono palpabili l'imbarazzo e l'incertezza nelle reazioni dei governi occidentali alla violenta repressione dell'esercito cinese in corso nel Tibet, che ha già provocato decine di morti. Non solo si ha la netta percezione di un deficit strategico, dell'assenza di una visione politica di fondo nei confronti della Cina – tranne, naturalmente, che per l'apertura dal punto di vista economico e commerciale – ma sembrano non avere neanche la minima idea del tipo di pressioni più efficaci da esercitare in questi giorni, per tentare di salvare la vita a migliaia di tibetani. Gli europei si limitano a esprimere «preoccupazione» e a chiedere «moderazione», escludono il boicottaggio delle Olimpiadi definendola una risposta «inadeguata», ma si guardano bene dall'indicare altre azioni politiche e diplomatiche da intraprendere nei confronti di Pechino. Non sanno cosa fare oltre a produrre comunicati.

La presidenza di turno slovena ha espresso «preoccupazione», chiesto «chiarimenti», esortato «tutte le parti alla moderazione» e a rinunciare alla violenza. In particolare, ha invitato le autorità cinesi a «rispondere alle dimostrazioni in accordo con i principi democratici internazionalmente riconosciuti». «L'Ue – si legge nella nota – sostiene fermamente la riconciliazione pacifica tra le autorità cinesi e il Dalai Lama» e «incoraggia entrambe le parti» a trovare una «soluzione accettabile a tutti che rispetti pienamente la cultura, la religione, l'identità tibetana».

Preoccupazione e moderazione anche nelle parole usate dalla Commissione Ue, che attraverso un portavoce esclude ogni ipotesi di boicottaggio delle Olimpiadi, perché non sarebbe una risposta «appropriata». Il problema dei diritti e della cultura dei tibetani «dovrà essere affrontato in un altro modo». Quale sia non è dato sapere. Anche il ministro degli Esteri D'Alema spiegava che la proposta di boicottare le Olimpiadi creerebbe solo «confusione», ma di iniziative più lineari e meno confuse non si vede nemmeno l'ombra, né da parte europea né italiana. I governi occidentali sanno benissimo solo cosa non possono permettersi di fare e minacciare.

Silenzio assordante da parte della Chiesa cattolica. Papa Ratzinger, nell'Angelus della Domenica delle Palme, ha del tutto ignorato i tragici eventi in Tibet, ritenendo forse più importante qualche ordinazione vescovile condivisa con Pechino. Evidentemente la vita e i diritti umani dei tibetani non ricadono tra i «valori non negoziabili» e la sola libertà religiosa che conta è quella dei cattolici.

E' stato detto che il Papa «non ha fonti dirette di informazione, non ha un nunzio o una comunità che viva lì da cui avere notizie e chiarimenti per eventuali appelli pubblici», ma è ridicolo. Autorevoli agenzie come Asianews e Misna documentano da giorni cosa sta accadendo in Tibet e il Papa dovrebbe fidarsi almeno dei suoi giornalisti.

Da parte americana si sottolinea che la Cina «deve rispettare la cultura tibetana, il carattere multi-etnico della sua società» e si ricorda che secondo il presidente Bush il governo cinese «deve dialogare con il Dalai Lama». Il segretario di Stato, Condoleezza Rice, ha rinnovato a Pechino la richiesta di coinvolgere l'autorità spirituale tibetana, preannunciando di voler affrontare la questione con il ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi. Proprio alla vigilia della repressione il Dipartimento di Stato toglieva la Cina dalla top ten dei peggiori violatori dei diritti umani. Un'apertura di credito mai così infelice e intempestiva.

Prevedibile, invece, il totale appoggio della Russia a Pechino, anche se sorprende l'asprezza dei toni usati. Mosca auspica che le autorità cinesi assumano «le misure necessarie per fermare le azioni illegali e garantire la normalizzazione» della situazione in quello che viene definito il «distretto autonomo» del Tibet e bolla come «inaccettabile» qualsiasi tentativo di politicizzare le Olimpiadi. Nel comunicato si ribadisce anche che per la Russia il Tibet è «parte inseparabile della Cina» e che «la soluzione dei rapporti con il Dalai Lama è un affare interno».

Mentre nel vicino Nepal, dove vivono oltre 20 mila tibetani, la polizia ha disperso violentemente, con cariche, bastoni, lacrimogeni e arresti, le manifestazioni pacifiche degli esuli, più complicata e di difficile definizione la posizione dell'altro gigante asiatico, l'India. Tradizionalmente ospitale con la diaspora, in funzione anti-cinese, da alcuni anni la maggiore interdipendenza con Pechino ha raffreddato l'iniziale simpatia nei confronti della causa tibetana. La polizia indiana ha arrestato, senza usare violenza, oltre cento manifestanti durante la marcia che da Dharamsala doveva raggiungere e varcare la frontiera con la Cina, penetrando in Tibet, proprio all'inizio dei Giochi olimpici. Le autorità indiane permettono agli esuli tibetani di svolgere manifestazioni ma non di lasciare il distretto di Kangra per intraprendere iniziative provocatorie nei confronti della Cina.

Ultimatum scaduto, silenzio dal Tibet sigillato

Da qualche ora, dalla mezzanotte in Cina (le 17 di ieri in Italia) è scaduto l'ultimatum lanciato dalle autorità cinesi ai ribelli tibetani per consegnarsi spontaneamente, ma al momento in cui scrivo dal Tibet giunge solo un inquietante silenzio.

A Lhasa, già molte ore prima della scadenza erano partite le retate casa per casa, e centinaia di giovani sono stati fatti sfilare, ammanettati, per le principali strade della città. Intanto, le proteste studentesche sono proseguite anche ieri nelle altre province del "Tibet storico", amputate dopo l'invasione militare del 1950 e incorporate in quelle cinesi di Qinghai, Gansu e Sichuan. A Ngaba sarebbero rimasti uccisi sotto i colpi della polizia tra i 15 e i 18 manifestanti. Persino a Pechino un piccolo gruppo di studenti tibetani ha dato vita a un breve sit-in di protesta.

Il regime cinese ha sigillato il Tibet. Staccate le linee dei telefoni sia fissi che mobili e inaccessibile internet, mentre in tutta la Cina sarebbe bloccato l'accesso a siti come YouTube, Cnn, Bbc e ad altri mezzi di informazione occidentali. Nessuno può più entrare in Tibet, sospesi tutti i permessi di ingresso, turistici e non. Un solo giornalista, dell'Economist, è ancora a Lhasa, l'unico con un permesso legale, rilasciato prima della rivolta, più volte fermato dalla polizia e invitato a partire, come racconta lui stesso, e privato ovviamente del suo materiale fotografico. Tutti gli altri sono stati fatti partire, così come i turisti.

Espulsi anche una quindicina di giornalisti di Hong Kong appartenenti a sei organi di informazione diversi tra televisioni, radio e carta stampata. Una decisione definita "inaccettabile" dall'associazione della stampa di Hong Kong, in aperto contrasto con le nuove norme del governo di Pechino che avrebbero dovuto consentire una più libera circolazione degli operatori dei media in vista dei Giochi olimpici. Anche agli staff di ong internazionali è stato ordinato di lasciare Lhasa entro lo scadere dell'ultimatum.

Nella giornata di ieri Pechino ha rifiutato categoricamente l'invio di osservatori internazionali in Tibet, ribadendo che i disordini nella regione autonoma «sono un affare completamente interno». Mentre il Parlamento tibetano in esilio parla addirittura di centinaia di vittime, e da Dharamsala giungono testimonianze di manifestanti «uccisi come cani», il governatore del Tibet e un portavoce del Ministero degli Esteri cinese continuano a ripetere che «non è stato sparato un solo proiettile». Eppure, nonostante il divieto di scattare fotografie e la censura del web, alcune raccapriccianti foto su internet mostrano chiaramente i fori di entrata dei proiettili su alcuni cadaveri.

Monday, March 17, 2008

Londra è il buon esempio, non Roma

Negli ultimi giorni Tremonti, in interviste e interventi pubblici, sta cercando di mitigare l'accento protezionista delle idee espresse nel suo ultimo libro, "La paura e la speranza". «Il mio - giura - è un libro sul mercato e per il mercato. Il problema che mi sono posto è quello di riportare il mercato in condizioni di equilibrio. Si tratta solo di proteggere la produzione europea con strumenti temporanei per combattere la concorrenza sleale e asimmetrica. E questo è perfettamente compatibile con i princìpi del liberalismo».

Che le misure a cui pensa siano temporanee, e la concorrenza che vuole combattere sia solo quella sleale, è un chiarimento rassicurante, seppure a nostro avviso la concorrenza sleale dall'Asia non va combattuta con dazi e quote, perché inefficaci, ma con pressioni politiche e regole chiare nella cornice del Wto, che a questo serve.

Rimangono però certi giudizi di fondo che ci allarmano, come quello secondo cui la globalizzazione sarebbe responsabile del «carovita». Oppure, quando Tremonti sostiene che «il vero scontro in realtà è fra Londra e Roma. Perché Londra rappresenta l'Europa come semplice area di libero scambio. È un'idea mercantile del Continente. Nella visione giudaico-cristiana domina viceversa l'idea politica dell'Europa».

Una contrapposizione tra l'Europa continentale, giudaico-cristiana, e quella anglosassone, definita «mercantile». Invece di prendere esempio dalla Gran Bretagna, che riesce ad agganciare e a vivere con successo la globalizzazione, ad essere competitiva, Tremonti la demonizza nel nome di quella parte di Europa (Francia, Germania e Italia) che invece è più in difficoltà, è lenta e appesantita dallo statalismo.

Ma in un libro ci sono anche un clima e dei riferimenti culturali e nel suo Tremonti, scrive Piero Ostellino, capovolge l'enciclica "Populorum progressio", nella quale Papa Paolo VI prediceva che «con la globalizzazione, i Paesi più poveri sarebbero diventati sempre più poveri e quelli ricchi sempre più ricchi. Questi si sarebbero appropriati delle loro materie prime, avrebbero chiuso i propri confini alle loro esportazioni di derrate alimentati. Le economie dei Paesi poveri sarebbero state colonizzate dalle multinazionali americane». Non è accaduto, e Tremonti scrive che invece accade il contrario, che «non sono più i Paesi poveri a fare le spese della globalizzazione, bensì quelli ricchi».

Secondo Ostellino, nel libro di Tremonti «riecheggia la caduta tendenziale del saggio di profitto (Karl Marx, ahi, ahi). La sua "speranza" sembra l'autarchica grandeur dell'Ancien Régime (Jean Baptiste Colbert, ministro delle Finanze di Luigi XIV, ahi, ahi). I rimedi a breve, nella convinzione che "a lungo saremo tutti morti", ripropongono il New Deal americano dopo la crisi del '29 John Maynard Keynes, ahi, ahi). Il richiamo ai valori della famiglia, dell'ordine, dell'identità, è la preghiera domenicale dell'Angelus (Papa Benedetto XVI, ahi, ahi). Ma che ne pensa il mondo imprenditoriale, dal quale, in ultima analisi, dipende la crescita del Paese? E' per la "distruzione creativa" del capitalismo, che accantona le aziende invecchiate per liberare capitali e farne nascere nuove; o è con Marx, Colbert, Keynes, col ministro dell'Economia del probabile prossimo governo che si dice (si dice) liberale?».

In un altro recente editoriale, Piero Ostellino affronta alla radice la cultura statalista che abita entrambi i partiti maggiori. In questa campagna elettorale PdL e Pd non stanno sottoponendo alla gente quello che anche a nostro avviso è il problema dei problemi: quello «del potere pubblico e dei suoi limiti». Certo, «non è un prodotto elettoralmente "commerciabile"». Ma il rischio è che gli italiani non saranno mai consapevoli della «differenza fra la società aperta e una chiusa».

Il paradosso, lo abbiamo scritto tante volte, è che espandendo le sue competenze e la spesa pubblica, lo Stato finisce col «non esserci dove dovrebbe esserci — garantire sicurezza, legalità, giustizia, istruzione — e ad esserci dove non deve, producendo illegalità, divieti, vincoli, sanzioni illegittime». Il pregiudizio che i due partiti maggiori, PdL e Pd, condividono è quello di «assegnare allo Stato una finalità etica (per esempio la giustizia sociale)», accrescendo così il potere della classe politica.
«Lo Stato liberale non è produttore di un'"etica pubblica", bensì di un quadro giuridico entro il quale gli individui sviluppano le loro potenzialità. L'economia di mercato dev'essere regolata dalla politica, ma non può essere piegata a un obiettivo "esterno" ai processi che ne presiedono la produzione di ricchezza. Che è neutrale. L'interventismo pubblico nell'economia di mercato è come l'intrusione della polizia nelle libertà politiche dei cittadini. Da noi la legislazione non fissa solo norme di condotta. Vuole modellare l'Uomo. Ma l'enorme produzione di leggi vanifica la certezza del diritto e paralizza la società. Pdl e Pd non capiscono che, per modernizzare il Paese, è vitale una radicale "semplificazione legislativa" che riduca la pletora di leggi vigenti».
Sotto sotto resiste il riflesso di una «mentalità totalitaria: regolamentare tutto affinché tutto sia proibito tranne ciò che è espressamente consentito». Ne consegue che rispettare le regole è praticamente impossibile, quindi si producono illegalità diffusa e falsi criminali, cittadini comuni che cercano, in qualche modo, di cavarsela. E con tutto ciò ha a che fare anche l il libro di Tremonti, con i richiami all'etica e ai valori tradizionali.

Alitalia, accettare l'offerta... al volo

Sorprende che Air France, nonostante l'insostenibile lunghezza dell'operazione, sia rimasta in corsa fino all'ultimo, perché Alitalia è un'azienda decotta, sull'orlo del fallimento. Politici e sindacalisti che cincischiano, cercano di mandarla per le lunghe, magari sperando in cuor loro di far saltare tutto, o ignorano quale sia la situazione o hanno da lucrarci politicamente qualcosa. In entrambi i casi non è un bel vedere. E' nostro interesse accettare al volo l'offerta franco-olandese, perché Alitalia di giorno in giorno perde valore e il prossimo governo rischia di poter solo portare i libri in Tribunale. Come stanno le cose lo scrive oggi Tito Boeri, su La Stampa.

«Alitalia ha distrutto negli ultimi 15 anni circa 15 miliardi di euro, poco meno di due volte le risorse mobilizzate dall'ultima manovra finanziaria. Si tratta di 270 euro per italiano, neonati compresi. E' un bene che qualcuno oggi voglia investire, di tasca propria, per il rilancio della compagnia ed Air France-Klm, una volta acquisito il controllo di Alitalia, avrà tutto l'interesse a rinnovare la flotta e a migliorare un servizio che sta, giorno per giorno, diventando sempre più scadente... l'unica alternativa possibile all'offerta di Air France-Klm è quella di rimettere le mani nelle tasche degli italiani. Chi vuole far fallire la trattativa si deve oggi prendere questa responsabilità: deve dire agli italiani che intende varare una manovra finanziaria per far sopravvivere l'italianità (o, meglio, la statalità) di Alitalia».

E questo pur sapendo che Alitalia in mano pubblica non potrà mai tornare ad essere autosufficiente.
«L'offerta Air France-Klm impegna non solo l'attuale governo, ma anche le principali forze dell'attuale opposizione. Si chiede a queste un impegno entro il 31 marzo. Comprensibile perché non si vuole che il prossimo governo metta i bastoni fra le ruote. Per certi aspetti questa vicenda ci darà la prova della coesione interna dei due principali schieramenti che oggi si presentano alla prova del voto. Sarà come un mini-test di governo. E' forse ancora più difficile fare i conti con la realtà per il sindacato quando ci sono tagli all'occupazione. Sono comunque meno di quelli paventati anche solo qualche giorno fa: si tratta di circa 1600 esuberi, meno del 15 per cento del personale di Az flight, quando l'unica vera alternativa alla cessione, è il fallimento della compagnia. Se si vogliono spendere bene i soldi dei contribuenti meglio utilizzarli per riformare davvero i nostri ammortizzatori sociali, offrire coperture non solo ai lavoratori coinvolti dagli esuberi Alitalia, ma anche alle centinaia di migliaia di lavoratori delle piccole imprese che in Italia perdono il lavoro ogni anno senza poter accedere a un'assicurazione contro la disoccupazione degna di questo nome solo perché non hanno santi in paradiso che perorino la loro causa».

Boicottaggio o no, rivedere la politica con la Cina

Da Ideazione.com

Alla mezzanotte di lunedì (le 17 in Italia) scadrà l’ultimatum lanciato dal governo cinese ai ribelli tibetani perché si consegnino spontaneamente. Le strade di Lhasa sono deserte, tranne che per i mezzi blindati e le migliaia di soldati dell’esercito cinese che ne controllano ogni angolo. Pechino vuole evitare il trascinarsi della situazione nei prossimi mesi, anche perché con l’avvicinarsi delle Olimpiadi diventerebbe sempre più costoso ricorrere all’uso della forza. Il regime è consapevole di rischiare i boicottaggi, e quindi il fallimento della straordinaria operazione di propaganda nazionalista che ha faticosamente messo in piedi. Tuttavia, è pronto a sopportare il sicuro danno d’immagine che deriverebbe da Olimpiadi celebrate all’ombra dei massacri. La repressione di ogni sfida aperta al suo potere vale qualsiasi brutta figura internazionale, è una necessità vitale per la sua stessa sopravvivenza. La minima debolezza infatti, aprirebbe lo spazio a rivendicazioni destabilizzanti. Il Partito comunista sa di non poter permettere che la sua autorità venga messa in discussione, né che nella società esistano autorità concorrenti. Soprattutto, sa di dover evitare ad ogni costo che la religione rappresenti una forma di contropotere.
CONTINUA

Sunday, March 16, 2008

Pechino sta vincendo la guerra delle immagini

Sembra che l'ultimatum minaccioso lanciato dalle autorità cinesi ai ribelli tibetani, di consegnarsi entro la mezzanotte di lunedì (le 17 in Italia), si spieghi con il fatto che alcune centinaia di monaci e studenti sono rimasti asserragliati in un quartiere centrale di Lhasa dopo gli scontri dei giorni scorsi. Truppe e mezzi blindati cinesi hanno circondato l'area e la capitale tibetana sembra deserta tranne che per i carri armati nelle strade del centro. Lo riferisce Marco Pannella a Radio Radicale, citando fonti locali. Nel frattempo, Emma Bonino ha contattato i principali governi europei per capire se sia possibile che la Nato punti i suoi satelliti su Lhasa per sapere in tempo reale cosa accade effettivamente. Pare però che solo gli americani siano in grado controllare con i satelliti ciò che accade a Lhasa.

Minacciare Pechino di divulgare le immagini satellitari della repressione, se davvero fosse tecnicamente possibile riprenderle, può costituire una convincente forma di pressione.

In effetti, ciò che distingue questa da altre recenti rivolte represse da regimi autoritari, come quella dei monaci buddisti birmani contro la giunta militare, è che la guerra delle immagini pare che la stia vincendo Pechino, che nonostante i molti e avanzati mezzi di comunicazione di oggi - internet e telefonini su tutti - sembra conservare abbastanza agevolmente il controllo mediatico della situazione, e saperlo usare a propri fini.

Nessuna scena degli scontri tra tibetani e forze di polizia cinesi è trapelata, né le reazioni di protesta all'estero hanno raggiunto l'opinione pubblica cinese. Bloccato l'accesso al sito YouTube.com, vietati i telefonini e staccate le linee telefoniche a Lhasa.

Le prime immagini delle violenze nella capitale tibetana sono quelle apparse sulla tv di Stato Cctv (fonte: Reuters). Brutali e selezionate con cura. Tibetani che assaltano, saccheggiano e incendiano negozi di proprietà dei cinesi han, qualche qualche pestaggio e scene di caccia all'uomo. Della degenerazione delle proteste in scontro etnico, a causa dell'esasperazione della popolazione tibetana per la decennale politica di cinesizzazione del Tibet e discriminazione, abbiamo già parlato.

L'intenzione di Pechino, mostrando solo le violenze dei tibetani e addossandone la responsabilità, con linguaggio stalinista, alla «cricca del Dalai Lama», è chiaramente quella di giustificare l'imminente e durissima azione repressiva. Scaduto l'ultimatum, infatti, sarà la volta non solo della rappresaglia nei confronti dei ribelli ancora asserragliati a Lhasa. Lo stesso minaccioso riferimento «a chiunque ospiti e nasconda i rivoltosi» prelude a un terrore più ampio e indiscriminato, d'altronde già sperimentato in passato: perquisizioni a tappeto, retate di massa, deportazioni, torture.

Mentre Papa Ratzinger, nell'Angelus della Domenica delle Palme, ha del tutto ignorato quanto sta accadendo in Tibet, evidentemente ritenendo più importante il flebile dialogo in corso con Pechino, questa mattina il Dalai Lama ha parlato lanciando due messaggi chiari. Primo: in Tibet è in atto «un genocidio culturale», ha denunciato invocando «un'inchiesta internazionale». I tibetani vivono in uno «stato di terrore», una «discriminazione sistematica», «nella propria terra sono trattati da cittadini di seconda classe». Secondo: è tornato a ripetere che «noi vogliamo autonomia, non separazione», riconoscendo così l'integrità della Cina e la sua sovranità sul Tibet. «Io voglio i Giochi, il popolo cinese deve sentirsi orgolioso. La Cina merita di ospitare le Olimpiadi», ha inoltre aggiunto bocciando l'ipotesi di un boicottaggio.

Il governo tibetano in esilio a Dharamsala, nel nord dell'India, conferma che «i morti sono almeno ottanta» e annuncia che i membri del Parlamento sarebbero intenzionati ad iniziare uno sciopero della fame. Intanto, la protesta continua a estendersi. Nella provincia cinese dello Sichuan migliaia di monaci hanno manifestato e una stazione di polizia è stata assaltata. Di sette tibetani uccisi è per ora il bilancio degli scontri. Assaltata anche l'ambasciata cinese all'Aia, in Olanda.

Da Lhasa i racconti dei testimoni oculari, dei parenti degli esuli, si arricchiscono di particolari inquietanti: oltre agli assalti ai negozi cinesi e alle auto date alle fiamme, gli spari sulla folla, la catasta di cadaveri ammassati davanti al Tsuglagkhan, i feriti lasciati senza cure dai medici cinesi:


«La gente viene colpita dai finestrini di auto in corsa, dagli oblò dei carri armati, mentre le pattuglie di poliziotti e soldati distribuiti in tutti i crocevia strategici sparano ad altezza d'uomo».

Boicottare le Olimpiadi? Sì o no?

Riguardo la scelta presa nel 2001 di tenere le Olimpiadi del 2008 in Cina, faccio notare che senza di essa gli occhi del mondo oggi probabilmente non sarebbero puntati sulla Cina e i tibetani non avrebbero avuto questo scatto d'orgoglio. Ciò non significa che ora i Giochi non possano essere boicottati. Le due scelte, l'assegnazione prima il boicottaggio poi, sono solo in apparente contraddizione, come dimostra il caso di Mosca nel 1980. L'organizzazione delle Olimpiadi ha fornito alla Cina una grande opportunità per dimostrare che ai progressi economici corrispondono anche aperture politiche e progressi nel rispetto dei diritti umani. Una volta che fosse eclatante, oltre che evidente, che questa occasione è stata sciupata dalle autorità cinesi, il boicottaggio sarebbe una sanzione ancor più forte di quanto lo sarebbe stata nel 2001 la bocciatura di Pechino come sede dei Giochi.

Per Franco Venturini, «accostare le violazioni cinesi dei diritti umani all'invasione sovietica dell'Afghanistan (che portò a qualificate assenze in occasione dei Giochi di Mosca) significa ignorare quel cinico codice internazionale che distingue tra "affari interni" e violazione della sovranità di un altro Stato». Ebbene, quel «codice» bisognerebbe contestarlo e metterlo in discussione di proposito, perché la violazione dei primi conduce prima o poi alla violazione della seconda e, in ogni caso, a problemi di stabilità e di sicurezza per tutti.

Ma Venturini non ha le idee chiare, si contraddice. Auspica che il boicottaggio resti un'opzione sul tavolo, seppure come «arma estrema, da tenere in riserva e da far pesare» e biasima «chi dovrebbe agitare il bastone» ma intanto ha già «staccato i biglietti» per Pechino, definendo le Olimpiadi una «grande festa di sport e una festa ancor più grande di ipocrisia», nonostante avesse espresso poco prima l'ipocrita auspicio che «resti valida la strategia del "coinvolgimento" che ispirò l'assegnazione delle Olimpiadi».

Il Dalai Lama è per evidenti ragini politiche contrario al boicottaggio. Per Richard Perle si tratta di un problema forse troppo complesso, «insolubile», quindi propone un gesto politico altrettanto - e forse, dal punto di vista politico, maggiormente - significativo: i «leader del mondo disertino le Olimpiadi, e George W. Bush dia l'esempio. Sarebbe un messaggio chiaro, che costringerebbe i cinesi a riflettere». La loro presenza «sarebbe una legittimazione della politica repressiva cinese, un grave sbaglio».

E inoltre, rivedere la politica con la Cina a prescindere dai Giochi: «Richiamarla costantemente, protestare sempre quando lede le libertà civili, non condonarla implicitamente... Le nostre pressioni devono diventare più dure e quotidiane». Alla politica di inclusione e di apertura commerciale nei confronti della Cina bisogna sempre accompagnare «un appoggio sistematico ai cittadini cinesi, o a popoli come quello tibetano, che vogliono un cambiamento».

Saturday, March 15, 2008

Forse 100 morti: se è così, i Giochi fateveli da soli

E' chiaro che il governo cinese non è disposto a rimanere in balìa della rivolta dei tibetani per i prossimi mesi, come accadde alla giunta militare birmana, che per settimane rimase sotto gli occhi del mondo prima di avere ragione della protesta nonviolenta dei monaci buddisti. Con l'avvicinarsi delle Olimpiadi diventerebbe sempre meno opportuno ricorrere all'uso della forza. Quindi, c'è da ritenere che la repressione sia durissima da subito, proprio per debellare alla radice la resistenza tibetana, evitando il trascinarsi della situazione.

Il governo tibetano in esilio a Dharamsala, nel nord dell'India, questa mattina ha denunciato «almeno 100 morti a Lhasa»: «Abbiamo notizie non confermate che circa 100 persone sono state uccise e che a Lhasa è stata imposta la legge marziale», fa sapere in una nota, poche ore dopo che fonti ufficiali cinesi avevano dato notizia di dieci morti negli scontri di ieri.

Il governo in esilio si dice poi «profondamente preoccupato» per le notizie che arrivano «dalle tre regioni del Tibet di uccisioni sommarie, di feriti e arresti di migliaia di tibetani che protestavano pacificamente contro la politica cinese». C'è il rischio concreto di una nuova Tienanmen.

Intanto, le autorità cinesi accusano i tibetani delle violenze, di aver assaltato e incendiato edifici pubblici, scuole, ospedali, e ucciso civili innocenti. Naturalmente c'è da diffidare della versione ufficiale di Pechino, ma ci pare che a differenza della Birmania, alle iniziali manifestazioni nonviolente dei monaci tibetani si sia sovrapposta la rabbia dei civili tibetani e che in Tibet la situazione sia, o possa degenerare, in un violento scontro etnico.

L'integrazione tra tibetani e cinesi di etnia han, propagandata dal regime, non è mai avvenuta, perché basata sulla sopraffazione e sulla discriminazione dei tibetani.

Gli atti di violenza contro i segni dell'occupazione, i negozi e le proprietà dei cinesi a Lhasa rivelano la miseria e l'esasperazione della popolazione tibetana per la decennale politica di cinesizzazione forzata attuata dal governo di Pechino, che ha fatto affluire nel Tibet occupato milioni di coloni cinesi di etnia han. Una pulizia etnica non limitata all'eliminazione fisica, alla distruzione di case e tradizioni tibetane, ma perseguita alterando gli equilibri demografici della regione e attraverso la discriminazione etnica.

Se dovesse dimostrarsi un bilancio attendibile quello dei 100 morti, io credo che i governi occidentali dovrebbero avvertire la Cina: be', se è così i Giochi ve li fate da soli.

Friday, March 14, 2008

Scontri e morti, il Tibet non è domo e si risveglia

Le ultime notizie da Lhasa sono allarmanti: ci sarebbero molti feriti e «diversi morti» negli scontri tra manifestanti e polizia cinese, secondo quanto riporta la France Presse, citando fonti ospedaliere locali. «Almeno due morti», riferisce Radio Free Asia. La polizia militare è intervenuta in forze per disperdere i dimostranti e si sono uditi alcuni spari nelle vicinanze del tempio Jokhang, nel centro della capitale.

I tre maggiori monasteri tibetani – Drepung, Sera e Ganden – da cui è partita la protesta, sono sotto assedio, accerchiati da migliaia di soldati, e alcuni monaci del Sera hanno risposto iniziando scioperi della fame e del sonno. L'assedio dei monasteri, i blocchi e gli arresti hanno scatenato la rabbia dei civili, che si sono uniti ai monaci gonfiando le file della rivolta più imponente in Cina dal 1989.

Dati alle fiamme i segni dell'occupazione cinese, auto della polizia e il mercato di Tromisikhang, nel centro storico di Lhasa. Il fatto che siano stati saccheggiati e incendiati alcuni negozi cinesi rivela la miseria e l'esasperazione della popolazione tibetana per la decennale politica di cinesizzazione forzata attuata dal governo di Pechino, che ha fatto affluire nel Tibet occupato milioni di coloni cinesi di etnia han. Una pulizia etnica non limitata all'eliminazione fisica, alla distruzione di case e tradizioni tibetane, ma perseguita alterando gli equilibri demografici della regione e attraverso la discriminazione etnica.

Le proteste erano iniziate lo scorso 10 marzo, in occasione del 49esimo anniversario di una rivolta repressa nel sangue dall'esercito cinese, a seguito della quale il Dalai Lama fu costretto a rifugiarsi in India. Circa 500 monaci del monastero di Drepung avevano sfidato le autorità marciando verso il leggendario Palazzo Potala, imitati nei giorni successivi da altre centinaia di monaci del monastero di Sera. Manifestazioni disperse dalla polizia e dall'esercito cinese con lancio di lacrimogeni e arresti. Da mesi - in vista delle Olimpiadi e dopo la consegna al Dalai Lama della Medaglia d'oro del Congresso Usa - era aumentata la presenza asfissiante dei militari intorno ai monasteri e a Lhasa.

La capitale del Tibet è stata immediatamente chiusa agli stranieri ed è off limits per i giornalisti. Funzionari del Partito Comunista cinese e della polizia sostengono di non avere informazioni su quanto sta accadendo e si rifiutano di commentare le notizie. Ma la gravità della situazione è confermata dalle reazioni dei governi occidentali. La Cina «deve rispettare la cultura tibetana, il carattere multi-etnico della sua società», ha dichiarato un portavoce della Casa Bianca, ricordando che secondo Bush il governo cinese «deve dialogare con il Dalai Lama». Il Consiglio europeo ha approvato un testo, anticipato dal ministro degli Esteri francese Kouchner, in cui a Pechino si chiede «moderazione», «rispetto dei diritti umani», e il rilascio delle persone arrestate. La Francia «non è favorevole al boicottaggio – ha ricordato Kouchner – ma può attirare l'attenzione sulla concomitanza tra i Giochi e questa aspirazione tibetana, di cui la Cina deve tenere conto». Il britannico David Miliband ha chiesto «moderazione» e «dialogo». «Chiediamo alla Cina di porre fine alla repressione e di avere rispetto dei diritti dei tibetani e delle loro tradizioni», ha dichiarato anche D'Alema, il cui governo rifiutò di incontrare il Dalai Lama.

Benedette Olimpiadi in Cina. I Giochi, infatti, stanno offrendo ai tibetani l'occasione, che sembrano intenzionati a non lasciarsi sfuggire, per riportare all'attenzione del mondo la loro condizione di popolo oppresso, incoraggiati anche dalla protesta nonviolenta cui diedero vita, nel settembre scorso, i monaci buddisti birmani contro la giunta militare di Rangoon.

La condotta del governo di Pechino nei confronti della protesta dei tibetani, a pochi mesi dalle Olimpiadi, costituisce un test determinante per valutare se al processo di rinnovamento economico in atto corrispondano i richiesti segnali di apertura dal punto di vista politico e del rispetto dei diritti umani.

E i governi occidentali adesso avrebbero il pretesto per minacciare il boicotaggio delle loro federazioni in mancanza di progressi reali in Tibet.

Petrolio e gas, due grattacapi per l'Europa e l'Italia

Da Ideazione.com

Sfondata anche la barriera dei 110 dollari al barile. Solo pochi giorni fa, il sorpasso della fatidica “quota 100”, considerata da molti la soglia di sicurezza oltre la quale l’economia mondiale sarebbe collassata. Ma evidentemente oggi il petrolio non è più l’unico motore della produzione, come si credeva anni fa, quando si guardava alla “quota 100” come a una sorta di Colonne d’Ercole. Grano e petrolio rimangono comunque le due materie prime fondamentali, i cui prezzi, in forte aumento negli ultimi mesi, incidono sul costo della vita a livello addirittura globale.La corsa al rialzo del prezzo del petrolio non accenna ad arrestarsi. Picco della produzione o speculazioni? Piuttosto, l'impennata di oggi sembra riflettere per lo più la continua svalutazione della moneta Usa. A preoccupare, però, non dovrebbe essere tanto, o non solo, il prezzo delle risorse energetiche più richieste – gli idrocarburi – ma anche l’uso politico e geostrategico che ne fanno i Paesi produttori, i quali guarda caso controllano in modo assoluto le loro risorse attraverso società interamente di proprietà dello Stato. Occorre infatti, sfatare un primo mito riguardo il petrolio. Si continua a pensare che le grandi multinazionali occidentali siano in grado di controllare il mercato petrolifero. Niente di più falso: la quasi totalità delle riserve di idrocarburi sono sotto il controllo dei governi dei Paesi produttori...
CONTINUA

Thursday, March 13, 2008

La Cina alle prese con l'orgoglio tibetano

Da L'Opinione

Dal suo punto di vista il governo cinese faceva bene a temere le ripercussioni della protesta nonviolenta cui diedero vita per settimane, nel settembre scorso, i monaci buddisti birmani contro la giunta militare di Rangoon. Il vento della libertà si è propagato anche in Tibet. Gli esuli e i monaci tibetani hanno preso coraggio dalle gesta dei loro confratelli birmani e da tre giorni impegnano con manifestazioni nonviolente le forze di polizia di due giganti asiatici, India e Cina.

Si tratta delle manifestazioni più imponenti degli ultimi vent'anni, dal 1989, da quando cioè fu imposta la legge marziale nella capitale del Tibet. Proprio alla vigilia delle Olimpiadi sembra che i tibetani non vogliano lasciarsi sfuggire l'occasione di riportare all'attenzione del mondo la loro condizione di popolo oppresso. E la repressione cinese, per ora più cauta del solito, sta già provocando la condanna dei gruppi per i diritti umani.

Esercito e polizia cinesi hanno circondato due dei maggiori monasteri buddisti, da cui lunedì scorso è partita la protesta: i complessi di Drepung e Sera, a pochi passi dalla capitale, Lhasa. I monaci sono stati confinati all'interno e viene vietato loro ogni contatto con l'esterno. Anche il cibo è razionato, ma alcuni monaci starebbero conducendo uno sciopero della fame per ottenere il rilascio dei religiosi arrestati nei giorni scorsi. Le autorità cinesi hanno prima smentito, poi ammesso di aver effettuato degli arresti. Oltre 70, secondo alcune fonti locali citate da Radio Free Asia. Secondo i siti dei dissidenti, da lunedì pomeriggio tutti i più grandi centri religiosi sono stati circondati dalla polizia, nel timore che i focolai della protesta potessero estendersi.

Il 10 marzo, in occasione del 49esimo anniversario di una rivolta repressa nel sangue dall'esercito cinese – e a seguito della quale il Dalai Lama fu costretto a rifugiarsi in India – circa 500 monaci del monastero di Drepung avevano sfidato le autorità marciando, nella capitale del Tibet, verso il leggendario Palazzo Potala, ex dimora del Dio-Re. Una manifestazione che il governo cinese ha definito «un'illegale minaccia alla stabilità sociale».

Mercoledì scorso, è stata la volta di 600 monaci del monastero di Sera, che hanno preso parte alle proteste a Lhasa chiedendo la liberazione dei loro confratelli imprigionati nei giorni precedenti per aver fatto sventolare la bandiera del Tibet e per aver scandito slogan a favore dell'indipendenza. Gli agenti hanno disperso la folla lanciando gas lacrimogeni ed effettuando nuovi arresti. Suonano in modo sinistro le parole del portavoce del Ministero degli esteri cinese, Qin Gang, secondo cui la «cricca del Dalai Lama vuole separare il Tibet dalla Cina e distruggere la serena vita nella stabilità e nell'armonia del popolo tibetano».

Secondo il gruppo Free Tibet Campaign, la protesta si starebbe estendendo. Altre manifestazioni nonviolente si sarebbero svolte nelle province del Qinghai, del Gansu e dell'Amdo, a maggioranza tibetana. In India, invece, tre giorni fa è partita da Dharamsala – la città del nord che ospita la diaspora e il governo tibetano in esilio – una "Marcia di ritorno al Tibet", cui ha preso parte anche una delegazione di Radicali, sotto l'insegna della storica bandiera raffigurante il volto di Gandhi. I manifestanti si sono posti l'obiettivo di raggiungere e oltrepassare la frontiera con la Cina penetrando in Tibet l'8 agosto prossimo, in contemporanea con l'apertura dei Giochi olimpici a Pechino. La polizia indiana ha però fermato la marcia e arrestato circa cento partecipanti, che subito hanno dato inizio ad uno sciopero della fame.

Per il governo cinese si prefigura una situazione assai delicata. A pochi mesi dalle Olimpiadi ha gli occhi del mondo puntati addosso. Non può permettersi repressioni troppo sanguinarie, ma neanche di lasciar gonfiare le file della lotta nonviolenta tibetana.