Saturday, March 31, 2007

Nei Casini

Pier Ferdinando CasiniPerfetta analisi di Minzolini, ieri su La Stampa.

Qual è il piano di Casini? A spiegarlo è uno dei suoi: «... allungare i tempi per arrivare alle elezioni quando la candidatura per Palazzo Chigi di Berlusconi si scontrerà con i suoi dati anagrafici. Punta al sistema tedesco per creare le condizioni di una sua leadership dato che non sarà mai il leader del centro-destra. Non vuole Romano Prodi, ma delle larghe intese un po' più piccole che non coinvolgano l'intero centro-destra. Il governo di quelle grandi non lo vuole perché perderebbe di peso...».

Il che confermerebbe le mie riflessioni di qualche giorno fa.

Casini ne vuole davvero tante, troppe tutte insieme. E in particolare si scorgono almeno due punti deboli.

Prodi vuole rimanere il più a lungo possibile a Palazzo Chigi («la durata è la forma delle cose», gli deve aver suggerito Pannella) e per aiutarlo Casini chiede in cambio il sistema elettorale tedesco. Tranne Parisi, che al maggioritario e al bipolarismo ci crede, la sinistra ha «pragmatismo» e «potere» come parole d'ordine. Per D'Alema quel che conta è stare al governo. Il come, il perché, per fare cosa, sono in secondo piano.

Dunque, ci sono possibilità che il modello "tedesco" decolli. Intendiamoci: nulla di troppo complicato, la versione italiana sarebbe un proporzionale con sbarramento. A Prodi servirebbe per concludere la legislatura, mentre agli altri per prepararsi a rimanere al potere. Questo scenario presuppone infatti che alle prossime elezioni gli artefici del nuovo sistema, il "centro" di Casini e il centrosinistra (Ulivo, o Partito democratico, + Verdi al massimo), si presentino alleati, magari con un Montezemolo come candidato premier, isolando sinistra estrema e centrodestra berlusconiano. Un grande centro-centrosinistra.

Un assetto comunque più "europeo" di quello attuale, perché vedrebbe centrodestra e centrosinistra grandi coalizioni più o meno in equilibrio, e piuttosto omogenee, con la sinistra neocomunista esclusa dalle forze di governo. Il centrodestra d'altra parte potrebbe vincere anche senza l'Udc ed essere favorito se Fini e Berlusconi vestiranno i panni dei difensori del bipolarismo e del maggioritario, con cui ormai gli elettori sembrano aver familiarizzato. Unica gigantesca anomalia, una pesante presenza cattolica, o cattolicista, in entrambi gli schieramenti.

Il punto debole - il primo - del piano di Casini è che i Ds non avrebbero alcun interesse a non essere più il partito centrale rispetto all'asse della coalizione di centrosinistra. Quell'asse, spostandosi verso il centro, richiederebbe infatti un altro perno. E' quindi più probabile, come ipotizza Minzolini, che «la disponibilità che c'è nella maggioranza di governo nei confronti del sistema tedesco potrebbe rivelarsi solo un espediente tattico per tenere a bagnomaria l'Udc e salvaguardare l'attuale governo».

Il secondo punto debole è che Casini sembra muoversi in una logica esclusivamente di Palazzo. Nel paese reale i voti dell'Udc rischiano di restare nel centrodestra. Al di là di scomposizioni e ricomposizioni a livello partitico infatti il mercato elettorale sembra dato: un'area di sinistra neocomunista e antagonista, una ulivista (ex Dc ed ex Pci), e poi tutti quelli che non voterebbero mai a sinistra. L'Udc è un partito del 2%, che arriva al sei grazie ai tanti che non voterebbero mai un centrosinistra con i comunisti o gli ex comunisti e nel partito di Casini vedono un modo per votare centrodestra senza votare dirattamente Berlusconi. Resta da vedere quanti di questi sarebbero disposti a spostare il loro voto a sinistra dal momento che c'è Casini.

Il quale non oserà accettare di allearsi con la sinistra estrema o con la nuova Sinistra di cui si parla, che dovrebbe nascere dalla scissione del Correntone Ds e da Bertinotti, ma la sua impresa potrebbe essere bocciata nel paese anche se entrasse in una coalizione la cui sinistra sarebbe quella di D'Alema e Fassino.

E se gli andasse male? Berlusconi lo riaccoglierebbe come "figliol prodigo", ammesso che nel frattempo non sia stato costretto a farsi da parte per motivi d'età.

Ci potrebbe essere un terzo punto debole, se fosse Casini l'«importante politico bolognese» pizzicato su una barca tutto coca casa e chiesa. Il "ragazzo" in effetti negli ultimi giorni è sembrato nervosetto... Prima e dopo il voto sulle missioni ha dichiarato di tutto.

Al momento quindi, le ipotesi che vedo più probabili sono modello "tedesco", oppure vittoria del referendum Guzzetta, dagli esiti imprevedibili. Probabilmente preserverebbe il bipolarismo ma non ci risparmierebbe le grandi ammucchiate con risse conseguenti.

Friday, March 30, 2007

Qui non è l'islam

«A proposito di bene comune, io sono tra coloro che richiamano spesso elementi delle gerarchie ecclesiastiche al ricordo di Maritain, e al principio che il bene comune di una società lo si riesce a realizzare se si tiene conto delle visioni del bene comune che nella società sono presenti, e non si cerca di imporre la propria unilateralmente, perché questo è ciò che viene fatto nelle società che noi critichiamo in quanto islamizzate».
Giuliano Amato (Ansa, 29 marzo)

In modo più educato il ministro Amato ha detto ai vatican di non fare i taliban. Il prof. Sottile, che non è certo un "laicista".

Thursday, March 29, 2007

Credere-obbedire...

Da sinistra Mons. Bagnasco, il Card. Ruini e Papa RatzingerNon si capisce se questo monsignor Anfossi ci fa o ci è. Assicura a Radio Vaticana che i vescovi «non vogliono fare pressioni indebite» sui legislatori. Un secondo dopo spiega che «il legislatore che si sente parte della Chiesa non può» votare i "Dico". Parla di «lobby vere e proprie, a cominciare da quella che è legata al mondo dell'omosessualità», come si parlava (e si parla) di lobby ebraica o di complotto demo-pluto-giudaico. Attribuisce alla Cei l'intento di difendere «una parte di popolazione da ingerenze che sono altrettanto violente e non democratiche». Così ammettendo implicitamente, con quell'«altrettanto», che le ingerenze della Chiesa sono le prime ad essere «violente e non democratiche». Le altre, vediamo. Si potrà condividere o meno, ma di «violento e anti-democratico» non c'è stato e non c'è proprio nulla in chi propone e sostiene una legge che riconosca le unioni di fatto, anche omosessuali.

Ad aver colto le implicazioni della nota «impegnativa» della Cei è Gian Enrico Rusconi, su La Stampa. Ciò che emerge sempre meglio delineato è il nuovo «ruolo del laicato cattolico» impegnato in politica: irreggimentato.

Il passaggio «centrale» della nota, forse il più denso di significato, suona come «la campana a morto del cattolicesimo liberale o progressista in Italia». Si legge che il cattolico «non può appellarsi al principio del pluralismo e dell'autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società».

Nel caso specifico delle unioni di fatto, ma anche in tutti gli altri casi, sono ovviamente i vescovi a definire questo "bene comune" e a dettare il comportamento conseguente: «Al laico cattolico impegnato nella società e nella politica non resta che aderire senza riserve alla linea dettata dall'episcopato», osserva Rusconi. Ogni altra posizione è bollata come «incoerente». Incoerenza» può apparire un'espressione «morbida», in un contesto dove non si minacciano sanzioni ai disobbedienti. Ma «il testo è netto nell'escludere ogni opinione deviante».

«Pluralismo e autonomia», prima di tutto di giudizio, sono incompatibili con il nuovo ruolo che la Chiesa ha pensato (da qualche tempo ormai) per il laicato cattolico impegnato in politica, al fine di presentare il cattolicesimo italiano «come un corpo compatto di convinzioni e di tattiche politiche vincenti». La militarizzazione del gregge, come abbiamo già avuto modo di osservare.

La nota sembra in fondo affermare che un cattolico impegnato in politica non può essere - se non vuole passare per "incoerente" - anche liberale, o democratico, o socialista, ma neanche liberista o conservatore. Dev'essere semplicemente e solamente cattolico. Cioè obbedire ai dettami del magistero della Chiesa. Trasformarli in leggi, quando possibile, o quanto meno opporsi a tutte le leggi che li contraddicono.

Siamo al credere-obbedire... a quando anche il combattere?

Giustamente Azioneparallela si chiede (e chiedendoselo chiarisce cosa comporti il non potersi appellare a pluralismo e autonomia): «Un politico cattolico si può prendere almeno la libertà di condurre una ricerca empirica in argomento? Poiché nella Nota i vescovi italiani affermano che "la legalizzazione delle unioni di fatto [è] inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo", un politico cattolico si può prendere la libertà, dal momento che nella nota si trovano solo le impeccabili considerazioni di principio, può prendersi la libertà di condurre qualche verifica in punta di fatto della pericolosità sul piano sociale ed educativo di una legge simile? Può prendersi la libertà di verificare se, nei paesi in cui è stata introdotto qualcosa di analogo ai Dico, e persino, a Dio piacendo, di più avanzato, la situazione sociale ed educativa s'è fatta o si sta facendo veramente intollerabile e pericolosa? Oppure l'inaccettabilità di principio esclude a priori che in quei paesi l'introduzione di norme che legalizzano le unioni di fatto possa non avere messo in pericolo la società e l'educazione delle future generazioni? Per capire: se conduco uno studio sull'argomento, in Francia, cosa trovo, a conferma o eventualmente (se l'eventualità è contemplabile) a smentita della Nota dei vescovi?»

La destra sembra compatta sulle posizioni della Cei. Fa eccezione Benedetto Della Vedova, che non lo ammetterà ma è costretto a "sembrare" sempre più anticlericale per far fronte all'offensiva vaticana. Chiede al centrodestra, rimanendo inascoltato, di non appiattirsi sulle posizioni dei vescovi.
«In tutto l'occidente liberale e cristiano, e anche in Italia, le coppie di fatto, comprese quelle gay, sono una realtà socialmente accettata, che si è affermata senza che nessuna legge l'abbia "promossa" o "inventata". Sarebbe singolare che in un paese in cui si legifera per dare rilevanza pubblica a qualsiasi realtà sociale, si ritenesse tabù intervenire sulle coppie di fatto, in particolare quelle omosessuali che oggi non hanno accesso ad alcun istituto giuridico in grado di sancire e tutelare anche nei confronti di terzi la reciproca assunzione di obblighi e diritti.

Nella stragrande maggioranza dei paesi europei convivono felicemente legislazioni molto più avanzate di quella italiana sul sostegno alla famiglia e alla maternità e il riconoscimento giuridico delle coppie di fatto anche gay. Se il centro destra facesse proprio il "non possumus" rispetto a qualsiasi ipotesi di riconoscimento giuridico delle coppie di fatto, rischierebbe di isolarsi tanto dal resto dei centrodestra europei, quanto da una parte consistente dei propri elettori».

Il cuore dell'Europa batte a Londra

Splendido, davvero splendido articolo di Ian Buruma sui 50 anni dell'Europa. Sgonfia la retorica, irride il complesso di superiorità, quel certo intellettualismo, il velleitarismo di chi per il futuro dell'Europa si perde alla ricerca di «radici», di «un'anima», chi addirittura di uno «Spirito», ricerche il cui punto di caduta - chissà perché - finisce sempre nella contrapposizione con il presunto materialismo americano e nell'implicita negazione dell'universalità dei principi dell'Illuminismo.

«Una delle grandi ironie degli ultimi decenni è vedere come Londra, la capitale della nazione che aveva respinto tanti sogni europei, si è trasformata nella più grande metropoli europea. La gente vi affluisce da tutta Europa proprio perché Londra offre la libertà di inseguire i propri sogni. Questi sogni sono spesso di natura materialistica, e talvolta forse sordida, ma tutti insieme formano qualcosa che, in mancanza di un termine migliore, potrebbe essere definita l'anima europea».

Libertà è «libertà di inseguire i propri sogni». Il problema dell'Europa continentale è che continua a cucinare "sogni" precotti da elargire paternalisticamente ai suoi figli, spacciandoli come conquiste di libertà e progresso di un modello sociale ed economico che invece produce declino ed esclusione.

Wednesday, March 28, 2007

Niente scuse: il Papa vuole divisioni, non pecorelle

Non c'è più mission

Diffusa l'annunciata nota «impegnativa» della Cei sulle unioni di fatto rivolta ai parlamentari cattolici. Nulla di nuovo, se nelle parti salienti si ricorre a citazioni che risalgono al 2002 e al 2003, ma viene tolto ogni alibi: la Cei ricorda che i cattolici se vogliono essere tali sono tenuti ad obbedire al magistero della Chiesa. In questo caso - guarda un po' - nessuna obiezione di coscienza è ammessa.

Si ribadisce che la legalizzazione delle unioni di fatto è «inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo». Si ricordano le affermazioni «precise» della Congregazione per la Dottrina della Fede, secondo cui, nel caso di «un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge» (2003). E pertanto non «può appellarsi al principio del pluralismo e dell'autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società».

Parlamentari cattolici sempre più eterodiretti dai vertici di uno Stato estero. Non si tratta più di prestare ascolto a richiami di principio, ma di eseguire gli ordini dettati da oltretevere. La militarizzazione del «gregge».

Non c'è più mission.

Stretta autoritaria in Egitto. Mubarak blinda il regime

Su Ideazione.com:

L'Egitto sempre più stretto nella morsa tra integralismo islamico e autocrazia. Il presidente Mubarak sembra avere scelto la strada sbagliata, quella della repressione, che genera altro integralismo, ma soprattutto che ritarda l'emergere di voci liberali e riformatrici nel dibattito politico e di un'opinione pubblica correttamente informata. È, alla lunga, la scelta perdente.

Nel referendum tenutosi lunedì scorso sulle modifiche costituzionali ha prevalso il sì, con il 76 per cento dei voti. Ma si è trattato di un referendum farsa, organizzato una sola settimana dopo l'approvazione di ben 34 emendamenti da parte del Parlamento. Nonostante la campagna mediatica del governo e la repressione delle opposizioni, che invece invitavano a boicottare la consultazione, secondo i dati ufficiali l'affluenza è stata del 27 per cento, anche se in realtà non avrebbe superato il 5-10 per cento, secondo il politologo Diaa Rashwan, del Centro studi politici e strategici Ahram del Cairo, e altri osservatori indipendenti. Una pesante sconfitta per il regime. È come se gli egiziani percepissero di non contare nulla.
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Ora Casini è in mezzo al guado

Pier Ferdinando CasiniNon sorprende che alla prima, striminzita, fortunosa vittoria, ci si butti nelle fontane a festeggiare e si ricorra a gestacci nei confronti dell'avversario. In questo la politica, e la stampa, non sono migliori del calcio. Il fuoco di fila dei giornali di oggi sul centrodestra, anzi su Berlusconi e Fini, usciti battuti dal voto di ieri in Senato, è sospetto. Ma la notizia è davvero che l'opposizione venga battuta dalla maggioranza?

Subito un po' di numeri. Il decreto sulle missioni è passato con 180 voti favorevoli: sottraendo i venti senatori dell'Udc, Iannuzzi di Forza Italia e Follini, eletti con i voti degli elettori che hanno espresso la loro fiducia alla CdL guidata da Berlusconi, siamo a 158. Esattamente il quorum ieri necessario per l'approvazione, ma di molto inferiore ai due voti di fiducia superati da Prodi (165 a inizio legislatura; 162 dopo la prima crisi): un minimo storico per il governo. Sottraendo dai 158 i quattro senatori a vita che hanno votato ieri scendiamo a 154. L'autosufficienza (non degli eletti, ma compresi i senatori a vita) aggrappata a due assenti, tra cui Cossiga, ricoverato.

La CdL obiettivamente non esiste più. Si è sfaldata ancora prima della maggioranza, che però non deve illudersi. «Mai una maggioranza diversa da quella uscita dalle urne», ripetevano. Eppure quella maggioranza politica oggi non c'è più. Un rospo che la sinistra neocomunista ha dovuto ingoiare semplicemente per rimanere al potere ed esorcizzare la rivincita di Berlusconi. E' stata sostituita dalle "maggioranze variabili". Ripeto: non che il nostro sistema non lo permetta, ma su temi fondamentali, costitutivi l'azione di governo, quali la politica estera, dev'essere chiaro il patto politico, la maggioranza, da cui trae legittimità l'esecutivo.

Inoltre, se si votasse domani Berlusconi e Fini vincerebbero senza l'Udc. E l'Udc, in mezzo al guado, quasi scomparirebbe. Lo sa bene Casini, tanto che il suo sostegno alla maggioranza - gratis (senza neanche un simbolico ordine del giorno) e con lo smacco di non essere risultato neanche così indispensabile da poter fare la mossa di chiedere le dimissioni di Prodi - non è dettato da alcuno spirito di responsabilità quanto piuttosto da quello di sopravvivenza.

L'Udc non può permettersi elezioni anticipate, dalle quali, punita dai propri elettori, uscirebbe con le ossa rotte, ma neanche un governo di larghe intese, per il quale interlocutore obbligato del centrosinistra sarebbe Berlusconi. Dunque, tenersi Prodi, debole e logorato è meglio, anche se peggio per il paese, e sganciarsi da Berlusconi. In attesa che Ds e Margherita si convicano per il sistema elettorale tedesco e che qualcuno di là la smetta di pensare al Partito democratico e costituisca un centro moderato, da cui chiunque volesse governare dovrebbe passare.

Nel merito, altro che atto di responsabilità verso il paese e i nostri militari. Alla luce degli ultimi sviluppi in Afghanistan il decreto approvato risulta del tutto inadeguato sia rispetto ai nostri obblighi nei confronti della Nato, sia al ruolo internazionale che dovrebbe giocare il nostro paese, sia alla sicurezza delle truppe impegnate. E Dio non voglia che chi ha votato questo decreto si trovi un domani a dover rispondere di un "incidente" in cui si trovassero mal equipaggiate.

Adesso il gioco dell'Udc è scoperto e certo nessun bombardamento mediatico riuscirà a far passare di fronte all'opinione pubblica Berlusconi e Fini come ostili alla missione in Afghanistan o addirittura anti-Nato e anti-americani. Indubbiamente su questo piano hanno le spalle più che coperte.

Tuesday, March 27, 2007

Ricominciamo: articolo primo

Era fino ad oggi passata inosservata un'interessante e per nulla capziosa iniziativa dei deputati radicali (per l'occasione insolitamente uniti: Beltrandi, Capezzone, D'Elia, Mellano, Poretti e Turco). Oggi ne ha scritto Guido Gentili sul Sole 24 Ore. Niente di meno che una proposta di legge di modifica della Costituzione. Di più: della prima parte della Costituzione, anzi, del primo articolo. Non più «L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro», la mediazione Fanfani-Moro che passò alla Costituente del 1947 per andare incontro a Togliatti che proponeva, sul modello delle tristi democrazie popolari, una Repubblica «dei lavoratori».

E' una formula, dicono i Radicali, che «ha fallito la sua missione» perché «non identifica il popolo, inteso quale totalità dei cittadini, né il popolo italiano può identificarsi in essa». Quindi, propongono: «La Repubblica democratica italiana è uno stato di diritto fondato sulla libertà e sul rispetto della persona».

Più che il «lavoro», la libertà e lo stato di diritto richiamano elementi costitutivi dei diritti che appartengono a tutti i cittadini in quanto tali, a prescindere dalle loro attività.

La presenza del termine "persona", osserva Gentili, è «di altissimo valore simbolico, apre un orizzonte nuovo, più liberale e più universale». Non sfugge, su questi basi, e in particolare sul termine "persona", la possibilità di incontro con quelle correnti cattoliche trasversali ai partiti, persino integraliste, con le quali su altre agende i radicali hanno solo motivi di scontro.

Pur sostenendo la proposta di modifica dei radicali, vi dirò che la mia preferenza va a un'altra dichiarazione: «La Repubblica italiana è una democrazia fondata sullo stato di diritto e sul rispetto della vita, della libertà e della proprietà dei suoi cittadini».

Fu un'operazione d'immagine natalizia

Pannella è al sesto giorno di sciopero della fame perché - guarda un po' - il governo non porta la richiesta di moratoria della pena di morte all'Onu. La pratica si è bloccata, non si sa neanche perché. Sotto l'onda emotiva dell'impiccagione di Saddam e grazie alla scintilla innescata dalla lotta nonviolenta di Pannella tra il Natale e il Capodanno passati, il Governo Prodi a gennaio sembrava aver deciso di rompere gli indugi. Quella contro la pena di morte nel mondo doveva essere apparsa come la battaglia politica ideale, sotto Natale, per migliorare l'immagine, piuttosto deteriorata, del governo presso gli italiani. E Prodi non s'era lasciato sfuggire l'occasione.

Adesso, trascorso qualche mese, tutto è fermo, a conferma dei dubbi espressi mesi fa: «Vedremo se il Governo Prodi avrà sufficiente determinazione per portare fino al voto dell'assemblea la proposta di moratoria. Vedremo, insomma, se rimarrà un bel biglietto da visita, un'operazione d'immagine natalizia». Evidentemente tale era, giocando cinicamente sulla pelle dell'orso Pannella.

Tenero machismo di ritorno

"Il pericoloso libro delle cose da veri uomini", ci segnala Il Foglio (24 marzo 2007). Il problema naturalmente non è che esista un libro del genere, che può risultare anche gradevole e divertente, persino utile, ma che ci venga costruita attorno, o a monte, un'analisi sociologica che ha un punto di caduta molto politico. Sentite come ne parla il blog Maschi selvatici:
«Il libro si rivolge ai ragazzi, e spiega loro alcune cose semplici. Un vero uomo deve, cito a caso: saper giocare a poker e a scacchi, conoscere almeno le battaglie più famose, sapere cosa è un circuito elettrico, considerare come non disdicevole sparare a un coniglio con la carabina e poi cucinarlo, conoscere le regole del pugilato, poter far parte, udite udite, di una "società segreta", portare con se una quantità di oggetti utili a tante cose, in primis aiutare qualche ragazza in difficoltà. Già perché per un vero uomo le ragazze sono importanti, almeno quanto, ci dice il libro, la prossima Coppa dei Campioni vinta ai rigori. Insomma un ritorno alla classicità, mille miglia lontano dalla "correttezza" degli schemi concettuali e degli stili di vita proposti e imposti negli ultimi decenni dalla cultura dominante. Un mondo - è la chiusa del pezzo - meraviglioso dove le femmine leggono Jane Austen mentre i maschi addestrano i cani: solo un libro per ragazzi poteva contenere un'idea tanto sovversiva».
Già, perché oggi, commenta con amarezza il blogger maschio, «è sovversivo ciò che per millenni è stato scontato, che esistano cioè "cose da maschi" e "cose da femmine". Roba che il trionfante progressismo sembrava aver spazzato via per sempre, ma che, inopinatamente, torna alla ribalta...»

Non l'avranno certo acquistato solo dei "maschi" «che finalmente si sentono di nuovo "liberi" di dire cose che dentro di sé sanno da sempre, ma anche da mamme e donne stufe di avere accanto delle copie malriuscite di loro stesse». Che tenero questo Maschi selvatici. Non poteva mancare il tema più gettonato del Costanzo Show degli ultimi anni: «Le donne non amano il maschio femminilizzato... Dal canto loro i maschi hanno paura delle femmine mascolinizzate e scappano...»

Il rischio è di prendere troppo sul serio un libro che con ironia e leggerezza intende suscitare interessi nei ragazzi e aiutarli a saper fare delle cose non solo davanti al computer, trasformandolo in qualcosa che non è: un testo di orgoglio machista vagamente discriminatorio nei confronti dell'altro sesso. E poi, attenzione, il vero maschio si vede a letto e davanti a un bicchiere di scotch...

Monday, March 26, 2007

La democrazia di Dio

In God We Trust. Il motto che compare sulla moneta americanaIndispensabile intervista allo storico Emilio Gentile per comprendere la religiosità americana, il rapporto che intercorre tra religione e politica. Professore di Storia Contemporanea all'Università La Sapienza, Gentile è autore del libro "Democrazia di Dio". «Non teocrazia», ha tenuto a precisare nell'intervista, nella quale si sofferma sulla Costituzione democratica e sulle origini religiose dell'America e affronta i temi dell'"eccezionalismo", della "religione civile" americana, fino alla presidenza Bush, al fenomeno della destra religiosa e al «trauma religioso» dell'11 settembre 2001.

Sebbene la guerra al terrorismo sia ben lontana dal poter essere definita una "crociata", Bush gli ha attribuito una valenza religiosa, con la quale però il pubblico americano ha mostrato di non identificarsi.

Un'analisi condivisibile della politica e della società americana, che porta a concludere che l'America ha in sé gli anticorpi contro i propri fondamentalismi e ancora una volta hanno funzionato.

Fonte: Radio Radicale

I polli che Bertinotti ha allevato gli si rivoltano contro

A Bertinotti occorre rispondere con le parole che egli stesso ha sempre usato trovandosi a commentare episodi simili a quello accaduto a lui oggi all'Università La Sapienza: le contestazioni, per quanto dure, sono pur sempre manifestazioni di democrazia.

Eppure, adesso che è toccato a lui non sembra averla presa proprio bene. «Assassini, assassini!», gli hanno gridato alcuni ragazzi. Altri «vergogna!», «guerrafondaio!» e «buffone!». Buffone dev'essere un insulto davvero insopportabile se ha fatto scattare sia Berlusconi sia il presidente della Camera, che si è fermato ed ha risposto: «Buffone? Buffone sei tu se dici così. Chiedetemi scusa».

Poi Bertinotti si è detto consapevole di avere «un avversario anche sul terreno dell'estrema sinistra che rifiuta la politica e quindi con ciò rifiuta tutte le esperienze di lavoro e di compromesso che si fanno per cambiare il mondo».

Adesso li chiama «avversari» quei ragazzi, ma sono "polli" che ha allevato, svezzato, nutrito, convinto e illuso lui stesso. Se ne è servito per occupare il posto che occupa. E' naturale che gli chiedano conto del suo operato, quando questo va contro tutto ciò che in questi anni è stato loro detto nelle piazze. Votando la missione in Afghanistan, ma già sottoscrivendo il programma dell'Unione che non prevedeva alcun ritiro da Kabul, la sinistra neocomunista tradisce il proprio punto qualificante: il no alla guerra senza se e senza ma.

Il dissenso del senatore Turigliatto rispetto al suo gruppo è un esempio emblematico della funzione della norma costituzionale che vieta qualsiasi vincolo di mandato in carico ai parlamentari. Perché a volte - anzi spesso - è il partito a violare il mandato dei suoi elettori e il singolo che intende rispettarlo con tutto ciò che comporta a venire isolato.

Sunday, March 25, 2007

Contro le ingerenze: sincacali e vaticane

Annotatevi queste parole: «In un sistema contributivo la via maestra per assicurare l'adeguatezza dei trattamenti di pensione è costituita dall'innalzamento dell'età di pensionamento... In Europa si assiste alla tendenza a rivedere l'età di pensionamento e non è pensabile che il nostro Paese si sottragga a questa necessità, sia pure in una cornice di gradualità». E' inoltre è necessaria una «periodica revisione dei coefficienti».

Parole di Romano Prodi, del 23 marzo, nel giorno in cui si apre, con l'annuncio di uno sciopero generale degli impiegati pubblici, la trattativa con i Sindacati (non si può certo dire che questo non sia un governo che negozia) o, meglio, la concertazione. Noi le annotiamo oggi. Vediamo cosa rimarrà dei propositi del premier a conclusione (se mai ci sarà) di questo processo. Noi attendiamo, pronti a riconoscere eventuali meriti.

Ciò che invece diciamo subito è che neanche la destra ormai denuncia la concertazione come sistema che espropria, o almeno deresponsabilizza, il governo scelto da tutti i cittadini, cosicché gli iscritti a un'associazione di categoria hanno una doppia rappresentanza: in Parlamento, al Governo, e appunto ai tavoli di concertazione, storicamente il binario morto di ogni tentativo di riforma economica e sociale che ancora oggi condanna all'immobilismo e al declino il nostro paese.

Sarà per questo che a destra proprio non capiscono che essere contro l'ingerenza dei Sindacati, che ha provocato e continua a provocare enormi danni all'economia del paese, a milioni di lavoratori e ceti produttivi, non significa volerli abolire o metterne in dicussione la libertà d'espressione, esattamente come contestare l'ingerenza della Chiesa cattolica non significa voler impedire al Papa e ai vescovi di esprimersi se e quando lo ritengano opportuno?

Nell'uno e nell'altro caso oltre al merito dell'ingerenza, che fa parte della dialettica politica, esiste la questione delle immense somme di denaro e dei ragguardevoli privilegi che lo Stato elargisce sia ai Sindacati (dalla quota d'iscrizione trattenuta in busta paga a vari servizi di "supplenza" usati come forme di auto-finanziamento) sia alla Chiesa cattolica (con l'8 per mille, le esenzioni dall'Ici, gli insegnanti di religione scelti dalla Curia ma a carico del contribuente, eccetera...).

Nei paesi anglosassoni, al cui esempio spesso si ricorre per difendere il potere di influenza della Chiesa come lobby, le lobby esistono, sono istituzionalizzate, agiscono allo scoperto, ma non perché non si possano criticare le loro ingerenze, bensì proprio perché si possa farlo con maggiore attenzione, essendo esse chiamate a operare alla luce del sole. L'idea base è che il cittadino dev'essere in grado di capire questo o quel politico, questo o quel governante, da quale lobby è appoggiato, così da verificare se il suo operato è accettabile.

Dunque, non è che "lobby" sia la parolina magica che mette associazioni di categoria o gruppi religiosi al riparo da qualsiasi critica. E, soprattutto, Sindacati e Chiesa facciano lobby con le risorse dei propri associati e in modo trasparente. Spetta poi ai governi affrancarsi da concertazioni e sudditanze.

Anche Putin partecipa alla festa europea. A modo suo

Manifestanti arrestati dalla polizia a NovgorodAnche Vladimir Putin ha voluto partecipare, a modo suo, alla festa per i cinquant'anni dei Trattati di Roma, rivendicando in un lungo intervento pubblicato su la Repubblica il contributo della Russia all'Europa di oggi. Dal punto di vista storico e culturale, certamente, i rapporti sono plurisecolari, anche se nel '900 il contributo, se c'è stato, è stato malgrado la Russia. Nel senso che certo anche la minaccia sovietica ha spinto i paesi dell'Europa occidentale ad integrarsi.

Quella della Russia a favore di un'Unione europea «autorevole e influente» nel mondo è un'«opzione» forte, spiega oggi il presidente russo, forse anche per fugare i sospetti di chi vede nella Russia un attore che gioca invece sulle divisioni dei partner europei. «Lo sviluppo dei rapporti con l'Ue è una scelta di principio per la Russia», ribadisce, anche se «nel prossimo futuro» non si tratta né di aderire né di sottoscrivere alcun tipo di associazione. La formula che Putin predilige è quella del «partenariato strategico» e a Prodi, ormai isolato anche in Europa continentale, rimane solo l'amico russo: «A questo proposito mi piace la formula dei rapporti tra la Russia e l'Unione Europea, enunciata una volta da Romano Prodi: "Tutto tranne le istituzioni"».

«Costruendo oggi uno Stato sovrano e democratico, noi condividiamo pienamente quei valori e principi di base che compongono la percezione del mondo da parte della maggior parte degli europei», afferma Putin. Peccato che giusto ieri il suo potere in Russia è tornato a mostrare il suo vero volto.

Decine, forse centinaia di oppositori sono stati arrestati mentre manifestavano pacificamente in piazza, nel centro di Novgorod. La manifestazione era stata organizzata da "Quelli che dissentono", il cartello che raggruppa diverse sigle dell'opposizione al regime guidato, tra gli altri, dal campione di schacchi Kasparov.

Marinai britannici in mani iraniane. Una crisi sottovalutata

Forse è perché gli inglesi non cedono al melodramma; forse è perché in fondo sappiamo che il Regno Unito è in grado di cavarsela senza la solidarietà internazionale; forse è perché sappiamo anche che i soldati di Sua Maestà sono preparati e coraggiosi. Forse è per tutto questo che la cattura dei 15 militari britannici in acque irachene da parte degli iraniani non ha destato l'attenzione che meriterebbe un atto che acuisce una crisi internazionale già di per sé delicata, e che potrebbe anche divenire l'occasione per far cantare le armi.

Rappresaglia per gli agenti di Teheran arrestati in iraq, intenti però ad alimentare il conflitto etnico e il terrorismo; ricatto a un membro permanente per le dure sanzioni appena approvate all'Onu; reazione a quel blocco navale di fatto che americani e britannici stanno mantenendo nel Golfo Persico, con una flotta anti-terrorismo e contrabbando di materiali per il programma nucleare (oltre 45 navi, guidate da due gruppi di battaglia con le portaerei Eisenhower e Stennis), di fronte alla quale agli iraniani non rimane che darsi alla pirateria.

Un po' di tutto questo, ma comunque il segnale che gli ayatollah non si fanno intimidire. Fatto sta che la crisi è seria, oltre che grave. Non come la vicenda Mastrogiacomo, grave ma nient'affatto seria. Ci auguriamo che i 15 soldati possano uscirne vivi senza subire ricatti.

La sua eredità, il suo posto nella storia della Gran Bretagna, sono al sicuro, ma Blair prende molto sul serio questa crisi dagli esiti incerti.

Perfect Day

Perché è tanto tempo che manca.

Saturday, March 24, 2007

Perché nel nostro sistema i 158 servono

Non è uno dei comunicati più oscuri quello che Pannella ieri sera ha messo sul sito Radicali.it (Leggi). Basta sapere che l'«illustre Impaziente» di cui si parla è Capezzone. Ricorda a noi impazienti che se il Governo vedrà approvato dal Senato il suo decreto di rifinanziamento delle missioni, pur senza tutti i 158 voti dai banchi della maggioranza, non è giuridicamente e costituzionalmente tenuto a dimettersi. Grazie, un ripasso di diritto costituzionale fa sempre bene.

Rimane la questione politica. Perché val la pena di ricordare che stando alle dichiarazioni del presidente Napolitano, di Prodi, di Fassino e dei vertici di tutti i partiti di maggioranza, il Governo Prodi è stato rinviato alle Camere così com'era, dopo la sua prima crisi, proprio sulla promessa fatta a Napolitano, proclamata ai quattro venti, che potesse contare su una maggioranza autosufficiente (158 voti) al Senato. Se lo stesso presidente ha chiesto che una maggioranza certa - a prescindere dalle auspicabili convergenze bipartisan - ci fosse, è evidente che, al contrario di quanto sostiene Pannella, il problema dei 158 esiste.

Ed è proprio alla pervicace ricerca di questa autosufficienza che è stata immolata la posizione della Rosa nel Pugno durante la crisi, che invece auspicava un più corposo allargamento a non meglio precisate forze liberali e socialiste. Non era "ineludibile" dimettersi neanche in occasione dell'ultima crisi. Eppure...

Eppure il problema c'è, eccome. Improvvisamente si sono tutti innamorati del voto bipartisan, scordandosi però che è un comportamento di maggioranze e opposizioni tipico di sistemi istituzionali diversi dal nostro, e che per di più qui godono del quasi totale rigetto da parte delle forze politiche. Si addicono ai presidenzialismi o ai premierati, non alla partitocrazia.

Si vorrebbe ampliare la maggioranza verso il centro senza modificare gli equilibri politici, cioè senza scatenare le proteste della sinistra neocomunista. Così «Si resta a metà del guado. Si tenta di fare lo stesso l'operazione senza pagarne il prezzo politico», riassumeva perfettamente Stefano Folli.

Nelle democrazie in cui le votazioni sono spesso «bipartisan» - Stati Uniti e Gran Bretagna - non esiste commistione tra potere esecutivo e legislativo. Entrambi ricevono il mandato direttamente dagli elettori e rimangono in carica fino alla sua scadenza naturale. Ecco perché, se arriva alle Camere una legge gradita all'opposizione, capita spesso che alcuni suoi deputati la votino, non essendo in gioco la permanenza al governo degli avversari; e, viceversa, se arriva una legge sgradita a parte della maggioranza, capita che alcuni suoi deputati non la votino, sapendo di non far cadere il premier o il presidente. Il fatto che siano tutti più indotti a valutare nel merito e non per appartenenza toglie potere di ricatto alle ali estreme. Così, prima di tutto sulla politica estera a volte si sfiora persino l'unanimità.

Ancor più della legge elettorale è quindi l'aberrazione della "fiducia" che il Governo deve ricevere dalle Camere per essere legittimato a governare la fonte dell'instabilità italiana. Il Governo dipende (deve la sua stessa legittimità) dalla maggioranza che gli concede la fiducia, cioè da un patto politico tra partiti che nasce in Parlamento. I partiti di opposizione possono aggiungere il loro voto, se lo ritengono, ma la maggioranza dev'essere autosufficiente. Se troppo spesso, o in passaggi fondamentali, non lo è, viene a mancare il patto, c'è una nuova maggioranza che dovrebbe palesarsi e dar vita a un nuovo governo. Dicesi parlamentarismo: ecco quindi perché senza l'autosufficienza dei 158 il nostro sistema va in sofferenza.

Uno di questi passaggi fondamentali è senz'altro il voto sul rifinanziamento delle missioni all'estero. Se il centrodestra dovesse decidere di non votare il decreto del Governo, coprendosi presentando una sua mozione per il rafforzamento del contingente e delle regole d'ingaggio, solo l'Udc - come sembra - potrebbe consentirne l'approvazione, rendendo ininfluente, come dice Pannella, il fatto che dalla maggioranza potrebbero arrivare meno di 158 voti. Eppure, lo stesso Casini, preannunciando di voler votare a favore, ha chiarito che se anche il decreto passasse ma mancassero i 158 voti dalla maggioranza, il Governo dovrebbe dimettersi. Ti aiuto, ma esigo le tue dimissioni? E' logico: nuova maggioranza, nuovo governo, o quanto meno nuova verifica politica di quello vecchio.

In un sistema in cui la legittimità dei governi dipende dalle maggioranze che si formano in Parlamento c'è un limite al loro variare. Perché, per esempio, il Governo non pone la fiducia sul decreto delle missioni? Saprebbe di perdere i voti dell'Udc e di non avere una maggioranza. A questo punto dovrebbe essere il Capo dello Stato a esigere che venga posta la fiducia per garantire il corretto funzionamento del parlamentarismo. Insomma, si deve sapere se l'Udc fa parte o meno della maggioranza. Soprattutto, in una materia come la politica estera si deve sapere su quale maggioranza si regge il Governo.

Nel merito, Prodi è riuscito a peggiorare la politica estera di Berlusconi, anche agli occhi di chi non avesse amato i buoni rapporti di quest'ultimo con l'amministrazione Bush. Angelo Panebianco individua, tra i vari disastri, la circostanza imprevista e peggiorativa: «Il governo Berlusconi aveva rapporti freddi e quasi ostili con i principali governi dell'Europa continentale ma coltivava almeno un saldo legame con gli Stati Uniti. Con il governo Prodi, le tensioni con gli Stati Uniti sono giunte al loro massimo storico senza la compensazione di un solido e aperto sostegno degli altri europeo-continentali».

Il blog e l'arte del comunicare onestamente

Il blog come arte del domandare (Wind Rose Hotel) o dell'asserire, per provare a dare qualche risposta (1972)?

Dibattito interessante e quanto mai opportuno. A me pare che il succo del bloggare sia: chiunque non disponga di una tribuna sui media tradizionali è potenzialmente in grado di dare risposte più meditate, più frutto dello studio, e meno equivoche tramite il blog. Il che non significa che tutte lo siano e che tutti ci riescano, ma i blog sono competitivi - e molto - rispetto ai media tradizionali. Dunque, guai a smettere di dare risposte.

Chi prova a dare le risposte non per questo ha rinunciato alla funzione del dubbio. In qualsiasi percorso di ricerca esiste anche il momento in cui occorre mettere un punto. Per la chiarezza e l'intellegibilità della ricerca stessa. E perché è da quel punto che si può proseguire senza perdere il filo del discorso. Allo stesso modo per cui è illegibile e impensabile un testo senza punti e a capo alla fine di ciascun periodo.

A me pare invece che lo sport preferito di qualcuno sia presentare argomenti ostentando una retorica dubbiosa, ma tra le righe proponendo una visione della realtà nient'affatto neutra e sospesa come si vorrebbe far credere.

Un blog come JimMomo, che spesso (anche troppo) «si attarda a citare e commentare opinioni altrui, autorevoli e collaudate», rimane però consapevole che il primo esercizio di critica è proprio il mettere in discussione verità e versioni della realtà fornite da fonti «autorevoli e collaudate», che spesso invece si rivelano essere solo privilegiate nei mezzi di diffusione.

Un passo avanti nel regno di Blair

Le nuove leggi approvate in Gran Bretagna contro le discriminazioni vietano a tutte le agenzie per le adozioni di rifiutarsi di affidare bambini a coppie gay.

A nulla sono valse le proteste dei cattolici che in questi giorni avevano accusato il governo. La Camera dei Lords ha respinto (con 168 voti contro 122) una mozione per stralciare i regolamenti che impongono il rispetto delle norme anche alle agenzie di adozione cattoliche.

Secondo questi regolamenti la Chiesa cattolica avrà 21 mesi di tempo per adeguarsi e osservare le nuove regole, in vigore da aprile, o chiudere i battenti. Ma pare che la Chiesa sia orientata a chiudere le proprie agenzie per le adozioni piuttosto che dover affidare i bambini a coppie gay.

«Sono convinto - ha detto il premier Blair durante il Question Time di mercoledì - che possiamo, se siamo sensibili, trovare il modo di impedire discriminazioni contro le persone omosessuali e allo stesso tempo consentire alle agenzie cattoliche di adozioni di andare avanti con l'eccellente lavoro che svolgono».

Qualche pregiudizio in meno sulle droghe

Alcol e tabacco tra le dieci sostanze più nocive. Più nocive di cannabis, Lsd ed ecstasy. Almeno così conclude uno studio condotto dal professor David Nutt dell'Università di Bristol e pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet.

«L'attuale concezione delle droghe è mal concepita e arbitraria», sostiene Nutt. L'approccio dello studio è innovativo perché si riferisce «non alla sostanza in sé, ma al suo uso tipico». Lesile Iversen, professore di farmacologia a Oxford, lo definisce «il primo passo per una classificazione delle droghe basata sulle prove» e non sul retaggio culturale.

Se infatti s'intende ragionare sulle droghe con approccio se non antiproibizionista almeno liberale, non ci si può che concentrare sulla loro pericolosità sociale, cioè sui danni che provocano ai cittadini non consumatori e sui costi che pesano sulla collettività, perché per quanto riguarda gli effetti su di sé il consumatore adulto va ritenuto libero e responsabile.

Il tabacco è causa del 40 per cento di tutti i ricoveri ospedalieri e all'alcol viene attribuita oltre la metà delle emergenze da pronto soccorso. Inoltre, l'alcol ha un alto tasso di pericolosità sociale (2,2 in una scala da 0 a 3) ed è secondo in questa classifica solo all'eroina. Il tabacco invece dà una dipendenza inferiore solo a eroina e cocaina. Fuori dalla top ten cannabis, Lsd ed ecstasy, solo diciottesima.

Fonte: Corriere.it

Friday, March 23, 2007

Indecente mistificazione di Repubblica.it

L'homepage di Repubblica.it con il titolo sulle dichiarazioni di NapolitanoGuardate nella foto qui accanto l'apertura che da qualche ora campeggia sull'homepage di Repubblica.it.
Afghanistan, Napolitano
"Non c'è frattura con Usa"
Berlusconi: sul voto vedremo

Cliccando si apre la notizia intitolata "Afghanistan, in campo Napolitano", ma appena si comincia a leggere si capisce che la dichiarazione del presidente della Repubblica non riguardava affatto la vicenda Mastrogiacomo e l'incidente diplomatico con gli Stati Uniti: «Mentre il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dissipa le polemiche sulla crisi tra Italia e Usa dichiarando che con gli Stati Uniti "non si può parlare di grave frattura o incomprensione" perché gli americani "hanno avuto un ruolo molto importante nel processo di integrazione europea", Berlusconi sembra avere un ripensamento sulla missione in Afghanistan».

Il virgolettato delle parole di Napolitano riportato da Repubblica.it è "non si può parlare di grave frattura o incomprensione", mentre nel lancio Ansa (13,01) si legge:
«Non credo si possa parlare di una grave frattura o incomprensione tra Europa e Stati Uniti». Lo ha detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, intervistato al Tg1. Il capo dello Stato ha ricordato che gli Stati Uniti hanno avuto «un ruolo molto importante nel favorire la nascita del progetto di integrazione europea». Ha ricordato in particolare la «grande simpatia» che aveva Eisenhower per il progetto europeo prima ancora di diventare presidente della Repubblica.

Dunque, il presidente parlava dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa rispetto al processo di integrazione europea e non, come Repubblica.it con i suoi titoli e virgolettati cerca di far intendere, del dissidio sull'Afghanistan tra Stati Uniti e Italia. Mistificazione a regola d'arte. Napolitano non scende affatto «in campo» sul tema Afghanistan, ma centinaia di migliaia di lettori saranno passati oggi sull'homepage di Repubblica.it uscendone convinti del contrario.

Guarda l'intervista integrale (dal sito del Tg1). Nei 9,04 minuti dell'intervista non viene pronunciata una sola volta la parola "Afghanistan".

UPDATE ore 17,43: Repubblica.it ha corretto la notizia. Adesso il virgolettato delle parole di Napolitano è a fondo pagina, anche se continua a non avere nulla a che fare con l'argomento della notizia (il voto sulla missione in Afghanistan alla luce delle polemiche con gli Usa), mentre dal titolo in homepage hanno tolto il richiamo "Afghanistan", ma è appena meno mistificatorio di prima:
Interviene Napolitano
"Non c'è frattura Ue-Usa"
Berlusconi: sul voto vedremo

"Interviene" dove? Non certo sul tema Afghanistan.

In tutto la mistificazione è rimasta on line nelle cinque ore centrali della giornata, più o meno dalle 12,30 alle 17,30.

Proibizionismo bipartisan

Una cosa è certa della bocciatura del decreto Turco sulla dose minima di cannabis da parte del Tar: non si può aggirare una legge per via amministrativa. E' il maldestro trucchetto tentato dal ministro della Salute per non dover affrontare in Parlamento un altro tema scottante che riserverà molte sorprese. Siamo convinti, infatti, che la legge Fini-Giovanardi sia per lo più condivisa da gran parte del centrosinistra e che l'unica modifica sui cui è possibile un accordo è proprio l'innalzamento delle soglie di tolleranza quantitativa.

Ma se si dovesse aprire il dibattito sull'abrogazione della legge, che trascinerebbe con sé inevitabilmente anche la Iervolino-Vassalli (non troppo dissimile dalla Fini-Giovanardi), il volto del centrosinistra trasfigurerebbe in quello proibizionista del centrodestra. Si prevedono tempi duri per i friedmaniani.

D'Alema scaricabarile

Adesso è chiara l'operazione che D'Alema sta facendo a Porta a Porta dopo il cazziatone della Rice. Stando a quanto dice, lo stesso accordo per il quale dalla Farnesina nei giorni scorsi si sbandierava ai quattro venti, su tutti i media, "abbiamo soddisfatto tutte le condizioni", oggi non ha più padri. I talebani li ha liberati di sua spontanea volontà Karzai e le trattative con i talebani le ha condotte Emergency. Ma chi crede di prendere ancora per il culo, Mr. D'Alemah, con il suo penoso scaricabarile? Ci tocca difendere Emergency, che ha agito ovviamente perché investita di questo ruolo proprio dal Ministero degli Esteri, in contrasto con quello della Difesa. E Karzai? Oltre al danno, la beffa. La fretta che ha avuto ad avvertire che si è trattato della prima e l'ultima volta la racconta lunga su quanto gli italiani devono avergli frantumato le palle.

Qui invece ci siamo convinti che il guaio l'abbia in gran parte causato lui.

Thursday, March 22, 2007

Caso chiuso con un pesante scappellotto

Massimo D'Alema con Condoleezza RiceL'insostenibile leggerezza dell'essere italiani

Non più solo voci coperte dall'anonimato. E' arrivato oggi l'intervento ufficiale a conferma delle "voci" di ieri, che a qualcuno evidentemente non erano bastate. Netta condanna del comportamento dell'Italia nella vicenda Mastrogiacomo. A parlare è il portavoce Sean McCormack, che spiega come al momento dell'incontro di lunedì con il nostro ministro degli Esteri il segretario di Stato Condoleezza Rice non era informata degli accordi presi da Roma con Kabul. Appresi i termini, gli Stati Uniti si devono esser sentiti lievemente raggirati dai "furbetti" italiani.

«Noi non negoziamo con i terroristi e raccomandiamo agli altri di non farlo», sottolinea McCormack, che ricorda le «conseguenze potenziali involontarie che potrebbero derivare da tali azioni». Preoccupazione «ovvia», vista la pericolosità dei personaggi rilasciati. Non è una una posizione nuova, ma «una politica ben nota e portata avanti da tempo, che il governo degli Stati Uniti ha ribadito al governo italiano durante questa crisi come in altri precedenti rapimenti».

«Per noi la priorità è salvare vite umane», insiste stasera a Porta a Porta il nostro ministro degli Esteri. Come se per gli altri non lo fosse. Ebbene, quante vite crede di aver salvato D'Alema con il rilascio di cinque talebani? Cominciamo con il dire che il bilancio tra vite salvate e vite perse che il nostro Governo ha messo in preventivo con l'accordo («abbiamo soddisfatto tutte le loro condizioni», veniva sbandierato ai quattro venti dalla Farnesina) era zero. La salvezza per Mastrogiacomo contro morte certa per il sesto talebano, il "traditore" che Dadullah aveva chiesto indietro.

Non ci sarà «rottura» dei rapporti tra Usa e Italia, ma il caso si chiude (forse) con una pesante nota del Dipartimento di Stato, seguita alla «approfondita e cordiale conversazione telefonica» di chiarimento tra D'Alema e la Rice di questo pomeriggio, in cui il nostro paese subisce l'umiliazione di un rimprovero - meritatissimo - a un monello beccato con le mani nella marmellata: "Passi Mastrogiacomo, ma ora basta". «A fronte dell'aumentata minaccia creatasi per tutti noi che abbiamo personale impegnato sul campo in aree come l'Afghanistan, ci aspettiamo che in futuro non vengano fatte concessioni».

Segue parte conciliante sulla necessità di «concentrarci sul lavoro estremamente importante che abbiamo di fronte in Afghanistan», sul nostro «ruolo chiave a sostegno del popolo e del governo afghano» e «sulla natura positiva e importante dei legami bilaterali tra l'Italia e gli Stati Uniti».

La degna conclusione l'ha scritta Andrea Romano nell'articolo di stamani: «... il Grande Levantino è andato a sbattere contro il muro del Dipartimento di Stato. E stavolta non è bastato tutto il tatticismo in cui D'Alema si ritiene maestro per evitargli l'accusa di falso in atto politico».

L'impressione infatti è che due siano stati gli elementi scatenanti la reazione degli alleati. Il tentativo dalemiano di "stravincere", cioè di vantare pubblicamente una «comprensione» da parte di Wasinghton, addirittura da qualcuno rilanciata come collaborazione attiva, dettata dalla necessità di tranquillizzare l'opinione pubblica sul fatto che i rapporti con gli alleati non si fossero inclinati a causa dell'esito del sequestro Mastrogiacomo.

Probabilmente da parte degli Stati Uniti non sono stati posti ostacoli all'operazione, ma da qui a parlare di «comprensione» ce ne vuole. E' intervenuto anche il segretario alla Difesa Robert Gates, chiarendo che si è trattato di una vicenda «tra il governo afgano e quello italiano». Nessun ruolo degli Usa. «Non siamo il governo sovrano dell'Afghanistan. Abbiamo un'influenza, ma non l'autorità o l'abilità di dettare decisioni a quel governo».

Un errore tecnico di D'Alema, il quale avrebbe dovuto immaginare che gli Usa non potevano far passare una versione (persino qualora avesse contenuto elementi di verità) che smentisse il loro tradizionale approccio post-11 settembre. Sentendosi attribuire una posizione diversa sono stati in un certo senso costretti a ribadire la loro linea nei confronti dei terroristi e alla fine chi ci ha rimesso è stato D'Alema, apparso nella migliore delle ipotesi uno che ha travisato la posizione Usa, nella peggiore come un bugiardo.

Commovente, inoltre, come stamani la stampa "amica" di Prodi cercasse articolati appigli e oscuri disegni nelle anonime "voci" d'oltreoceano. Il tutto - il secondo elemento scatenante - è molto più semplice e, direi, prepolitico: il trionfalismo italiano al ritorno a casa di Mastrogiacomo, sceso dalla scaletta di quell'aereo in diretta televisiva, pugni alzati come a festeggiare la vittoria di un mondiale mentre quella appena consumatasi era solo una tragedia umana e una sconfitta politica, è stato la goccia che, anche umanamente, deve aver fatto traboccare il vaso. A quel punto gli alleati non ne hanno potuto più del solito atteggiamento da "furbetti" degli italiani. Che ci sono ma s'imboscano; che fanno parte dell'alleanza, ma conducono trattative opache con il nemico senza informare nessuno; che sono in guerra ma si sentono in pace...

Credo che prima di tutto a livello pre-politico questo opportunismo, questa scaltrezza, questo aggirare le proprie responsabilità e le scelte difficili, rimangano dati incomprensibili ai popoli nordici e anglosassoni. Tant'è che non solo Washington ha reagito, ma anche Londra, Berlino e Amsterdam.

In Afghanistan la Nato si gioca il suo futuro e l'Occidente una parte consistente del confronto con il terrorismo. In Italia questa posta in gioco viene subordinata alla tenuta della coalizione di centrosinistra. Agendo in questo modo l'Italia impone un alto prezzo politico non solo a se stessa, in termini di credibilità, ma con sconcertante leggerezza anche alla Nato e al popolo afghano. Crediamo di essere i più "buoni", ma la verità è che non ci frega di nessuno tranne che di noi stessi, abbiamo una limitata visione del mondo, con un'«egoistica idea della democrazia privilegio di pochi».

La fermezza pragmatica dei radicali

Hai visto mai che i radicali riescano a uscire dagli anni '70. Dopo Capezzone ieri, quella espressa dal ministro Bonino oggi è una linea della fermezza, una fermezza pragmatica, quindi razionale e ragionevole, e non ideologica. Che non significa, insomma, abbandonare gli ostaggi al loro destino. Emma Bonino dichiara al Corriere che è «comprensibile» la reazione degli alleati, sorpresi dalle concessioni fatte ai talebani per la liberazione di Mastrogiacomo. I combattenti rilasciati, infatti, secondo fonti dei nostri servizi, sarebbero «almeno il doppio» di quelli dichiarati.

«Credo fermamente che occorra una buona volta uscire tutti, cioè governo, media, partiti e opinione pubblica, da questa specie di "trance" nazional-popolare che avvolge il Paese ogni volta che si produce un episodio del genere. Tragedie ed orrori, sui teatri di guerra, avvengono purtroppo regolarmente, e non c'è un diritto all'esenzione per quelli che non sopportano l'idea che queste cose avvengano. È tempo di riprendere la strada del rigore se vogliamo evitare che i nostri connazionali diventino, per paradosso, ostaggi più "appetibili"».

«Doveroso tentare di salvare una vita umana». Un «obbligo istituzionale» per un governo nei confronti di un suo cittadino. E, d'altra parte, va ricordato che servizi segreti afghani e militari britannici avevano localizzato Mastrogiacomo ma il blitz è stato più volte stoppato da Roma. Dialogo sì, dunque, ma «bisogna vedere a che prezzo». Troppo «facile dichiararsi d'accordo con il principio che una vita non ha prezzo», poi però occorre con realismo valutare «il punto di caduta» del compromesso possibile, che potrebbe far perdere molte altre vite.

La Bonino ritiene che «le espressioni di lutto nei confronti di un ostaggio che aveva il solo tratto distintivo di non essere italiano siano state poche, blande e tardive» e che le concessioni fatte ai talebani mettano in pericolo altri nostri connazionali. Non chiude al ruolo delle ong, ma ricorda qualcosa che dovrebbe essere ovvio: «... il timone deve rimanere in mano allo Stato. Il motivo è semplice: lo Stato deve rendere conto politicamente della propria azione. Invece una Organizzazione non governativa, no. La differenza non è banale, mi sembra».

Wednesday, March 21, 2007

Pubblicare, e pubblicare tutto

Dunque, Silvio Sircana, in una lettera pubblicata oggi su La Stampa, giura di non aver mai saputo nulla delle foto che lo ritraggono fermo in auto mentre avvicina un trans su un marciapiede di Roma.

Eppure, foto di ben sette mesi fa furono comprate per la spropositata cifra, fuori mercato, di 100mila euro da Oggi, settimanale Rcs e, pare, «gelosamente chiuse in un plico sigillato con la ceralacca custodito nella cassaforte dell'ufficio legale del gruppo». Eppure, dalla prima ritrattazione (poi contro-ritrattata) del fotografo all'intervento censorio, e ad sircanam, del Garante per la privacy, è sembrato esserci un tentativo di insabbiamento.

L'interesse pubblico dell'esistenza di questi scatti non sta certo nelle abitudini sessuali di Sircana, ma nella sua ricattabilità come stretto collaboratore del presidente del Consiglio, la figura incaricata di esprimere le posizioni ufficiali di Prodi e, da qualche giorno, dell'intero Governo. Dunque, a questo punto, non ci interessa sapere cosa accadde quella sera, se è stato ricattato o meno, ma a) perché un gruppo editoriale guidato da un amministratore delegato come Perricone, vicino a Prodi, snodo importante per alleanze bancarie e industriali anch'esse vicine al presidente del Consiglio ha ritenuto di seppellire quelle foto e b) chi ha tentato di imbavagliare la stampa.

Foglio e Riformista, tra ieri e oggi, hanno ipotizzato che sullo sfondo della disputa su queste foto ci sia un nuovo episodio della partita, giocata tra gruppi di potere che intrecciano assieme banche, impresa e politica, che va dall'assalto al Corriere, al caso Fassino-Consorte, quindi Bnl-Unipol, dalla crisi di Telecom e dal piano Rovati fino ad oggi. E se il Corriere torna a parlare di intercettazioni, con due righe non passate certo inosservate che fanno riferimento a «due inedite telefonate» tra Consorte e D'Alema, allora noi da qui diciamo: pubblicare, e pubblicare tutto, perché è il solo modo in cui ciò che è noto a un'oligarchia di mille sia conosciuto a un milione e più di cittadini.

La concretezza della moralità politica

Due domande semplicissime, ma stringenti.
Avendo dimostrato in più occasioni che è disposto a pagare riscatti o a fare concessioni politiche, il nostro governo non ha forse messo in pericolo tutti gli italiani all'estero - giornalisti, ingegneri, imprenditori, ma anche semplici turisti, e non solo in Afghanistan - rischiando di innescare un'atroce e globalizzata industria dei sequestri, "visto che gli italiani pagano bene"?

E dal punto di vista della moralità politica, dopo aver gioito per la salvezza di Mastrogiacomo, quale dovrebbe essere il nostro sentimento collettivo di italiani se solo uno dei cinque talebani liberati si renderà responsabile - cosa probabilissima - di venti morti in un attentato contro civili o in un attacco alle truppe Nato? Certo, la differenza è che di queste vittime non vedremo mai la disperazione di mogli, madri, sorelle e figli.

Non c'è ambiguità che tenga, non c'è via di fuga immaginabile, di fronte a queste due semplici domande.

Il bidone della cura Nicolosi

Il dottor Nicolosi è il famoso terapista che pretende di "curare" l'omosessualità. In Italia, è lo psicoterapeuta Claudio Risè a diffondere le idee del Narth, l'associazione fondata dallo stesso Nicolosi («associazione che, tra le altre cose, giustifica pure la schiavitù dei neri», osserva Daw). Grazie a Daw che lo ha prodotto possiamo sentire in un video la testimonianza diretta di un ex paziente, Daniel Gonzales. Insieme ad Andreas Martini, Daw ha contattato Daniel e ha sottotitolato il video in italiano. Daw definisce «molto toccante» la testimonianza di Daniel e suggerisce di ascoltarla.
>> Guarda il video

D'Alema sta tirando troppo la corda

Massimo D'AlemaUn tremendo uno due Washington-Londra che manda al tappeto il Governo Prodi

A dimostrazione del fatto che D'Alema sta tirando troppo la corda, arriva nel pomeriggio un tremendo uno due Washington-Londra che manda al tappeto il Governo Prodi. Da una fonte dell'amministrazione Usa, via AdnKronos, arriva un messaggio chiaro: «Non è vero che abbiamo approvato lo scambio e le concessioni ci hanno colto di sorpresa».
«Sebbene siamo contenti per il rilascio di Daniele Mastrogiacomo, abbiamo alcune preoccupazioni circa le circostanze della consegna. Le concessioni ci hanno colto di sorpresa e ritieniamo che aumentino i rischi per le truppe della Nato e afghane e per il popolo afghano».
«Preoccupati» sarebbero anche «i Paesi alleati della Nato», ha aggiunto il funzionario, secondo cui «le preoccupazioni sono state comunicate al governo italiano attraverso gli appropriati canali diplomatici». Washington ribadisce così la propria posizione: «Non abbiamo approvato e non approviamo concessioni ai terroristi».

Non solo Washington, anche il Foreign Office esprime «preoccupazione» per «le implicazioni della liberazione di taliban», dice all'Ansa una portavoce del Ministero degli Esteri britannico, aggiungendo che della vicenda Londra sta «discutendo con il governo italiano e con quello afghano». E' un «messaggio sbagliato a coloro che pensano di prendere ostaggi».

La sintesi perfetta l'ha fatta Christian Rocca, su Il Foglio: «D'Alema presenta all'Onu il suo piano per la pacificazione del centrosinistra». Il tattico per eccellenza utilizza un linguaggio doppio che per cinismo ricorda Arafat. «Quella che, in italiano, passa per una grande proposta di pace, cioè di trattativa col nemico talebano e di ripensamento delle strategie occidentali, nell'ovattata sala del Consiglio è stata presentata come il quarto o quinto round di incontri internazionali sull'Afghanistan, sulla scia di quelli di Bonn e Londra, oltre che la naturale continuazione di altri meeting già fissati da tempo, come quello del 30 maggio all'interno del G8 e un altro, a Roma, sullo stato di diritto e la giustizia».

Il ministro degli Esteri ha fatto esplicito riferimento all'acronimo "Jcmb" «per descrivere il formato che dovrà avere la conferenza»: Joint Coordination and Monitoring Board. Nient'altro che il comitato di controllo dell'attuazione dell'accordo di cooperazione tra Onu, Afghanistan e comunità internazionale siglato a Londra l'anno scorso e ancora in vigore per quattro anni.

Così come difficilmente D'Alema, a cena con Condoleezza Rice a Washington, «malgrado il roboante annuncio prima della partenza», ha posto le questioni Calipari o Abu Omar. Così come, per la liberazione di Mastrogiacomo ha invece ringraziato gli Usa per la «comprensione» avuta nel dare luce verde a Karzai per il rilascio dei 5 taliban, in merito alla conferenza non ha fatto alcun cenno a un coinvolgimento dei taleban e sull'Iran ha detto che nuove sanzioni sono «inevitabili».

In altre parole, ciò che in Italia - e in italiano - viene spacciato per "discontinuità", per tenere buoni i settori pacifisti della maggioranza, all'Onu, o a cena con la Rice - in inglese - diviene un'iniziativa diplomatica in assoluta continuità e nel solco degli impegni assunti dalla comunità internazionale e dai nostri alleati per l'Afghanistan.

Il risultato di queste due mezze verità è una bugia intera, un'ambiguità totale per cui nessuno, forse neanche lo stesso ministro, sa più quale sia la nostra vera politica estera. Il tatticismo esasperato ed esasperante di D'Alema è così spregiudicato che nonostante la sua abilità rischia di sfuggirgli di mano. Il gioco sembra essersi fatto troppo scoperto, ma promette di esserlo sempre di più.

Sono alle porte, infatti, giorni difficili per i nostri soldati in Afghanistan. E D'Alema mette in guardia: «Purtroppo la guerra, la guerriglia sta arrivando anche ad Herat. Stiamo per affrontare momenti difficili e il comando della Nato può muovere le forze italiane in caso di assoluta necessità e sulla base degli attuali accordi». Insomma, «l'assoluta necessità» ci sarà e, come chiarisce Minzolini oggi su La Stampa, «il nostro governo si sta attrezzando allo scontro, di malavoglia e con l'ipocrisia di sempre».

D'Alema sembra infatti intenzionato a ripetere l'operazione fatta con la Serbia, quando in Parlamento negava che partecipassimo ad azioni di guerra mentre da Aviano si alzavano in volo i Tornado, i nostri cacciabombardieri, che di certo non scaricavano nell'Adriatico la loro stiva. Così oggi conta «sulla distanza che divide Roma da Kabul per nascondere ad una parte della sua maggioranza [soprattutto fino al voto sul rifinanziamento della missione] quello che sta avvenendo in Afghanistan, cioè il fatto che presto o tardi i nostri soldati saranno costretti davvero ad usare le armi».

Niente velo a scuola

Dopo il governo francese si è mosso anche quello britannico. Il Ministero dell'Istruzione ha varato una direttiva in cui si conferisce ai presidi il potere di vietare il velo islamico in classe, il niqab, che lascia solo una fessura per gli occhi. «Spetta ai capi degli istituti decidere se il velo influisce negativamente sulla capacità di apprendimento o partecipazione alla discussione degli alunni o causa problemi di sicurezza e in questi casi possono proibirlo».

Di recente due casi erano emersi dalle cronache giudiziarie: un'insegnante elementare sospesa dalla scuola perché indossava il niqab in aula, rendendo difficile ai bambini capire ciò che diceva, e un'alunna a cui era stato ordinato di venire a volto scoperto. I tribunali in primo grado hanno dato ragione ai due istituti.

«Con questa direttiva vogliamo fare chiarezza», ha detto un portavoce del Ministero. Contrastanti le reazioni della comunità islamica. Il presidente della Islamic Human Rights Commission, Massoud Shadjareh, si è detto «scioccato» e ha previsto che «molti genitori islamici potrebbero essere costretti a ritirare i figli da scuola»; altri hanno parlato di «un nuovo passo verso la demonizzazione dell'Islam in Gran Bretagna». Ma il dottor Tag Hargey, del Muslim Education Centre, ha spiegato che «quando si nasconde il volto non solo si disumanizzano le ragazze, ma si allarga il solco di ìncomprensione nelle nostre comunità, si mascherano i sentimenti».

Tempo fa Blair aveva parlato di «giusto equilibrio tra il multiculturalismo, l'identita distintiva di ogni comunità e l'integrazione nella nostra cultura». Più diretto Salman Rushdie: «Il velo è un simbolo di sottomissione delle donne, fa semplicemente schifo».

Fonte: Corriere della Sera

La nostra opinione è in questo articolo di qualche tempo fa.

A nome di chi parlano Intini e Craxi?

Prosegue la ricreazione di viceministri e sottosegretari agli Esteri che parlano a vanvera facendo danni forse senza neanche rendersene conto. Dopo Intini, anche Bobo Craxi, se è vero quanto afferma il premier palestinese di Hamas al Corriere («Craxi mi ha assicurato di appoggiare lo stop all'embargo»), avrebbe posto il nostro paese al di fuori della linea del Quartetto nei rapporti con il governo palestinese.

Mentre nelle stesse ore, all'Onu, il ministro degli Esteri D'Alema dichiarava che «il nuovo governo palestinese deve rispettare le richieste del Quartetto».

Ribadiamo la domanda che vale per Intini: l'Italia si sta sfilando da quella linea? E se sì, sono Craxi e Intini a doverne esprimere un'altra? O sono entrambi degli incompetenti?

Tuesday, March 20, 2007

La nostra politica estera scivola nel neutralismo

Il giornalista di Repubblica Mastrogiacomo con Gino Strada dopo la liberazioneAccontentiamoci. Almeno questa volta Prodi non si è affidato a una seduta spiritica per far liberare l'ostaggio, ma a Gino Strada e alla sua potente struttura, Emergency. E' pur sempre un passo avanti.

Ma per Emergency laggiù in quel di Lashkargah oggi non è stata una giornata tranquilla. Prima l'arresto del "mediatore" da parte dei servizi di sicurezza di Karzai. E vorrei anche vedere che il governo di Kabul non avesse ritenuto necessario interrogare chi tra i collaboratori di Emergency, di cui sono noti gli ottimi rapporti con gli ambienti dei talebani, ha tenuto i contatti con i rapitori.

Davanti all'ospedale di Lashkargah c'è stata anche una manifestazione di afghani che protestavano per riavere indietro il corpo dell'autista sgozzato e per avere spiegazioni sul perché non fosse tratto in salvo anche l'interprete.

Già, e l'interprete di Mastrogiacomo? Della sua sorte non si hanno ancora notizie. Com'è possibile che Strada, alla guida di un'organizzazione umanitaria che da anni salva la vita ai poveri afghani, ma anche la Farnesina, non si siano assicurati che l'accordo valesse anche per la liberazione dell'altro ostaggio? Non vogliamo credere che abbia prevalso lo stesso riflesso un po' "razzista" dei rapitori, che hanno saputo ben selezionare l'uomo "giusto" da cui ricavare una buona contropartita sacrificando l'altro a scopo intimidatorio. Della decapitazione dell'autista di Mastrogiacomo in pochi si sono interessati, ma quelli che lo hanno sgozzato Fassino li invita a una conferenza di pace.

Dal punto di vista politico è apparso evidente come il governo ed i ministeri coinvolti non abbiano mai avuto sotto controllo la situazione. Una grave dimostrazione di impotenza se corrispondesse al vero la ricostruzione di Fiorenza Sarzanini, sul Corriere di oggi. Lo Stato completamente nelle mani di Strada, che ha preteso e ottenuto che rimanessero alla larga Sismi, Ros e militari. «La Difesa è stata tagliata fuori dal negoziato affidato interamente a Gino Strada».

Eppure, due giorni dopo il sequestro pare che i Ros, gli agenti del Sismi, insieme agli inglesi e agli americani a Kabul, avessero localizzato la zona dove il giornalista era segregato, ma l'ipotesi del blitz veniva respinta praticamente su ordine di Strada, per ottenere il suo aiuto. E' andata bene, ma ciò non risolve il problema politico di un governo che sta letteralmente perdendo il controllo della propria politica estera e di difesa sul campo, al di là delle dichiarazioni ufficiali - e a volte pure in quelle.

Abile è stato D'Alema a ridimensionare il ruolo di Emergency: «E' evidente che non ci sarebbe stata una soluzione positiva di questa drammatica vicenda senza la cooperazione del governo afghano e senza la comprensione del governo americano». Ed è così, ma politicamente e mediaticamente è il trionfo "pacifista" con il Governo impotente.

Poco rilievo è stato dato alla pesante lezione di come si sta al mondo che il Cancelliere tedesco Angela Merkel ha impartito ieri in faccia a Prodi, quando ha ribadito chiaro e tondo che l'obiettivo politico della Nato a Kabul è legittimare il Governo di Karzai, quindi liquidando ogni ipotesi idiota sui talebani al "tavolo della pace", e sottolineato che il Governo tedesco «non si fa ricattare» con suoi ostaggi.

Oggi in qualche editoriale, da Ferrara a Folli, passando per Andrea Romano, si indicava con precisione il problema politico: cosa restiamo a fare in Afghanistan, se tra limiti numerici e operativi alle nostre truppe, trattative con chiunque sugli ostaggi, aperture politiche al nemico contro cui gli alleati stanno per scatenare un'offensiva militare, e il rischio che addirittura il Governo vada sotto al Senato sul rifinanziamento della missione, rischiamo di essere l'anello debole, il ventre molle della coalizione, e rimanere con un comportamento "di fatto" pericolosamente neutralista?

Scrive Giuliano Ferrara: «La storia del rapimento del giornalista di Repubblica non è una favola a lieto fine di cui compiacersi, rilanciando da destra a sinistra e ritorno una quantità miserevole di complimenti per la trasmissione...»
«Quella di Daniele è una tragedia, con il suo autista trucidato, con la vedova che abortisce per il dolore, e ben cinque comandanti militari di una formazione terrorista restituiti alla loro libertà di combattere contro tutto ciò che ci dovrebbe essere caro, in nome di un regime e di un'ideologia del terrore che hanno generosamente ospitato, finché non sono stati spazzati via dall'azione di guerra dei nostri alleati, benedetti dall'Onu e sotto il comando Nato, le basi di Osama bin Laden.
(...)
Giornalisti e operatori umanitari godono di maggior prestigio sociale, a quanto pare, dunque si pagano riscatti e si fanno scambi di prigionieri anche con bande che selezionano l'ostaggio da liberare dietro un prezzo cospicuo dopo aver ucciso quello inutile, l'autista-spia».
Dunque, si chiede Ferrara, «non ci vorrebbe un po' più di sobrietà, e magari qualche visibile segno di imbarazzo, di fronte allo scioglimento di una tragedia che non è un happy end? Non si dovrebbe evitare di fare i complimenti, come Bertinotti, alla "diplomazia dei movimenti"? Non si dovrebbe distinguere tra operatori umanitari neutrali e ambasciatori dichiarati dei talebani presso la Repubblica italiana, come Gino Strada? Nessuno prova un po' di ribrezzo per la trasformazione del rilascio di un ostaggio, pagato con un prezzo altissimo, in una festicciuola pacifista con il conforto delle più alte autorità? Per come ci comportiamo nella guerra al terrorismo, ieri in Iraq e oggi in Afghanistan, dovremmo ritirare le nostre tuppe d'urgenza, proclamare la neutralità italiana, uscire dalle alleanze internazionali di cui facciamo disonorevolmente parte...».

Andrea Romano, su La Stampa, esprime la stessa perplessità sulla natura del nostro impegno in Afghanistan e in generale nella lotta al terrorismo: «Ciò che proprio non si può fare è pretendere di rimanere "alla nostra maniera": raccontando al Paese che i militari italiani si occupano solo di ricostruzione civile mentre gli alleati rischiano i loro uomini, attribuendo direttamente dalle segreterie di partito patente di legittimità a questa o quella componente talebana secondo i mutevoli equilibri della nostra politica interna. La soluzione in assoluto peggiore per Prodi e per l'Italia sarebbe far finta di niente, fingendo di non aver sentito le parole con cui Angela Merkel ha commentato dinanzi a Karzai la liberazione dell'ostaggio italiano ("Il governo tedesco non è ricattabile") e ignorando gli sforzi che i militari alleati stanno compiendo per consolidare la fragile democrazia afghana. Da oggi la "maniera italiana" di stare in Afghanistan ha bisogno di essere chiarita con rigore e serietà, se non vogliamo incorrere nel sospetto di irresponsabile opacità che già aleggia...».

Purtroppo, non è solo questione di tatticismo, ma anche di cultura politica, di inadeguatezza a comprendere il presente, come spiega non da oggi Carlo Panella, su Il Foglio: «Non sono solo sintomi di una cinica navigazione a vista: sono invece il prodotto di una drammatica incultura politica. D'Alema e Fassino, infatti, non sono mossi solo da realpolitik - peraltro indispensabile a ogni buona politica estera - o dalla volontà di accattivarsi i voti della sinistra comunista. L'origine di queste mosse sconnesse è ben più grave: non hanno idea di chi siano realmente i Talebani, Hamas, Hezbollah e l'Iran di Ahmadinejad. Non maneggiano strumenti che permettano loro di definirli. Non hanno elaborato la fine del comunismo, sono stati trasformisti anche sul piano culturale e non padroneggiano nessuna dottrina che permetta loro di comprendere la natura del totalitarismo islamico... Danno mostra di non aver compreso nulla di Hannah Arendt, Francois Furet, Renzo De Felice».

Il sequestro Mastrogiacomo in Afghanistan pone infine anche pesanti interrogativi sul ruolo degli inviati in zone di guerra, che spesso diventano strumenti di ricatto per un paese intero. A sollevare il tema, in un articolo su L'Indipendente, Filippo Di Robilant, che ha lavorato a Kabul con le missioni umanitarie e come portavoce degli osservatori elettorali dell'Ue. «Esiste - si chiede - una via di mezzo tra il giornalista rintanato nella stanza d'albergo a scrivere il pezzo guardando la Cnn e quello scalpitante che pensa che il pericolo sia il suo mestiere?». Secondo Di Robilant «una via di mezzo» c'è: «Si può fare un buon mestiere di reporter senza mettere a rischio la propria vita e i propri collaboratori». Radio Radicale ha sentito a riguardo anche l'inviato del Corriere Massimo Alberizzi.

Battaglie perse comunque

Ad Antonio Polito e all'Indipendent, giornale di sinistra laica britannico che ha cambiato idea sulla marijuana, vorrei obiettare che non è la pericolosità o meno della sostanza a rendere più o meno efficaci le politiche proibizioniste.

Esse, a prescindere, falliscono, per due motivi fondamentali: innanzitutto, perché è impossibile dal punto di vista pratico impedire a qualcuno di introdurre una sostanza nel proprio corpo e difficile convincerlo che sia un atto condannabile dal punto di vista morale e dannoso per gli altri; secondo, perché il mercato è più forte dello Stato. Se viene messo fuori legge, sopravvive adattandosi, prendendo altre forme, diventando "mercato nero".

Come spiegava Milton Friedman, le leggi proibizioniste servono solo a ingrassare le mafie e a rendere libere di fatto le droghe. Dunque, possiamo scoraggiarne l'uso, controllarne medicalmente il consumo, informare sugli effetti delle varie sostanze, persino produrne di meno dannose, ed eliminare quanto di criminale ci gira intorno, ma non riusciremo a toglierla a chi vuole drogarsi, perché alla radice prevale la propria volontà di autodeterminazione e una legge che vieta un comportamento individuale che non causi danni al prossimo non riscuote una sufficiente approvazione da parte della cittadinanza.

Monday, March 19, 2007

Tranquilli, mandiamoci Fassino a trattare...

Finalmente libero, miracolosamente salvo, il giornalista di Repubblica per 15 giorni in mano ai talebani in Afghanistan. Ha raccontato particolari terribili: l'autista afghano rapito con lui è stato decapitato sotto i suoi occhi.
«Lo hanno soffocato con una sciarpa e gli hanno tagliato la testa sotto i miei occhi. E' stato terribile, terribile. Il collega afghano accanto a me ha cominciato a piangere, con le bende agli occhi, messo in ginocchio nel deserto, le mani legate dietro, poi hanno cominciato a dire "In nome dell'islam" e compagnia cantando. Prendevano questo povero cristo e lo soffocavano nella sacca e gli tagliavano proprio la testa. Poi pulivano il coltello sul suo vestito. Io tremavo ovviamente, perché pensavo adesso tocca a me».
Tranquilli, con quei tipi là ci parla Fassino, risolve tutto lui.

La sinistra che non vede e non sente

Nell'anniversario dell'assassinio di Marco Biagi, un altro ricordo, anche questo non retorico ma intensamente politico, da parte di Pietro Ichino sul Corriere della Sera.

Sul «terreno della politica del lavoro» (ma non solo, aggiungiamo noi) lo schema destra/sinistra «ha sempre meno senso», «le linee di demarcazione» sempre più sfumate rispetto al secolo scorso e al precedente. Biagi lo aveva capito e per questo «i terroristi lo hanno condannato a morte senza processo» e la sinistra lo condanna alla damnatio memoriae.

La sua legge, osserva Ichino, non è che «uno sviluppo della riforma Treu del 1997». Ma «ammetterlo sarebbe politicamente rovinoso per l'assetto attuale della sinistra: significherebbe trovarsi nella scomodissima alternativa tra riconoscere di avere gravemente sbagliato nel demonizzare per cinque anni la riforma Biagi e il suo autore, oppure rinnegare la riforma Treu. Ora, rinnegare la riforma Treu non è possibile, poiché essa fu varata dall'intero schieramento di sinistra, sulla base di un accordo pieno con l'intero movimento sindacale, Cgil compresa. Accade così che, inchiodata all'errore di faziosità commesso per tutta la scorsa legislatura, l'attuale maggioranza non possa permettersi una verifica aperta e trasparente su questo punto: per non spaccarsi, per sopravvivere, è condannata a negare l'evidenza».

E' una sinistra che oggi, come allora, «non riesce a scuotersi di fronte a un sistema di relazioni sindacali che funziona sempre peggio»; che non accetta di «rimettere in discussione la struttura stessa della contrattazione collettiva, fortemente centralizzata, rimasta immutata da mezzo secolo» nonostante i grandi mutamenti economico-sociali degli ultimi decenni; una sinistra che «non riesce a scuotersi, ed è totalmente afona, di fronte a un sistema di relazioni sindacali nel quale — caso unico al mondo! — ciascuno dei comparti del trasporto pubblico è bloccato da uno sciopero mediamente una volta al mese...»; una sinistra che «non mostra neppure un sussulto di fronte allo scandalo di un'amministrazione pubblica in cui i dirigenti di fatto non rispondono se le strutture affidate loro sono del tutto inefficienti, e in cui agli impiegati è consentito di azzerare, se vogliono, la propria prestazione senza essere licenziati...».

A-Team

Parte oggi su JimMomo un esperimento, diciamo una missione se non impossibile almeno difficile. Quella di allietare (o alleviare) la lettura dei post con dei brani musicali che sceglierò con cadenza occasionale. Spero di riuscire a esprimermi al meglio e di incontrare i vostri gusti. Quale miglior starter se non i mitici a-team?

Sunday, March 18, 2007

Il cinismo di Fassino, il cretinismo di Intini

Piero FassinoAttacchi chimici contro i civili a Baghdad, ma non vedo nessuno a marciare e a protestare. Si discute del cinismo di Fassino, che per qualche voto neocomunista in più al Senato sulla missione in Afghanistan è pronto a fare aperture diplomatiche ai talebani. E adesso ci si venga a dire che qualcuno nel Partito democratico americano sostiene la necessità di trattare con i Talebani...

Cosa sarebbe oggi l'Italia, piuttosto, se nel 1944 gli americani si fossero fermati a Cassino, invitando i nazisti a una conferenza di pace? I talebani vanno annientati, eliminati. L'unica cosa di cui si può discutere con i talebani è la loro resa incondizionata.

Il nostro è un paese, invece, che sul sequestro Mastrogiacomo, come sugli altri rapimenti, non informa gli alleati, conduce trattative parallele dai termini ambigui con i nemici, probabilmente fornendo loro denaro, rendendo prigionieri, offrendo concessioni politiche.

Un caso di cretinismo, invece, sembra essere quello del viceministro Intini. All'indomani della formazione del nuovo governo palestinese, che non accetta di ripudiare la violenza contro Israele, e dell'appello del Governo israeliano alla comunità internazionale perché continui a non riconoscerlo, pur mantenendo aperti canali di dialogo, il nostro viceministro dimostra di essere ostile a Israele, quindi tutt'altro che equivicino, o peggio - ma purtroppo più probabile - di non aver capito nulla della situazione.

Ha dichiarato al Corriere che ora «è possibile immaginare una ripresa dei finanziamenti europei all'Autorità palestinese». Intini non sa, o fa finta di non sapere, che il "Quartetto" per il Medio Oriente (Stati Uniti, Unione europea, Onu e Russia) esige che qualsiasi governo palestinese riconosca Israele, gli accordi precedentemente conclusi e rinunci alla violenza, quali condizioni per la ripresa degli aiuti internazionali congelati da un anno? L'Italia sta forse allontanandosi da questa linea? Intini ha l'autorità per esprimere la nuova linea o è semplicemente un incompetente?

Quanto alla composizione del nuovo governo palestinese, Intini osserva che sono sovrani i palestinesi e che «non vogliamo intromettercì, ma nel complesso mi pare affidabile. Conviene anche a Israele, a cui abbiamo sempre ripetuto: è nel vostro interesse la pace non con mezzo popolo palestinese, ma con tutto il popolo, altrimenti non sarà rispettata».

Rispondendo al giornalista che gli ricorda che nel discorso programmatico del premier di Hamas non c'era la rinuncia al terrorismo, Intini ha preferito indicare tre presupposti per riavviare il processo di pace, tra i quali non ci sono quelli indicati dal Quartetto: «1) un governo israeliano forte; 2) un governo palestinese forte; 3) un forte impegno degli Stati Uniti [?!]. Il forte governo israeliano manca, anche se ha una larga maggioranza parlamentare... Non dimentico che quando Al Fatah si affacciò al mondo, qualche decennio fa, si diceva quello che oggi si dice di Hamas: terroristi. Poi però si è arrivati agli accordi di Camp David». Già, e poi?

Dunque, è "di destra" Capezzone, caro Sofri, o è questa sinistra a cui dovrebbero appartenere i radicali che non è anti-totalitaria e non ha mai raccolto la bandiera della libertà e della democrazia?

Ora si dimetta chi ha attaccato la libertà di stampa

«Gli scandali sono il sale delle democrazie», scrive oggi in prima pagina sul Corriere Sergio Romano, che tra Sircana, vallette, le foto, la stampa, chiama in causa invece i «crociati» della moralizzazione pubblica, quella figura così di moda del «procuratore battagliero, aggressivo e ansioso di pubblico consenso», le cui inchieste sputtanano tutti a 360° ma difficilmente producono condanne.

E, infine, conclude evocando la necessità della separazione delle carriere, dicendo di «non comprendere perché i giudici vogliano continuare a convivere, all'interno di una stessa carriera, con colleghi che hanno progressivamente assunto una diversa fisionomia professionale e hanno, di conseguenza, un diverso stile di lavoro».

Le foto che ritraggono Sircana intrattenersi con alcuni transessuali sui marciapiedi di Roma ci sono e questo dovrebbe spostare definitivamente i riflettori da chi ha dato la notizia a chi da Palazzo Chigi ha cercato di insabbiare, di proteggersi manovrando anche il braccio di Authority supposte indipendenti per tappare la bocca alla stampa. Altro che falso scoop del Giornale; altro che rispetto della privacy; altro che le notti brave di Sircana, di cui non frega a nessuno.

In un paese serio ogni tentativo di impedire la pubblicazione di notizie per coprire la scappatella di un membro del Governo si sarebbe trasformato in un boomerang che avrebbe fatto saltare diverse teste. Non solo quella di un Garante che l'unica cosa che cerca di garantire è la privacy della classe politica contro la libertà di stampa. Di fronte alla contro-ritrattazione, si tratta di chiedersi chi ha indotto la mendace ritrattazione. Di interesse pubblico non sono le abitudini sessuali di Sircana, ma il tentativo di ricatto di uno dei principali collaboratori del premier, addirittura quello cui è affidato il compito di comunicare ufficalmente le posizioni del Governo.

L'interesse pubblico alla libera informazione è sempre prevalente rispetto alla privacy dei personaggi noti, soprattutto se politici. La censura preventiva è incompatibile con la libertà d'espressione e la libera circolazione della conoscenza. Eventuali diffamazioni devono essere riconosciute e sanzionate in sede giudiziaria, secondo il principio "si pubblica con libertà, si risponde con responsabilità".

Si fa presto a dire "riforme", aspettiamo i fatti

Padoa Schioppa è il tipico ministro che quando va a parlare in sedi come Confcommercio fa sempre la sua bella figura. La mazzata l'hanno assestata ma adesso, per lo meno a parole, pare che la riduzione delle tasse avverrà certamente, «non è più questione di se, ma di quanto e quando». Stavolta, al contrario di quanto facemmo per il Dpef, aspettiamo i fatti prima di far scattare l'applauso e, soprattutto, non ci accontentiamo di una riduzione di aliquote Irpef impercettibile, di quelle, dell'ordine di 0,5-1%, ampiamente risucchiate da altri tipi di imposte.

Il ministro dell'Economia ha anche riconosciuto che i conti lasciati dal precedente governo non erano allo sfascio così come si pensava: «Non immaginavo l'anno precedente, che i bilanci firmati dall'ex premier fossero tanto in ordine». Ciò che c'era da dire in proposito lo abbiamo detto in un "promemoria" di qualche settimana fa.

Per quanto riguarda le liberalizzazioni, a un difficile passaggio alla Camera, Iuri Maria Prado se la prende con l'articolo di ieri di Gian Antonio Stella, sul Corriere, che ironizzava sull'ostruzionismo dell'opposizione al decreto Bersani, in palese contraddizione con le numerose professioni di fede liberiste di molti esponenti della CdL. «Va bene il corsivetto di colore: se invece ci fai la "linea", e confezioni l'immaginetta per cui l'Italia liberalizzata è bella e pronta nelle capacità riformatrici del governo, ma purtroppo c'è la destra che rema contro, allora fai un gioco fasullo».

Il risultato è che oggi un Governo che di liberale non sta facendo nulla viene assolto semplicemente perché «il centrodestra faceva poco ieri». Eppure, ricorda Prado, «quando Berlusconi prometteva di liberalizzare e privatizzare, la stampa coi fiocchi non stava lì a spronarlo, e a spiegare al Paese che si trattava in effetti di riforme necessarie», ma dava ampio spazio a chi lanciava l'allarme della "macelleria sociale". «Non gli facevano le pulci per le cose che non ha fatto, ma perché voleva farle».

Così, quello che viene fuori oggi da certa stampa è che «la destra "impresentabile" sarebbe invece "normale" se non fosse liberale quand'è al governo, perché da lì fa macelleria, e se giudiziosamente facesse da spalla al noto liberista Bersani quand'è all'opposizione».

Un «vero liberale - conclude Iuri Maria Prado - mica rinuncia all'occasione di vedere rifatta l'Italia giusto perché al governo c'è un altro. Getta il suo voto oltre l'ostacolo delle contrapposizioni posticce, e taglia il filo del traguardo liberale con chi capita capita».

Da leggere anche un ricordo di Marco Biagi, non retorico ma di sostanza politica, a firma Guido Gentili sul Sole 24 Ore, che sottolinea come Biagi «abbia saputo guardare ben oltre una stagione corrosa dalle mistificazioni», dimostrando che «la flessibilità non equivale alla precarietà istituzionalizzata, come troppo spesso si è voluto far credere. Né un mercato del lavoro più aperto e dinamico è segno di regresso».

Su la Repubblica di oggi, infine, a insistere sulle riforme è anche il ministro Emma Bonino: «Le riforme vanno fatte all'inizio di legislatura e quando il clima congiunturale è favorevole. Oggi ci sono entrambe le condizioni, dunque bisogna muoversi». Liberalizzazioni, riduzione della spesa e innalzamento dell'età pensionabile. Più cautela, invece, sulle tasse.
«Il carico sulle famiglie si allevia anche facendo le riforme, liberalizzando i mercati, i servizi, l'energia, le banche e le assicurazioni. Tutto ciò pesa non poco sul budget familiare.
(...)
Il nostro obiettivo deve essere quello dell'innalzamento dell'età pensionabile... anche per le donne: l'età deve essere elevata, le donne hanno bisogno di sostegno quando sono giovani, non per andare in pensione e fare le badanti a 55 anni».